La ricerca di base ai tempi del coronavirus

La ricerca di base ai tempi del coronavirus

Contributo di Fabrizio Ghiselli

Pandemia.

Non è la prima volta e non sarà l’ultima.

Ce lo dicono la Storia e la Scienza, due campane alle quali siamo generalmente piuttosto sordi, per poi ritrovarci ad additare come “Cassandre” chi invece vi presta attenzione. Recentemente, per ovvi motivi, è tornato molto popolare un TED talk di Bill Gates, registrato nel 2015 ed intitolato: “The next outbreak: we’re not ready”. Ma possiamo anche andare ulteriormente indietro negli anni e “scoprire” che l’epidemiologo Larry Brilliant (nomen omen?) nel 2006 aveva espresso grande preoccupazione per l’arrivo di una assai probabile pandemia. Sempre in questi giorni (perché col “senno di poi” siamo bravissimi) vengono “riesumati” sui social media persino articoli scientifici come questa review, pubblicata nel 2007 su Clinical Microbiology Reviews ed intitolata “Severe Acute Respiratory Syndrome Coronavirus as an Agent of Emerging and Reemerging Infection” che termina con un chiaro ammonimento sulla necessità di essere preparati alla comparsa e diffusione di nuovi virus SARS-CoV-like. Ci sono stati persino dei bestsellers che si sono occupati dell’argomento pandemia, come “A planet of viruses” di Carl Zimmer (2011) e “Spillover” di David Quammen (2012). Peste, influenza “Spagnola”, SARS, MERS, H1N1, ebola, zika… Sono tutte parole che la maggior parte di noi conosce molto bene, ma in quanti prima di qualche settimana fa si preoccupavano dell’eventualità che un evento simile potesse colpirci e cambiare per sempre le nostre vite? Eppure non è mai stato in dubbio: era una questione di quando sarebbe accaduto, non se.

Il problema della nostra “memoria corta”—che trovo incredibilmente fastidioso, per usare un eufemismo—lo lascio volentieri agli Storici; per professione sono decisamente più preparato a parlare della “campana” scientifica. In particolare, vorrei cogliere questa occasione per sottolineare l’importanza di un tipo di ricerca spesso dimenticato, sicuramente sottovalutato se non addirittura deriso: la ricerca di base. Da quando è iniziata questa emergenza abbiamo assistito ad un veloce “riavvicinamento” della società e dei media alla Scienza e se da un lato questo è sicuramente positivo, dall’altro lo trovo molto curioso visto che veniamo da un periodo in cui pseudoscienza e movimenti antiscientifici spopolano ovunque (dove sono i no-vax ora?). Persino un fiero oppositore della Scienza come Donald Trump—che tanto ha fatto per affossare la ricerca scientifica statunitense—ora si rivolge agli scienziati chiedendo velocemente un vaccino, come riporta H. Holden Thorp, Editor-in-Chief della rivista Science in un recente editoriale. “Do me a favor, speed it up, speed it up”, avrebbe detto ai ricercatori.

Non funziona così.

Le innovazioni scientifiche (prima) e quelle tecnologiche (poi) vengono da lontano e richiedono un costante impegno da parte dell’intera comunità scientifica per anni, non giorni. Da parte di tutti gli scienziati, non solamente di chi lavora—per fare esempi molto calzanti in tema di pandemia—nella ricerca biomedica o epidemiologica.

Possiamo distinguere la ricerca scientifica in ricerca di base e ricerca applicata. La ricerca applicata serve a sviluppare soluzioni scientifiche e tecnologiche che risolvano un problema specifico, o che rispondano ad una precisa necessità. La ricerca di base serve a colmare lacune di conoscenza, ma non ha finalità facilmente identificabili a breve-medio termine. Chi fa ricerca di base non può prevederne l’impatto o i risultati perché si muove in ambiti ignoti. Tuttavia, la ricerca di base è indispensabile e pone le fondamenta per la ricerca applicata. Possiamo usare un’analogia: la ricerca scientifica è come un albero (vd figura). Le radici, il fusto ed i rami principali sono la ricerca di base, i rami periferici la ricerca applicata e i frutti le applicazioni. Le scoperte scientifiche e le conseguenti innovazioni tecnologiche derivano spesso da aree di ricerca insospettabili. La ricerca di base porta a risultati inattesi—da cui la sua imprevedibilità—e le scoperte casuali e fortuite sono all’ordine del giorno. Un esempio? La green fluorescent protein (GFP, proteina fluorescente verde) è una proteina espressa nella medusa Aequorea victoria (in foto) ed è diventata negli ultimi decenni un diffuso strumento per esperimenti e tecniche di biologia molecolare ampiamente utilizzati anche in campo biomedico. Se non ci fosse stato qualcuno interessato a capire come funzionasse la bioluminescenza nelle meduse, non si sarebbe potuta sviluppare questa importante tecnica.

Ma cosa c’entra la ricerca di base con la lotta al coronavirus? Ci sono moltissime conoscenze—risultato di ricerche in ambiti anche molto lontani dalla virologia e dalla medicina—che vengono costantemente utilizzate in questa emergenza (a tal proposito si è espressa anche la Prof.ssa Elena Cattaneo, Senatrice a vita, sul Messaggero). Prendiamo per esempio lo studio della diffusione di SARS-CoV-2 riportato da Nextstrain, un progetto Open Source che riporta dati genomici su potenziali patogeni. Gli strumenti di generazione, analisi ed elaborazione dei dati sono il frutto della ricerca nel campo dell’evoluzione biologica, della matematica, della statistica, della biochimica, della biologia molecolare, solo per citarne qualcuno. E questi strumenti, queste conoscenze, derivano da ambiti “insospettabili” come la Zoologia o la Botanica, da ricercatori che passano la propria vita a studiare “i fiori” o “i vermi”. Il punto—che spesso mi trovo a dover sottolineare con chi, incuriosito, mi chiede “a cosa serve” studiare le formiche o le vongole—è che la ricerca di base in ambito biologico è focalizzata allo studio dei processi, non degli organismi in sé. E questi processi sono importanti anche per chi lavora in ambito applicato (“Voglio fare il Medico, perché devo perdere tempo a studiare l’evoluzione?”).

Newton disse: “Se ho visto più lontano, è perché stavo sulle spalle di giganti”. Nel momento in cui iniziamo a studiare e a fare ricerca, stiamo salendo sulle spalle di “giganti” e di tantissime persone “normali” che prima di noi hanno contribuito con un mattoncino, anche piccolo, alla costruzione del palazzo della conoscenza. La ricerca di base fornisce il materiale per alimentare la creatività e l’inventiva di chi lavora per risolvere problemi e necessità pratiche, permettendo loro di trovare soluzioni prima impensabili.

Le specie hanno vita relativamente breve. Per esempio nei mammiferi la durata media di una specie, dall’origine all’estinzione è di 1 milione di anni. Un attimo, se consideriamo che la Terra ha circa 4540 milioni di anni. La nostra specie non è immune ai meccanismi che portano al declino e all’estinzione (per esempio l’insorgenza di patogeni), ma—unico caso su questo pianeta—ha sviluppato qualcosa che potrebbe estendere la sua permanenza: la tecnologia. Ma la tecnologia va usata con memoria e lungimiranza, due caratteristiche che, come scrivevo in apertura, non sembrano caratterizzare la nostra specie, al momento. Impariamo dal passato e guardiamo oltre gli interessi a breve termine. Prendiamoci cura del pianeta, studiamo la natura per capirla e convivere con essa. Non illudiamoci di poterla ignorare o, peggio ancora, dominare.

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ParliamoneOra administrator

Siamo studiosi e ricercatori dell’Università di Bologna accomunati dalla convinzione che una società colta sia meglio equipaggiata per affrontare i problemi di un mondo in rapidissima trasformazione.

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