Chiamare le cose con il loro nome

Chiamare le cose con il loro nome

(di Lea Querzola)

I fatti di cronaca lasciano il tempo che trovano, ma possono essere l’occasione di uno spunto per ragionare a un livello più alto delle notizie che riportano.

Il mondo sta già iniziando a dimenticare le oltre trecento vittime, fra cui molti bambini, dello Sri Lanka. Alcune di queste persone – paradosso dei paradossi –  hanno perso la vita mentre stavano celebrando proprio la vita che non muore: cristiani, erano alla Messa che festeggia la Pasqua (che è il giorno in cui gli appartenenti a questa religione fanno memoria di Gesù, morto e risorto).

Un paio di persone molto note hanno pensato di twittare un messaggio di cordoglio, in segno di vicinanza a queste vittime e alle loro famiglie. I tweet privilegiano la sintesi, com’è noto; ma stranamente queste persone hanno usato tre parole al posto di una: “adoratori della Pasqua” anziché “cristiani”.

Soffermarsi sulle ragioni di questa scelta non vale la pena. È bene che lo facciano gli addetti alla comunicazione di certa politica, che persevera nel non comprendere che il consenso passa per la comunicazione, passa per il messaggio; e che toccare certe sensibilità, che sono inconsciamente vive in una popolazione in un dato momento storico, anche se superficialmente pare il contrario, è errore che si paga. Il c.d. “politicamente corretto” (corretto poi da che punto di vista?!) sta avvelenando i suoi stessi creatori; anche questo è un elemento su cui varrebbe la pena che chi deve facesse una riflessione.

A noi qui interessa sottolineare, da scienziati quali ci piacerebbe essere, un’altra idea: e cioè che le cose hanno un nome, un nome che normalmente parla di sostanza e non di accidente (per dirla filosoficamente), e che le cose vanno chiamate col loro nome. Chiamare le cose con un nome diverso dal loro, significa non dire la verità; cioè mentire. Il livello di gravità della menzogna varia a seconda della materia di cui si parla, certo; ma le cose vanno chiamate col loro nome. Perché non è solo con la bocca che si parla o si tace di qualcosa, ma anche con l’anima. Quando le cose di cui si parla sono persone, questa esigenza diventa ancora più forte. E quando alcune persone sono morte perché cristiane (nel senso che se quel giorno fossero state da un’altra parte anziché in una chiesa, avrebbero probabilmente avuto altra sorte), non chiamarle col loro nome è ucciderle due volte.

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Siamo studiosi e ricercatori dell’Università di Bologna accomunati dalla convinzione che una società colta sia meglio equipaggiata per affrontare i problemi di un mondo in rapidissima trasformazione.

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