Capitalismo virale. La necropolitica di Bolsonaro e il destino del Brasile all’epoca del coronavirus

Capitalismo virale. La necropolitica di Bolsonaro e il destino del Brasile all’epoca del coronavirus

Contributo di Giulia Crippa

É difficile, per me che ho vissuto in Brasile per 24 anni, parlare del Covid 19 guardando solo all’Italia, oggi. Ho infatti visto il pronunciamento del Presidente della Repubblica brasiliano, Jair Messias Bolsonaro.

Allontanandosi da quella che è, ormai, la posizione di quasi tutti i capi di stato del mondo, Bolsonaro ha affermato che il Covid 19 è un semplice raffreddore, una febbricola che non giustifica misure di contenimento come il distanziamento sociale, ormai adottata nella maggior parte dei paesi.

I giochi olimpici, anche se controvoglia, sono stati rimandati al 2021. Le principali economie capitaliste sono state messe in secondo piano dal virus, obbligando a scelte inedite fino ad oggi. Certo, Bolsonaro ha affermato che è necessario preoccuparsi con gli anziani (senza, peraltro, offrire esempi di come ciò possa essere fatto), ma la situazione, per lui, non giustifica la chiusura delle scuole o mantenere la popolazione in casa.

La mia reazione, vivendo una situazione completamente diversa da quella brasiliana – ma conoscendo abbastanza a fondo la realtà di quel paese – non è stata di sorpresa. Ci sono dei calcoli, evidentemente, dietro a questa scelta politica piuttosto divergente da quelle del resto del mondo.

A mio parere si tratta, prima di tutto, di calcoli politici, prima ancora che economici. È infatti vero che la mortalità del Covid 19 è alta tra gli anziani e tra chi presenta già patologie pregresse, mentre il resto della popolazione tende a presentare sintomi lievi o addirittura nessun sintomo. Anzi, vale la pena ricordare che uno dei problemi che si cerca di affrontare è proprio quello della presenza di un numero alto di portatori asintomatici che, senza saperlo, sono potenziali veicoli di trasmissione.

In principio, la strategia politica brasiliana è quella di lasciare che la maggior parte della popolazione contagiata abbia, di fatto, un’influenza relativamente leggera e, non avendo poi maggiori conseguenze, dia ancor più forza all’idea che tutto non sia altro che una grande esagerazione. La strada che permette questa politica è quella, per esempio, di non realizzare i test per il virus a tutti quelli che presentano sintomi leggeri, mantenendo basse, in questo modo, le statistiche di contagiati e morti

Era la stessa strategia proposta inizialmente dal Regno Unito, quella dell’immunità di gregge.

Dall’altro ieri, però, anche il governo britannico ha rivisto le sue posizioni, dichiarando il lockdown, senza ottenere ancora grandi risultati (la metropolitana di Londra continua ad essere piuttosto affollata…).

Le conseguenze di questa scommessa politica brasiliana, probabilmente, saranno abbastanza divisive per il paese. Da un punto di vista economico, ovviamente, si tratta di una scelta diretta alla manutenzione di una economia fortemente marcata dalle esigenze neoliberiste degli imprenditori. In un paese dove, in funzione dei numeri alti di disoccupazione strutturale, la mano d’opera non manca di certo, è una scelta apparentemente sensata.

Inevitabilmente, però, può portare, nel breve e medio periodo, a un isolamento severo del paese dal resto del mondo. Basta pensare, per esempio, alla perdita che probabilmente soffrirà un settore come quello del turismo dall’estero. È evidente, tuttavia, che nei calcoli politici dell’attuale governo questo fattore sul PIL sia stato considerato: per quanto il turismo possa essere una voce importante della produzione di ricchezza, non si paragona alle altre del PIL. Vale la pena di tenere in mente che anche in un’Europa “bloccata”, come quella in cui ci troviamo, le merci non hanno mai smesso di circolare e, in questo senso, il Brasile è un grande produttore di materie prime.

Con questa scelta di realpolitik da parte del governo federale, che scommette sull’effettivo recupero della maggior parte dei contagiati, i governatori degli stati brasiliani che hanno fatto scelte rivolte alla tutela delle fasce di popolazione più deboli (soprattutto in due degli stati più ricchi del paese, São Paulo e Rio de Janeiro), probabilmente ne usciranno indeboliti. 

A freddo, contrariando la mia ristretta e personale visione dei principi umani e umanisti di protezione della vita, posso solo applaudire la genialità perversa di questa scelta del governo brasiliano. Non c’è niente di folle o insensato, in quello che è stato affermato politicamente da Bolsonaro.

Si inganna chi pensa che il presidente brasiliano stia facendo le bizze, che soffra addirittura di problemi mentali. Chiaramente, il suo discorso provoca indignazione, opponendo l’economia più vorace ai principi di tutela della vita dei più deboli. Tuttavia, si tratta di semplici calcoli statistici.

Anche immaginando che si possa arrivare a numeri molto alti in valore assoluto di decessi provocati dal Covid 19 – diciamo, per assurdo, senza nessuna base reale, che muoiano solo in Brasile 20.000 persone, che corrisponde, grosso modo, allo 0,01% della popolazione totale, numero di decessi che non è, possibilmente, plausibile anche nello scenario peggiore – si tratta, in ogni maniera, di corpi “inutili”, per principio, nella logica del Capitalismo Virale.

Sono corpi “invalidi”, senza valore, che pesano in termini di spesa pubblica: anziani e ammalati, perciò improduttivi, quindi già “morti” per l’economia.

Questo è il principio su cui si è stabilita la linea di condotta del governo brasiliano di estrema destra. Paradossalmente, Bolsonaro ne può uscire rinforzato nel suo ruolo politico, visto che i governatori che hanno fatto scelte differenti – di difesa di questi corpi improduttivi – possono essere visti come nemici dell’economia, mentre quelli che decideranno di indietreggiare da queste scelte di tutela si troveranno a dover ammettere di essersi sbagliati (perciò ne escono politicamente già sconfitti, considerando che molti di loro, specialmente nel Nordest del paese, sono di partiti di opposizione al governo di Bolsonaro). 

Mi rendo conto che quello che scrivo può dar fastidio, io mi sento profondamente infastidita. Vorrei far parte del coro che, da quando Bolsonaro ha pronunciato il suo discorso ieri sera, ripete che tutto ciò è una follia, nella misura in cui è contrario a qualsiasi logica umana.

Quello che c’è in gioco adesso, però, è una disputa tra principi opposti, tra la vita dei corpi improduttivi (“pochi”, in relazione alla popolazione) e la produzione di ricchezza (probabilmente sempre per pochi, ma diversi dai primi), e in questa disputa la vita perde, perché chi è “invalido” non produce ricchezza.

In termini relativi, per il Capitalismo Virale, queste perdite valgono la strategia crudele in atto. Il principio di tutela della vita si ritira nella sfera puramente privata, la morte non deve essere notizia per la collettività, per evitare di diventare la ragione di un trauma collettivo. 

Nonostante personalmente (e il mio pensiero personale/individuale non vale molto) io ritenga la scelta di questa necro-politica di stampo totalitario, discriminatoria e allineata con una tradizione eugenetica storicamente presente in brasile sin dall’inizio del XX secolo, non riesco a interpretarla come follia. Al contrario: è raffinata e molto ben articolata con i settori che dominano il grande capitale, e perciò ancor più efficace. Resta da vedere, ora, quale sarà la risposta delle altre istituzioni. La scelta si definisce: lasciar morire i corpi improduttivi e affacciarsi, come potenza del Capitalismo Virale sul futuro incerto del panorama di una crisi economica che toccherà, in modo piuttosto pesante, i paesi più ricchi. 

Resta da vedere come e se la popolazione si adatterà a questa necro-politica basata sull’eugenetica, che inserirei tra nazismo e stalinismo, ma che comunque è politica allo stato puro e non ha niente di folle, visto che sulla scelta tra chi vive e chi muore, tra corpi produttivi e improduttivi, in effetti, si basano, storicamente, tutti i poteri totalitari del ‘900.

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ParliamoneOra administrator

Siamo studiosi e ricercatori dell’Università di Bologna accomunati dalla convinzione che una società colta sia meglio equipaggiata per affrontare i problemi di un mondo in rapidissima trasformazione.

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