Un destino comune: diritti dell’uomo e diritti della Terra.

Un destino comune: diritti dell’uomo e diritti della Terra.

Contributo di Silvia Bagni

Sono una giurista, e sono convinta che il ruolo della nostra categoria, in questo momento di emergenza sanitaria globale, si debba limitare a sostenere lo sforzo collettivo verso l’obiettivo di limitare la diffusione del virus. Intendiamoci, tutti dobbiamo essere costantemente vigili rispetto all’uso legittimo da parte del “Sovrano” dei poteri che gli sono stati attribuiti in Costituzione, ma nel caso attuale non sembra vi siano rischi per la democrazia del Paese.

Raffinati giuristi si sono già espressi a riguardo, come Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale, in un articolo su Repubblica

Per il resto, ci sarà tutto il tempo, una volta che l’epidemia sarà stata contenuta e l’emergenza passata, per raffinate disquisizioni sul rispetto delle competenze normative, sull’uso eccessivo dei poteri di emergenza, sull’irragionevolezza di certe disposizioni, sulle norme intruse nei decreti, ecc.

Vorrei invece portare l’attenzione sulla consapevolezza che questa nuova esperienza traumatica dovrebbe portarci ad acquisire, di essere parte di una comunità di destino, che non soltanto include tutti gli esseri umani, ma anche il resto dei viventi, nelle loro relazioni reciproche e con le componenti abiotiche del loro habitat naturale.

Sono infatti numerosissimi gli studi scientifici che dimostrano come le zoonosi, ossia il passaggio di parassiti da specie animali all’uomo, con il conseguente prodursi di ricorrenti epidemie, come quella del coronavirus, siano strettamente legate ai cambiamenti ambientali che l’uomo ha impresso all’ecosistema Terra, in particolare nell’era oggi definita Antropocene, come ricordato da Michele Carducci in Il corpo “malato” del Sovrano.

Come già avvenuto dopo il trauma della seconda guerra mondiale e dello sterminio nazista, che produsse come reazione la Dichiarazione universale dei diritti umani, le molteplici crisi che stiamo vivendo potrebbero essere l’occasione per l’adozione di una nuova Dichiarazione universale, questa volta dei diritti della Madre Terra, come auspicato da tempo da molteplici voci di esponenti politici, scienziati e attivisti in tutto il mondo, e basti ricordare il discorso di Evo Morales alle Nazioni Unite del 22 aprile 2009.

Altre recenti tendenze del diritto in materia ambientale e climatica, finora studiate da una piccola avanguardia di giuristi, che lavorano a stretto contatto con ecologi, sociologi, antropologi ed economisti dell’ambiente, potrebbero finalmente fomentare un dibattito giuridico serio e più ampio sui principi su cui si fonda il diritto ambientale attuale e sulla necessità di suoi sviluppi futuri.

Mi riferisco, oltre al movimento per i diritti della natura, che trova riconoscimento istituzionale nel programma delle Nazioni Unite Harmony with Nature, agli approcci ecosistemici che stanno alla base di recenti sentenze (caso Urgenda,) e di casi giudiziari pendenti (negli Stati Uniti, il più celebre è il caso Juliana; una mappa completa è nell’Enviroment Justice Atlas) sul riconoscimento di un diritto a un clima liveable, altrimenti detto alla stabilità climatica, che consenta la sopravvivenza delle attuali specie sul pianeta, oppure all’applicazione del principio in dubio pro natura quale criterio interpretativo (come previsto dall’art. 395.4 della Costituzione ecuadoriana) o nella ponderazione tra diritti costituzionali (Conseil constitutionnel, Décision n° 2019-823 QPC du 31 janvier 2020).   

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Siamo studiosi e ricercatori dell’Università di Bologna accomunati dalla convinzione che una società colta sia meglio equipaggiata per affrontare i problemi di un mondo in rapidissima trasformazione.