Archivio mensile Aprile 2019

Chiamare le cose con il loro nome

(di Lea Querzola)

I fatti di cronaca lasciano il tempo che trovano, ma possono essere l’occasione di uno spunto per ragionare a un livello più alto delle notizie che riportano.

Il mondo sta già iniziando a dimenticare le oltre trecento vittime, fra cui molti bambini, dello Sri Lanka. Alcune di queste persone – paradosso dei paradossi –  hanno perso la vita mentre stavano celebrando proprio la vita che non muore: cristiani, erano alla Messa che festeggia la Pasqua (che è il giorno in cui gli appartenenti a questa religione fanno memoria di Gesù, morto e risorto).

Un paio di persone molto note hanno pensato di twittare un messaggio di cordoglio, in segno di vicinanza a queste vittime e alle loro famiglie. I tweet privilegiano la sintesi, com’è noto; ma stranamente queste persone hanno usato tre parole al posto di una: “adoratori della Pasqua” anziché “cristiani”.

Soffermarsi sulle ragioni di questa scelta non vale la pena. È bene che lo facciano gli addetti alla comunicazione di certa politica, che persevera nel non comprendere che il consenso passa per la comunicazione, passa per il messaggio; e che toccare certe sensibilità, che sono inconsciamente vive in una popolazione in un dato momento storico, anche se superficialmente pare il contrario, è errore che si paga. Il c.d. “politicamente corretto” (corretto poi da che punto di vista?!) sta avvelenando i suoi stessi creatori; anche questo è un elemento su cui varrebbe la pena che chi deve facesse una riflessione.

A noi qui interessa sottolineare, da scienziati quali ci piacerebbe essere, un’altra idea: e cioè che le cose hanno un nome, un nome che normalmente parla di sostanza e non di accidente (per dirla filosoficamente), e che le cose vanno chiamate col loro nome. Chiamare le cose con un nome diverso dal loro, significa non dire la verità; cioè mentire. Il livello di gravità della menzogna varia a seconda della materia di cui si parla, certo; ma le cose vanno chiamate col loro nome. Perché non è solo con la bocca che si parla o si tace di qualcosa, ma anche con l’anima. Quando le cose di cui si parla sono persone, questa esigenza diventa ancora più forte. E quando alcune persone sono morte perché cristiane (nel senso che se quel giorno fossero state da un’altra parte anziché in una chiesa, avrebbero probabilmente avuto altra sorte), non chiamarle col loro nome è ucciderle due volte.

Lavarsi le mani (ovvero il 5 maggio)

(di Vittorio Sambri)

Il 5 Maggio: da Napoleone alle nostre MANI.

Si, credo che la prima idea che questa data ci riporta alla mente sia  la poesia del Manzoni scritta per la morte di Napoleone nel 1821… e da allora ne son passati di anni! E, almeno per me, anche da quando a scuola ce l’hanno fatta studiare.

Ma oggi il 5 maggio ha anche (mai dimenticare la Storia…è da li che siamo partiti ed è quello che ciascuno di noi, nel suo piccolo, può scrivere tutti  i giorni)  un altro significato, completamente differente.

Il 5 maggio è la “giornata Mondiale dell’IGIENE delle MANI”…Ma davvero è necessario intitolare una giornata ad un fatto semplice, di uso quotidiano e comune  e, se vogliamo, quindi anche un po’ banale? Perché? Perché l’Organizzazione Mondiale della Sanità investe risorse ed energie per fare pubblicità ad un’azione  tanto “normale”?

La risposta sta nel fatto che da anni  è riconosciuta a questo gesto semplice un’efficacia incredibile nel bloccare la diffusione delle infezioni.  Sono passati oltre 150 anni da quando, attorno al 1850, lo scienziato  ungherese Ignac Semmelweis sviluppò la prima idea relativa al fatto che “lavarsi le mani salva la vita” …sempre la Storia che rifà capolino.

L’efficacia del lavarsi le mani dipende ovviamente dal  fatto che quest’azione sia fatta “bene”:  basta avere acqua corrente, un po’ di sapone e frizionare le mani palmo contro palmo e…voilà i microbi che abbiamo sulle mani (tutti) sono ridotti di numero e il rischio di trasmetterli è molto, molto ridotto…servono in tutto da 40 a 60 secondi!

Ma chi deve lavarsi le mani? La risposta è TUTTI! Ovviamente in prima linea stanno quelli che lavorano negli ospedali: grandi e piccoli, moderni e più vecchi, indipendentemente dal reparto e dalle mansioni che svolgono per la cura dei malati. Il gesto “semplice e banale” del lavaggio delle mani è il più efficace strumento per impedire che le infezioni si diffondano fra i pazienti ricoverati. Difficile accettare che in Ospedale ci si possa ammalare di infezione, ma è così per molti motivi  e le infezioni causate dai germi che si diffondono in ospedale  sono oggi fra le  più difficili da guarire.  Non è facile accettare che si entri in Ospedale per essere curati e ci si ammali di infezione.

Ma anche tutti noi dobbiamo lavarci le mani, quando ci rechiamo in Ospedale a trovare un paziente per  assisterlo nelle necessità quotidiane o per fargli compagnia! Le infezioni possiamo anche portarle in Ospedale! Ma allora dobbiamo trovare un lavandino con acqua e sapone e lavarci PRIMA di entrare? Si, e se non abbiamo direttamente a disposizione acqua e sapone usiamo i dispensatori di soluzione lavamani che in tutti gli ospedali (e non  solo li, per fortuna, ce ne sono nei luoghi pubblici, negli esercizi commerciali…) sono a disposizione dei visitatori e del personale: una spruzzata sulle mani, una bella sfregata e in 60 secondi siamo puliti: per noi stessi e per i pazienti. Perché non farla diventare una BUONA abitudine quotidiana?

Basta poco e si contribuisce a risolvere uno dei problemi sanitari che maggiormente influiscono sulla qualità della  nostra Vita.

In sostanza, ripartendo da Napoleone e da Manzoni, perché non concludere che  è  più semplice “diffondere la cultura (anche del LAVARSI le MANI) e non i germi”?

ParliamoneOra. Un cortile nel quale scendere

(di Giuseppina Muzzarelli)

Intendo ParliamoneOra come un cortile nel quale scendere (indubbiamente mi condiziona la formula d’altri tempi: scendo in cortile a giocare, a vedere gli amici, per stare con altri, esperienza lontana chi per fare tutto ciò accende un computer) o comunque andare per informarsi, per parlare con persone che qualcosa sanno, che hanno studiato per capire come si fa a informare correttamente.

Lo intendo come un luogo confidenziale, non supponente di integrazione del sapere e confronto offerto da umani  che ti dicono chi sono, come si sono fatti le loro idee e quali percorsi hanno seguito. Perché la conoscenza è un cammino, anche faticoso, non breve e chi l’ha fatto può aiutare gli  altri a evitare scorciatoie insidiose, a scegliere la via più sperimenta o  come fare per sperimentarne, ma non avventuristicamente, di nuove.

In questo cortile vorrei portare le mei conoscenze di medievista.  O meglio mi basterebbe al momento mettere in discussione e possibilmente mandare in soffitta la formula “cose da medioevo”.

Come farlo? Intanto liquidando  augurabilmente per sempre l’idea che ci siano epoche di luce ed epoche di buio e  non importa che mi metta ad elencare le ragioni per le quali il XX secolo si segnala per oscurità. Poi rendendo disponibili esempi concreti di avvedutezza, lungimiranze, originalità e coraggio offerti da uomini e donne del Medioevo, tanto da singoli come da gruppi o da istituzioni. Ve ne potrò indicare a dozzine, il che ovviamente non significa che si possano ignorare le donne, ma anche gli uomini, bruciati vivi o gli arti mozzati come punizione.

Diciamo che il medioevo è matriciale rispetto a modi di pensare e di essere della nostra società, che è stato un grande inventore e che a quell’epoca dobbiamo molto di quello che oggi siamo e usiamo, dalla assicurazione agli occhiali, dai bottoni alla banca.  Imparare a non liquidare con un giudizio sommario intere epoche storiche  non è un risultato da poco e forse dallo sforzo di superare il comodo quanto falso dualismo oscurità-luce può derivare il gusto per la vera conoscenza, anche solo porzioni, scaglie, frustoli  di conoscenza di vicende medievali dalle quali, a ben vedere, ci può essere qualcosa da imparare.

Noi storici ci prendiamo il compito di trovare i documenti, leggerli, confrontarli. Noi dobbiamo e vogliamo frequentare gli archivi  prima che qualcuno abbia la fulgida idea di depositare, se va bene, le carte ivi contenute in containers appropriandosi di spazi, spesso centrali e bellissimi, che i nostri antenati avevano dedicato alla conservazione della memoria. Noi dobbiamo studiare e siamo tenuti a restituire.

Chi vuole sapere scenda in cortile e certe volte sarà piacevole anche se non si tratta di un gioco. Però basta con la formula “cose da medioevo” , il medioevo è una cosa seria e farlo conoscere, anche nella sua complessità e nelle sue contraddizioni, è un nostro compito e, se permettete, un nostro doveroso omaggio  alla verità. Parliamone ora.

L’osservatorio della divulgazione

(di Matteo Cerri)

Due sono i sentimenti che colpiscono il ricercatore che legge un articolo di divulgazione scientifica del suo settore sulla stampa generalista: la legittima soddisfazione di vedere il proprio settore di studi raccontato a tutti e la frustrazione di scoprire le inesattezze e le storture che a volte accompagnano questi articoli. Ma posticipiamo qui una premessa: in Italia esistono ottimi giornalisti scientifici. Chiunque abbia avuto a che fare con la stampa sa che i professionisti non mancano; non solo, come ovvio, all’interno di riviste specializzate nella divulgazione, ma anche sui quotidiani.

Terminata però la premessa, è chiaro che in più di un’occasione capiti di leggere cose che non stanno nè in cielo, nè in terra. Succede per lo più quando ad occuparsi di un articolo di divulgazione scientifica è un giornalista che non ha una specifica preparazione sull’argomento. Come detto prima infatti, non è la mancanza di personale qualificato a dare origine ad articoli come questo (https://www.repubblica.it/scienze/2019/04/01/news/un_nuovo_batterio_esiste_in_natura_il_suo_dna_creato_dal_computer-223059070/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P3-S1.8-T2), ma la scelta della redazione di non affidare questo tipo di articoli al personale più adatto.

Ma perché questo succede? Perché forse in fondo gli articoli scientifici non sono di grande importanza per un quotidiano, non attirano lettori dell’edizione cartacea o non generano molto traffico se pubblicati solo in digitale. Anzi, in quest’ultimo caso assistiamo spesso ad un’ulteriore degenerazione del fenomeno: il titolo ‘sparato’ per acchiappare più click possibili. Ecco allora che, guardando gli archivi dei giornali, scopriremmo, per esempio,  che il cancro è stato già curato moltissime volte. Purtroppo poi il titolo viene assegnato al pezzo dal titolista, una figura diversa dal giornalista che lo ha scritto, per cui a volte, anche in presenza di un articolo decente o buono, ci troviamo di fronte a titoli che gridano vendetta. Il motivo per cui questo accade l’abbiamo già detto: assenza di conseguenze se il pezzo contiene errori. Anzi, a volte un articolo chiaramente sbagliato, che contiene delle castronerie, genera più traffico proprio perché viene costantemente linkato da chi vuol farle notare.

Dobbiamo quindi guardarci in faccia e chiederci, come comunità scientifica, come possiamo agire per fare in modo che la qualità di un articolo divulgativo diventi importante? Vorrei proporre qui un primo approccio al problema, cercando di creare un feed-back che possa premiare gli articoli ben scritti e i giornalisti competenti e segnalare invece quelli che non lo sono. Propongo quindi la creazione di un ‘Osservatorio della divulgazione’ che fornisca recensioni sulla qualità di un pezzo, del giornalista che lo ha scritto, e del titolista che lo ha titolato. Suggerisco anche che tale osservatorio possa diventare un compito istituzionale per gli studenti, magari quelli del Collegio Superiore, che potrebbero occuparsi di formare una piccola redazione, di monitorare gli articoli divulgativi sulla stampa, di farli leggere agli specialisti presenti in ateneo, come se fosse una peer-review, e di tenere traccia degli andamenti. Ogni anno, l’Osservatorio dovrebbe poi rilasciare un comunicato con i risultati delle osservazioni, elogiando i migliori giornalisti, le migliori riviste e giornali (magari istituendo un premio per il miglior giornalista divulgatore), e i loro contraltari. Le classifiche, di qualunque tipo, ricevono sempre una certa attenzione; in questo caso è la reputazione del singolo giornalista e delle testate ad essere giudicata. Inoltre, i risultati dovrebbero essere liberamente consultabili, in modo che chi si trovasse poi a dover rilasciare un’intervista ad uno specifico giornalista o ad una specifica testata, possa regolarsi di conseguenza.

ParliamoneOra. Un movimento politico?

(di Alessandro Iannucci)

Si. ParliamoneOra è un movimento politico.

E’ un movimento perché nasce dalla presa di coscienza di un gruppo di ricercatori e docenti della necessità di muoversi in una precisa direzione. Andare oltre le aule di lezione, le conferenze e i convegni scientifici. Andare verso una società da cui sono forse rimasti troppo distanti: magari con élitaria consapevolezza di essere altro e di essere diversi rispetto  a derive di vario genere.

Un rapido elenco? Eccolo: il sovranismo – termine che dovrebbe far pensare agli stati assoluti prima della rivoluzione francese, e quindi suscitare il senso del ridicolo, se non della repulsione; la sfiducia nella scienza e nelle sue conquiste tutto sommato recenti come i vaccini; la dissipazione del proprio privato, profilato e analizzato da entità apparentemente distanti attraverso miriadi di informazioni regalate ai social, a games, al paradiso dei balocchi di acquisti di ogni genere; l’indifferenza rispetto agli occhi del migrante che affonda e cui si porge la mano non per tirarlo sulla nave ma per chiedere un visto di ingresso che non può avere; il rifiuto di un’istituzione, l’Europa, che ha dato concreta forma a una cultura millenaria e al progetto utopico di condividere valori, stili di vita, monumenti, merci e linguaggi piuttosto che combattersi per prevalere gli uni sugli altri; e ancora l’ambiente, tra plastica e riscaldamento globale; gli usi e gli abusi degli antibiotici.

Questi i ‘temi’ che il gruppo di ParliamoneOra intende affrontare, alla luce delle proprie competenze e dei propri studi, perché prevalga rispetto alla chiacchiera, al sentito dire, all’opinione costruita sulla persuasione emotiva piuttosto che sul conoscere il valore e l’efficacia del discorso scientifico.

Un discorso che non può restare nell’ambito dei cosiddetti esperti, trincerati nel ruolo ormai non più in auge di autorevole élite.

Nell’età della fine dell’intermediazione occorre prendere la parola nella società di cui si è parte, comprenderne emozioni, paure, istanze, esigenze per costruire insieme un discorso nuovo in cui l’autorevolezza derivi dalla condivisione.

Per questo ParliamoneOra è un movimento politico.

Nel senso chiarito da tempo da Aristotele. Non si tratta di adesione a questa o quella compagine elettorale, di oggi o di ieri, e nemmeno di domani. Ci mancherebbe. L’uomo, ha spiegato Aristotele è zoon politikon, cioè tra gli esseri viventi – o gli animali – l’unico che si contraddistingue per essere «per natura» portato a un vivere in comunità (koinonia) che si sostanzia nella costruzione di una polis, di una società organizzata intorno all’idea di condivisione (politeia). Anche gli animali costruiscono società e comunicano, certo.

Ma l’uomo, spiega Aristotele, ha qualcosa di più – e noi possiamo forse aggiungere ha qualcosa di ‘diverso’.

La parola, il logos : «solo l’uomo, tra gli esseri viventi, ha la parola. La  voce (phoné) è segno del dolore e del piacere, per questo è propria anche degli altri esseri viventi, perché la loro natura arriva fino a questo,  avere la percezione del dolore e del piacere e comunicarla l’uno all’altro; la parola invece serve a mostrare quanto è utile e quanto è dannoso, come anche il giusto e l’ingiusto. […] La condivisione di queste cose crea le  famiglie e  le città». (Aristotele, Politica, 1.1253a)

Il logos è la parola ‘che ragiona’, la razionalità argomentativa accanto a quella logico-deduttiva. In una società organizzata sulla condivisione (politeia) e sulla possibilità di tutti di esprimere un’opinione in ragione non della forza ma di un principio di eguaglianza (isegoria), il logos è anche la parola pubblica. Tutti hanno la possibilità di prendere la parola, tutti hanno il dovere di prendere la parola.

Parliamone ora, dunque. Per dire quello che sappiamo e che può servire a tutti; consapevoli che quello che sappiamo ora è scientifico perché non è vero per sempre, ma come spiegava Popper è soggetto al processo di falsificazione. Domani le nostre conoscenze saranno diverse, avranno altri paradigmi. Oggi, per quello che sono e per quello che possono valere, le proponiamo non solo ai nostri studenti e a quanti condividano la stessa expertise: ma le vogliamo mettere in comune (es to koinon), convinti che possano essere utili a tutti e contribuire non certo a risolvere ma almeno a chiarire i fatti che stanno dietro le derive e i problemi cui sopra si accennava.

Patrimonio culturale e città storica

(di Danila Longo)

L’azione culturale e, più specificamente, il Patrimonio Culturale hanno un ruolo chiave nei processi di trasformazione materiale, economica e sociale della città.

Il Patrimonio Culturale può essere considerato come dispositivo (driver) che può innervare e alimentare la crescita della città, trasformandola, con attenzione alla innovazione tecnologica, secondo modelli improntati alla valorizzazione e alla sostenibilità.

La città storica italiana è ritenuta un ambito privilegiato di applicazione di azioni di valorizzazione che considerano il Patrimonio Culturale non come una statica presenza nella città, oggetto testimoniale di valori consolidati nel tempo e destinatario di onerosi sostegni, ma come il miglior risultato, in costante aggiornamento, delle azioni di trasformazione della città.

Il modello culturale a cui fare riferimento è dunque quello di un continuo sforzo di riconoscimento della città e delle sue trasformazioni come patrimonio e bene comune, affiancando in un flusso senza soluzione di continuità la conservazione e l’innovazione e coinvolgendo permanentemente non solo gli specialisti del patrimonio ma anche tutti gli attori che nella trasformazione urbana sono chiamati a dare il loro contributo, con diversi gradi di responsabilità e consapevolezza, sia attivamente che passivamente.

Il Patrimonio Culturale va allora valorizzato nella sua concezione consolidata, preservandone i valori ma anche incrementando l’integrazione con la vita cittadina. D’altro canto, ci si deve porre l’obiettivo di includere nel valore patrimoniale della città nuovi luoghi e soggetti e, con essi, anche nuovi attori sociali ed economici. Il modello è dunque quello di una integrazione e reciproco rafforzamento tra azioni di memoria e azioni di innovazione.

Pseudo-scienza e Fake News

(di Dario Braga)

Ho scritto questo articolo per il Sole 24 Ore poco più di due anni fa, Nel frattempo molte cose sono cambiate e, si direbbe, sono cambiate in peggio. Le azioni singole non bastano più e questa è una delle motivazioni per ParliamoneOra

L’articolo era intitolato “una alleanza contro le pseudo-scienze

Siamo poi così sicuri che (fare) l’università non serve?

(di Lea Querzola)

Briatore: “Niente università per mio figlio, non mi serve un laureato. Lo formerò io” «Falco sa che a 14 anni andrà in collegio in Svizzera a fare il liceo, non può mica restare a Montecarlo a vita.

Poi dopo il diploma verrà a lavorare con me»

Ognuno ha le proprie disgrazie nella vita. Per esempio, dover vivere a Montecarlo fino a 14 anni, poi doverti trasferire in Svizzera, per frequentare un prestigioso collegio, e poi doverti mettere sotto l’ala paterna a imparare il mestiere; il tutto da milionario, dal primo vagito all’esalazione dell’ultimo respiro.

Dov’è la disgrazia?! Il nostro Falco in tutto questo non decide nulla, non ha desideri, preferenze, gusti, voce: è quasi un altro dipendente di papà (“non mi serve un laureato”, dice il capo durante il colloquio di assunzione). Diverso sarebbe stato leggere “Mio figlio Falco non vuole fare l’università; lo porterò con me in azienda”. Pesanti questi professori, prendono tutto alla lettera e fanno la barba alle pulci; sì, è vero, è una parte del nostro mestiere.

Se Flavio Briatore fosse un mio studente, lo inviterei a riflettere su un paio di cose (ché questo è innanzitutto il nostro mestiere, invitare a riflettere, e non inculcare nozioni, come forse troppi credono). Innanzitutto, sul fatto che le sue parole hanno una possibile influenza su alcuni milioni di persone, fra cui molti giovani, e che quindi, ogni volta che apre bocca, ha una responsabilità grande. Nel mondo ci sono milioni di ragazzi per i quali frequentare l’università rappresenta un’opportunità straordinaria. Sì certo, adesso siamo circondati dal mantra dell’ascensore sociale che è bloccato, che devi espatriare per trovare fortuna perché qui non c’è futuro, che non serve laurearsi per andare a lavorare in un call center o a consegnare cibo in bicicletta, e avanti l’orchestra funebre dei ladri di speranza.

Studiare all’università è un’esperienza unica: il tempo dell’università è quello della gioventù al suo apice di energia, coi suoi sogni, le sue follie, le sue disperazioni, nel caleidoscopio, irripetibile, della vita di ciascuno. Briatore sarà un eccellente professore per suo figlio, e siamo contenti per lui. Peccato però avere un solo professore quando puoi conoscerne decine (che significa decine di vite, di esperienze, di bagagli, di caratteri). Fra loro non incontrerai mai un milionario, hanno passato troppo tempo con gli occhi e il naso su per aria, e insieme giù sui libri, per arricchirsi di denari. Ma potresti incontrare un soggetto particolare, qualcuno che è assolutamente dentro la realtà, anche se a tratti pare vivere fuori dal mondo. Qualcuno per descrivere il quale facciamo parlare Chesterton.

In questi tempi si è diffusa un’idea assai curiosa, e cioè che quando tutto va male serve un uomo pratico. In verità sarebbe molto più corretto dire: quando tutto va male, serve un uomo non pratico, serve un pensatore, un uomo che capisca perché le cose vanno o non vanno. Non è giusto suonare la cetra mentre Roma brucia, ma è giusto studiare idraulica mentre Roma brucia. Rerum conoscere causas. Se un aereo è leggermente avariato, potrà forse aggiustarlo un uomo semplicemente abile. Ma se l’avaria è seria, bisognerà invece andare a cercare un vecchio professore distratto e trascinarlo fuori del suo laboratorio perché ricerchi la natura del guasto. E quanto più complicato sia il guasto, tanto più canuto e distratto dovrà essere il professore; e in certi casi estremi potrà dirci realmente che cosa realmente succede soltanto l’uomo (probabilmente un matto) che inventò l’aereo!” (Gilbert K. Chesterton, Ciò che non va nel mondo, traduzione italiana di Was unrecht ist an der Welt, pubblicato a Monaco di Baviera nel 1924).

Siamo poi così sicuri che (fare) l’università non serve a niente?!

Lea Querzola, 10 aprile 2019

aggiornamento n. 4

Aggiornamento n.4 (di Dario Braga)

Care Colleghe e cari Colleghi di ParliamoneOra

Vi ringrazio per la partecipazione alla presentazione di ParliamoneOra di ieri – 9/4. E’ stata una ottima partenza in qualità e numerosità della presenza. E’ evidente a tutte e tutti che abbiamo intercettato un bisogno profondo, un bisogno delle nostre coscienze e della nostra professione di docenti. La stampa ha dato di nuovo risalto. Ho ricevuto segnali di interesse anche da altre università. Ho detto che non avevamo alcun “copyright” ed eravamo contenti se l’idea veniva replicata. 

Adesso dobbiamo diventare operativi. A questo fine il sito www.parliamoneora.it deve contenere informazioni validate. Vi prego quindi di controllare soprattutto la pagina http://www.parliamoneora.it/contattaci/ dove ho raccolto quanto messo insieme nei giorni passati in quanto a proposte. Nei prossimi giorni riorganizzeremo il sito … è un “learn by doing…”

Siccome l’idea è quella di fare circolare, al più presto, l’offerta (in)formativa del gruppo stimolando la organizzazione di eventi / incontri / discussioni sui temi elencati dobbiamo essere pronti a rispondere a eventuali richieste.

Il metodo è delineato. Lo riassumo.

Costruzione del tema: I referenti ricevono proposte di contribuire al tema da membri di POra  oppure sollecitano contributi di altri docenti ddi POra  a un tema specifico. Questo metodo dovrebbe consentire di avere, per ciascun argomento attivato, un numero di docenti “di sicurezza”, in grado cioè di coprire le richieste che dovessero arrivare senza eccessivo appesantimento. Quindi vi chiedo di comunicare a me e ai referenti la vostra disponibilità a contribuire a uno o più tema.

Richiesta di intervento sul tema: il comitato organizzatore (io, barbara, lea, vittorio, giovanna, alessandro) riceve  la richiesta e verificano la disponibilità. In caso positivo passa direttamente il contatto al referente per la organizzazione della presenza.

Altro argomento di riflessione  è quello delle adesioni. Penso che ognuno di noi possa, a questo punto, parlare di ParliamoneOra con colleghe e colleghi dicendo chiaramente che chi è interessato non ha che da dirlo.

Grazie per la collaborazione.  Indicazioni di CONTATTI per avviare l’attività di “militanza culturale” di ParliamoneOra sono benvenuti

Dario

p.s. ParliamoneOra 151 and counting…

Tutto è cominciato così

Domenica 27 Gennaio Ho pensato che dovevo fare qualcosa e smetterla di lamentarmi. Non si può accettare la delegittimazione dello studio e della conoscenza che porta con sé il popolare principio “tutto è vero – basta dirlo o scriverlo“.
Io sono entrato nell’Università di Bologna nel 1972 da studente e qui sono. Conosco bene questo mondo, anzi è il mondo che conosco meglio. So quale potenziale intellettuale sia accumulato al suo interno, un potenziale che viene riversato ogni giorno in migliaia di ore di lezione a migliaia di studentesse e studenti. Per non parlare della ricerca e dell’impegno costante che essa richiede, impegno alimentato spesso esclusivamente dalla passione. Una cosa straordinaria.
E’ naturale che abbia pensato per primi a loro, alle tante colleghe e ai tanti colleghi che condividono con me meraviglia e frustrazione. Per questo ho scritto questa mail ad alcuni amici universitari (subject: “una proposta di impegno”)

Care/iScienza e cultura sono in regressione.
Quotidianamente ascoltiamo interpretazioni fantasiose della realtà osservabile e leggiamo sciocchezze scientifiche.
Non solo questo. I giovani ricevono quotidianamente messaggi inquietanti e volgari: studiare non serve, laurearsi non serve.
Per quanto paradossale possa sembrare, la stessa concezione di una società colta è sotto attacco.
Per non parlare dell’Europa. Per noi universitari, da sempre, un “paesone” (UK in primis) dove noi e tutti i nostri studenti possono muoversi liberamente.
Vi propongo di incontrarci per una riflessione sul “che fare?”.  Siamo docenti della più antica università…

Dario
p.s. chi non è interessato, mi perdoni.
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Non mi aspettavo una risposta così ampia. Nell’arco di due mesi, pur tra mille impegni, ci siamo incontrati tre volte ed è nata ParliamoneOra