Archivio mensile Marzo 2020

E se domani… tutto tornasse come prima? Comunicazione, informazione e valore della conoscenza prima e dopo il Coronavirus

Contributo di Silvia Mei

E se domani, io non potessi rivedere te… Mai più profetiche potevano essere le parole dell’evergreen cantato da Mina, tornata in questi giorni sui nostri schermi in occasione dei suoi 80 anni. Stefano Massini, nel dossier dedicato da «Robinson» sabato 21 marzo, interpreta il “metaforico” titolo alla luce della nostra storia politica, correva l’anno 1964: “Non v’era abbastanza per dubitare del poi?”, commenta. Quella canzone mutatis mutandis riafferma oggi la sua attualità.

Con l’epidemia in corso possiamo infatti liberarci a immaginare l’utopia del “giorno dopo” mentre stiamo vivendo la distopia ipermoderna dell’isolamento, della solitudine, dell’autoreclusione che ci interfaccia col mondo solo attraverso uno schermo – la finestra da tavolo da cui sporci sulle news, anche quelle fake – ma che ci fa sentire stranamente vivi e più prossimi nella disgrazia. O forse sempre meno umani?

Il bisogno di relazione, di sentirsi parte unitaria di un tutto è quanto ci spinge fuori, ad aprire la finestra, quella vera di casa, e a cantare – come molti in vari quartieri e città del Paese – per cercare la vita intorno, per invocare l’umanità circostante, per trovare una eco alla nostra nostalgia, per resistere all’isolamento e alla chiusura vagheggiati fino a qualche mese fa dalle destre. È a suo modo, questo canto strozzato, straziato e liberatorio una forma di preghiera, di resistenza, di comunicazione profonda e sincera (esibizionismi a parte).

È però sul piano della comunicazione e dell’informazione di massa che si sta giocando la terribile partita che stringe le nostre esistenze. Ed è proprio su questo punto che dovremmo immaginarci migliori. Faccio riferimento a due dossier diffusi quasi contemporaneamente tre mesi prima dell’allarme coronavirus: A world at risk, prodotto dall’OMS e dalla Banca Mondiale, e lo studio americano Global Health Security Index, pubblicato dalla John Hopkins School (si veda il rapporto compilato per “L’Espresso” da Emiliano Fittipardi nel n. 11 dell’8 marzo 2020, pp. 18-27).

Se il primo ammoniva l’UE di essere impreparata a fronte di un imprevisto come un’emergenza sanitaria, il secondo riconosceva come politicamente strategico, in caso di crisi, un punto cruciale: “comunicazione del rischio alla popolazione”. E l’Europa, messa subito alla prova dei fatti, ha confermato i profetici esiti dell’inchiesta, mostrandosi fallace proprio sul versante dell’efficacia comunicativa.

Nelle prime settimane di emersione del contagio, ma anche in questi giorni di “bollettino di guerra delle 18”, gli organi di informazione italiani (oltralpe non è stato molto diverso), dimenandosi tra trasparenza, political correctness e posizioni discordanti sul virus infettante, non hanno realmente contribuito a informare – parola altamente scivolosa e ambigua, per altro – e a fornire con la giusta efficacia indicazioni indispensabili per arginare il contagio.

L’incisività dell’informazione misura la temperatura del consenso e dell’obbedienza civile e contribuisce, tanto più oggi, alla regolamentazione dei rapporti sociali. Comunicare il rischio significa saperlo gestire; usare l’arma dei media denota capacità di controllo interno e garanzia di sicurezza nazionale.

Confusione, incertezza, emergenza hanno di conseguenza portato a usare una comunicazione imperativa e ossessiva nelle raccomandazioni e nei divieti, volta ben poco a tranquillizzare bensì piuttosto a incrementare fattori di stress emotivo. Il quadro apocalittico che ogni giorno viene composto contribuisce ad alterare la percezione di una realtà che non è possibile comprendere se non attraverso le narrazioni che di essa ci vengono fornite (basti pensare alle gravi reazioni scatenate la sera del 7 marzo dalla fuga di notizie attraverso i media sull’imminente DPCM).

Se i media generalisti continuano a essere seguiti dalla maggior parte delle persone per informarsi, è però nel patchwork mediale, attingendo cioè a più canali e strumenti messi a disposizione dal digitale, che ciascuno, a suo modo, ricostruisce la propria versione della realtà: rassicurante (con l’apotropaico “Andrà tutto bene”, che colora d’arcobaleno finestre e balconi, e che è diventato un hashtag), catastrofica (quarantena lunga un anno e mezzo), complottista (con e senza il ripescaggio del servizio di Rai-Leonardo nel 2015 sull’ipotesi artificiale della Sars Cov 2), etc.

È allora in questo stato di eccezione che possiamo e dobbiamo aprire un dibattito serio sulle forme e i modi della comunicazione e del suo inestricabile intreccio con l’informazione, e su come soprattutto nell’ultimo decennio la politica nostrana ne abbia fatto uso, de-medializzando vecchi e nuovi media per virtualizzare il confronto sui social e premere sui fattori emotivi e viscerali del cittadino-elettore. L’attuale condizione potrebbe d’altra parte portare a riequilibrare le perversioni della nostra società della disinformazione, dove tutti producono notizie depotenziando il valore delle fonti e dell’autorevolezza di un intervento.

Nei talk show dell’ultimo mese sono tornati (finalmente!) a parlare esperti seri e accreditati contribuendo a riconfigurare i toni dei dibattiti, odierni e, si spera, futuri. Finalmente ad accademici e scienziati viene ridata voce, riconsegnato uno spazio degno di una comunicazione civile. Forse questi mesi ci porteranno a riconoscere il valore della conoscenza, la necessità della ricerca, la crucialità di alcune strutture e servizi e il rispetto del personale che vi lavora. Ci riferiamo a quei settori messi in sofferenza dalle spending review degli ultimi anni e invece prioritari in un paese che voglia continuare a figurare nel primo mondo del terzo millennio. Come sbagliarsi, stiamo ovviamente parlando di scuola, ricerca, sanità!

E se domani, e sottolineo se…

L’evoluzione dell’epidemia e la stima degli scenari futuri

Contributo di Antonio Barletta e Beatrice Pulvirenti

Ogni volta che si cerca di modellare un fenomeno complesso, il rischio è quello di banalizzare. Tuttavia, in fisica e in ingegneria, un approccio basato su poche ipotesi, purché chiare, è spesso molto utile per cercare di catturare i tratti più importanti di un fenomeno.

Un semplice modello della crescita epidemica può essere formulato decidendo di controllare il numero N(t) di persone infette ad un certo tempo t. La popolazione, supponiamo, sia Nmax. La popolazione può riferirsi a una regione, a una nazione o all’intero pianeta.

Se facciamo l’ipotesi che, in un tempo Δt, la variazione ΔNdel numero di persone infette cresca in modo proporzionale al numero di persone infette, allora la crescita del numero N(t) sarà esponenziale. Questo regime di crescita è plausibile in uno scenario in cui ciascuna persona infetta è capace di infettare un numero di persone sane pari a aΔt, dove a è una costante che rappresenta il tasso di crescita esponenziale.

Tuttavia, quando il numero degli infetti N(t) diventa abbastanza grande allora la disponibilità di persone sane da infettare all’interno della popolazione tende a diminuire, cosicché l’evento per cui un infetto contagia una persona sana tende a diventare progressivamente più improbabile. Naturalmente, questa osservazione potrebbe dare luogo a diversi scenari nel caso in cui una persona infetta può guarire dall’infezione ed essere nuovamente infettata. Supponiamo che il tipo di infezione che studiamo non consenta una recidiva e andiamo avanti con il ragionamento. La diminuzione della probabilità di infezione di individui sani da parte di un singolo individuo infetto corrisponde ad avere un coefficiente a che diminuisce all’aumentare di N(t),

a = α – β N(t).

Questa diversa caratterizzazione del coefficiente a di fatto cambia la natura della crescita esponenziale in favore di una crescita logistica. La crescita logistica, su tempi lunghi, dà luogo ad una sorta di stato di equilibrio che, in termini strettamente matematici, è asintotico cioè ottenuto per un tempo t infinitamente grande. Lo stato di equilibrio corrisponde a una popolazione di individui infetti costante data dal rapporto α/β.

Grafico che indica l'evoluzione epidemia. La linea arancione indica la crescita esponenziale mentre la linea blu indica la crescita logistica
La linea arancione indica la crescita esponenziale mentre la linea blu indica la crescita logistica

Pur nella semplicità, al limite della faciloneria, del modello logistico di evoluzione epidemica, è sorprendente come, con un’opportuna determinazione dei parametri α e β, si possa ottenere un buon accordo con i dati provenienti dalla Protezione Civile italiana. Dobbiamo precisare che i dati disponibili si riferiscono alle persone cui è stata diagnosticata l’infezione (i famosi tamponi) e non le persone infette. Assumere un trend logistico sulla prima tipologia di contagiati assumendo la validità di un modello ragionevole per la seconda tipologia è decisamente una forzatura. Tuttavia, possiamo sempre ipotizzare che esista un fattore moltiplicatore costante che leghi la prima tipologia di contagiati alla seconda. In altre parole, l’ipotesi è che il rapporto tra il numero di contagiati e il numero di contagiati diagnosticati sia una costante, in larga parte ignota, ma una costante.

Altro aspetto metodologico, non di poco conto, è legato alla mancanza di riferimenti alla situazione territoriale del caso italiano. Si controlla l’evoluzione di N(t) sapendo che quel numero si riferisce all’intera Italia, pur con una distribuzione fortemente non uniforme. Quindi, ogni predizione circa l’evoluzione di N(t) avrà necessariamente significati estremamente diversi da regione a regione e da città a città. È come dire che in alcune regioni se ne uscirà prima mentre in altre se ne uscirà dopo, ma puntiamo a capire quando i numeri saranno favorevoli su scala nazionale.

Un tema che dovrà essere sviluppato nella modellistica dell’evoluzione epidemica è proprio quello della diffusione territoriale e la sua variazione nel tempo. Occorre introdurre la variabile spazio oltre alla variabile tempo. Occorre modellare realisticamente i flussi di persone nel territorio sapendo che, inevitabilmente, le persone tendono a spostarsi verso zone in cui il contagio è meno virulento. Accade come nel modello della trasmissione del calore in un mezzo materiale: il calore fluisce nella direzione in cui la temperatura ha valori più bassi. Analogamente, durante un’epidemia, le persone tendono a spostarsi nella direzione in cui il numero dei contagi è più basso.
Senza divagare troppo su ulteriori possibili sviluppi del modello matematico, ritorniamo alla curva logistica che descrive l’evoluzione di N(t), al caso italiano e ai dati della Protezione Civile.

Grafico che indica l'evoluzione dell'epidemia. Evoluzione dell’epidemia di Covid-19 in Italia con i dati reali forniti dalla Protezione Civile (cerchietti) fino al 29 Marzo 2020. La curva in rosso è la curva logistica che interpola i dati
Evoluzione dell’epidemia di Covid-19 in Italia con i dati reali forniti dalla Protezione Civile (cerchietti) fino al 29 Marzo 2020. La curva in rosso è la curva logistica che interpola i dati

I parametri che caratterizzano la curva logistica che caratterizza l’evoluzione epidemica in Italia sono:

α = 0.2066,             β = 0.001695,

o meglio, questi sono i valori numerici da usare misurando il tempo in giorni. Con questa stima dei parametri del modello logistico il numero di individui infetti, N, raggiunti asintoticamente ovvero per tempi lunghi, α/β, sarebbe circa 122000. Ricordiamo che, basandoci sui dati della Protezione Civile, questo numero si riferisce ai contagiati diagnosticati e non al totale dei contagiati. Sempre secondo il modello logistico, non si dovrebbe superare questo numero. Quando l’evoluzione dell’epidemia approssimerà questi livelli, sarà plausibile aspettarsi un numero di nuovi contagi prossimo a zero. Se è vero che N = α/β è una condizione asintotica, cioè ottenuta in un tempo infinito, può avere senso chiedersi quando questa condizione di stasi dell’epidemia sarà raggiunta a meno del 5%. Se chiamiamo T il tempo richiesto per raggiungere lo stato di equilibrio entro un’approssimazione del 5%, si può stimare T sulla base dei valori di α e β. Il calcolo fornisce T = 40 giorni. Quindi possiamo concludere che dopo 40 giorni, a partire dal 27 febbraio, sarà tutto finito? Difficile dare una risposta. Il modello usato è semplice, addirittura semplicistico, però si basa su ipotesi che ad oggi potrebbero apparire anche realistiche. Occorre tenere in considerazione la grande disomogeneità dell’epidemia nel territorio nazionale con dinamiche locali anche fortemente differenti. Bisogna anche riconoscere che la stima dei parametri logistici è ancora affetta da un grande errore, perché l’evoluzione si discosta ancora troppo poco da un’esponenziale. Tuttavia, immaginiamo che le modalità del contagio, largamente dipendenti dalla natura dell’agente patogeno, non cambino nel tempo. Immaginiamo che non ci siano i cosiddetti casi di ritorno, ovvero recrudescenze dell’epidemia dovute all’ingresso di individui infetti provenienti da altri paesi. Insomma immaginiamo una sorta di best case scenario e, forse, con tanto ottimismo verso la metà di Aprile potremmo cominciare a vedere la luce in fondo al tunnel.


Consigli per letture sull’argomento:
Drazin, P.G. Nonlinear Systems. Cambridge University Press 1992.
Drudi, I. Previsioni, profezie e modelli ai tempi del Coronavirus, www.parliamoneora.it, 2020.

Diseguaglianze, classi sociali e diritto alla salute. La giustizia secondo Platone al tempo del coronavirus

Contributo di Giorgio Tassinari

Nel bel contributo pubblicato qualche giorno fa su questo blog, La sfera pubblica al tempo della pandemia,  Mario Neve riprende il Protagora di Platone, ricordando che Zeus donò agli uomini, affinché non si autodistruggessero per via della loro ferinità, la politica, ovvero aidos (il rispetto) e dike(la giustizia). Ora, prosegue Neve, la reclusione domestica imposta dall’epidemia di Covid-19, ci restituisce il silenzio, ci protegge dall’aggressività dei social media ed in qualche modo anche la distanza, che è appunto presupposto del rispetto.

Concordo con Neve per quanto riguarda aidos, ma cosa dire per quanto riguarda dike, la giustizia. Innanzitutto come la concettualizziamo? Programma vasto! Accontentiamoci della concezione aristotelica di giustizia commutativa o regolatrice , ovvero quella che fa perno sul concetto di eguaglianza tra individui. Assumendo questa chiave di lettura, non possiamo non riflettere sul fatto che la letalità del virus è più elevata tra coloro che hanno già patologie in atto. Sono queste patologie diffuse in modo  casuale tra la popolazione? Ovviamente le persone anziane sono più interessate alla morbilità cronica, ma, come è noto da tempo, lo stato di salute di un individuo è connesso anche  alla classe sociale di appartenenza, come argomenta l’ampia letteratura  in merito.

Possiamo renderci conto di questo fatto già osservando il grafico e la mappa di questa figura che mostrano la speranza di vita alla nascita nel 2016 per regione e provincia (fonte Osservatorio Nazionale della Salute nelle Regioni Italiane, con sede a Roma all’Università Cattolica, ideato dal professor Walter Ricciardi, con un focus dedicato alle disuguaglianze di salute in Italia).

diseguaglianze, giustizia secondo Platone al tempo del coronavirus

Ulteriore conferma la  si ottiene   osservando le curve di sopravvivenza secondo la posizione nella professione (durante la vita attiva), tratte dalla Tesi di Dottorato di Carlo Lallo (La Sapienza) di questa seconda figura

diseguaglianze, giustizia secondo Platone al tempo del coronavirus

Vi è poi l’aspetto del rischio professionale, particolarmente alto dove i luoghi di lavoro sono ancora popolati (gli ospedali in primo luogo) le probabilità di contagio sono più elevate. Se dobbiamo imparare dalla Cina (e la Cina è vicina, lo diceva già Marco Bellocchio nel suo bel film del 1967) allora dobbiamo tener presente che là il contagio è stato fermato perché la provincia di Huabei è stata completamente “blindata”, tutti gli  uffici e le fabbriche erano  chiusi.

C’è ben poca dike nella vicenda del COVID-19 in Italia. Parchi chiusi (sacrosanto) e fabbriche aperte. Una stima della Fondazione Di Vittorio asserisce che nelle 80 classi di attività economica in cui l’ultimo decreto governativo autorizza a continuare la produzione sono impiegate circa 12 milioni di persone.

Un’altra situazione assai difficile è quella dei “bambini perduti”(ovvero quelli con cui l’istituzione scolastica ha perso i contatti) nella scuola dell’infanzia e nella scuola dell’obbligo, perduti perché non hanno né connessione ad internet né computer, né smartphone. E si potrebbe continuare a lungo. La crisi sanitaria provocata dal Coronavirus, palesemente una crisi di salute pubblica, ha esasperato le diseguaglianze economiche e sociali che già affliggevano l’Italia, ed è stata così grave proprio in ragione di quelle disuguaglianze

Riprendendo il registro neoplatonico, se aspiriamo a superare la stasis (ovvero la situazione di disordine distruttivo in cui ci troviamo) dovremmo cercare di realizzare una nuova homonoia, ovvero  una comunanza di visione, di concezione del mondo. E questo obiettivo, a mio parere, si può raggiungere solo restaurando la dike.  E in questi giorni e in queste ore, restaurare la dike significa primo luogo restaurare la giustizia sociale. Appare evidente che solo con il rafforzamento delle funzioni dello stato in economia sarà possibile approntare quei provvedimenti e quelle iniziative necessarie ad affrontare ed attenuare le conseguenze economiche e sociali della crisi sanitaria.

Proiettata sulle dimensioni della  politica economica e della politica tout court, ciò sta a significare il superamento definitivo (la rottamazione!) dell’apparato ordoliberista che costituisce la struttura profonda dell’Unione Europea, dal trattato di Maastricht al Patto di Stabilità alle politiche di austerity in senso lato.

I denominatori sono importanti! Tasso di letalità e tasso di mortalità per capire l’impatto epidemiologico del Coronavirus

Contributo di Davide Gori

In Palombella Rossa di Nanni Moretti, un ottimo regista italiano,  vi è una scena molto nota e incredibilmente attuale nella quale il protagonista, un ex-funzionario di partito rimasto senza memoria, se la prende con una giornalista schiaffeggiandola ed urlandole: “Ma come parla? Le parole sono importanti!”

Credo che ora più che mai, come sta accadendo in questa epidemia da Coronavirus, questa scena immortali un problema con cui noi tutti ci stiamo confrontando. Affidandoci alla grande informazione sentiamo tranquillamente parlare o leggiamo scritto di mortalità in Italia al “7 o 10%” per il COVID-19, senza effettivamente mai vedere esplicitato che cosa sia il “100” della percentuale.

Questo errore semantico, che è stato compiuto da moltissimi giornalisti in questi giorni (davvero chi è senza peccato scagli la prima pietra!), non può che generare (in coloro che magari masticano i numeri un po’ a fatica) paura e confusione. Fare una distinzione del genere non è, come direbbe Woody Allen, una “questione di semantica prepuziale” da epidemiologi, ma una questione davvero sostanziale per poter chiarire, sia per gli addetti ai lavori che al grande pubblico, quale sia l’impatto attribuibile e vero di un evento sanitario sulla popolazione e che porti all’adozione di misure di Sanità Pubblica efficaci.

In questi giorni siamo tutti sommersi da una mole infinita di dati dell’epidemia, che provengono dalle casistiche ufficiali. Molti di noi, con maggiore o minore competenza, si stanno quindi esercitando nel tentativo di far “cantare” (come si dice nei romanzi polizieschi) i numeri.

La criticità attuale resta nel fatto che, mentre di alcuni dati è molto chiaro il denominatore (come ad esempio nelle misure di letalità) per altri, al momento, il denominatore è sconosciuto, oppure va approssimato sulla base di conoscenze empiriche che stanno solo adesso, e molto a fatica, emergendo da altre esperienze, come quella cinese. Il denominatore, che nel caso di COVID-19 rappresenterebbe il vero numero di persone contagiate, continua a rimanere ignoto o stimato. Guardate ad esempio cosa ha detto Borrelli alcuni giorni fa: ”Troviamo un caso su 10”. Si tratta, tuttavia, di stime. Credibili, ma stime. La virologa Ilaria Capua, qualche giorno fa, in un’intervista a “La Stampa” ha detto che i veri numeri del contagio potrebbero essere, a suo modo di vedere, fino a cento volte superiori.

Cosa sono quindi letalità e mortalità? Perché sono importanti entrambe e perché è importante distinguerle?

epidemia tasso di mortalità

Il “Tasso di mortalità dei casi”, chiamato anche “rapporto di mortalità dei casi” o più banalmente “tasso di letalità” è quello che in epidemiologia si definisce come la percentuale di persone che muoiono per una specifica malattia tra tutti gli individui a cui è stata diagnosticata la malattia in un determinato periodo di tempo.

Il tasso di letalità viene generalmente utilizzato come misura della gravità della malattia ed è spesso usato per la prognosi (ovvero per predire il decorso o l’esito della malattia), dove tassi non molto elevati sono indicativi di esiti non molto gravi. Stante i dati attuali, con il 10.13% del 27 Marzo, l’Italia ha il tasso di letalità peggiore al mondo.

Tuttavia c’è da dire che questo tasso non rispecchia esattamente la gravità vera e “purificata” della malattia. Questa misura infatti non è costante, può variare molto geograficamente tra le popolazioni e nel tempo, a seconda dell’interazione tra l’agente causale della malattia, l’ospite e l’ambiente. Inoltre i trattamenti disponibili e la qualità dell’assistenza al paziente influenzano molto questa misura (in questo caso migliorandola). Parte della variazione potrebbe essere inoltre spiegata dalla diversa composizione della popolazione (ad esempio per età e genere).

Da ultimo l’affidabilità della diagnosi (per ora l’unica che abbiamo al momento validato, ovvero il tampone) potrebbe allo stesso modo essere fonte di variazione. In particolare risulta quanto mai importante non avere troppi falsi positivi – ovvero persone che rientrano erroneamente nel numeratore poiché risultano positive al tampone senza esserlo – o falsi negativi – ovvero persone che NON rientrano erroneamente nel numeratore poiché risultano negative laddove invece sono positive al Coronavirus. Tutte queste misure sono ovviamente influenzate dal numero di tamponi che vengono fatti e soprattutto dalla logica con cui vengono prelevati in campioni di popolazione. Inoltre la questione tamponi è particolarmente spinosa poiché è un’analisi che richiede dei laboratori specializzati per essere fatta (non è un test rapido che può essere condotto da chiunque anche al fuori di un ambiente protetto), misurando la presenza del virus, ma nulla ci dice sullo stato immunitario dei soggetti, argomento che riprenderò fra poco.

Su questa misura dobbiamo inoltre ragionare sul fatto che i numeri che oggi osserviamo sono sempre come un programma televisivo in differita. Ci forniscono la visione ritardata di quanto è accaduto negli ultimi giorni o nelle ultime settimane. Facendo un altro esempio molto semplice, il dato dei nuovi contagi giornalieri ci dice quante persone, più o meno cinque giorni fa (stante le ultime pubblicazioni l’incubazione media della malattia è 5.5 giorni), si sono contagiate e hanno iniziato a sviluppare la malattia.

Il calcolo della letalità differisce quindi estremamente dal calcolo della mortalità. “Tasso di mortalità”, questa locuzione, che come vi sto dicendo dall’inizio viene usata molto più facilmente forse perché sembra più familiare anche nel lessico giornalistico, indica però in epidemiologia una cosa ben precisa e differente dalla letalità. Per tasso di mortalità si intende una misura del numero di decessi (in generale o dovuti a una causa specifica) nella popolazione, e ridimensionato o adattato in base alle dimensioni di quella popolazione, per unità di tempo. In questo senso il tasso di mortalità è, ad esempio, generalmente espresso in unità di decessi per 1000 individui all’anno. Esistono vari tipi di tassi di mortalità:

  1. tassi di mortalità specifici per età: un tasso per una specifica fascia di età;
  2. tasso di mortalità infantile ovvero il numero di decessi nei bambini di età inferiore a 1 anno diviso per il numero di nati vivi nello stesso periodo, in una popolazione specifica;
  3. il tasso di mortalità perinatale ovvero la somma dei decessi neonatali e dei decessi fetali (nati morti) per 1000 nascite.

Nel nostro caso, il numero magico che noi dovremmo calcolare sarebbe un tasso di mortalità specifico. Ma specifico per cosa? Ovviamente per patologia, per COVID-19. E raffrontarlo al tasso di mortalità generale della popolazione nel periodo di tempo considerato, oppure raffrontandolo ad un periodo simile (per esempio al rischio di morire in quella popolazione in quel periodo di tempo, ma in anni precedenti) oppure raffrontandolo ad una popolazione simile. Questo quindi non ci permetterebbe soltanto di misurare un “rischio” di morire, ma anche quanta parte di questo “rischio” sia effettivamente attribuibile alla specifica patologia considerata, vale a dire  COVID-19. Quello che in epidemiologia viene definita una misura di impatto.

Ma a noi, purtroppo ancora, cosa manca? Esatto, manca proprio quello! Un denominatore affidabile. Il sistema di notifica per come sta funzionando adesso, ci sta facendo vedere solo la punta dell’iceberg. Perché quello che non sappiamo è il numero delle persone che, pur essendo venute a contatto con il virus, non hanno sviluppato la malattia  oppure hanno avuto sintomi molto blandi che hanno consentito loro di superare la malattia in tranquillità, magari bollandola come un banale raffreddore e continuando la loro vita in modo inconsapevole (questi soggetti sono chiamati rispettivamente asintomatici e paucisintomatici).

La necessità che in epidemiologia si ha di conoscere questo numero sarebbe impellente. Ma come detto prima, purtroppo, per ora rimane nel libro dei sogni. Perché gli oramai celeberrimi tamponi che tutti noi conosciamo individuano la presenza del virus (ovvero i soggetti infetti al momento del prelievo del tampone) ma nulla ci dicono sugli anticorpi e sulla effettiva immunizzazione del soggetto (ovvero ci darebbero la fatidica riposta non solo sul fatto che il soggetto si sia contagiato ma anche se il suo sistema immunitario abbia risposto e sconfitto il nemico e quindi conservi, almeno per un po’, la famosa memoria).

A seconda dei numeri che vi ho snocciolato prima, quelli di Borrelli o della Capua, capite quindi adesso bene perché il tasso di letalità (che abbiamo detto si calcola dividendo il numero dei decessi per il numero dei casi e poi moltiplicandolo per 100) si trasformerebbe dal 10,13% ad un tasso di mortalità del 1,01% (stante le stime del Capo della Protezione Civile) o del 0,10% (stante le stime della collega Ilaria Capua). Ragionando anche sulle altre misure, esse cambierebbero drasticamente, spostando sempre di uno o due posizioni la virgola, le percentuali di soggetti che richiedono cure ospedaliere o un ricovero in terapia intensiva raffrontate all’intera popolazione suscettibile.

Ma, e questo mi ricorre l’obbligo etico di dirlo, per quanto l’1,01% o lo 0,10% come tassi di mortalità possano anche sembrarci numeri piccoli e rassicuranti, se calcolati sulla Lombardia, che al 31/10/2019 contava 10.085.021 residenti (Fonte dati ISTAT) vuol dire 100.850 o 10.085 morti. In Emilia Romagna invece vorrebbe dire 44.594 morti o 4.459 morti. Questi numeri sono ovviamente qualcosa di assolutamente inaccettabile.

In un caso o nell’altro, capite bene che la diffusione del virus è stata molto più rapida di quanto abbiamo finora ipotizzato. E molti nemmeno si sono accorti di averlo incontrato. In linea o, stante alcuni articoli recentemente pubblicati, 2 o 3 volte più velocemente di quanto accade con l’influenza stagionale. Portando, in alcune zone, alle situazioni estremamente critiche che stiamo osservando e, come Nazione, patendo.

Frenare la corsa del virus fino ad arrestarlo, questo rimane l’obiettivo e il massimo auspicio di noi tutti. E ognuno può contribuire, eroicamente, nel suo piccolo, rispettando le regole che sono state più volte ripetute: lavarsi spesso le mani, stare a distanza di un metro quando si è obbligati ad uscire, stare in casa e spostarsi solo in condizioni di necessità.

Quindi, in sostanza e riassumendo, sebbene il numero di decessi serva da numeratore per entrambe le misure di cui abbiamo discusso, il tasso di letalità viene calcolato dividendo il numero dei decessi per le persone positive alla patologia mentre quello di mortalità viene calcolato dividendo il numero di decessi per la popolazione a rischio in un determinato periodo di tempo (in questo caso la totalità della popolazione, che di per sé è a rischio essendo tutti noi suscettibili all’infezione di questo nuovo Coronavirus). Le due misure forniscono informazioni molto diverse che vanno capite e interpretate con il pensiero epidemiologico e mediato dalla Statistica Medica.

Tutte queste cose possono risultare un po’ ostiche a chi non mastica molto i numeri. Purtroppo nel mondo epidemiologico non sono (come nella clinica) le persone a parlare. Ma sono i numeri, come vi dicevo all’inizio con la similitudine del romanzo poliziesco, a dover “cantare”. Ma proprio come accade nei polizieschi e nei thriller “se li maltratti abbastanza a lungo, i numeri ti confessano tutto quello che vuoi”.

Per cui, se vorrete leggere consapevolmente i dati, ricordatevi che mai come ora, parafrasando Nanni Moretti in Palombella Rossa: “I denominatori sono importanti!”

La Scuola in emergenza rivela l’emergenza educativa

Contributo di Ira Vannini

Questa drammatica situazione di pandemia nel nostro Paese ha messo a nudo, in queste settimane, le enormi difficoltà del nostro sistema sanitario. Decenni di disinvestimenti sulla Sanità Pubblica si stanno riversando su decine di migliaia di malati e sulle spalle di medici e operatori sanitari tutti, richiedendo loro sforzi e sacrifici incredibili.

Certo è principalmente su questo che oggi orientiamo giustamente le nostre attenzioni, ed è ancora sulle politiche sanitarie future che dovremo indirizzare le nostre preoccupazioni ed energie quando inizieremo a ri-costruire; e, speriamo, a ricostruire in una prospettiva democratica.

Da qui tuttavia il pensiero corre veloce ad altre riflessioni sulle istituzioni chiave della democrazia del Paese, in primo luogo la Scuola.

D’improvviso in Italia più di 7 milioni di bambine e bambine, ragazze e ragazzi, il 24 febbraio si sono ritrovati “senza scuola”, senza quella comunità educante che garantisce ai giovani una crescita intellettuale e umana all’interno di contesti reali, di scambio quotidiano, di attenzioni reciproche e sguardi mescolati continuamente a sapere e cultura. Restare “senza scuola” è faccenda davvero grave, inaudita, e dunque le scuole e moltissimi insegnanti si sono “attrezzati per l’emergenza” grazie alle tecnologie che consentono la comunicazione a distanza; grazie alla loro professionalità, che consente tutto il resto.

Anche qui, la situazione emergenziale ha messo a nudo quattro decenni di progressivi disinvestimenti dei nostri governi sulla Scuola Pubblica, una scuola che è ben lungi dall’avere prima di tutto il problema delle tecnologie. La scuola italiana purtroppo ha in primis il problema di una forte dispersione del capitale intellettuale del Paese e di disequità nei risultati di apprendimento degli studenti e delle studentesse (disparità geografiche, di genere, … e soprattutto di ceto socio-economico-culturale di provenienza) dovuta a un insieme complesso di elementi della scuola stessa che “non funzionano”, a livello prima di tutto di struttura complessiva del sistema scolastico (che appunto “strutturalmente” orienta e suddivide gli alunni per classe sociale di appartenenza) e a livello di singole scuole e singoli contesti dove si realizza la didattica (o la si realizza in modi inadeguati).

scuola a distanza. Docente fa la didattica a distanza attraverso il computer

Ecco, la didattica, o meglio la buona didattica; quell’altro insieme complesso di molteplici elementi che rendono efficace il rapporto tra insegnamento e apprendimento, e che poggiano su solide competenze dei docenti nei diversi campi disciplinari, nella progettazione curricolare, nella gestione della classe, nella scelta di appropriate strategie di inclusione, nella valutazione formativa e ri-progettazione. Docenti che dovrebbero essere parte attiva – e non precaria – all’interno dei contesti organizzativi delle scuole, dove si possano esercitare processi decisionali di tipo collegiale e collaborativo.

Purtroppo è proprio su tutto questo che si è disinvestito negli ultimi quarant’anni: sul creare le condizioni istituzionali e fornire le competenze opportune affinché gli insegnanti potessero esercitare reale professionalità dentro le scuole, di ogni ordine e grado.

Oggi moltissime e moltissimi insegnanti, dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di II grado, si stanno mettendo alla prova con le tecnologie che consentono la didattica a distanza; in fondo l’uso propriamente tecnico del mezzo tecnologico è semplice o quasi banale: è tuttavia solo nelle mani sapienti dei docenti che, dentro le tante nuove classi virtuali italiane, possono ricrearsi – seppur in piccolissima parte – quelle condizioni di scambio reciproco fra chi apprende e chi insegna che danno efficacia alla didattica e promuovono il raggiungimento di obiettivi fondamentali di apprendimento.

 Tutto ciò è ovviamente molto più probabile laddove l’insegnante già abbia solide competenze sui meccanismi cognitivi e socio-affettivi che regolano e supportano l’apprendimento degli studenti, sulle scelte possibili di trasposizione didattica dei contenuti, sull’uso di mediatori e la messa in campo di strategie di valutazione e di feedback formativo; oltre che laddove l’insegnante si senta davvero parte integrante e attiva di un sistema istituzionale coerente. Tutto questo purtroppo non si inventa sull’attimo e nemmeno lo si compensa con veloci corsi-ricette sulla didattica online.

Una grande parte di docenti, dentro la contingenza, sta mettendo in campo le proprie risorse migliori, con enormi sforzi e sacrifici, attraverso un mezzo tecnologico che offre tantissimo ma che, allo stesso tempo, sottolinea costantemente la pena di non poter stare fisicamente dentro la relazione educativa reale, nelle classi e fra le menti e i corpi che apprendono insieme.  Molti insegnanti lo sanno che è proprio in questi giorni (e nelle prossime settimane che purtroppo abbiamo ancora davanti a noi) che si gioca la partita degli alunni con maggiori difficoltà, quelli più emarginati socialmente, con minori mezzi e supporti familiari (e ancora non conosciamo i numeri degli alunni che al momento non possono nemmeno fruire delle lezioni online per mancanza di mezzi tecnologici in famiglia). Quelli per cui un intero quadrimestre perduto significa una perdita enorme, per il loro apprendimento futuro e per tutta la nostra società.

Occorre un pensiero serio e lungimirante sulla Scuola, che insieme alla Sanità, possa aiutarci – come collettività – a ri-costruire un progetto di Paese democratico.

Come uscire dalla crisi ? Ripensare le regole dell’economia globale

Contributo di Massimiliano Marzo

La gravissima crisi economica che da ora in avanti interesserà il mondo necessita di risposte non standard.  Le previsioni economiche ci prospettano un futuro assai fosco: per l’Italia -8%, un po’ meno per US e Europa.  L’elemento negativo è la sincronizzazione della crisi che colpisce tutto il mondo occidentale allo stesso tempo, con la stessa intensità. 

In questa figura osserviamo l’evoluzione del tasso di crescita annualizzato (in variazione trimestre su trimestre).

La linea che fa preoccupare è la linea azzurra che mostra un picco negativo attorno al  -12 per cento (a livello globale) con una ripresa altrettanto rapida attorno alla fine del terzo trimestre.  Recessione breve, ma molto, molto intensa.

Sono diversi i piani sui quali la crisi si rifletterà: sulle famiglie, le imprese e lo Stato.

 Per quanto riguarda le famiglie, i rischi più gravi riguardano la disoccupazione, il mantenimento del salario, dei livelli essenziali di vita.  Ciò soprattutto riguarda il futuro: quando la crisi sarà passata, chi potrà riprendere il lavoro? La classe media è rimasta schiacciata da politiche fiscali pesantissime ed inique.  E questa recessione mette ancora di più a rischio questo segmento di popolazione i cui bilanci sono ingessati da debiti e da tasse.  Senza continuità di reddito le famiglie smettono di consumare, la domanda aggregata si contrae e ciò non fa altro che aggravare la recessione causata dallo shock del COVID-19. 

Dal lato delle imprese la situazione è altrettanto grave, specialmente se si guarda alle piccole e medie (PMI):  lo stop alla produzione e al commercio, con la conseguente impossibilità di onorare debiti con le banche genera un forte potenziale rischio di default, in assenza di iniezioni di liquidità.  Scenario, questo che può provocare rischi di stabilità anche sui bilanci bancari o perlomeno, senza modifiche in materia di garanzie, una forte restrizione del credito (derivante da accresciuti rischi di default sia per prestiti alle imprese che per quelli alle famiglie), con un’ulteriore spinta recessiva.  Le grandi imprese hanno maggiori possibilità:  esse attingono alla cassa (che è mediamente elevata) e possono finanziarsi sul mercato delle obbligazioni corporate.  Se i livelli di default arrivassero oltre un livello fisiologico (e sopportabile dagli accantonamenti delle banche), si aprirebbe uno scenario apocalittico: la fusione del nocciolo sarebbe vicina, con un rischio per la ripresa irreversibile. 

Infine, lo Stato, o meglio, il suo bilancio.  E’ chiaro che in una situazione del genere, l’unico attore del sistema in grado di fermare il contagio è lo Stato, attuando manovre espansive che, in varie forme, possano dare un minimo di sollievo ai bilanci delle famiglie e delle imprese.  Date le proporzioni della crisi, però, tale manovra avrà un impatto sul bilancio dello Stato davvero non trascurabile.  Si può ipotizzare un incremento del rapporto debito/PIL può andare da un minimo del 10 ad un massimo del 40 per cento.  Tutti i bilanci pubblici subiranno questo effetto.  Se pensiamo all’Italia ciò potrebbe tranquillamente comportare una crescita del rapporto debito/PIL dal livello attuale del 135% ad un potenziale che può collocarsi attorno al 160% – 170% del PIL. 

Come uscirne?  E qual è la compatibilità delle soluzioni con le regole Europee ? 

Per uscirne ci sono pochi dubbi: c’è bisogno di denaro e garanzie.  Denaro per far fronte all’emergenza sanitaria, per sostenere le famiglie e imprese con sgravi fiscali (temporanei), che permettano un supporto alla grave crisi di liquidità che si sta preparando.  Ma è anche necessario fornire garanzie sia alle imprese che alle famiglie: lo Stato, in un contesto così grave, deve necessariamente intervenire.  Ma la risposta deve anche venire da un complessivo coordinamento delle politiche fiscali a livello globale

Fino ad oggi, la politica monetaria era vista come separata da quella fiscale.  Oggi, proprio perché la politica monetaria possa avere efficacia, è assolutamente necessario che sia accompagnata da manovre fiscali espansive, non solo a livello europeo, ma globale. 

La politica monetaria deve essere pronta a garantire tutta la liquidità al sistema economico.  La BCE – dopo il passo falso iniziale – ha garantito un’iniezione straordinaria di liquidità: ha potenziato il quantitative easing (acquisto di titoli pubblici e non, mantenendoli in bilancio fino a scadenza) inserendo la possibilità di fare acquisti senza limiti dei titoli di Stato dei paesi dell’area dell’Euro. 

E’ un passo in avanti molto importante, ma a questo va associato con urgenza la possibilità di allentare i vincoli che le banche devono rispettare nell’erogazione del credito, altrimenti le iniezioni di liquidità rischiano di non canalizzarsi nell’economia reale.  In una parola: sospendere Basilea 3.  In che modo ? Condizionando l’accesso delle banche a fonti di liquidità presso la BCE all’erogazione di prestiti e garanzie alle Piccole e Medie Imprese.  Infatti, i debiti in essere delle imprese rischiano il default: se vengono sostituiti con nuovi prestiti a condizioni più vantaggiose, senza condizioni di assorbimento patrimoniale per le banche.

In sintesi: 

  • coordinamento di politiche fiscali espansive;
  • garanzie per imprese e famiglie;
  • politica monetaria espansiva;
  • allentamento vincoli regolamentari su assorbimenti patrimoniali su prestiti, ovvero: moratoria sulle regole di Basilea 3 per facilitare l’accesso al credito bancario. 

Le risposte sopra delineate sono non convenzionali: è l’opposto di quanto (a parte la politica monetaria espansiva) è stato seguito dalle autorità di politica economica, fino allo scoppio di questa crisi.

Quali i rischi del non-fare ? E’ evidente che oltre alle conseguenze di cui sopra, il rischio più grave è quello di una spirale deflazionistica e un conseguente avvitamento dell’economia. 

Questa crisi segna un forte spartiacque: ci sarà un prima e un dopo.  E, devo dire, quest’esperienza ci insegna quali sono veramente le cose importanti nella gestione dell’economia.  A partire dalla crisi del 2008-2009 abbiamo legato il nostro sistema con regole molto stringenti e pesanti che ne limitano la capacità di reazione di fronte ad una crisi così grave. Dovremo seriamente ripensare le regole che governano l’economia globale in modo da privilegiare più la sostanza che la forma. 

Capitalismo virale. La necropolitica di Bolsonaro e il destino del Brasile all’epoca del coronavirus

Contributo di Giulia Crippa

É difficile, per me che ho vissuto in Brasile per 24 anni, parlare del Covid 19 guardando solo all’Italia, oggi. Ho infatti visto il pronunciamento del Presidente della Repubblica brasiliano, Jair Messias Bolsonaro.

Allontanandosi da quella che è, ormai, la posizione di quasi tutti i capi di stato del mondo, Bolsonaro ha affermato che il Covid 19 è un semplice raffreddore, una febbricola che non giustifica misure di contenimento come il distanziamento sociale, ormai adottata nella maggior parte dei paesi.

I giochi olimpici, anche se controvoglia, sono stati rimandati al 2021. Le principali economie capitaliste sono state messe in secondo piano dal virus, obbligando a scelte inedite fino ad oggi. Certo, Bolsonaro ha affermato che è necessario preoccuparsi con gli anziani (senza, peraltro, offrire esempi di come ciò possa essere fatto), ma la situazione, per lui, non giustifica la chiusura delle scuole o mantenere la popolazione in casa.

La mia reazione, vivendo una situazione completamente diversa da quella brasiliana – ma conoscendo abbastanza a fondo la realtà di quel paese – non è stata di sorpresa. Ci sono dei calcoli, evidentemente, dietro a questa scelta politica piuttosto divergente da quelle del resto del mondo.

A mio parere si tratta, prima di tutto, di calcoli politici, prima ancora che economici. È infatti vero che la mortalità del Covid 19 è alta tra gli anziani e tra chi presenta già patologie pregresse, mentre il resto della popolazione tende a presentare sintomi lievi o addirittura nessun sintomo. Anzi, vale la pena ricordare che uno dei problemi che si cerca di affrontare è proprio quello della presenza di un numero alto di portatori asintomatici che, senza saperlo, sono potenziali veicoli di trasmissione.

In principio, la strategia politica brasiliana è quella di lasciare che la maggior parte della popolazione contagiata abbia, di fatto, un’influenza relativamente leggera e, non avendo poi maggiori conseguenze, dia ancor più forza all’idea che tutto non sia altro che una grande esagerazione. La strada che permette questa politica è quella, per esempio, di non realizzare i test per il virus a tutti quelli che presentano sintomi leggeri, mantenendo basse, in questo modo, le statistiche di contagiati e morti

Era la stessa strategia proposta inizialmente dal Regno Unito, quella dell’immunità di gregge.

Dall’altro ieri, però, anche il governo britannico ha rivisto le sue posizioni, dichiarando il lockdown, senza ottenere ancora grandi risultati (la metropolitana di Londra continua ad essere piuttosto affollata…).

Le conseguenze di questa scommessa politica brasiliana, probabilmente, saranno abbastanza divisive per il paese. Da un punto di vista economico, ovviamente, si tratta di una scelta diretta alla manutenzione di una economia fortemente marcata dalle esigenze neoliberiste degli imprenditori. In un paese dove, in funzione dei numeri alti di disoccupazione strutturale, la mano d’opera non manca di certo, è una scelta apparentemente sensata.

Inevitabilmente, però, può portare, nel breve e medio periodo, a un isolamento severo del paese dal resto del mondo. Basta pensare, per esempio, alla perdita che probabilmente soffrirà un settore come quello del turismo dall’estero. È evidente, tuttavia, che nei calcoli politici dell’attuale governo questo fattore sul PIL sia stato considerato: per quanto il turismo possa essere una voce importante della produzione di ricchezza, non si paragona alle altre del PIL. Vale la pena di tenere in mente che anche in un’Europa “bloccata”, come quella in cui ci troviamo, le merci non hanno mai smesso di circolare e, in questo senso, il Brasile è un grande produttore di materie prime.

Con questa scelta di realpolitik da parte del governo federale, che scommette sull’effettivo recupero della maggior parte dei contagiati, i governatori degli stati brasiliani che hanno fatto scelte rivolte alla tutela delle fasce di popolazione più deboli (soprattutto in due degli stati più ricchi del paese, São Paulo e Rio de Janeiro), probabilmente ne usciranno indeboliti. 

A freddo, contrariando la mia ristretta e personale visione dei principi umani e umanisti di protezione della vita, posso solo applaudire la genialità perversa di questa scelta del governo brasiliano. Non c’è niente di folle o insensato, in quello che è stato affermato politicamente da Bolsonaro.

Si inganna chi pensa che il presidente brasiliano stia facendo le bizze, che soffra addirittura di problemi mentali. Chiaramente, il suo discorso provoca indignazione, opponendo l’economia più vorace ai principi di tutela della vita dei più deboli. Tuttavia, si tratta di semplici calcoli statistici.

Anche immaginando che si possa arrivare a numeri molto alti in valore assoluto di decessi provocati dal Covid 19 – diciamo, per assurdo, senza nessuna base reale, che muoiano solo in Brasile 20.000 persone, che corrisponde, grosso modo, allo 0,01% della popolazione totale, numero di decessi che non è, possibilmente, plausibile anche nello scenario peggiore – si tratta, in ogni maniera, di corpi “inutili”, per principio, nella logica del Capitalismo Virale.

Sono corpi “invalidi”, senza valore, che pesano in termini di spesa pubblica: anziani e ammalati, perciò improduttivi, quindi già “morti” per l’economia.

Questo è il principio su cui si è stabilita la linea di condotta del governo brasiliano di estrema destra. Paradossalmente, Bolsonaro ne può uscire rinforzato nel suo ruolo politico, visto che i governatori che hanno fatto scelte differenti – di difesa di questi corpi improduttivi – possono essere visti come nemici dell’economia, mentre quelli che decideranno di indietreggiare da queste scelte di tutela si troveranno a dover ammettere di essersi sbagliati (perciò ne escono politicamente già sconfitti, considerando che molti di loro, specialmente nel Nordest del paese, sono di partiti di opposizione al governo di Bolsonaro). 

Mi rendo conto che quello che scrivo può dar fastidio, io mi sento profondamente infastidita. Vorrei far parte del coro che, da quando Bolsonaro ha pronunciato il suo discorso ieri sera, ripete che tutto ciò è una follia, nella misura in cui è contrario a qualsiasi logica umana.

Quello che c’è in gioco adesso, però, è una disputa tra principi opposti, tra la vita dei corpi improduttivi (“pochi”, in relazione alla popolazione) e la produzione di ricchezza (probabilmente sempre per pochi, ma diversi dai primi), e in questa disputa la vita perde, perché chi è “invalido” non produce ricchezza.

In termini relativi, per il Capitalismo Virale, queste perdite valgono la strategia crudele in atto. Il principio di tutela della vita si ritira nella sfera puramente privata, la morte non deve essere notizia per la collettività, per evitare di diventare la ragione di un trauma collettivo. 

Nonostante personalmente (e il mio pensiero personale/individuale non vale molto) io ritenga la scelta di questa necro-politica di stampo totalitario, discriminatoria e allineata con una tradizione eugenetica storicamente presente in brasile sin dall’inizio del XX secolo, non riesco a interpretarla come follia. Al contrario: è raffinata e molto ben articolata con i settori che dominano il grande capitale, e perciò ancor più efficace. Resta da vedere, ora, quale sarà la risposta delle altre istituzioni. La scelta si definisce: lasciar morire i corpi improduttivi e affacciarsi, come potenza del Capitalismo Virale sul futuro incerto del panorama di una crisi economica che toccherà, in modo piuttosto pesante, i paesi più ricchi. 

Resta da vedere come e se la popolazione si adatterà a questa necro-politica basata sull’eugenetica, che inserirei tra nazismo e stalinismo, ma che comunque è politica allo stato puro e non ha niente di folle, visto che sulla scelta tra chi vive e chi muore, tra corpi produttivi e improduttivi, in effetti, si basano, storicamente, tutti i poteri totalitari del ‘900.

La privacy ai tempi del coronavirus.

La necessaria proporzionalità delle misure di emergenza, tra tutela della salute e diritti individuali

Contributo di Giovanni Sartor

L’Italia è stretta nella morsa del divieto di uscire di casa. Tale obbligo rappresenta una fortissima limitazione delle libertà individuali e comporta costi economici enormi, ma sembra essere l’unica risposta adeguata in un contesto di rapida espansione del contagio con tragiche conseguenze.

Ci dobbiamo però preparare a un futuro nel quale, anche per evitare impatti disastrosi sulle attività produttive, il divieto dovrà essere progressivamente allentato, presumibilmente prima che la malattia sia stata completamente estirpata.

In questo contesto molto si è parlato della possibilità di sostituire all’obbligo di non lasciare la propria abitazione, meccanismi di controllo sugli spostamenti delle persone. Tali meccanismi potrebbero essere efficacemente attuati quando si disponesse di molti test di positività, cosicché vi fosse un’elevata probabilità che se una persona fosse infetta dal virus, essa sarebbe risultata positiva al test. Diverrebbe così possibile, mediante i meccanismi di controllo, conoscere gli spostamenti delle persone positive, prima e dopo della loro positività, e rapportarli agli spostamenti delle persone non ancora positive. Ciò renderebbe possibile adottare tempestivamente misure sanitarie nei confronti di chi sia stato esposto a contatti con persone positive.

È bene ricordare che come dice lo stesso Regolamento privacy, la privacy non è un diritto “assoluto”, o meglio non è incomprimibile: essa può essere limitata per la necessità di realizzare legittimi interessi e diritti privati e pubblici.

Tra gli interessi che giustificano una limitazione della privacy vi sono certamente le esigenze della tutela della salute, individuale e pubblica. Tali esigenze possono giustificare una limitazione della privacy anche rispetto a dati sensibili, come i dati sanitari. Le limitazioni devono però avere un fondamento nella legge ed essere proporzionate. La proporzionalità consiste fondamentalmente in un bilanciamento di sacrifici e benefici: i benefici individuali e collettivi per la salute che si ottengono comprimendo la privacy debbono essere più importanti del sacrificio che risulta dalla compressione della privacy. La privacy è un diritto fondamentale, e il suo sacrificio è ammissibile solo se “ne vale la pena”, cioè se serve a realizzare benefici più importanti di quel sacrificio. Inoltre, il sacrificio deve essere “necessario”, cioè non deve essere possibile ottenere lo stesso beneficio per la salute con una minore limitazione della privacy.

Alla luce di queste esigenze, possiamo esaminare diverse possibilità, alcune già attuate in diversi paesi. Poiché le misure possono riguardare sia le persone positive che i loro contatti stretti (tutti soggetti attualmente all’obbligo di quarantena), parlando di positivi tout court includo di regola entrambi. Le misure elencate possono essere obbligatorie o invece facoltative, lasciate alla scelta del soggetto interessato. Quest’ultima opzione è maggiormente rispettosa della privacy, ma in assenza di forti motivazioni o incentivi adeguati, confidare nella scelta dei cittadini potrebbe pregiudicare l’efficacia dei controlli. Altra importante variazione concerne la possibilità che i dati vengano resi accessibili solo alle autorità sanitarie, a fini di analisi del fenomeno e intervento preventivo/terapeutico, o invece anche alle autorità di pubblica sicurezza, per l’attuazione coercitiva dei divieti connessi all’epidemia, o agli stessi cittadini, per finalità di autotutela.

Ecco le principali opzioni:

  1. Registrazione delle persone positive. Tutte le persone risultate positive sono registrate in un registro elettronico (come già avviene anche per altre malattie infettive), accessibile da parte dei pubblici poteri a ciò autorizzati. Il registro delle persone positivi (e dei contatti stretti) al coronavirus consente alle strutture sanitarie di avere una mappa della diffusione del virus. Se i dati fossero accessibili anche alle forze di sicurezza, ciò potrebbe facilitare l’identificazione delle violazioni degli obblighi di quarantena, e quindi operare quale strumento di deterrenza.

  2. Sorveglianza sugli spostamenti delle persone già registrate come positive. L’individuo positivo registrato si dota di dispositivo mobile, nel quale è attivata una app con funzionalità di geolocalizzazione, che ne trasmette la posizione a un’infrastruttura condivisa, pur senza registrarne in modo permanente i movimenti. In questo caso le autorità competenti avrebbero la possibilità di rilevare, in tempo reale, dove vi sia un individuo positivo. Alla rilevazione sanitaria si aggiungerebbe la possibilità di individuare chi sta violando gli obblighi di quarantena, intervenendo tempestivamente. Il funzionamento del controllo presuppone però che la persona positiva porti sempre con sé il proprio dispositivo, anche quando consapevolmente si sottrae alla quarantena.
  • Coveglianza sugli spostamenti delle persone già registrate come positive Alla sorveglianza potrebbe aggiungersi la coveglianza (sorveglianza paritetica) quando i cittadini stessi, mediante il loro dispositivo potessero sapere se si trovano davanti ad una persona positiva, così da evitare contatti. L’app funzionerebbe come un sonaglio, teso ad avvertire circa la presenza di una fonte di infezione. Il dato fornito dall’app al cittadino sarebbe anonimo, ma potrebbe diventare personale, se il cittadino dovesse individuare l’individuo segnalato come positivo (vedo una persona che si avvicina, accompagnata dal pallino rosso, e quindi associo il pallino alla persona, anche se non ne conosco il nome).
  • Sorveglianza sugli spostamenti delle persone risultate positive prima della loro positività. In questa ipotesi una volta che un cittadino sia risultato positivo, se ne ripercorrono gli spostamenti precedenti alla positività. Ciò presuppone che siano stati registrati preventivamente gli spostamenti dell’interessato prima che ne risultasse la positività, e quindi che siano registrati gli spostamenti di tutte le persone, positive e non positive (o di tutte quelle che abbiano aderito al progetto, in caso di facoltatività). Le autorità sanitarie potrebbero conoscere la dinamica della diffusione del contagio, e adottare scelte conseguenti rispetto a quanti siano stati in contatto con una persona infetta non ancora risultata positiva

Un accorgimento che limiterebbe l’impatto sulla privacy degli individui non-positivi, potrebbe consistere nel prevedere che i dati sugli spostamenti di questi rimangano sul loro dispositivo, e vengano trasferiti su un registro centrale solo dopo l’accertamento di positività. Questa soluzione non consentirebbe però alle autorità di determinare i contatti precedenti alla positività incrociando gli spostamenti di chi sia risultato positivo con gli spostamenti di altre persone.

Oltre che mediante geolocalizzazione, i contatti tra persone possono essere rilevate mediante app che registrino gli avvicinamenti (per esempio, a meno di due metri) di altri dispositivi dotati della stessa app, mediante tecnologie quali Bluetooth. In questo caso ogni dispositivo mobile registrerebbe gli identificativi di tutti i dispositivi avvicinati.

  • Coveglianza sugli spostamenti delle persone risultate positive prima della loro positività. In questa ipotesi, gli spostamenti di tutte le persone, sia quelle successivamente risultate positive, sia quelle che non-positive sono registrati (come nell’ipotesi 4). Gli spostamenti di cui sia risultato positivo vengono incrociati gli spostamenti degli altri, e gli incroci che coinvolgono persone risultate positive vengono resi disponibili agli interessati (mi viene comunicato se e quando, nei miei spostamenti, ho avuto un contatto con una persona poi risultata positiva). Anche in questo caso, una soluzione più rispettosa della privacy delle persone non positive si avrebbe se i dati sugli spostamenti rimanessero sul dispositivo di ciascuno, venendo trasferiti su un registro centrale solo quando la persona risultasse positiva.

Qualora il trasferimento dei dati sugli spostamenti o sugli incontri fosse facoltativo, una questione chiave consiste nel come motivare le persone ad accettare che i dati sui propri spostamenti vengano registrati e resi accessibili a terzi. In particolare, nelle ipotesi 4 e 5 (che corrispondono al famoso modello coreano), la persona A divenuta positiva potrebbe non gradire che una persona B che è stato in contatto con lei possa sospettare o sapere di essere stata infettata o comunque messa a rischio proprio da A (la possibilità non è esclusa dall’anonimato, perché ad esempio, B potrebbe sapere che nel momento dell’incontro con un soggetto positivo stava conversando solo con A). Forse un incentivo sufficiente potrebbe consistere nel legare le due facce del sistema: da un lato il vantaggio di poter conoscere i propri incontri con soggetti risultati positivi, dall’altro lato lo svantaggio di rendere conoscibili a terzi i propri spostamenti qualora si risultasse positivo. Chi scarica l’app accetta entrambe le parti del contratto. Questa soluzione però mi sembra difficilmente attuabile quando i dati sullo spostamento di una persona dovessero restare sul dispositivo di questa fino all’accertamento della positività, a meno che non si preveda una sanzione per chi abbia accettato di usare l’app, e si rifiuti poi di trasferire i propri dati, quando sia risultato positivo.

Le opzioni non si limitano a quelle appena elencate, ma mi sembra siano le più significative. Una possibilità, molto intrusiva, attuata in alcuni paesi, consiste nella registrazione degli accessi ad uffici pubblici o aperti al pubblico: il cittadino è obbligato a registrare sul cellulare il codice a barre del locale cui accede, che viene trasmesso al registro centralizzato. Un’ulteriore possibilità, anch’essa limitativa delle privacy, oltre che fonte di possibili discriminazioni, consiste nell’assegnare automaticamente al cittadino un indice di rischio di contagio, calcolato in base alle sue attività, viaggi e incontri precedenti, e quindi sottoporre lo stesso a sorveglianza specifica e controlli anche prima di un test di positività, nel caso che il rischio calcolato superi la soglia stabilita.

La questione che ci dobbiamo porre è se in tutte queste ipotesi, i benefici per la salute siano superiori al sacrificio per la privacy. Si tratta di una “scelta tragica”, nel senso che qualsiasi opzione adottiamo, un importante valore individuale e sociale sarà compromesso, ma è una scelta inevitabile nelle condizioni in cui ci troviamo.

La questione fondamentale è quella della proporzionalità, il “ne vale la pena”. Vale la pena di adottare soluzioni molto limitative della privacy, come la 5 e la 6, che però probabilmente contribuirebbero a salvare qualche vita umana in più e faciliterebbero la ripresa delle attività economiche? Si può rispondere di sì, dato che la vita umana è valore supremo, ma noi spesso preferiamo soluzioni che presentano un certo rischio per la vita umana, a soluzioni che comportano un rischio minore (per esempio, perché non prevedere un limite di 80 km all’ora in autostrada, che ridurrebbe di molto gli incidenti mortali, implicando però una notevole perdita di tempo negli spostamenti). E quanto contano gli aspetti economici, rispetto alla privacy, considerando anche gli impatti negativi che una profonda crisi economica può avere sulla vita delle persone?

Altra questione è quella della necessità, applicata al modo in cui la soluzione tecnologica è stata attuata: era possibile limitare il sacrificio della privacy (e protezione dei dati) con ulteriori cautele?

Infine, le misure speciali di sorveglianza introdotte per contrastare il coronavirus dovrebbero essere strettamente limitate alla durata dell’epidemia. Bisogna però considerare il rischio che tali meccanismi di sorveglianza siano mantenuti anche dopo la fine dell’epidemia, e utilizzati per altri scopi.

In conclusione, mi sembra che la questione della sorveglianza sugli spostamenti quale misura anti-coronavirus sia molto aperta, e debba essere oggetto di un ampio e informato dibattito pubblico che includa aspetti sanitari e tecnologici, ma anche etici e giuridici.

La Salute è Unica

Contributo di Alessandra Scagliarini

Il corso della storia viene descritto come il graduale dominio dell’uomo sull’ambiente. Gli ultimi anni del’900 sono conosciuti come l’era post-infettiva e sono stati caratterizzati da un grande ottimismo nel mondo della medicina. La scoperta degli antibiotici ha permesso di controllare alcune gravi malattie letali dell’uomo e la messa a punto dei vaccini ha ridotto l’incidenza di malattie letali o invalidanti come il vaiolo e la poliomielite.

I microorganismi, inclusi quelli patogeni, rappresentano 25 volte la biomassa di tutte le forme di vita presenti sul nostro pianeta, uomo incluso.

Tutte le forme di vita sono in grado di adattarsi alle modificazioni ambientali alternando periodi di equilibrio (pace) a periodi di squilibrio (guerra) tra il micro-mondo e il macro-mondo. La pandemia che stiamo affrontando è un ulteriore esempio di quello che può succedere quando finisce il periodo di pace.

Nel mondo sviluppato, industrializzato e globalizzato, si è diffusa l’idea che l’uomo sia in grado di dominare l’ambiente circostante e che la nostra specie sia all’apice della catena alimentare e non solo parte di essa. L’organizzazione mondiale della salute afferma che il 60% delle malattie dell’uomo derivano dagli animali (zoonosi) e che il 75% delle patologie emergenti ha un serbatoio in una specie animale. Malattie come HIV, SARS, MERS e ora COVID-19 dimostrano come i microbi non riconoscano barriere tra uomo e animali, perché l’uomo è solo una delle specie che popolano il nostro pianeta.

Lo sviluppo culturale e industriale ha portato l’uomo ad essere il predatore più efficiente, ma ha contribuito a perturbare il fragile equilibrio tra micro-mondo e macro-mondo. Questo ha favorito la creazione di nuove nicchie ecologiche per virus, batteri e parassiti e facilitato i cosiddetti salti di specie. Il COVID-19 è l’esempio più recente, ma solo pochi anni fa un altro coronavirus dei pipistrelli (SADS-CoV) ha provocato in Oriente un’epidemia nei suini senza alcuna conseguenza nell’uomo.

A partire dalla prima rivoluzione agricola, l’ampliamento degli insediamenti umani e la coesistenza con gli animali, utilizzati per lavoro o per la produzione di alimenti, ha favorito molti salti di specie; sono così comparse malattie come il morbillo, il vaiolo e la varicella. E’ importante fare chiarezza sul fatto che i salti di specie non sono sempre caratterizzati dal passaggio di patogeni dagli animali all’uomo, ma possono avvenire anche in senso contrario, come nel caso della tubercolosi. Le cause che danno accesso a nuove nicchie ecologiche sono, nella maggior parte dei casi, mediate dall’azione umana e sono conseguenti a cambiamenti nello sfruttamento del suolo, nell’estrazione delle risorse naturali, nei sistemi di produzione, nei trasporti, nell’uso di farmaci antimicrobici, nel commercio globale, nonché a fenomeni complessi come il riscaldamento globale.

La trasmissione di patogeni da altre specie all’uomo non è quindi altro che la conseguenza naturale del rapporto dinamico che si instaura tra noi, gli animali e l’ambiente. L’urbanizzazione e la distruzione degli habitat naturali creano le condizioni perché l’uomo e gli animali selvatici vivano sempre più in prossimità favorendo la trasmissione di patogeni tra specie diverse.

Il ruolo degli animali come fonte di malattie epidemiche emergenti riceve molta attenzione da parte dell’opinione pubblica perché colpisce le economie dei paesi più sviluppati, ma la maggior parte delle zoonosi non provoca pandemie e uccide migliaia di persone ogni anno nei Paesi in via di Sviluppo.

Dopo l’illusione di un predominio possibile del macro-mondo sul micro-mondo, malattie come COVID-19 ci ricordano che un dominio vero dell’uomo sugli animali e l’ambiente non è possibile e che l’approccio basato su una specie preminente non è efficace perché la Salute è Unica.

Per approfondire
Hardt M, D (2015). History of Infectious Disease Pandemics in Urban Societies, Lexinton Books
Karesh WB, Dobson A, Lloyd-Smith JO, et al (2012). ‘Ecology of zoonoses: natural and unnatural histories’. Lancet, 380(9857):1936–1945. doi:10.1016/S0140-6736(12)61678-X
World Health Organisation (2014). A brief guide to emerging infectious diseases and zoonoses.

Fotogrammi delle città deserte. Il racconto nelle foto degli studenti

Contributo di Claudio Marra

Quando ho cominciato a fare lezione su TEAMS, nella prima settimana di sperimentazione, dopo sette giorni di blocco dell’attività didattica e mentre si stava delineando la nuova condizione di isolamento forzato, mi è sembrato subito di capire che forse, accanto ai contenuti che potevano ascoltare in questa nuova modalità di lezione, per gli studenti fosse importante sentirsi e rivedersi, fare rete, attestare una presenza, esserci.

Così è nata l’idea di chiedere loro fotografie che raccontassero ciò che stava accadendo. Hanno cominciato a mandarmele e ancora lo fanno…

Per carità, niente di particolare a confronto delle tante immagini professionali che stanno documentando in maniera, anche spettacolare, queste giornate. Ma sono i nostri studenti.

E allora guardo le loro fotografie, non tanto per il soggetto, per lo stile o cose del genere, ma come traccia della loro stessa volontà di presenza, la volontà e la voglia di mantenere un contatto col mondo, di continuare a guardare fuori

Del resto le fotografie possono essere straordinarie nell’aiutarci ad affrontare momenti difficili, come ha raccontato benissimo, nella sua autobiografia, Helmut Newton (un Newton forse sorprendente e inaspettato per chi conosce il suo lavoro nella moda) ricordando quando dovette affrontare la malattia della moglie:

Alla fine la operarono nell’aprile del 1982, e naturalmente scattai delle foto. La macchina fotografica rappresenta una sorta di barriera tra me e la realtà e quando devo affrontare qualcosa di particolarmente spiacevole, come il mio infarto e la lenta riabilitazione a New York nel 1971, scattare foto mi aiuta molto. Quando June ha dovuto subire questa complicata operazione nel 1982, mi accorsi di riuscire ad affrontare lei e il modo in cui il suo corpo si stava trasformando con molta più prontezza e coraggio ponendo una macchina fotografica fra i miei occhi e quelli di June.

Previsioni, profezie e modelli ai tempi del Coronavirus

Contributo di Ignazio Drudi

1. Perché

Ho cominciato ad interessarmi all’andamento del COVID-19 dal 22 febbraio, se devo confessare la motivazione vera, si è trattato di una reazione di irritazione per i titoli e gli annunci che giornali e TV strombazzavano in quei primi giorni, talvolta anche citando autorevoli colleghi, sicuramente travisando il loro messaggio.

Risultato immagini per prime pagine giornali coronavirus

Ovunque si parlava di progressione esponenziale della diffusione del virus con toni da apocalissi prossima ventura. Mi occupo di stime di modelli statistici nella mia attività didattica e di ricerca da (ahimè) quasi 40 anni e quando sento parlare di modelli di crescita esponenziale mi viene l’orticaria.

Dal punto di vista scientifico, non credo che in natura esistano crescite esponenziali o, anche se esistessero, non ci sarebbero osservatori in grado di descriverle e analizzarle.  Ma la seconda motivazione è ancora più soggettiva e per me più importante: da inguaribile illuminista, considero il panico e la paura irrazionale fattori controproducenti per il contenimento della epidemia e sono convinto che la razionalità debba essere il motore di un comportamento prudente e socialmente accettabile.

Infine, una motivazione pro domo mea: almeno nelle informazioni che ci danno i media, non trovo nessuna traccia del contributo che la Statistica potrebbe/dovrebbe dare in questa situazione. Non posso non sottolineare che, per quanto abbia cercato,  nella task force della Protezione Civile non ho trovato nemmeno uno statistico.

2. Il modello

Alla luce di queste motivazioni, ho cominciato a studiare quale tipo di modello potesse essere, allo stesso tempo, sufficientemente efficace, ma anche facile da comunicare ai non specialisti, proprio per cercare di introdurre qualche elemento di razionalità nella difficile situazione che ci troviamo a vivere. Sono ben cosciente che un lavoro scientificamente ineccepibile dovrebbe sviluppare ben altre metodologie, ma come detto, non era questo l’obiettivo

Per questo ho scelto un modello logistico nella formulazione di Verhulst, relativamente semplice da spiegare e ben consolidato in letteratura, più volte utilizzato come “descrittore” di andamenti epidemiologici.

Si tratta di un modello nato in ambito demografico per descrivere la traiettoria di crescita di una popolazione. Anche il modello di Pierre François Verhulst nasce, curiosamente; come una reazione, sia pure garbata, all’ipotesi esponenziale avanzata da Malthus. La frase più famosa che viene attribuita a Verhulst è proprio “L’ipotesi della progressione geometrica regge solo in casi molto speciali

L’idea che sta alla base del modello adottato è che il tasso di riproduzione è proporzionale alla popolazione esistente, ma che il tasso di riproduzione è proporzionale all’ammontare di risorse disponibili. Detto in altri termini, qualunque sistema che contiene una popolazione ha una “carrying capacity” che modella la competizione per le risorse disponibili e che tende limitare la crescita delle popolazioni.

Supponendo che il numero di individui di una popolazione sia una funzione continua del tempo, che ammette derivata continua, si ha che l’incremento della popolazione al variare del tempo può essere rappresentato dalla derivata che, in un modello elementare, si può supporre direttamente proporzionale al numero di individui della popolazione stessa.

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Si ha pertanto la seguente equazione differenziale:

con r: parametro di crescita malthusiana

Pertanto se r è una costante la popolazione cresce in maniera esponenziale con pendenza dipendente da r.

Invece, in un ambiente la cui disponibilità di risorse è limitata, si può descrivere l’evoluzione della popolazione utilizzando un coefficiente r che decresce all’aumentare della popolazione: il modello più semplice è

con a e b costanti.

Sostituendo tale funzione nella precedente equazione differenziale si ottiene:

Naturalmente sono possibili formulazioni alternative del modello, ma quella presentata nella forma precedente è agevolmente stimabile dal punto di vista statistico e richiede unicamente la conoscenza dell’ammontare dei casi di contagio

La forma differenziale, inoltra, si presta meglio ad essere divulgata anche tra i non esperti perché la sua rappresentazione grafica mostra un “picco” laddove la soluzione integrata logistica presenta solo un flesso, difficilmente riconoscibile ad occhio e meno comprensibile.

In sostanza, essa si presenta come una sorta di curva a “campana” non sempre simmetrica, con una fase di crescita, seguita da un “plateau” e poi una discesa più o meno “ ripida. Una tale figura è probabilmente ciò che una persona qualsiasi coglie con maggiore immediatezza.

3. Cosa è successo

La pluridecennale frequentazione di stime e modelli mi ha subito restituito, a pelle, un buon feeling con le prime prove e le prime stime. MI sono convinto che il modello “teneva”.

Ma il punto più rilevante è che ho scelto i social network per comunicare quelle che ho chiamato le mie “cabale”. Io avevo sempre utilizzato Facebook e twitter o come fonte di dati per studiare il mood sociale o come mezzo per comunicare con gli amici più stretti o con i familiari.

La sorpresa, che non saprei definire se piacevole o no, è stata una risposta del tutto inaspettata in termini di interesse e di “sete di capire”. I miei tweet hanno avuto fino a 30.000 consultazioni e miei “amici” su Facebook sono passati da alcune decine ad oltre 500.

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Dal punto di vista personale questo comporta un lavoro non banale, mi arrivano richieste di elaborazioni di ogni genere a anche qualche lamentela se per caso un giorno pubblico le mie previsioni con ritardo, ma considero questo sforzo come parte integrante del mio lavoro, che ha non come ultimo obiettivo la diffusione di un po’ di sensibilità statistico-quantitativa nel modo di pensare quotidiano. Credo che i colleghi delle varie discipline “scientifiche” (sciocca antinomia con “umanistiche” e/o “sociali) capiscano bene cosa intendo dire.

Chissà se fra i diversi cambiamenti che questa epidemia introdurrà nel nostro modo di vivere  non si possa annoverare anche un piccolo miglioramento del rapporto tra scienza e società, soprattutto in Italia, convincendo noi ad essere migliori divulgatori di ciò che sappiamo e i nostri concittadini a non chiudere occhi e orecchie quando si presenta o si parla di numeri. 

Se così fosse, sarei orgoglioso di aver portato la mia piccola pietruzza.

2020: Odissea verso dove lo dobbiamo decidere noi

Contributo di Lea Querzola

In queste settimane abbiamo tutti più tempo per pensare; non dico riflettere –parola che ha una sua pretenziosità – ma pensare, a casa, col naso all’insù, guardando un soffitto o una parete che è lì da qualche decennio ma che, in fondo, ci pare di non aver mai visto prima.

E stamattina, al risveglio, mentre qualche uccellino felice della vita cantava incurante del freddo improvvisamente ritornato, pensavo ai tanti decenni già vissuti, a che messaggio ci abbiano portato, a che cosa ci possa dire l’oggi.

Gli anni Ottanta, con la loro ubriacatura lussuriosa, le top model, l’edonismo reaganiano, Pertini al Bernabeu, il Papa polacco, il crollo del muro e la ricchezza manifesta – forse anche grazie alla lira, che consentiva pure agli operai di possederne qualche milione – sì decisamente, gli anni Ottanta sono i miei preferiti. Nei Novanta il baricentro del mondo finanziario si sposta, dagli Stati Uniti verso la Cina. E questa arriva, oltre che sulle nostre tavole, anche nei nostri abiti: le giacche di re Giorgio di quegli anni sono una versione chic dell’uniforme mandarina; Claudia e Cindy, troppo opulente, cedono lo scettro a Kate, più ossuta e spigolosa, insomma, più cinese; nella musica, Nirvana, Depeche Mode e Gun’s and Roses scalzano i gruppi più bellocci, ma più superficialotti, del decennio precedente.

La seconda parte dei Novanta però è confusamente effervescente e a tratti tristemente pacata, come le feste quando s’è fatta una certa ora e sai che stanno per finire: non ti diverti più e inizi a pensare a dove avevi lasciato il cappotto.

Tre, due, uno,un trenino cantando “BrigitteBardotBardot”, e inizia il Duemila. Altro che anno nuovo, millennio nuovo. Qui tocca essere ottimismi per forza, anche perché se vale il detto che “il buongiorno si vede dal mattino”, qui se va male siamo fottuti per mille anni; quindi speriamo che vada bene.

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Ora, bene bene il millennio non parte. È appena il settembre 2001 quando a New York, che è come dire Roma o Parigi, accade quel che accade. Il 2002 si apre con l’entrata in circolazione dell’euro (e all’operaio di cui sopra, gli pare subito di aver preso una mezza fregatura); nel 2006 almeno vinciamo i Mondiali, contro i francesi poi, che su, diciamolo inter nos, è come quando vinciamo contro i tedeschi, una bella soddisfazione; però dura poco, è un’allegria finta, come quella da superalcolico.

Arriva il 2008, la crisi più forte dal dopoguerra, e iniziamo ad aspettare il decennio successivo. Scavalliamo il 2012, anno su cui i Maya avevano – pare – lanciato qualche profezia; non sappiamo bene nemmeno noi dove ci troviamo, con che cosa abbiamo a che fare; inventiamo o prendiamo confidenza con parole nuove (globalizzazione, geolocalizzazione, genitore 1 e genitore 2, ma il 3 è un numero come un altro, che cosa ci ha fatto per fermarci a 2), siamo tutti disorientati, tutti.

Naturalmente, però, ci portiamo in giro con la faccia di chi ha il numero 10 sulla schiena, come dice Cesare; un po’ perché mostrarsi perdenti (umani, forse?!) non va di moda; un po’ perché cerchiamo, chi può, di non pensare troppo: uno, due, tre o più viaggi all’anno, i finesettimana fuori porta, ogni giorno invece fuori casa da mattina a sera, lavoro, palestra, estetista, convegno, colazione con le amiche, shopping, la spesa, il circolo, ah già i figli, è vero, ci sono anche quelli, chi li ha dovrà pure pensarci ogni tanto … e così siamo andati avanti, fino a qualche settimana fa.

Quando abbiamo fatto il trenino lo scorso Capodanno, c’era qualche voce di sottofondo sul 2020, l’anno con la doppia cifra che si ripete, che capita ogni non so quanto (per fortuna!), ma non la si ascoltava, giustamente, siamo scienziati, mica leggiamo i tarocchi per mestiere … Poi è arrivato lui: no, purtroppo non George Clooney alla porta che senza di lui “no party”; è arrivato il virus.

Che ci toglie i viaggi, la palestra, a qualcuno anche il lavoro, l’estetista, i convegni, le colazioni con le amiche, i figli no, quelli speriamo che non ce li tolga. Più spesso ha tolto padri, madri, nonni, zii, fratelli, migliaia di morti, un’ecatombe.

Per questo, personalmente, non mi basta che scopriamo il vaccino, che non si muoia più, che “torniamo alla vita di prima”, essendoci buttati alla spalle questa esperienza, come fosse una brutta parentesi.

Non mi basta, non ci può bastare, per quei morti, al cui sacrificio dobbiamo dare un senso. Tornare alla “vita di prima” non si può, perché non ci saranno più le persone che c’erano prima; e a meno che non siamo una comunità solo a chiacchiere – cosa assai probabile – non dobbiamo tornare a niente: dobbiamo continuare a vivere con nuova consapevolezza, con rinnovata gratitudine per l’esistenza (che, “prima”, diciamolo, sembrava ci mancasse sempre qualcosa), col fermo proposito di essere meno egoisti e meno cattivi (meno stronzi si può dire?!) di prima; praticamente battaglie impossibili, scoprire il vaccino sarà più facile.

Virus, non ci piaci, non solo perché ci uccidi come mosche, quando trovi in noi terreno fertile; non ci piaci perché ci sbatti in faccia che siamo piccoli, poveri e provvisori, mentre ci crediamo grandi, ricchi ed eterni. Chissà che, in mezzo al tanto male e dolore che stai provocando, tu non possa fare – a chi avrà in sorte di sopravviverti – anche un po’ di bene.

Davvero niente sarà più come prima?

Contributo di Gianfranco Pasquino

Niente sarà più come prima. Se tornasse “tutto come prima” vorrebbe dire che non avremmo capito molto e, soprattutto, che non avremmo imparato niente. Non avremmo capito che chi non protegge e non promuove l’ambiente predispone di continuo alcune condizioni che facilitano le epidemie e altri guasti.

Non avremmo capito che è giusto e “democratico” che le decisioni che valgono per una comunità debbono essere prese dai politici scelti attraverso elezioni free and fair e che gli eletti hanno l’obbligo costituzionale e morale di assumersene personalmente sempre tutta la responsabilità. Ma, nessuno dei rappresentanti e dei governanti dovrà più, mai più ignorare i pareri e le conoscenze degli esperti, dei tecnici, degli scienziati.

Neppure in politica “uno vale uno” (è solo il voto degli elettori che ha valore eguale), ma certamente in tutti gli ambiti professionali, qualcuno vale più di altri quanto a competenza, esperienza, capacità di proporre soluzioni. Non c’è nessun scivolamento dolce e rassegnato verso la tecnocrazia (che, comunque, non potrebbe configurarsi come “tornare a prima”), ma il decisivo e positivo riconoscimento che nella modernità esiste qualcosa chiamato scienza che merita rispetto. Molto più prosaicamente e concretamente, merita anche finanziamenti e non soltanto per evitare che i “nostri” giovani ricercatori siano obbligati ad andare all’estero.

Se, molto improbabilmente, tutto tornasse come prima vorrebbe dire che non abbiamo imparato alcune altre lezioni importanti e irreversibili. La globalizzazione porta con sé grandi opportunità, ma anche grandi rischi. Non vi si può opporre, ma la si deve regolare. Allora, diventa indispensabile individuare, stabilire, scegliere e fare rispettare buone regole a livello globale.

Non tornare a prima, ma costruire e potenziare le organizzazioni sovranazionali è un imperativo categorico. Questo imperativo vale anche per i sovranisti. Stanno spostando il tiro, ma non sembra che abbiamo imparato che nessuno in questo mondo e nel mondo che verrà, avrà più il potere di chiudere le frontiere, di sigillarsi, di vivere nell’autarchia (famigerata illusione del fascismo), di fare a meno di un coordinamento quanto meno europeo.

 Ed è proprio in questo ambito che nulla dovrà tornare come prima, tutto dovrà cambiare per andare avanti, politicamente, socialmente, economicamente, culturalmente.

Non credo che molti abbiamo capito che cosa è e che cosa significa effettivamente la democrazia. Vedo che troppi stanno sporgendosi a lodare il sistema politico cinese che, tecnicamente, è totalitario, con tutto il potere nelle mani del partito unico e del suo segretario Presidente, perché avrebbe bloccato e posto fine in tempi relativamente brevi all’epidemia. Loro, i cinesi, torneranno a come prima e, in assenza di libera circolazione delle informazioni, come prima saranno esposti alla prossima epidemia.

Sento che molti accigliati democratici deplorano le misure di controllo sui movimenti dei cittadini non solo italiani, di limitazione della libertà di circolazione. In Italia, tornare a come prima, significa non tanto recuperare un’apprezzabile situazione di libertà quanto ripristinare una deplorevole e criticabile situazione di violazione frequente, quasi sistematica, spesso condonata, delle regole. Andare oltre significa ripensare i rapporti interpersonali cominciare dall’esempio offerto dalle migliaia di medici e di operatori sanitari che stanno consapevolmente mettendo in gioco la loro salute e la loro vita per la salute e la vita degli altri, molti dei quali hanno violato le nient’affatto oppressive regole di non circolazione.

Andare oltre, avendo imparato qualcosa di importante, significa prendere atto, insegnare e desiderare che tutti sappiano che la libertà di ciascuno di noi si arresta e finisce dove incontra la libertà di chiunque altro. Che la nostra libertà si costruisce intorno alla fiducia che, come facciamo noi (sic) tutti gli altri rispetteranno le regole.

Reazioni a catena: il COVID-19 e la Cinetica dei Reattori Nucleari per capire il tasso netto di riproduzione

Contributo di Emanuele Ghedini

Sebbene sembrino apparentemente distanti, le discipline della Fisica dei Reattori Nucleari e l’Epidemiologia hanno in realtà almeno una cosa che le accomuna: il concetto di reazione a catena.

È certamente vero che l’oggetto principale delle due discipline, il nocciolo di un reattore a fissione e una popolazione soggetta a contagio epidemico, sono due sistemi radicalmente differenti; eppure la loro fenomenologia è definita dal comportamento di due entità elementari, parte di quei sistemi, la cui scomparsa o moltiplicazione avviene a seconda della tipologia di interazione con l’ambiente circostante.

Queste due entità sono il neutrone e la persona contagiata da patologia trasmissibile, la cui numerosità è espressa rispettivamente da due grandezze fisiche: il flusso neutronico (cioè i neutroni che attraversano ogni secondo un particolare punto) e il numero di casi di persone contagiate. Il neutrone si moltiplica se riesce a indurre una fissione nucleare e scompare se viene assorbito da un nucleo non fissile. Similmente i contagiati si moltiplicano se riescono a venire in contatto con persone suscettibili di contagi, mentre si riducono se guariscono o vengono isolati. Appunto, reazioni a catena.

Questa analogia tra le discipline mi ha messo in una posizione privilegiata per comprendere il lavoro che i colleghi epidemiologi stanno facendo per monitorare e prevedere l’andamento dell’epidemia di COVID-19, essendo io un docente di fisica del reattore nucleare ed avendo familiarità con i sistemi moltiplicanti. Infatti, i modelli matematici usati in epidemiologia sono spesso sottocasi di modelli più complessi che si usano nella cinetica del reattore nucleare.

Infatti, lo scopo dello scienziato e in particolare del modellista è formalizzare matematicamente i meccanismi di interazione tra le entità e il resto del sistema, scrivendo equazioni che mettono in relazione le grandezze fisiche, così da poter fare previsioni sulla base delle condizioni iniziali e stimare alcune grandezze importanti che purtroppo sperimentalmente non si riescono a misurare.

Devo però ammettere che il nocciolo di un reattore nucleare è in un certo senso più semplice da modellare rispetto a una popolazione soggetta ad epidemia. Questo perché il nocciolo è progettato e costruito da noi, che ne conosciamo tutti i dettagli in termini di geometria e di materiali; ma soprattutto perché i neutroni (e i nuclei atomici) si comportano tutti allo stesso modo!

Inoltre, le misure sperimentali possono essere svolte in maniera molto accurata, dandoci conoscenza istantanea dello stato del sistema. Questa prevedibilità (che è anche dovuta al grande numero di entità neutroniche e atomiche per volume) ha permesso ai reattoristi di costruire modelli estremamente sofisticati e matematicamente molto complessi del comportamento di un reattore nucleare e della evoluzione della sua popolazione, sia in termini di neutroni che di nuclei, che va sotto il nome di Cinetica del Reattore Nucleare.

L’oggetto di indagine dell’epidemiologia è invece molto più sfuggente. I comportamenti dei singoli elementi sono infatti decisamente meno prevedibili di quelli di un neutrone e la loro numerosità è molto inferiore. Basti pensare che spesso è il comportamento di pochi singoli a inizio epidemia a definire il contenimento o meno su scala nazionale. Inoltre, effettuare misure per valutare l’effettivo stato di sviluppo del contagio è molto più complicato e i risultati molto meno affidabili. Basti pensare alle incertezze sui test con tamponi per la positività e alla valutazione delle cause dei decessi. Questo pone limiti alle capacità di utilizzare modelli epidemiologici in quanto i dati, sia per crearli che per validarli, sono più incerti.

La prima similitudine che ho visto tra i modelli per reattori nucleari e per l’epidemiologia è l’uso di un indicatore per definire se il sistema vede le sue entità elementari (neutroni o contagiati) aumentare infinitamente, diminuire fino a scomparire, oppure restare costanti in numerosità.

I primi usano il coefficiente di moltiplicazione k, definito come i neutroni che un singolo neutrone presente nel reattore può generare, mentre i secondi il tasso netto di riproduzione R0, definito come il numero di casi che può generare una persona contagiata nella popolazione. Attenzione, perché questi due numeri non ci dicono quanti neutroni o casi di contagio sono presenti al momento, ma solo di quanto varieranno nel tempo. Per esempio, una popolazione che si lava spesso le mani avrà un R0 minore di una popolazione che non se le lava, a prescindere che ci sia o meno una epidemia in atto.

Il criterio per discriminare tra un reattore che aumenta indefinitamente la sua potenza e uno che si spegne è quindi lo stesso che possiamo usare per discriminare se una epidemia si espanderà o scomparirà: k o R0 maggiore o minore di 1. La stazionarietà la si ottiene solamente con k o R0 uguali a 1, ovvero per ogni contagio abbiamo una guarigione.

Per esempio, un contagiato che entra in un paese che ha buone pratiche igieniche (R0 ≤ 1) non darà inizio a nessuna epidemia (anche se in realtà R0 dipende anche dalle caratteristiche di contagiosità del virus stesso e non solo dalle buone pratiche igieniche), così come un neutrone che entra in un sistema sottocritico (k ≤ 1) non darà inizio a nessuna reazione a catena di fissione. Il grafico 1 mostra chiaramente questi tre casi, e in più rende evidente l’andamento esponenziale della curva: in parole povere, ad ogni istante la curva cresce (o cala) un po’ di più rispetto all’istante precedente.

Tutti noi stiamo ora cercando di capire quando questa epidemia smetterà di crescere, cioè quando R0 arriverà a 1. Ma come capirlo dai dati che possediamo? Possiamo disegnare la curva dei contagiati e cercare capire quando comincerà a curvare di meno verso l’alto. Ma valutare la curvatura di una curva non è molto semplice! Per questo si usano i grafici a scala logaritmica che trasformano le curve esponenziali con R0 costante in rette. Il grafico 2 mostra le stesse curve del precedente in scala logaritmica, nelle quali le curve ora sono rette con diversa pendenza. Dall’inclinazione della retta possiamo stimare esattamente R0: se punta in alto è maggiore di 1, se punta in basso è minore di 1 e se è orizzontale è uguale a 1. Stesso discorso per i reattori nucleari che vengono mantenuti a potenza costante con k = 1;

Dai dati possiamo anche valutare la nostra capacità di applicare le misure di contenimento emanate dal Governo. Prendiamo i grafici in scala logaritmica e valutiamone la pendenza di periodo in periodo: più la retta è orizzontale, più R0 tende a 1. Come esempio, nel grafico 3 trovate la curva dei contagiati attuali per l’Emilia-Romagna che ha continuato ad inclinarsi sempre di più verso R0 = 1 man mano che le misure sono state recepite. L’andamento è promettente, ma c’è bisogno di un ulteriore sforzo per aspettare che le misure prese due o tre settimane fa comincino a mostrare i loro effetti, a causa dei tempi di incubazione e di guarigione medi dei malati.

Ovviamente tutto questo non è scienza esatta, per i motivi sopra detti. Molto dipende da come la popolazione reagisce alle misure. In parole povere il valore di R0 lo decidiamo noi: diversamente dai neutroni noi possediamo la libertà di azione… nel bene e nel male.

Detto con un ultimo grafico, siamo noi che dobbiamo disegnare la parte mancante dell’arcobaleno.

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Il coronavirus come fatto sociale totale: l’impatto culturale dell’epidemia

Contributo di Vincenzo Matera

Ci sono due aspetti della diffusione del coronavirus Covid-19 che mi sento di poter evidenziare e che mi sollecitano una riflessione.

Primo, gli aspetti legati agli impatti che un processo globale come senza dubbio è l’epidemia/pandemia ha esercitato sulla dimensione locale.

Secondo, il carattere di vero e proprio fatto sociale totale che tale fenomeno presenta.

I due aspetti sono collegati: allorché un processo globale investe e travolge una località (paese, regione, nazione, continente) si configura nella percezione delle persone coinvolte come un fatto sociale totale.

Secondo la definizione dell’antropologo Marcel Mauss, un fatto sociale totale è un sistema/insieme di discorsi (retoriche, dibattiti, teorie, dichiarazioni, opinioni, slogan, ecc.) e di pratiche (azioni politiche, divieti, controlli, prescrizioni, comportamenti, precauzioni, limitazioni, ecc.) che permea ogni aspetto della vita e delle interazioni sociali. Il coronavirus coinvolge nel suo accadere (reale e immaginario) la pluralità dei livelli sociali: scienza medica, tecnologia, politica, economia, religione, parentela, educazione, comunicazione.

In tale cornice, rivestono una rilevanza notevolissima i modi in cui i media (e i social media), hanno modellato i contenuti relativi all’epidemia. Ognuno di questi livelli del sociale è stato sollecitato ed è emerso nella sfera pubblica in modo peculiare. Secondo campi di forza e dinamiche sociali più o meno nascoste.

Per esempio, le direzioni di pensiero incanalate nei social, da questi amplificate nei loro effetti pratici, ironici, isterici, rassicuranti, allarmanti, strumentali, e retorici, hanno contribuito a formare una “cultura” del virus, prima del suo arrivo – quando se ne osservava da lontano l’andamento, e dopo il suo arrivo – quando la gestione del problema è diventata molto vicina.

La cultura del virus di “prima”, è stata all’insegna di una compassione mediatica e di un coinvolgimento molto lievi, analoghi a quelli che i media ci inducono quando trasmettono le immagini di un barcone alla deriva pieno di persone (che però stentiamo a riconoscere nella loro piena umanità, in fondo sono semplici “migranti”); solo quando i media stessi, secondo una curva emotiva che li accomuna (per esempio di fronte alle immagini di un bambino morto su una spiaggia) hanno un sobbalzo di dignità, anche noi spettatori per un minuto in più ci immedesimiamo riconoscendo un briciolo di umanità alla vittima e percependo un briciolo di compassione in più, ma è solo un momento. A tal punto ci lasciamo ormai trascinare anche emotivamente dall’impostazione che Tg e quotidiani (e social media) danno agli eventi.

Così, anche la cultura del virus prima che arrivasse qui è stata all’insegna della quasi indifferenza: le immagini delle metropoli cinesi deserte, degli uomini in tuta bianca intenti a disinfettare le strade, dei capannoni-ospedali pieni di letti le abbiamo osservate a distanza, senza “leggerle” in profondità.

Vale a dire, è mancata totalmente – ed è stata altrettanto totalmente ignorata dal livello mediatico e politico – la consapevolezza del carattere globale di quei fatti. Insomma, abbiamo percepito, ci siamo lasciati orientare nella percezione del fenomeno, dei fatti come lontani, e locali. Nell’illusione di poter restare indifferenti o quasi a quanto accade agli altri. Ogni frammento di territorio italiano (e così anche in altri paesi) ha continuato nei suoi scambi, legami, intrecci, nella mobilità verso e dalla Cina, in linea con quanto abbiamo imparato da quando siamo protagonisti della Grande Narrazione del Mondo globale e delle sue meraviglie.

Tutto questo, però, è indice di una globalizzazione incompiuta, e purtroppo anche fuori controllo. Infatti, le conseguenze – disastrose – sulla dimensione locale di fenomeni globali (come le crisi economiche, il terrorismo, la speculazione finanziaria, il traffico di stupefacenti, l’inquinamento e, per arrivare ai fatti drammatici che stiamo vivendo, la diffusione di un virus sconosciuto) dimostrano che il nostro coinvolgimento in ciò che accade altrove e ad altri è totale. Dimostrano anche che non si può far fronte – in modo efficace – a un processo globale con armi locali.

La “caccia agli untori” che ha contrassegnato le reazioni (almeno all’inizio) degli altri paesi europei rispetto al contagio italiano è un altro indice di quanto siamo ancora lontani dal portare a termine la costruzione di una cornice globale in cui vivere senza scompensi e disparità. Ancora una volta, rispondere localmente puntando il dito sugli italiani infetti e chiudendo le frontiere (o minacciando di farlo) invece di concordare a livello internazionale (almeno europeo) risposte comuni e unitarie, significa essere globali solo nei proclami europeisti sempre pronti poi a chiudersi nell’illusione provinciale della tenuta dei confini nazionali.

Il bello (in senso drammatico) è che questa dinamica ha un andamento sempre relazionale: la Francia e l’Austria – prima di capire/ammettere che il virus è globale – mettevano all’indice gli italiani; ma in Italia, per esempio, i liguri indicavano – prima che anche la Liguria, come il resto della nazione, venisse decretata zona “protetta” (non entro nell’ironia dell’eufemismo) – i Lombardi come i contagiati pericolosi (“non vi vogliamo”, “andatevene”, “vengono qui a infettarci” erano i post più benevoli che ho letto su alcune piattaforme, per non dire della ridicola ordinanza che il sindaco di Finale Ligure ha emesso intimando ai Lombardi e ai Piemontesi presenti nel territorio del comune a dichiararsi e a restare chiusi in casa, come se – al solito – il problema riguardasse solo alcuni).

Mi auguro che, una volta usciti da questa situazione davvero brutta, si avvii una riflessione accorta sui rischi che si corrono a stare dentro una globalizzazione incompiuta, e sull’urgenza di progettare delle cornici adeguate a gestire e controllare i processi globali che, quali che siano, se lasciati fuori controllo, possono provocare sconquassi. Con buona pace dei sostenitori a oltranza del libero mercato, senza regole, come principio ultimo capace di regolare tutti gli altri aspetti della vita sociale. Così non è.

Uno degli effetti negativi che derivano da un “locale” in balia del “globale”, è l’aumento della percezione sociale del rischio e dell’incertezza. Riflettiamo sul fatto che una nostra esigenza primaria è vivere in un mondo dotato di “ordine, direzione, stabilità”.  

La percezione dell’incertezza può essere allora una chiave di lettura utile per cogliere alcuni aspetti di un fenomeno come la diffusione di un virus sconosciuto che ha come dato principale l’imprevedibilità. Quali abilità si attivano per ridurre l’imprevedibilità e provare a rimettere ordine nella vita? E’ una domanda non nuova per l’antropologia, specie nell’ambito degli studi di quelle società in cui – più che in altre – la quotidianità è pervasa da senso costante di vulnerabilità, da ansia continua, da altalene di speranza (attesa) e delusione, condizione che a volte spinge all’arte del “navigare a vista”, dell’improvvisazione, dell’arrangiarsi come modalità di tenere insieme faticosamente la propria ma anche quella delle persone vicine.

Il paradigma dell’incertezza rivela un articolato insieme di concetti ai quali ricondurre azioni, reazioni, logiche, comportamenti: insicurezza; indeterminatezza; rischio; ambiguità; ambivalenza; opacità; oscurità (brancolo nel buio); invisibilità; mistero; dubbio; scetticismo; occasione; possibilità; speranza; ipotesi, previsioni. Tutti concetti che costellano le reazioni preoccupate, razionali, ironiche, irrazionali, assurde comparse in particolare sui social allorché il virus è arrivato da noi. Di colpo ci siamo ritrovati – da che eravamo immersi in una mobilità sconfinata – dentro una immobilità forzata che facciamo fatica a accettare.

Dentro una cornice antropologica ritengo che si possa legare la dimensione dell’incertezza che aumenta oltre misura in queste settimane a un venire meno delle risorse culturali e delle competenze utili per muoversi in modo sensato nello spazio sociale, necessarie per percepire che la propria esistenza ha un ordine, una direzione, una stabilità. L’incertezza è il non saper bene come agire, che fare, che direzione prendere, per il venir meno di punti di riferimento.

Come appare evidente, la dimensione dell’incertezza è parte dell’esperienza umana, quali che siano i modi storici in cui questa si realizza; altrettanto ovvia è la considerazione della variabilità che la caratterizza, nel tempo e nello spazio; meno ovvio è invece il riconoscimento del carattere culturale dell’incertezza, del modo in cui ce la rappresentiamo, la sperimentiamo, la percepiamo. L’incertezza, del resto, è un prodotto sociale e culturale; dipende, ed emerge quindi, dalle relazioni sociali, dalle configurazioni culturali, che in certi casi creano incertezza.

Parallelamente, relazioni sociali e configurazioni culturali possono anche ridurre l’incertezza, anzi, proprio questo è il loro effetto primario. L’incertezza, l’imprevedibilità, scaturiscono dal presente, e si proiettano nel futuro; informano di se stesse l’esperienza del tempo, gli orizzonti e la capacità progettuale: il fare programmi, il coltivare aspirazioni, lo sperare che qualcosa si realizzi o non si realizzi, l’augurarsi buona fortuna – l’”andrà tutto bene” che circola in questi giorni – emergono allora come risorse culturali, che possono essere incrementate o schiacciate dalle condizioni sociali.

L’incertezza domina la vita degli abitanti dei “mondi magici”, di cui l’antropologo Ernesto De Martino delineò la problematicità dell’esserci, un esserci “non deciso” e quindi a rischio di dissoluzione nel nulla. Comprendere il senso della vita di costoro non è possibile se non uscendo dal pregiudizio antimagico dominante nel nostro mondo, – un mondo o un insieme di mondi dove l’esserci era divenuto un “dato” quasi inossidabile, per riconoscere la funzione dei dispositivi magici (e religiosi) di consolidare l’esserci incerto. La preghiera alla “madonnina” del Duomo di Milano dell’altro giorno ne è forse un esempio.

Nella società contemporanea, in molti dei suoi luoghi, e in molti dei suoi abitanti, l’incertezza sembra affiorare in modo preponderante, come dominus incontrastato a volte, o anche come una forza imperscrutabile e inevitabile, che segna pesantemente l’esperienza. È ovvio che l’incertezza regni sovrana nei periodi di guerra, allorché “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”; nei periodi di trasformazione, quando un certo ordine del mondo viene meno, nei periodi di crisi.

La diffusione di un virus provoca un’incertezza che si manifesta a caduta nella quotidianità delle persone. È in questi casi il paradigma dell’incertezza si fa contesto, inizia a far presa, a modellare modi di pensare e di essere nel mondo.

Modi di pensare e di essere il cui tratto distintivo è trovare espedienti (o rimedi) contro la dissoluzione dell’ordine, della stabilità, di una possibile direzione che provoca una sorta di ansia da disorientamento. I supermercati presi d’assalto possono essere un esempio di questi meccanismi. Un modo di agire che momentaneamente tampona l’ansia, alimentata anche dalla frammentazione delle reazioni (pareri diversi degli esperti, proposte politiche diverse, fake news e informazioni amplificate) e dalla continua correzione delle risposte (sui giorni di contagio, sull’utilità dei dispositivi di protezione, sulla effettiva pericolosità del virus, sui provvedimenti presi per contenere l’epidemia ecc.).

Tutto ciò che invece in qualche modo aiuta a ricostruire un orizzonte ordinato e prevedibile, come è ovvio, può ridurre l’incertezza.

Un destino comune: diritti dell’uomo e diritti della Terra.

Contributo di Silvia Bagni

Sono una giurista, e sono convinta che il ruolo della nostra categoria, in questo momento di emergenza sanitaria globale, si debba limitare a sostenere lo sforzo collettivo verso l’obiettivo di limitare la diffusione del virus. Intendiamoci, tutti dobbiamo essere costantemente vigili rispetto all’uso legittimo da parte del “Sovrano” dei poteri che gli sono stati attribuiti in Costituzione, ma nel caso attuale non sembra vi siano rischi per la democrazia del Paese.

Raffinati giuristi si sono già espressi a riguardo, come Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale, in un articolo su Repubblica

Per il resto, ci sarà tutto il tempo, una volta che l’epidemia sarà stata contenuta e l’emergenza passata, per raffinate disquisizioni sul rispetto delle competenze normative, sull’uso eccessivo dei poteri di emergenza, sull’irragionevolezza di certe disposizioni, sulle norme intruse nei decreti, ecc.

Vorrei invece portare l’attenzione sulla consapevolezza che questa nuova esperienza traumatica dovrebbe portarci ad acquisire, di essere parte di una comunità di destino, che non soltanto include tutti gli esseri umani, ma anche il resto dei viventi, nelle loro relazioni reciproche e con le componenti abiotiche del loro habitat naturale.

Sono infatti numerosissimi gli studi scientifici che dimostrano come le zoonosi, ossia il passaggio di parassiti da specie animali all’uomo, con il conseguente prodursi di ricorrenti epidemie, come quella del coronavirus, siano strettamente legate ai cambiamenti ambientali che l’uomo ha impresso all’ecosistema Terra, in particolare nell’era oggi definita Antropocene, come ricordato da Michele Carducci in Il corpo “malato” del Sovrano.

Come già avvenuto dopo il trauma della seconda guerra mondiale e dello sterminio nazista, che produsse come reazione la Dichiarazione universale dei diritti umani, le molteplici crisi che stiamo vivendo potrebbero essere l’occasione per l’adozione di una nuova Dichiarazione universale, questa volta dei diritti della Madre Terra, come auspicato da tempo da molteplici voci di esponenti politici, scienziati e attivisti in tutto il mondo, e basti ricordare il discorso di Evo Morales alle Nazioni Unite del 22 aprile 2009.

Altre recenti tendenze del diritto in materia ambientale e climatica, finora studiate da una piccola avanguardia di giuristi, che lavorano a stretto contatto con ecologi, sociologi, antropologi ed economisti dell’ambiente, potrebbero finalmente fomentare un dibattito giuridico serio e più ampio sui principi su cui si fonda il diritto ambientale attuale e sulla necessità di suoi sviluppi futuri.

Mi riferisco, oltre al movimento per i diritti della natura, che trova riconoscimento istituzionale nel programma delle Nazioni Unite Harmony with Nature, agli approcci ecosistemici che stanno alla base di recenti sentenze (caso Urgenda,) e di casi giudiziari pendenti (negli Stati Uniti, il più celebre è il caso Juliana; una mappa completa è nell’Enviroment Justice Atlas) sul riconoscimento di un diritto a un clima liveable, altrimenti detto alla stabilità climatica, che consenta la sopravvivenza delle attuali specie sul pianeta, oppure all’applicazione del principio in dubio pro natura quale criterio interpretativo (come previsto dall’art. 395.4 della Costituzione ecuadoriana) o nella ponderazione tra diritti costituzionali (Conseil constitutionnel, Décision n° 2019-823 QPC du 31 janvier 2020).   

La ricerca di base ai tempi del coronavirus

Contributo di Fabrizio Ghiselli

Pandemia.

Non è la prima volta e non sarà l’ultima.

Ce lo dicono la Storia e la Scienza, due campane alle quali siamo generalmente piuttosto sordi, per poi ritrovarci ad additare come “Cassandre” chi invece vi presta attenzione. Recentemente, per ovvi motivi, è tornato molto popolare un TED talk di Bill Gates, registrato nel 2015 ed intitolato: “The next outbreak: we’re not ready”. Ma possiamo anche andare ulteriormente indietro negli anni e “scoprire” che l’epidemiologo Larry Brilliant (nomen omen?) nel 2006 aveva espresso grande preoccupazione per l’arrivo di una assai probabile pandemia. Sempre in questi giorni (perché col “senno di poi” siamo bravissimi) vengono “riesumati” sui social media persino articoli scientifici come questa review, pubblicata nel 2007 su Clinical Microbiology Reviews ed intitolata “Severe Acute Respiratory Syndrome Coronavirus as an Agent of Emerging and Reemerging Infection” che termina con un chiaro ammonimento sulla necessità di essere preparati alla comparsa e diffusione di nuovi virus SARS-CoV-like. Ci sono stati persino dei bestsellers che si sono occupati dell’argomento pandemia, come “A planet of viruses” di Carl Zimmer (2011) e “Spillover” di David Quammen (2012). Peste, influenza “Spagnola”, SARS, MERS, H1N1, ebola, zika… Sono tutte parole che la maggior parte di noi conosce molto bene, ma in quanti prima di qualche settimana fa si preoccupavano dell’eventualità che un evento simile potesse colpirci e cambiare per sempre le nostre vite? Eppure non è mai stato in dubbio: era una questione di quando sarebbe accaduto, non se.

Il problema della nostra “memoria corta”—che trovo incredibilmente fastidioso, per usare un eufemismo—lo lascio volentieri agli Storici; per professione sono decisamente più preparato a parlare della “campana” scientifica. In particolare, vorrei cogliere questa occasione per sottolineare l’importanza di un tipo di ricerca spesso dimenticato, sicuramente sottovalutato se non addirittura deriso: la ricerca di base. Da quando è iniziata questa emergenza abbiamo assistito ad un veloce “riavvicinamento” della società e dei media alla Scienza e se da un lato questo è sicuramente positivo, dall’altro lo trovo molto curioso visto che veniamo da un periodo in cui pseudoscienza e movimenti antiscientifici spopolano ovunque (dove sono i no-vax ora?). Persino un fiero oppositore della Scienza come Donald Trump—che tanto ha fatto per affossare la ricerca scientifica statunitense—ora si rivolge agli scienziati chiedendo velocemente un vaccino, come riporta H. Holden Thorp, Editor-in-Chief della rivista Science in un recente editoriale. “Do me a favor, speed it up, speed it up”, avrebbe detto ai ricercatori.

Non funziona così.

Le innovazioni scientifiche (prima) e quelle tecnologiche (poi) vengono da lontano e richiedono un costante impegno da parte dell’intera comunità scientifica per anni, non giorni. Da parte di tutti gli scienziati, non solamente di chi lavora—per fare esempi molto calzanti in tema di pandemia—nella ricerca biomedica o epidemiologica.

Possiamo distinguere la ricerca scientifica in ricerca di base e ricerca applicata. La ricerca applicata serve a sviluppare soluzioni scientifiche e tecnologiche che risolvano un problema specifico, o che rispondano ad una precisa necessità. La ricerca di base serve a colmare lacune di conoscenza, ma non ha finalità facilmente identificabili a breve-medio termine. Chi fa ricerca di base non può prevederne l’impatto o i risultati perché si muove in ambiti ignoti. Tuttavia, la ricerca di base è indispensabile e pone le fondamenta per la ricerca applicata. Possiamo usare un’analogia: la ricerca scientifica è come un albero (vd figura). Le radici, il fusto ed i rami principali sono la ricerca di base, i rami periferici la ricerca applicata e i frutti le applicazioni. Le scoperte scientifiche e le conseguenti innovazioni tecnologiche derivano spesso da aree di ricerca insospettabili. La ricerca di base porta a risultati inattesi—da cui la sua imprevedibilità—e le scoperte casuali e fortuite sono all’ordine del giorno. Un esempio? La green fluorescent protein (GFP, proteina fluorescente verde) è una proteina espressa nella medusa Aequorea victoria (in foto) ed è diventata negli ultimi decenni un diffuso strumento per esperimenti e tecniche di biologia molecolare ampiamente utilizzati anche in campo biomedico. Se non ci fosse stato qualcuno interessato a capire come funzionasse la bioluminescenza nelle meduse, non si sarebbe potuta sviluppare questa importante tecnica.

Ma cosa c’entra la ricerca di base con la lotta al coronavirus? Ci sono moltissime conoscenze—risultato di ricerche in ambiti anche molto lontani dalla virologia e dalla medicina—che vengono costantemente utilizzate in questa emergenza (a tal proposito si è espressa anche la Prof.ssa Elena Cattaneo, Senatrice a vita, sul Messaggero). Prendiamo per esempio lo studio della diffusione di SARS-CoV-2 riportato da Nextstrain, un progetto Open Source che riporta dati genomici su potenziali patogeni. Gli strumenti di generazione, analisi ed elaborazione dei dati sono il frutto della ricerca nel campo dell’evoluzione biologica, della matematica, della statistica, della biochimica, della biologia molecolare, solo per citarne qualcuno. E questi strumenti, queste conoscenze, derivano da ambiti “insospettabili” come la Zoologia o la Botanica, da ricercatori che passano la propria vita a studiare “i fiori” o “i vermi”. Il punto—che spesso mi trovo a dover sottolineare con chi, incuriosito, mi chiede “a cosa serve” studiare le formiche o le vongole—è che la ricerca di base in ambito biologico è focalizzata allo studio dei processi, non degli organismi in sé. E questi processi sono importanti anche per chi lavora in ambito applicato (“Voglio fare il Medico, perché devo perdere tempo a studiare l’evoluzione?”).

Newton disse: “Se ho visto più lontano, è perché stavo sulle spalle di giganti”. Nel momento in cui iniziamo a studiare e a fare ricerca, stiamo salendo sulle spalle di “giganti” e di tantissime persone “normali” che prima di noi hanno contribuito con un mattoncino, anche piccolo, alla costruzione del palazzo della conoscenza. La ricerca di base fornisce il materiale per alimentare la creatività e l’inventiva di chi lavora per risolvere problemi e necessità pratiche, permettendo loro di trovare soluzioni prima impensabili.

Le specie hanno vita relativamente breve. Per esempio nei mammiferi la durata media di una specie, dall’origine all’estinzione è di 1 milione di anni. Un attimo, se consideriamo che la Terra ha circa 4540 milioni di anni. La nostra specie non è immune ai meccanismi che portano al declino e all’estinzione (per esempio l’insorgenza di patogeni), ma—unico caso su questo pianeta—ha sviluppato qualcosa che potrebbe estendere la sua permanenza: la tecnologia. Ma la tecnologia va usata con memoria e lungimiranza, due caratteristiche che, come scrivevo in apertura, non sembrano caratterizzare la nostra specie, al momento. Impariamo dal passato e guardiamo oltre gli interessi a breve termine. Prendiamoci cura del pianeta, studiamo la natura per capirla e convivere con essa. Non illudiamoci di poterla ignorare o, peggio ancora, dominare.

Come (e se) ci cambierà il virus….riflessioni di un giurista

Contributo di Antonello De Oto

Ritrovarsi di colpo solo, in un’aula vuota con dei guanti, una mascherina al collo e un paio di cuffie microfonate a parlare ad uno schermo…dall’altra parte mentre la voce corre sul filo dei byte… i tuoi studenti smaterializzati da un virus da un giorno all’altro, ma pronti a dialogare, ad apprendere, a desiderare conoscenza giuridica magari mentre mangiano una merendina davanti al monitor…

E’ il sapere e la diffusione della conoscenza nell’era del Covid-19. Così si fa lezione oggi in tutta Italia e in quellAlma Mater che non si ferma e che ha sempre accolto da tutto il mondo, sin dai primordi, come testimoniano gli scudetti equestri affissi nell’atrio del Palazzo dell’Archiginnasio, studenti che a cavallo venivano da ogni dove…e Maestri come IrnerioLucerna iuris” e Graziano che operavano in quella Bononia e in quel mondo che per lungo tempo si voleva, secondo la teoria astronomica di Tolomeo,  immobile e anche parzialmente abitato.

Ci si è lamentati spesso in passato dei danni collaterali della tecnologia. Quella techne che ci rubava posti di lavoro, che toglieva spazio all’uomo per inserire macchine, processi…determinando senza neanche troppo rendersene conto una progressiva perdita di centralità dell’essere vivente, dei suoi tempi di reazione e dei suoi lenti riti quotidiani. Che costituivano, per inciso, in un tempo spesso mediocre anche speranza, capacità di aspettare, percorsi di desiderio.

La Rete connettendo in pochi istanti tutto il mondo, oggi quasi del tutto abitato, aveva annullato il valore della pazienza, i tempi di risposta, il senso della fatica.

E oggi? Cosa ne è e ne sarà del nostro mondo e dei nostri riti quotidiani? Cosa ne sarà di quella velocità che non faceva bastare le giornate. Oggi ai tempi del Coronavirus distanti un metro e per fortuna interconnessi (come cambiano rapidamente giudizi e scenari) i soldi sembrano valere meno, i paradigmi si ridisegnano velocemente e anche le antiche professioni liberali ritrovano funzione e spazi di interconnessione e aiuto in un guado difficile dove imprenditori e cittadini abbisognano più di ieri di una difesa agile e interattiva, anche nei confronti di un male che tutto vorrebbe travolgere. Salvare i sacrifici di una vita, posti di lavoro, contenere i danni, questo è oggi il tema. E allora strumenti come una consulenza legale fornita in conference call o il processo telematico stesso, appaiono non più orpelli di una modernità giuridica ostentata ma scialuppe di salvataggio in un mare in tempesta.

La tecnologia per molti fino a ieri nemica è divenuta salvezza e garanzia di comunicazione. Poter ordinare una spesa on-line o seguire nel chiuso delle proprie case una messa in streaming o rivedere un vecchio film dal sito della RAI…capacità, possibilità che ci sembrano oggi molto meno superflue e scontate. In molti casi l’unica reale possibilità di approvvigionarsi e di trascorrere un tempo interminabile. Diritti pubblici soggettivi incomprimibili e indisponibili come la libertà religiosa, ad esempio, che grazie alla tecnologia trovano uno sfogo e mantengono spazi di libertà continuando a soddisfare il diritto di essere se stessi.

Anche Istituzioni che molti – non certo il sottoscritto – ritenevano pletoriche e inconferenti in uno Stato democratico, come le nostre Forze Armate, oggi ci appaiono vitali per proteggere la nostra comunità persino (a volte) da se stessa, fornendo con rapidità servizi e infrastrutture che non eravamo in un tempo ordinario stati capaci di difendere e pensare. Quell’Esercito che oggi costruisce ventilatori polmonari, quell’Universitas che ricerca e non molla, portando avanti i giovani e futuri quadri dirigenti del Paese, anche in un tempo difficile. E non breve. Un tempo che risuscita e rifugge al contempo vecchie paure, che rivivifica un nemico antico, quel morbo descritto in passato da Sofocle nel prologo di Edipo Re e nella Bibbia e chiamato peste (Yersinia pestis) divenuto in seguito un vero e proprio topos letterario. Oggi l’antico nemico è tornato. Con altri vestiti e un cuore vecchio. Forse a ricordarci, sotterraneamente, il valore della solidarietà, lo stare uniti nelle difficoltà e quel restare umani, che molti di noi avevano per un attimo accantonato, in favore degli egoismi di parte.

La libertà necessaria: diritto alla vita, libertà individuali e il rischio dell’autoritarismo

Contributo di Piero Ignazi

Il tempo del coronavirus ci mette di fronte a un conflitto tra diritti fondamentali. Quello della salute e quindi della vita e quello delle libertà individuali.  Oggi il primo prevale sui secondi. Il rischio di perdere molte vite ha portato il nostro governo, come molti altri in Europa, a limitare la libertà di circolazione e di movimento. 

Seguendo indicazioni di epidemiologi viene adottato il modello cinese, non quello coreano. La ragione di questa scelta, dicono sempre i tecnici, è che la Corea disponeva di una quantità massiccia di tamponi per monitorare la popolazione – siamo oltre i 600.000 – tale da poter identificare e isolare, anche grazie ad un uso invasivo delle tecnologie di riconoscimento , le persone positive al coronavirus.

In mancanza di questo stock, che all’epoca della Sars il governo coreano aveva saggiamente accumulato nei depositi, non rimane che l’antica, classica quarantena. Tutti chiusi in casa nella speranza che passi il morbo.  E, per fortuna,  senza fare le processioni, come ai tempi della peste manzoniana.

Il problema è che la quarantena imposta a tutto un paese è ben diverso da una misura limitata e circoscritta geograficamente come per il colera di Napoli a fine Ottocento. Siamo ora ad una  limitazione forte e penalmente sanzionata dell’espressione di una libertà fondamentale. Questo è il punto. E’ giusto farlo in nome di un interesse superiore, superiore persino a quello della libertà individuale di movimento?

La questione posta in termini astratti non ha una risposta univoca. Senza vita infatti non ci sono libertà di sorta. Ma una vita senza libertà è vita? Almeno come noi la concepiamo in Occidente nelle democrazie liberali consolidate, no.

Non per nulla, non solo in tempi recenti e in questo emisfero, ma nella storia e dovunque nel mondo c’è chi ha dato la vita per la libertà. E’ quindi un bene prezioso e “delicato”, nel senso che è difficile da maneggiare.

Tutti gli autoritarismi nascono lamentando l’eccesso di libertà. Se non è tenuta a freno crea disordine rispetto al bene superiore dell’ordine costituito , di fronte al quale la libertà non ha alcun valore. Conta il tutto, mentre il particolare – e l’individuale  – è solo un orpello.

Questo ragionamento non riguarda certo la nostra situazione che è ben diversa, ma l’invocazione del “modello cinese” illumina un lato oscuro della cultura politica italiana. L’invocazione di un’ autorità che veda e provveda non è aliena alla nostra cultura, nella quale le chiese (cattolica e marxista) per molto tempo hanno considerato i diritti individuali una sorta di mollezza borghese . E anche se oggi sono scomparsi i rappresentanti politici di quelle chiese, ne sono emersi altri che enfatizzano il primato della nazione e dello stato (forte) e lasciano nelle retrovie le garanzie costituzionali.

La situazione di eccezionalità nella quel ci troviamo con la connessa compressione di libertà non può che essere un unicum circoscritto nel tempo . Non c’è nulla di più pericoloso dell’assuefazione a questo stravolgimento della nostra vita.

In nome di interessi superiori la prossima volta si potrebbe spingere il margine un po’ più oltre, nel tempo e nelle forme. Meglio fermarsi prima. Perché non è per nulla rassicurante sentire il presidente della regione Lombardia (da cui si attende ancora un mea culpa politico per la distruzione della sanità pubblica lombarda da parte dei governi della destra: 1 ventilatore ogni 4.130 abitanti contro 1 ogni 2.250 in Emilia-Romagna….) dire: “se non lo capite con le buone allora…”.

La luce alla fine del tunnel… beati siano coloro che vivono in tempi interessanti

Contributo di Anna Rita Migliaccio

L’epidemia SARS del 2002 è stata una sveglia importante. Ha messo in evidenza che, nonostante il controllo capillare che pretendiamo di avere sull’ambiente, ci sono ancora là fuori “bugs” insidiosi pronti ad attaccarci. La SARS è stata una polmonite da infiammazione acuta causata dal virus SARS-Co, un agente infettivo estremamente piccolo formato da un guscio proteico che racchiude un piccolo mRNA con l’informazione indispensabile per sintetizzare le proteine del suo involucro.

Il SARS-Co, come tutti i virus, è un parassita cellulare. L’involucro proteico serve per protezione e per legarsi alle cellule bersaglio di cui usa l’apparato produttore per sintetizzare nuove proteine e duplicare il suo mRNA. L’assemblaggio proteine-mRNA è automatico e crea nuovi virus che vengono rilasciati in milioni di copie quando la cellula stremata muore. Le nuove particelle virali iniziano poi altri cicli vitali portando a una crescita esponenziale della carica virale.

Il virus di per sé non causa la malattia. I sintomi e la patologia dell’infezione sono dovuti a tossine rilasciate dalle cellule morte e a reazioni off-target della risposta di difesa del nostro organismo all’invasione del nemico. La malattia è il danno collaterale della guerra tra il nostro corpo ed il virus. 

Per fortuna l’epidemia SARS del 2002, anche se molto aggressiva, è rimasta circoscritta nei luoghi (sud est dell’Asia) e nel tempo (10 mesi) di diffusione.

Il SARS però era un virus nuovo (specie coronavirus) mai incontrato in precedenza dalla specie umana. Il suo insorgere avrebbe dovuto farci sospettare che “virus” nuovi, possibilmente più pericolosi del SARS-Co potevano fare la loro comparsa in ogni momento ed indurci a prepararci. Purtroppo, per molti motivi, alcuni validissimi, le “Cassandre” non vengono mai ascoltate e finita l’emergenza solo la Corea che era stata duramente colpita dalla SARS, ha preparato piani nazionali per prevenire l’insorgenza di nuove epidemie. Altre nazioni, incluse quelle europee, hanno continuato “bussiness as usual”.

Per fortuna, gli scienziati sono creature libere, curiose e con la pulsione a “capire” qualunque cosa colpisca la loro immaginazione. Alcuni studiosi quindi hanno continuato a studiare SARS-Co anche se l’emergenza era finita. Hanno sequenziato l’informazione genetica del virus, hanno fatto correlazioni tra le sue sequenze genetiche e quelle di coronavirus che infettano animali ed hanno identificato le due proteine presenti sulla superficie delle cellule endoteliali dei polmoni usate dal virus come porta per entrare nelle cellule e riprodursi. Queste informazioni erano alla portata di tutti. 

E poi nel dicembre 2019 sono comparsi i primi casi di polmoniti acute ad eziologia sconosciuta a Wuhan in Cina. E’ bastato quindi poco per capire che la sindrome era rappresentata da un coronavirus nuovo il cui genoma è molto simile a quello di SARS-Co per cui è stato chiamato, oltre che Covid-19 (da COronaVIrus Disease e  anno di identificazione), SARS-Co2. Gli scienziati hanno anche realizzato che la somiglianza dell’informazione genetica si estende alle regioni usate per entrare nella cellula e che quindi i due virus usano la stessa porta per entrare nelle cellule.

Questa porta è formata da due proteine coinvolte nell’ipertensione e nel cancro alla prostata attaccabili con numerosi farmaci di uso comune e sono stati già attivati protocolli per sperimentare se questi farmaci sono efficaci per prevenire e/o per curare SARS-Co2.

Come difesa contro le infezioni virali, il nostro corpo sviluppa anticorpi. E’ stato già dimostrato che il siero di pazienti guariti da SARS-Co2 contiene anticorpi, anche se a bassi livelli, che riconoscono il virus, neutralizzandolo. Poichè i centri trasfusionali hanno la tecnologia per isolare anticorpi per uso clinico, il siero dei pazienti guariti potrebbero essere usato per curare almeno le forme più gravi dell’infezione.

Esiste anche un software che identifica le regioni delle proteine (epitopi) più efficienti nel generare la reazione anticorpale. Questo programma è stato usato per identificare gli epitopi immunogeneci del COVID-19 che iniettati in conigli hanno stimolato la produzione di grandi quantità di anticorpi capaci di inibire l’infezione virale. L’identificazione di epitopi efficaci è la premessa necessaria per sviluppare un vaccino. La loro produzione in quantità e in condizioni di sicurezza è un processo lungo ma il primo trial di validazione è già iniziato in USA e si presume che partirà presto anche in Europa.

E’ stupefacente quanto lavoro è stato fatto in solo tre mesi dalla comunità scientifica per affrontare la pandemia in corso. Gli scienziati sono emotivamente motivati perchè hanno padri, madri, nonni anche loro e stanno usando le conoscenze su SARS-Co per generare con grande velocità informazioni utili per uscire fuori da SARS-Co2 con “minimi” danni collaterali. La cosa migliore che possiamo fare noi ora per proteggere i nostri cari è di stare calmi e di evitare di avere contatti con loro per non esporli al virus prima che sia disponibile una terapia.

La didattica online al tempo del Coronavirus. Come l’innovazione può nascere dall’emergenza

Contributo di Nicola Arcozzi

La peste del 1347 – mi raccontava un’amica esperta di storia dell’arte  –  mentre devastava le botteghe e la circolazione degli artisti, permise ad alcune innovazioni artistiche eterodosse di svilupparsi, approfondirsi e fissarsi. Il Quattrocento di Masolino e Masaccio, per semplificare, era dietro l’angolo.  L’innovazione necessaria, insomma… Se ne può trarre spunto per leggere ciò che sta accendo in università nelle settimane dell’epidemia COVID-19, magari cercando anche qualche idea sul punto da cui riprendere quando l’emergenza sarà alle nostre spalle.

L’Università di Bologna è stata tra le prime a mettere online la didattica: con gran velocità sono state predisposte piattaforme software, attivate forme di comunicazione tra studenti, uffici e docenti; alcuni regolamenti di massima sono stati redatti e continuamente aggiornati, sulla base degli sviluppi del contagio e della normativa nazionale; aule e docenti attrezzati di hardware adeguato.

Nel mio primo giorno di lezione del semestre, venerdì 21 febbraio, sentendo uno che tossiva in corridoio, terminai la lezione con la sfortunata battuta “Il coronavirus è arrivato a Cesena”; lunedì 24 le lezioni erano state sospese, lunedì 2 marzo partivamo con i corsi in modalità online.

In quella settimana tutto l’ateneo ha remato nella stessa direzione e con la stessa intensità: il Rettore, la sede centrale, e soprattutto il Cesia (servizi informatici), i dipartimenti, il personale tecnico-amministrativo…   I pochi malumori di alcuni colleghi (è inaccettabile, non siamo un’università telematica, il mio corso può solo essere svolto in presenza…) sono rientrati nel giro di pochi giorni, e quegli stessi che puntavano a prorogare l’avvio dei corsi in modalità online stanno ora lavorando a pieno ritmo.

La lezione è importante: in pochissimo tempo, sotto la spinta dell’emergenza (un’emergenza vera, questa volta), è stato fatto in maniera uniforme ciò che alcuni avevano invano cercato di realizzare, per i loro corsi o corsi di laurea, in molti anni.

Un aspetto fondamentale è stata la riduzione al minimo della burocrazia. Un altro, che è importante sottolineare, è stato lo sforzo degli informatici e di tutto il personale tecnico-amministrativo  che ha passato al lavoro dieci ore al giorno nel corso delle ultime due settimane.

E veniamo alla didattica. La mia esperienza riguarda un corso per ingegneria seguito da circa 170 studenti. Sino ad ora ho provato: (i) fogli A4 con webcam che riprende le mie mani che scrivono; (ii) tablet con pennino (con un software proprietario diffuso).

L’atmosfera della classe, soprattutto col tablet, è molto più “laboratoriale” che nei corsi classici. Gli studenti intervengono più numerosi, fanno domande e, spesso, trovano qualcuno tra loro che dà la risposta giusta prima che io mi sia accorto del messaggio sulla chat. Ogni volta che faccio una domanda ricevo almeno venti risposte. Io parlo dal mio ufficio, con in bella vista la scrivania strafogata di carta e libri; gli studenti mi guardano dalle loro stanze da letto o dalla cucina: c’è anche un’aria di intimità.

Forse per via dell’atmosfera, forse perché devo ancora impadronirmi dello strumento, mi viene meno naturale svolgere gli argomenti di teoria. Come se il teorema della funziona implicita, per dire, avesse una sua sacralità che richiede, come per le antiche tragedie greche, un luogo e modalità con caratteristiche rituali.

Con i pochi colleghi che incontro si discute di alcune possibilità che l’aula-laboratorio potrebbe offrire; argomenti di cui s’è discusso per anni senza mai fare dei concreti passi in avanti.

Al di là dell’ovvia facilità con cui si possono inserire nella lezione strumenti grafici e numerici (p.es. disegnando e variando il grafico d’una funzione di due variabili), la modalità in remoto ha la potenzialità di avere due docenti che interagiscono nella stessa lezione. Potrebbero essere il geometra e l’analista, l’analista e il fisico…

La collaborazione interdisciplinare, uno dei nostri Santi Graal, potrebbe finalmente fare qualche passo in avanti. Si può immaginare che parte del corso sia in condivisione tra diverse materie. Certo, questo sarebbe in teoria possibile anche nell’aula reale, ma assai più difficile da realizzare.

Più in generale, per alcuni corsi può essere immaginata una modalità differenziata: alcune ore in aula, altre in remoto con il docente, altre ancora in remoto con più docenti e via andando. Anche l’organizzazione degli studenti potrebbe essere ripensata, con gruppi di studio virtuali, magari impegnati anche su progetti più elaborati che non la soluzione di un esercizio.

Alla fine dell’epidemia del coronavirus sarebbe sbagliato lasciarsi alle spalle questo patrimonio di esperienze. È importante, al contrario, che dipartimento per dipartimento, ateneo per ateneo, disciplina per disciplina, si faccia di tutto ciò una ricognizione, un’analisi, che se ne discuta, che si lasci libertà di proseguire nella sperimentazione che oggi ci capita di dover fare per forza.

Diario di un medico (quasi) in trincea

Contributo di Claudio Vicini

Condivido la mia esperienza di medico al tempo del Covid-19, dal mio osservatorio di Forlì che percepisce direttamente solo una piccolissima parte della vicenda (almeno per ora).

La prima impressione è che, nonostante le prove generali della SARS che ci avrebbe, con senno di poi, dovuto insegnare qualcosa, le organizzazioni sanitarie di tutto il mondo siano state colte impreparate dalla velocità della epidemiapandemia.

Una contagiosità forse mai vista prima associata alla eccezionale infettività dei soggetti senza sintomi sempre in movimento forsennato nel villaggio globale hanno fatto il resto.

Come nel medioevo ai tempi delle pestilenze ritorna l’arcaico ma efficace provvedimento dell’isolamento. I governi centrali e regionali hanno prudentemente introdotto regole restrittive con giri di vite progressivi e graduali, ma forse la gravità della situazione non è stata percepita pienamente da fasce ampie della popolazione, che hanno continuato a muoversi con gli effetti che conosciamo.

Molti di noi operatori sanitari hanno allora sublimato la frustrazione intervenendo con appelli di ogni tipo sui media e sui social, spesso non compresi, talvolta contrastati. Tutti noi speriamo servano in concreto, anche se al momento l’effetto non sembra chiaro.

E’ molto triste vedere che dove non arriva il senso civico debba sempre di più intervenire la forza pubblica. Il sistema sanitario si sta rimodulando nelle prestazioni a seconda della gravità del profilo locale. Se per il territorio il compito principale è quello di prevenire e poi circoscrivere i contagi, per gli ospedali si tratta di garantire un numero adeguato di posti in rianimazione (e in Italia sono relativamente pochi) per i più gravi, in malattie infettive e in pneumologia per quelli intermedi, e mandare a casa, in sicurezza, i più lievi.

Tutti passano attraverso il filtro dei medici di medicina generale e dei presidi di pronto soccorso. Si stanno moltiplicando i reparti di ogni tipo riconvertiti in cosiddetti reparti Covid, cioè dedicati esclusivamente a pazienti infetti. Si stanno riconvertendo interi ospedali che perdono la loro suddivisione in reparti specialistici e si trasformano in grandi contenitori solo per Covid.

Io vivo ed opero in una area relativamente meno colpita, tra Forlì e Cesena, all’interno dell’AUSL Romagna, duramente interessata invece nel riminese. Oggi è stata annunciata in maniera ufficiale la conversione dell’Ospedale di Lugo in Covid-19 Hospital. Si attivano ospedali da campo militari e si pensa di riconvertire alberghi, tensostrutture sportive e intere strutture fieristiche.

Questo forse comincia a dare una reale misura degli eventi.  

Da non trascurare il tema della protezione del personale sanitario. Quanti assistono pazienti incrementano il rischio di ammalarsi e quindi di dovere forzatamente uscire dalla filiera assistenziale. Se le fila si assottigliano minore sarà la risposta sanitaria. Dispositivi di protezione individuale, comportamenti corretti durante i contatti, filtri o triage come si dice, anche telefonici per selezionare i pazienti sono diventati o dovrebbero divenire routine. Per tutte le patologie e in tutti i contesti.

Gli amici e colleghi negli USA (Orlando, Filadelfia,etc.) mi chiedono continuamente cosa stiamo facendo per proteggere i nostri sanitari.  Ben venga l’immissione di nuovi medici e infermieri che le Università stanno entrando nel sistema con straordinaria efficienza e celerità grazie alla possibilità di formazione online attivata da tutte le Università in questa fase di emergenza. Fin da ora sono preziosi e lo saranno di più in un futuro prossimo. Si formeranno sul campo anche se inizialmente del tutto inesperti.  

La stessa informatizzazione che ha consentito questo miracolo didattico potrebbe (dovrebbe) essere  impiegata su più ampia scala per monitorare il movimento di tutti i cittadini, per focalizzare i contagiati e tracciare e circoscrivere i clusters di infezione, per recare conforto ed assistenza ai malati meno gravi che vivono la loro malattia con paura a casa in totale isolamento. Questo è un appello alle competenze straordinarie presenti nelle eccellenti Università italiane.

Tutto buio? No. Ci sono luci in fondo al tunnel. Anche se impercettibilmente si inizia ad avere l’impressione che la progressione non sia più del tutto logaritmica: per ora accontentiamoci. Quando scrivo abbiamo per la prima volta registrato 12 ore in cui i dimessi o guariti hanno superato gli ingressi. Forse l’incubazione è più vicina ai 7 che ai 14 giorni: meno asintomatici in giro. Il tocilizumab sembra funzionare, ed è ora in sperimentazione ancorché iniziale.

Dobbiamo fare presto.

Sarebbe un vero miracolo potere confidare su di un farmaco salvavita. Poco ci interessa se sia una idea italiana, come sembra, o una ispirazione cinese. Ci interessa che funzioni.

E’ stata preannunciata la possibilità di impiegare una sola pompa di ventilazione (non si possono moltiplicare all’infinito) su 2 o addirittura 4 pazienti. Una tracheotomia precoce sembrerebbe accorciare il decorso della malattia, forse la prognosi. Darebbe una possibilità in più ai pazienti con polmonite grave. Comunque sia noi medici dobbiamo imparare la lezione per il futuro, essere pronti ad analoghi eventi che si possano ripresentare.

Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo (The Butterfly Effect) https://it.wikipedia.org/wiki/Effetto_farfalla.

Questa metafora è ora tragicamente diventata di gran moda. Per noi dovrebbe significare in futuro una task force internazionale di pronto intervento capace di muoversi immediatamente per spegnere un focolaio circoscritto ovunque insorto prima che si diffonda un incendio planetario. Se il virus non ha confini allora dobbiamo aprire ancora prima le frontiere alla conoscenza medica per contrastarlo. Questo è un tema politico oltre che culturale. E qui la sfera del medico si arresta .

«Tana libera tutti»: oltre lo sciamano, la politica.

Scienza, comunicazione pubblica e tempo delle decisioni

Contributo di Pina Lalli

Da giorni la comunicazione corre sul web, rendendo possibile celebrare il legame sociale attraverso lo scambio di messaggi e informazioni, o persino organizzando flash mob collettivi su balconi e condomini: eventi controversi a metà strada tra il folklore e i rituali festivi, che a taluni paiono poco congruenti in un momento difficile e doloroso, mentre per altri costituiscono una cerimonia importante per rinsaldare un’appartenenza collettiva.

I colori della bandiera italiana si sono accesi in vari Stati del mondo, spesso oltre le frontiere europee.

Nello stesso tempo, altrove hanno circolato per un po’ i soliti luoghi comuni sull’inefficienza o la scarsa voglia di lavorare degli italiani.

All’epidemia talora si è affiancata quella che i francesi chiamano infodemia, vale a dire la circolazione di notizie tendenziose e spesso false, che contamina e rende ancor più difficile da accettare l’intrinseca indeterminazione del sapere scientifico, alle prese con dibattiti, evidenze da rilevare e interpretare, modelli teorici da mettere alla prova con questo o quell’algoritmo di previsione

Viziati dalla moda della divulgazione ad ogni costo e dalle ricette impartite dall’esperto comunicatore di turno, avevamo finito per dimenticare (e far dimenticare) che la scienza di rado si nutre di certezze. Non è magia. È dibattito, ricerca, ipotesi, messa in discussione, esercizio oculato del dubbio, rilevazione attenta del dato empirico. Per arrivare a conclusioni, certo, ma con la consapevolezza che esse sono comunque parziali, perché derivanti da dati e argomentazioni esposti costantemente a verifica: «per quanto sinora sappiamo», «dobbiamo verificare», sono ritornelli che spesso riecheggiano nei salotti televisivi abitati in questi giorni da medici, virologi, scienziati a cui spesso si rivolgono domande in cerca di certezze su «Posso fare in sicurezza questo o quello?».

Il giornalista, impersonando il pubblico, spesso interrompe ragionamenti troppo lunghi che mal si adattano alla velocità imposta al mezzo televisivo minacciato dal telecomando.

Le conclusioni alle quali lo scienziato arriva sono dense di temi proprio perché argomentate ed evidence based: si offrono come base importante e talora anche come strumento prezioso grazie a cui poi occorre assumere decisioni. Ho sentito in questi giorni qualche leader politico dire: «Su questo non ho competenza, decideranno gli scienziati».   Come se ogni decisione non sia e non debba essere in primo luogo politica, nel senso primario della parola polis che a mio parere si coniuga su di un livello collettivo e di responsabilità e accountability (rendicontabilità e narrazione) collettiva.

La consulenza scientifica offre argomentazioni ed evidenze come base stavolta indispensabile per la presa di decisione. Ma attenzione a non confonderla con il mito tecnocratico, da un lato, e con la stregoneria dall’altro. Il consiglio scientifico è diverso tanto dall’oracolo quanto dallo sciamano

E a decisioni storiche sono oggi chiamati in particolare i leader italiani ed europei.

Con amarezza, invece, in questi giorni ho visto tentennare la cittadinanza europea. Sprofondata e confusa, talvolta, e tendenziosamente, in divergenze tecniche o scientifiche, quando a divergere sono spesso stati protagonismi individuali dei leader o spinte di gruppi d’interesse (economico).

«Tana libera tutti»: da piccoli, era una frase importante che giocando a nascondino qualcuno poteva gridare dopo aver raggiunto la meta per salvare gli altri giocatori e far perdere «chi stava sotto».

Ora, rimanendo nella metafora, rivolgo un appello speciale a Christine (Lagarde) e Ursula (von  der Leyen).

«Chi  sta sotto» oggi  è un Giano bifronte: pandemia e antieuropeismo nello stesso tempo. Se vogliamo farlo perdere occorre che le nostre due donne leader smettano di sentirsi in primis franco-tedesche ed esprimano a gran voce quel che la loro posizione richiede: l’appartenenza alla squadra europea,  a una cittadinanza europea che non è solo di facciata.

Non si tratta di fare appello ad una mera solidarietà per difendere chi sia supposto essere debole o bisognoso: la posta in gioco è l’Unione Europea. Non possiamo permetterci di ripetere l’errore – di cui ancora come cittadina europea provo vergogna  – compiuto nei  confronti  di bambini e concittadini  greci, quegli  stessi  dai quali  paradossalmente oggi, dopo averne acuito disuguaglianze insostenibili, ci  attendiamo diano da soli accoglienza ai milioni  di profughi che chi avevamo prezzolato per contenerli ci spinge alle porte. 

Può darsi che per l’Occidente e per l’Europa arrivi la fine di un sogno e di un dominio sul mondo globale. Può darsi che pagheremo caro i frutti del nostro colonialismo imperialistico e post-imperialistico. Può darsi che il neoliberismo capitalistico fagociti anche questa crisi e faccia vincere solo un piccolo manipolo di nuovi ricchi.  Può darsi che l’Unione sia poco fornita di attrezzi sovranazionali. Oppure può accadere che capiremo meglio cosa voglia dire Ebola nei paesi del continente africano, quelli che oggi non vogliono essere «coronovizzati» dagli europei.

O ci renderemo conto di quanto sia importante investire in ricerca (e sanità pubblica) sempre e comunque, e non solo quando Dengue o Zika o Covid-19 arrivano in Europa.

Tuttavia, a parte i vari possibili scenari su cui ognuno di noi può mettere alla prova questa o quella profezia, possiamo e dobbiamo chiedere ai nostri parlamentari europei, alla Commissione Europea, alla Banca Europea, al Consiglio Europeo che riunisce i vari governi nazionali di rimanere «sul pezzo», come dicono a Bologna. Consapevoli sino in fondo del compito storico che in questo momento spetta loro: molto del nostro futuro dipende anche da come sapranno assolverlo.

Il mondo visto da un punto fisso, ovvero dell’assenza di cambiamento

Contributo di Paolo Leonardi

In Smoke, film di Wayne Wand e Paul Auster, ripreso da ‘Il racconto di Natale di Auggie Wren’ testo di Auster stesso, Harvey Keitel, nella parte del tabaccaio newyorkese Auggie Wren, ogni giorno scatta una foto dalla porta del proprio negozio che è a un incrocio di strade. 

Lo stesso mondo seguito momento per momento, come la gente cambia aspetto, a cominciare dai diversi vestiti a secondo della stagione, dell’ora del giorno – ragazzi che vanno a scuola, donne che fanno la spesa, vecchi che vanno al caffè –, del tempo atmosferico e della moda dell’anno, come cambia il traffico fra i giorni feriali e quelli festivi, come mutano d’aspetto, molto più raramente negozi, infrastrutture cittadine. 

Un’idea e un metodo per immergersi completamente in un luogo.  Un’idea ripresa da Massimo Gardone anni fa fotografando il mare a Trieste dallo stesso punto un numero indefinito di volte e mostrando poi molti scatti uno accanto all’altro.

il mondo visto da un punto fisso
Massimo Gardone – Piccoli mari tascabili (estratti). Progetto fotografico, Trieste [16]

Ora, tutti o quasi dovremmo vivere in un punto, in molti lo facciamo davvero. 
Il suggerimento di Auster/Wren/Keitel e di Gardone è di imparare a vedere quel punto e come cambia. 
La nostra condizione al tempo del coronavirus è differente, perché passano pochissime persone, pochi mezzi, nessuno rinnova il proprio negozio o la propria casa, il negozio di fronte, anzi, è chiuso. 

C’è quindi un elemento astratto e surreale che rende il guardare uno specchio di chi guarda – il proprio umore aggiunge o toglie, si incuriosisce, fantastica, trova l’immagine troppo uguale per motivarlo a guardare – come trova difficile in questi giorni leggere il giornale sul serio per le notizie troppo uniformi. 

Si dà un’occhiata alle predizioni – quanto durerà? siamo al picco? quanto dista il picco? – e alle proibizioni – mascherine, guanti monouso, starnutire nello snodo del gomito (il che ricorda un gestaccio italiano), toccarsi solo con i piedi, e soprattutto non uscire quasi mai. 

Per gli accademici è un momento per studiare, scrivere, mettersi alla prova, andare in onda senza vedere chi ascolta.  Nello stesso tempo alcuni di noi sono impegnati nella grande corsa per trovare una soluzione – una terapia, un vaccino.  Un’attesa che segue con convinzione anche chi non è impegnato in essa e addirittura chi teme i vaccini e la medicina occidentale. 

Per ora è una gara in condizioni di inferiorità.  Conviene stare acquattati, come facevano gli italiani – scrive Mario Tobino  ne Il deserto di Libia – quando nella seconda guerra mondiale in Libia, con fucili che si inceppavano, affrontavano gli inglesi che avevano le mitragliatrici.  Se arrivavano quelli dell’Ariete, che erano ben armati, o i tedeschi, anch’essi ben armati, era tutt’altra storia.  Una battaglia alla pari o in condizioni di superiorità. 

La maggior parte di noi in effetti sta in attesa, acquattata, e l’attesa muta in un viaggio dentro noi stessi, che ci richiede controllo, fermezza, e di limitarci a una misurata paura.

Ai tempi di Narsete scoppiò una pestilenza

di Maria Giuseppina Muzzarelli

“Ai tempi di Narsete scoppiò una pestilenza gravissima che colpì soprattutto la provincia di Liguria… Dappertutto era lutto, dappertutto lacrime. Poiché si era sparsa la voce che fuggendo si poteva scampare al flagello, le case venivano abbandonate dagli abitanti e solo i cani vi restavano a fare la guardia. Le greggi rimanevano da sole nei pascoli, senza più pastore. Le tenute e i castelli prima pieni di folle di uomini il giorno dopo, fuggiti tutti, apparivano immersi in un silenzio totale. Fuggivano i figli, lasciando insepolti i cadaveri dei genitori; i genitori, dimenticati l’amore e la pietà, abbandonavano i figli in preda alla febbre. E se qualcuno per caso era spinto dall’antico senso di carità a voler seppellire il suo prossimo, restava egli stesso insepolto… il mondo era riportato all’antico silenzio: nessuna voce nelle campagne, nessun fischio di pastori, nessun agguato degli animali da preda sulle greggi… Passato il tempo della mietitura, i campi aspettavano intatti chi li mietesse, perdute le foglie, le vigne rimanevano all’avvicinarsi dell’inverno con i grappoli splendenti ancora sui tralci…Non c’era traccia di uomini per le strade…”

Ho letto in più occasioni ai miei studenti di storia medievale questo passo della “Storia dei Longobardi” di Paolo Diacono. Lo leggevo per intero, senza enfasi e rimanevano colpiti vedevano la scena come se fossero al cinema, ne erano impressionati e mi seguivano più volentieri, dopo, nel racconto degli eventi del VI secolo, prima dell’arrivo in Italia dei Longobardi,  i nostri antenati rimasti nella penisola 200 anni e passa, come non dirci un po’ Longobardi!

Sembrava tutto così lontano.

Bologna vuota al tempo della pestilenza

L’ho letta tante volte questa pagina ma mai e poi mai avrei creduto di trovarmi a vivere una situazione assimilabile: negozi chiusi; rare automobili; pochi passanti; bambini che nascono senza che  il loro babbo li veda affacciarsi alla vita; uomini che muoiono senza essere accompagnati da parenti o conoscenti; anziani marginalizzati in istituzioni di ricovero chiamati a sostituire la visita attesissima di un figlio o nipote con una schermata skype gestita da un inserviente, quando può, se può; nei giornali pagine e pagine di necrologi che sono “la” notizia. Mi fermo qui potrei continuare a lungo sugli effetti sociali, personali, morali della peste o del virus. Senza dir nulla di quelli sanitari. Quelli fanno la differenza, verrebbe da dire: oggi nessuno si sognerebbe in tempo di virulento contagio di radunare folle per una processione devota ma a dire il vero in Iran a Qom non è andata così. Molte cose sono cambiate nella ricerca e conoscenza delle cause eppure abbiamo ancora nelle orecchie l’eco degli oppositori feroci alle vaccinazioni. Per fortuna sappiamo difenderci meglio proprio grazie alla ricerca, alla scienza, al dubbio, al metodo critico che ci aiuteranno a uscire dal tunnel.

Intanto intorno è silenzio, deserto, dolore…all’improvviso da una finestra, mentre scrivo, si alza forte la voce di Edith Piaf “Quand il me prend dans ses bras/ Il me parle tout bas/ Je vois la vie en rose”.  Ma adesso non ci si può abbracciare, lo rifaremo, la vita riprenderà colore e speriamo che la memoria non scolori. La memoria aiuta anche a resistere, a sapere che non siamo i primi, a capire che molto torna e ritorna e che quanto appare nuovo spesso sembra tale solo perché abbiamo dimenticato gli antecedenti.

Chissà se i miei ex studenti si sono ricordati in questi giorni di grande “stranianza” delle parole di Paolo Diacono. Io ricordo la loro emozione e vorrei raccontare loro le terribili pestilenze trecentesche e quelle del XVII secolo e di come se ne è usciti: soprattutto grazie alla cultura. Voglio ricordarlo a me e a loro mentre continuo a studiare, mentre vorrei che studiassero in attesa del tempo degli abbracci.

Quelli che con una buona dormita passa tutto…

Il sonno al tempo del Coronavirus

Contributo di Giovanna Zoccoli

La pandemia di COVID-19 e le misure di contenimento del contagio adottate nel nostro paese hanno profondamente cambiato le vostre vite. Sicuramente questa nuova situazione ha richiesto un drastico ridimensionamento della nostra vita sociale, ora limitata ai familiari conviventi.

Questa riorganizzazione delle abitudini di vita ci ha sicuramente sottratto qualcosa di prezioso, la convivialità e la socialità, ma, in compenso ha regalato a molti di noi del tempo libero che possiamo scegliere di dedicare ad attività prima trascurate.

E quindi si legge di più, si cucina una cena un po’ più elaborata del solito, si sistemano cose lasciate indietro da tempo. Tra le attività da intraprendere in questo periodo, e a cui dedicare parte del tempo reso disponibile, ce n’è una che non costa nulla, che tutti siamo in grado di svolgere e che ci potrà anche aiutare a mantenerci in buone condizioni di salute: dormire.

Il sonno, questo momento prezioso, solo nostro che dedichiamo a noi stessi e alle nostre necessità, non solo è piacevole ma è anche un comportamento necessario a mantenere un buono stato di salute. La ricerca scientifica ha dimostrato che un sonno quantitativamente insufficiente o frammentato è associato all’insorgenza e allo sviluppo di una serie di malattie croniche.

In particolare, specialmente nei bambini, un sonno insufficiente aumenta il rischio di sviluppare sovrappeso e obesità, e negli adulti le alterazioni metaboliche legate ai disturbi del sonno possono favorire lo sviluppo del diabete.

Si è visto che anche la comparsa di patologie cardiovascolari e neurodegenerative può essere correlata ad un sonno disturbato o insufficiente. Ma l’aspetto che diventa particolarmente rilevante in questo periodo è il ruolo del sonno nel contrastare di sviluppo di malattie infettive acute.

È noto da molti anni che il sonno e il sistema immunitario hanno una relazione bidirezionale. L’attivazione del sistema immunitario altera il sonno, e il sonno a sua volta influenza l’efficienza del sistema di difesa del nostro corpo. Quando siamo ammalati, e abbiamo la febbre, dormiamo di più.  L’aumento del tempo di sonno durante un’infezione facilita l’attivazione del sistema immunitario per promuovere la difesa dell’ospite, e può migliorare il decorso della malattia. Di converso, un sonno adeguato è associato a un ridotto rischio di infezione.

Inoltre, è stato evidenziato come la produzione di anticorpi dopo una vaccinazione risulti raddoppiata nei soggetti che dopo la vaccinazione stessa hanno dormito, rispetto a soggetti tenuti svegli o che hanno dormito poco. Quindi, perché non dedicare in questo periodo un po’ più tempo del solito al sonno? Andiamo a dormire prima e dormiamo più a lungo, lasciamo al sonno ristoratore il tempo che gli occorre per svolgere indisturbato tutte le sue preziose funzioni. Poi, tra un po’, quando tutto questo sarà passato, torneremo alle nostre vecchie abitudini. O forse no, forse non subito, forse non tutte….

Emozioni sonore al tempo del coronavirus.

La musica e il suo mondo migliore

Contributo di Giuseppina La Face

Il tempo affievolisce i ricordi: giova rammentare. Nel settembre 2001 i cittadini statunitensi, sbigottiti di fronte all’immane tragedia delle Twin Towers, intonarono spontaneamente “God bless America”: affidavano a quella preghiera corale il loro dolore e la speranza della ricostruzione.

Oggi anche noi ricorriamo alla musica, di fronte alla guerra scatenataci da un esserino invisibile e malefico, il Sars-Cov-2, meglio noto come Covid-19 o coronavirus. Essa risuona dai balconi e dalle finestre d’Italia: ognuno canta e suona quella che ama, sentendosi però legato agli altri da un rapporto stretto e vicendevole.

È comprensibile, giacché la musica alimenta il senso di comunanza sociale, organizza le emozioni, e può esercitare un’azione consolatoria. Lo diceva Marsilio Ficino che la definiva “consolazione delle fatiche e pegno di vita duratura”; lo proclamava Schopenhauer  che la considerava “panacea di tutti i mali”; lo sapevano gli operisti del Settecento, che alla musica chiedevano di procurare il plaisir des larmes, efficace per stemperare le sofferenze in una dolcissima malinconia.

C’è un aspetto terribile nell’infezione, nella pestilenza, nell’epidemia: anche gli amici, i parenti stretti, figli, genitori, sposi, si trasformano. Appaiono ‘nemici’ in quanto possibili vettori di contagio, malattia, morte. E ciò fa vacillare certezze, mette in crisi sentimenti profondi come l’amore e l’amicizia, fa toccare l’abisso della solitudine esistenziale.

Oggi, di fronte all’angoscia generata da un pericolo invisibile, avvertito al momento come incontrollabile, la musica diventa un mezzo di sopravvivenza. Il ricorso ad essa diventa taumaturgico.

Nella nostra cultura il far musica è strettamente collegato all’ascolto. Se ti si ascolta, significa che ti si presta attenzione, ci si accorge di te. Suonando o cantando – da soli o in gruppo – si instaura un rapporto fra esecutori e ascoltatori: si ricostruisce proprio quel senso di solidarietà, simpatia, comunicazione che l’esserino malefico devasta.

Non importa che tu sia intonato o stonato, professionista o strimpellatore, il suono, il canto producono una corrente sentimentale che fa sentire forti e coesi.  E così, pur nella varietà dei generi musicali, si fronteggia meglio il nemico. Non è un caso che la musica più spesso eseguita sia stata in questi giorni “Il canto degli Italiani”, il cosiddetto Inno di Mameli. Pugnace, intenso, battagliero, risuonando in tutta la penisola ha fatto sentire gli Italiani un popolo unito, una ‘nazione’ impegnata in combattimento per il bene di tutti.

La musica attua un miracolo ulteriore: crea un mondo migliore, in cui si supera il dolore dei giorni tristi. Lo si sperimenta con Bach, Mozart, Beethoven, Rossini, De André, Vasco Rossi, Lady Gaga.

Nel 1817 – aveva vent’anni – Franz Schubert scrisse un Lied stupendo, “An die Musik”, su otto versi dell’amico Franz von Schober. Ne trascrivo qualcuno:

Tu, arte soave, in quante ore desolate
hai acceso il mio cuore al calore dell’amore
e mi hai portato con te in un mondo migliore!
Arte soave, di questo ti ringrazio!

(Du, holde Kunst, in wieviel grauen Stunden | Hast du mein Herz zu warmer Lieb’ entzunden, | Hast mich in eine beßre Welt entrückt! | Du holde Kunst, ich danke dir dafür!).
Ascoltatelo, dura tre minuti ed è meravigliosamente benefico.

Il cinema al tempo del coronavirus

(ovvero della resistenza al cambiamento)

di Giacomo Manzoli

Ignàc Semmelweis e Marc Levinson sono due nomi che dicono pochissimo ai non addetti ai lavori.

Il primo è un medico ungherese, che già nel 1846 aveva intuito come il semplice lavarsi le mani dei medici poteva diminuire in modo sostanziale le febbri puerperali, una delle principali cause di morte delle partorienti. Venne osteggiato e ridicolizzato dai baroni dell’ostetricia, finì in manicomio e morì per un’infezione contratta durante un intervento chirurgico, probabilmente perché chi lo operava non riteneva che disinfettarsi fra una operazione e l’altra fosse necessario. Dovette aspettare il 1894 perché la riabilitazione fosse completa, dopo che gli studi di Pasteur e altri resero inoppugnabile ciò che egli aveva dimostrato nella pratica e con le statistiche alla mano.

Marc Levinson, invece, è uno storico dell’economia che ha scritto un libro straordinario (The Box, EGEA, 2013) in cui ripercorre la storia che ha portato all’adozione globale di un solo standard di container.

Cinema al tempo del coronavirus

Può sembrare una cosa da poco, ma finché non è adottato questo provvedimento, ogni paese aveva le sue misure e questo comportava un continuo scarico e carico delle merci, cosa che triplicava i tempi di spostamento delle medesime e i relativi costi. Ebbene, la questione ha richiesto quasi un secolo per essere risolta, per via di svariati interessi nazionali e corporativi, e solo la guerra del Vietnam ha consentito di risolvere definitivamente il problema e di obbligare tutti a optare per un unico formato.

Sono due storie paradigmatiche, fra le mille che si potrebbero nominare, che ci fanno capire quanto ampia sia la distanza fra una buona idea e la sua applicazione. Ovvero, quante resistenze, dissonanze cognitive e interessi discordi possano ostacolare l’adozione di pratiche capaci di far avanzare il progresso.

Una delle cose che sarebbe possibile fare ormai da decenni ma viene sistematicamente rinviata è la possibilità di distribuire contemporaneamente un film al cinema e in streaming (a pagamento o meno) per chi non può o non vuole recarsi in un cinema. Ovviamente, la cosa già avviene per i film che sono prodotti dalle grandi piattaforme (tipo Netflix), ma si tratta di casi sporadici che trovano forti resistenze da parte del sistema cinematografico nel suo complesso: festival, distributori, esercenti, operatori del settore e anche parte del pubblico. Le motivazioni sono due: proteggere la corporazione degli esercenti e, in generale, salvaguardare la modalità di fruizione della sala buia.

cinema al tempo del coronavirus

Sono posizioni legittime, ma si scontrano con argomentazioni di carattere opposto altrettanto legittime. Non esiste un solo studio che dimostri che il vantaggio recato ad un film dalla sua diffusione domestica comporti realmente uno svantaggio in termini di spettatori in sala. Ovvero i due pubblici potrebbero sommarsi piuttosto che escludersi, con un vantaggio complessivo per il settore. Tanto più che esiste sicuramente una consistente fetta di spettatori potenziali che non può materialmente recarsi in sala, o perché vivono lontano dalle città dove si concentra il maggior numero di schermi o perché non hanno le risorse economiche, perché hanno impedimenti di vario genere oppure, infine, perché semplicemente non amano la sala.

A fronte di questo, anche tenendo per buono il postulato che vedere un film in sala sia meglio, è piuttosto chiaro che il settore nel suo complesso avrebbe tutto da guadagnare dall’introduzione di una modalità mista, che consenta di scavalcare il sistema delle cosiddette “finestre temporali” con cui si obbliga a lasciar passare un determinato arco temporale (diverso da paese a paese) fra la distribuzione in sala di un film e la sua messa a disposizione on-line.

La chiusura delle sale dovuta al coronavirus, dunque, potrebbe determinare le condizioni che, di fatto, obbligano ad aprire una sperimentazione vera in questa direzione, facendo fare un salto in avanti ad un settore che è stagnante da circa trent’anni.  Sarebbe, nel disastro complessivo e sempre con la speranza che le sale possano riaprire al più presto – una piccola esternalità positiva di questa situazione di crisi.

La sfera pubblica al tempo della pandemia

Contributo di Mario Neve

Strade e piazze pressoché deserte, parchi e giardini silenziosi, persino condomini normalmente rumorosi sembrano quasi disabitati, anche se mai come in questa occasione sono colmi di gente. Continue precauzioni, anche in famiglia e tra amici, che, interrompendo i comportamenti automatici quotidiani, ci obbligano a prestare attenzione al minimo gesto, e, soprattutto, a imparare a tenere le distanze.
Un’interruzione aggressiva e improvvisa dei legami di comunità, la costrizione all’isolamento e l’imposizione di una distanza dagli altri, i quali, senza averne l’intenzione, possono arrecarci danno con la loro semplice vicinanza.

Tale restrizione della libertà di movimento viene vissuta come una prova durissima che la comunità deve attraversare per poter tornare prima possibile a riempire i luoghi pubblici, a godere nuovamente della vicinanza, della prossimità con gli altri, non più vissuti come un potenziale pericolo.
Ma è davvero così?
Proviamo ad andare al di là dello schermo dei bollettini ufficiali, delle dichiarazioni dei governi, dell’alluvione di parole ed emotività nei social media, dello sfruttamento muscolare o sciovinistico dell’emergenza per rosicchiare qualche briciola di consenso in più nell’oggi (perché è questo presente assoluto, consumato e subito dimenticato, il tempo della nostra quotidianità).
Il filosofo Byung-Chul Han ha di recente sottolineato la mancanza di rispetto che domina la società odierna, in cui i social media sono l’arena in cui si formano e si legittimano i comportamenti pubblici (al punto che perfino la comunicazione e la lotta politica ne sono stati assorbiti). Egli mette in rilievo come non sia possibile parlare oggi di sfera pubblica, visto che la distanza viene a mancare, essendo proprio la distanza il presupposto del rispetto, del riguardo verso gli altri (che si tratti di una fila da fare o di una discussione da affrontare), della distinzione tra pubblico e privato, e anche dell’esercizio dell’intelligenza stessa. Il rispetto in quanto distanza sta a fondamento della vita pubblica. La sua assenza è tipica dello spettacolo, del sensazionalismo. La comunicazione digitale ci mette in grado di comunicare virtualmente con chiunque, ma, così facendo, abolisce le distanze e “la riduzione delle distanze spaziali si ricollega all’erosione delle distanze mentali.”

Questo è un tema antico nella nostra tradizione culturale. Nel dialogo platonico Protagora, si narra il mito di Prometeo ed Epimeteo, di quando gli esseri umani delle origini si trovarono a essere gli unici viventi deboli e privi di difese naturali contro i pericoli provenienti dall’ambiente, come gli animali selvaggi. Fatto sta che, anche quando Prometeo si arrischierà (pagandone duramente il prezzo) a rubare il fuoco e a donarlo all’umanità, da cui deriveranno il sapere tecnico e le città, i problemi non saranno finiti. Perché gli esseri umani non erano capaci di vivere nelle città insieme pacificamente, non possedendo l’arte di amministrare le città, la politica, e quindi Zeus, temendo l’estinzione della specie, invierà due altri doni, due altri saperi, la giustizia e, appunto, il rispetto. E, si badi, giustizia e rispetto sono dei saperi perché vanno interpretati con intelligenza, e non verranno distribuiti come altri saperi, per cui il sapere di un medico basta a prendersi cura di più persone. Giustizia e rispetto, secondo Zeus, vanno distribuiti a tutti, nessuno escluso, perché nessuna città può esistere se solo una piccola parte degli abitanti conosce e pratica giustizia e rispetto.
Anche se oggi, rispetto al mito del Protagora, noi siamo dotati dell’arte politica, è però anch’essa presa nel gioco della società (in apparenza) trasparente dominata dai social media: una comunità solo immaginata, che manca dei due saperi fondamentali di ogni vera comunità umana, giustizia e rispetto. È una comunità immaginata in cui un epidemiologo britannico, per far comprendere al pubblico quale fosse il miglior approccio, ha dovuto consigliare: “non agite come se non voleste farvi contagiare, fate come se l’aveste già preso e non voleste passarlo agli altri”. Solo in una comunità immaginata in cui il rispetto è abolito diventa necessario spiegarne l’importanza.

In questa situazione siamo tutti esuli, rifugiati, che rifuggono dal contagio isolandosi, ma che in isolamento hanno il tempo e il luogo per prendere coscienza della natura di quella “normalità” a cui si vorrebbe ritornare il prima possibile.
La normalità di una comunità immaginata in cui per la sicurezza (a dire il vero piuttosto precaria) dell’oggi si sacrifica il futuro, un futuro che non può esistere senza una visione che unisca e dia calore. I gesti di solidarietà e rispetto in questi tempi di pandemia mostrano come il vero isolamento, la vera mancanza di comunità sia cresciuta da tempo innanzitutto nelle nostre menti, in quella comunità immaginata dove vorremmo presto tornare, fatta di tempo consumato frettolosamente e di ossessione per l’efficienza e la competizione, per mascherare una drammatica carenza di idee degne di questo nome.
Siamo davvero così ansiosi di tornarci, o, come pensa una mia cara amica, potremmo trovare il modo di farlo senza perdere di vista quanto stiamo imparando in questi giorni? Magari riportando nel cuore del quotidiano il senso di comunità che unisce nel rispetto reciproco?
Sorge il fondato sospetto che la fretta di tornare alla “normalità” sia dettata, oltre che dal ragionevole desiderio di superare una grave emergenza, anche dalla scomodità di una condizione che ci costringe a guardarci allo specchio, per scoprire che non ci piacciamo poi così tanto.

Chi ha paura della matematica?

Contributo di Marco Lenci

Ci risiamo! Una volta ancora mi capita di ascoltare il personaggio televisivo di turno che, con un sorriso un po’ gigione, dice in camera: “Mah, io a scuola andavo malissimo in matematica!”. Altre varianti sentite nel corso degli anni: sentimentale: “Tra me e la matematica non è mai scoppiato l’amore”; astronomica: “Io e la matematica abitiamo su pianeti diversi”; aforistica: “Non sono io che odio la matematica; è la matematica che odia me”; e via inventando…

Ho sempre una mini-reazione di ruvidità auricolare al sentire queste frasi, reazione che si amplifica quando a pronunciarle sono personaggi famosi, peggio se intellettuali o politici. Non si può contestare a nessuno il diritto di dire che non si è o non si era tanto bravi in matematica, nemmeno ad un cantante, un’atleta o una scrittrice famosi. In fondo non gli si può neanche negare il diritto di usare questa confessione per una sempre utile captatio benevolentiae nei confronti dello spettatore: “Vedi, anch’io andavo male in matematica, come te, e sono diventata famosa. Né tu né io siamo stupidi. Compra il mio libro!” In realtà riconosco che è questo che mi crea ruvidità, quel senso di autoassoluzione al ribasso. Al ribasso perché non si cerca una complicità con l’altro su ciò che si ha in comune, ma su ciò che non si ha, seppure in comune. Ma è una complicità un po’ falsa, perché a lei (o lui) i risultati scolastici non hanno impedito di avere quel tanto di notorietà per andare in televisione. A te invece è solo richiesto di provare simpatia.

Al di là delle mie reazioni istintive però mi chiedo: perché nella mia vita ho sentito così tante persone dire che andavano male in matematica e così poche dire che andavano male in italiano? Certamente non è vero che la popolazione scolastica italiana tenda ad andare meglio nelle materie letterarie che in matematica, vedi ad es. gli ultimi risultati dei test OCSE-PISA (*) Perché così tanti fra noi, indipendentemente dal proprio mestiere o collocazione sociale, sarebbero piuttosto imbarazzati di ammettere che di un quadro famoso non riescono ad individuare nemmeno il periodo storico, per non parlare dell’autore, quando pure colleghi accademici di discipline scientifiche non si fanno problemi a dirmi che con le derivate hanno penato tantissimo al primo anno dell’università? Il punto qui non è che si debba essere tutti bravi in matematica o nelle scienze — ci mancherebbe — ma perché è così socialmente accettabile sfoggiare le proprie difficoltà con la matematica, al punto di avere il sospetto che qualcuno le ingigantisca a bella posta? Questo mi sembra un fenomeno molto italiano, che percepisco meno in altre culture. Certamente è molto meno presente nella cultura anglosassone o in quella ebraica, per fare due esempi di cui mi sento sicuro. Di nuovo, non sto parlando del livello di competenza matematica della popolazione, su cui non ce la caviamo poi male, come richiamato (**), ma del ruolo che si attribuisce alle abilità e competenze matematiche nella società.

Ammetto, non ho mai avviato uno studio rigoroso della questione, ma in maniera amatoriale, nel corso degli anni, ho chiesto un’opinione a tutti coloro che pensavo potessero darmene una interessante. L’intersezione delle risposte che ho raccolto è anche l’indiziato numero uno di molte storture della cultura italiana, cioè la filosofia neoidealista di Croce e Gentile, con l’annessa presunta inferiorità dei saperi scientifici e tecnici (***). Non dubito che questa abbia giocato un ruolo importante — d’altronde stavolta sono io a confessare poca competenza su questi temi — ma mi chiedo se un secolo di storia dalla riforma Gentile (1922-23), tanto per fissare un riferimento temporale, un secolo di vertiginoso progresso scientifico, di una guerra mondiale vinta grazie ad una supremazia scientifica prima ancora che tecnologica (dal progetto Manhattan al lavoro di Turing), il secolo dei computer e del digitale, dell’uomo sulla Luna, di internet e del suo massiccio impatto sulla società e sul portafoglio di qualche nerd in qualche garage californiano, il secolo che ci ha portato all’epoca degli algoritmi come onnipresenti compagni di vita, non sia riuscito ad affrancare la matematica da un certo ruolo di Cenerentola della cultura: protagonista certo, come la ragazza della favola, bella anche e amata da persone importanti, pure invidiata magari, ma non davvero invitata al gran ballo.

Ovviamente una risposta non ce l’ho nemmeno io. Però mi sento di dare un messaggio a quelli che amano la matematica, o almeno ne sono attratti e stimolati, soprattutto ai più giovani ai quali ancora si chiede di scegliere se fare la pupa o il secchione (o viceversa): la matematica non è solo fondamentale, è anche bella e cool. E pure voi lo siete!

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(*) Sebbene quei dati, come tutti i dati di carattere statistico, meritino una riflessione più approfondita di un titolone ad effetto sui mezzi di comunicazione. Da notare peraltro l’ottimo piazzamento degli studenti del Nord-Est italiano nella “classifica” — le virgolette sono d’obbligo — delle abilità matematiche.

(**) Non che manchino strafalcioni clamorosi da parte di chi non dovrebbe farne, tipo un importante giornale nazionale che l’altro giorno titolava: “Trasporto aereo in crisi: le prenotazioni dei voli per l’Italia sono in calo del 195%”. Non si trattava di un refuso ma di una insensata somma di dati percentuali. Il titolo è stato poi corretto.

(***) È curioso che l’evento che viene talvolta considerato come l’atto di divorzio fra la cultura umanistica e la cultura scientifica in Italia ebbe come protagonisti proprio un matematico, Federigo Enriques, e la nostra città. Enriques organizzò a Bologna, nell’aprile del 1911, il IV Congresso Internazionale di Filosofia, in preparazione di, durante e dopo il quale si dipanò un’accesa disputa dottrinale (e personale) fra gli esponenti della filosofia neoidealista da una parte, in particolare Gentile, e quelli del pensiero scientifico-positivista dall’altra, rappresentati appunto da Enriques. La disputa ebbe grande eco mediatica, per il tempo, cosa che aiutò a creare il vulnus fra le due culture che ancora oggi si avverte.