Il mondo visto da un punto fisso, ovvero dell’assenza di cambiamento

Il mondo visto da un punto fisso, ovvero dell’assenza di cambiamento

Contributo di Paolo Leonardi

In Smoke, film di Wayne Wand e Paul Auster, ripreso da ‘Il racconto di Natale di Auggie Wren’ testo di Auster stesso, Harvey Keitel, nella parte del tabaccaio newyorkese Auggie Wren, ogni giorno scatta una foto dalla porta del proprio negozio che è a un incrocio di strade. 

Lo stesso mondo seguito momento per momento, come la gente cambia aspetto, a cominciare dai diversi vestiti a secondo della stagione, dell’ora del giorno – ragazzi che vanno a scuola, donne che fanno la spesa, vecchi che vanno al caffè –, del tempo atmosferico e della moda dell’anno, come cambia il traffico fra i giorni feriali e quelli festivi, come mutano d’aspetto, molto più raramente negozi, infrastrutture cittadine. 

Un’idea e un metodo per immergersi completamente in un luogo.  Un’idea ripresa da Massimo Gardone anni fa fotografando il mare a Trieste dallo stesso punto un numero indefinito di volte e mostrando poi molti scatti uno accanto all’altro.

il mondo visto da un punto fisso
Massimo Gardone – Piccoli mari tascabili (estratti). Progetto fotografico, Trieste [16]

Ora, tutti o quasi dovremmo vivere in un punto, in molti lo facciamo davvero. 
Il suggerimento di Auster/Wren/Keitel e di Gardone è di imparare a vedere quel punto e come cambia. 
La nostra condizione al tempo del coronavirus è differente, perché passano pochissime persone, pochi mezzi, nessuno rinnova il proprio negozio o la propria casa, il negozio di fronte, anzi, è chiuso. 

C’è quindi un elemento astratto e surreale che rende il guardare uno specchio di chi guarda – il proprio umore aggiunge o toglie, si incuriosisce, fantastica, trova l’immagine troppo uguale per motivarlo a guardare – come trova difficile in questi giorni leggere il giornale sul serio per le notizie troppo uniformi. 

Si dà un’occhiata alle predizioni – quanto durerà? siamo al picco? quanto dista il picco? – e alle proibizioni – mascherine, guanti monouso, starnutire nello snodo del gomito (il che ricorda un gestaccio italiano), toccarsi solo con i piedi, e soprattutto non uscire quasi mai. 

Per gli accademici è un momento per studiare, scrivere, mettersi alla prova, andare in onda senza vedere chi ascolta.  Nello stesso tempo alcuni di noi sono impegnati nella grande corsa per trovare una soluzione – una terapia, un vaccino.  Un’attesa che segue con convinzione anche chi non è impegnato in essa e addirittura chi teme i vaccini e la medicina occidentale. 

Per ora è una gara in condizioni di inferiorità.  Conviene stare acquattati, come facevano gli italiani – scrive Mario Tobino  ne Il deserto di Libia – quando nella seconda guerra mondiale in Libia, con fucili che si inceppavano, affrontavano gli inglesi che avevano le mitragliatrici.  Se arrivavano quelli dell’Ariete, che erano ben armati, o i tedeschi, anch’essi ben armati, era tutt’altra storia.  Una battaglia alla pari o in condizioni di superiorità. 

La maggior parte di noi in effetti sta in attesa, acquattata, e l’attesa muta in un viaggio dentro noi stessi, che ci richiede controllo, fermezza, e di limitarci a una misurata paura.

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ParliamoneOra administrator

Siamo studiosi e ricercatori dell’Università di Bologna accomunati dalla convinzione che una società colta sia meglio equipaggiata per affrontare i problemi di un mondo in rapidissima trasformazione.

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