La cura. Evoluzione biologica dell’uomo e cooperazione come fattore evolutivo

La cura. Evoluzione biologica dell’uomo e cooperazione come fattore evolutivo

Contributo di Maria Giovanna Belcastro

In una strofa della bellissima canzona “La cura” di Franco Battiato

E guarirai da tutte le malattie
perché sei un essere speciale
ed io, avrò cura di te

c’è quella speranza di vita e di lotta contro tutti i mali fisici e morali che affliggono l’uomo.

Oggi siamo attoniti di fronte al COVID-19 (Corona Virus Disease 2019) che ci sferza e ci piega come mai avremmo immaginato, se non in qualche proiezione teorica sulle catastrofi da pandemia o nelle parole premonitrici di Bill Gates che in una TED conference nel 2015 prefigurava il drammatico scenario di un’epidemia in tempo di globalizzazione, allertando sulla necessità di non farci trovare impreparati. La realtà con cui oggi ci stiamo misurando mostra mezzi ancora inefficaci e insufficienti ma anche una strenua passione e dedizione nell’affannoso tentativo di resistenza al virus. Colpiscono infatti la volontà e l’impegno straordinari e a tratti eroici di tanti operatori sanitari che si prendono cura dei malati cercando di scongiurarne la morte ma anche costretti a scelte drammatiche (cura vs. morte) e i soli a poter dare l’ultima carezza – moderni sciamani.

La compassione verso l’altro, intesa come partecipazione al dolore e alla sofferenza, ma anche come attitudine a prendersi cura degli altri (vivi e morti) non è prerogativa esclusiva di Homo sapiens perché presente anche in altri animali sociali, come alcuni Primati non umani (van Leeuwen et al., 2017).

Nell’uomo tuttavia cooperazione, cura e assistenza evolvono precocemente come parte di un peculiare sistema cognitivo e come specializzazione socio-culturale che diventa strategia di controllo delle malattie (Kessler et al., 2018). La cooperazione, appunto, come fattore di evoluzione. È un concetto espresso già da tempo e che si adatta non solo alla specie umana (Novak, 2006) ma che nell’uomo rappresenta la base dell’organizzazione sociale, così articola e complessa sempre in equilibrio tra individualismo e senso di appartenenza alla collettività.

Cooperare significa, quindi, anche prendersi cura del malato per scongiurarne la morte, ma anche del morto per gestire quel permanente conflitto tra l’evento naturale e la sua accettazione (De Martino, 1958) e per evitarne l’oblio. I riti funerari hanno questa funzione.

Quando possiamo trovare traccia di queste attitudini?

L’uomo compare poco meno di 3 milioni di anni fa in ambienti di savana africana, difficili per la sopravvivenza. Vita dura e strenua competizione per questi sparuti gruppi di ominidi (scarsi corridori, con denti da onnivoro e con un ventre esposto agi attacchi dei predatori, perché non protetto da alcuna struttura ossea)! Le mani libere di manipolare l’ambiente esterno, di produrre la prima tecnologia litica per difendersi e per procacciarsi il cibo, ma anche per curare e rassicurare, un cervello sempre più efficiente, hanno rappresentato strategie adattive biologiche e comportamentali efficaci rispetto a quelle di altri ominidi, che pure abitavano gli stessi ambienti. La tecnologia come efficace e rapida risposta a supporto e a favore di quella biologica (nettamente più lenta). In questi ambienti, in gruppi così piccoli e in lotta per la sopravvivenza, la scomparsa di un componente, se da una parte poteva essere vantaggiosa per l’economia di questi primi scavengers-gatherers-hunters, dall’altra poteva causare una ridotta capacità di organizzarsi e di reagire agli insulti esterni, più efficace se non lasciata alla risposta del singolo.

Non sappiamo quando cura e assistenza si manifestino per la prima nella storia dell’uomo (e se vi fosse un ruolo dedicato a svolgere queste funzioni) perché il record fossile è frammentario ma soprattutto perché ci sfugge tutto ciò che è distante dai nostri sistemi culturali. Circa 400 000 anni fa, nel Pleistocene medio, appaiono manifestazioni legate alla cura del morto in Africa e in Europa (segni di trattamenti e manipolazioni del corpo peri mortem, primi ricoveri di cadaveri).

Tra i Neandertaliani, vissuti tra circa 200 e 40 000 anni fa in Europa, in Asia centrale e nel Levante, e di cui si conserva un ampio record fossile e parte del loro mondo simbolico, questi segni sono più tangibili. I Neandertaliani praticavano azioni terapeutiche per curare i vivi (es. amputazioni, cure dentistiche e forse i primi tentativi di trapanazioni del cranio), accettandone la diversità e le menomazioni fisiche (es. il Neandertaliano di Shanidar nel Kurdistan iracheno che aveva perso un braccio, era zoppo ed affetto da sordità; Trinkaus et al., 2019) e seppellivano i morti. Queste pratiche dovevano coinvolgere le comunità dando la misura di quanto fosse complesso (e necessario) allora come oggi dare senso alla vita e alla morte.

Vere e proprie epidemie che hanno plasmato l’evoluzione umana recente compaiono con i fenomeni migratori dell’uomo moderno (Comas et al., 2013; Donoughe et al., 2015) e dall’aumento demografico che con la transizione neolitica si accentua, incrementando la promiscuità tra uomini e tra uomini e animali e l’insorgere di infezioni zoonotiche da parassiti, batteri e virus.

Oggi siamo in tanti (oltre 7 miliardi) ma soli (unica specie Homo sapiens), dominiamo tutte le nicchie ecologiche, e siamo distribuiti in modo ampio e ubiquitario, e con noi quei microrganismi e parassiti nostri ospiti. Occasionalmente questi o altri microrganismi si sono manifestati e si manifestano ancora in tutta la loro aggressività producendo effetti drammatici, devastanti e più difficilmente arginabili nel mondo globalizzato.

Ci scopriamo fragili di fronte a questa pandemia che tutti ci accomuna e bisognosi di cure. Le terapie mediche e i funerali partecipati in cui prendere il tempo necessario per poter abbracciare per l’ultima volta i propri cari, non sono più assicurati e scontati in tempi di COVID-19. Nel tempo e nelle società più moderne ci siamo adattati all’idea che l’accompagnamento alla morte avvenga quasi sempre negli ospedali ma si vacilla di fronte a questo sconosciuto senso di incompiutezza.

Ripercorrendo la nostra storia evolutiva lontana e recente e quando tutto questo sarà un ricordo, dovremo ricordarci della compassione e della solidarietà che oggi proviamo per i nostri parenti e amici colpiti da questa oscura e terribile malattia. Quando tutto questo sarà un ricordo dovremo ricordarci di coltivare gli stessi sentimenti anche verso quelli che vivono nella disperazione e nella solitudine a cui non sono assicurati né cure né luoghi di sepoltura in cui i congiunti possano piangerli. Verso questi uomini dobbiamo provare la stessa compassione perché ognuno di noi è un essere speciale.


Approfondimenti di lettura

Comas I, Coscolla M, Luo T, Borrell S, Holt KE, Kato-Maeda M, Parkhill J, Malla B, Berg S, Thwaites G, Yeboah-Manu D, Bothamley G, Mei J, Wei L, Bentley S, Harris SR, Niemann S, Diel R, Aseffa A, Gao Q, Young D, Gagneux S (2013) ‘Out-of-Africa migration and Neolithic coexpansion of Mycobacterium tuberculosis with modern humans’. Vol. 45, 10, Nature GeNetics doi:10.1038/ng.27441176-1182

De Martino E (1958) Morte e pianto rituale nel mondo antico: dal lamento pagano al pianto di Maria, Einaudi, Torino.

Kessler SE, Bonnell TR, Setchell JM, Chapman CA (2018) ‘Social Structure Facilitated the Evolution of Care-giving as a Strategy for Disease Control in the Human Lineage’. Scientific Reports 8:13997. DOI:10.1038/s41598-018-31568

van Leeuwen EJC, Cronin KA, Haun DBM (2017) ‘Tool use for corpse cleaning in chimpanzees’. Scientific Reports, 7:44091. DOI: 10.1038/srep44091

Nowak MA (2006) ‘Five Rules for the Evolution of Cooperation’. Science 314, 1560. DOI: 10.1126/science.1133755

Spikins P, Needham A, Wright B, Dytham C, Gatta M, Hitchens G (2019) ‘Living to fight another day: The ecological and evolutionary significance of Neanderthal healthcare’. Quaternary Science Reviews 217 (2019) 98e118. https://doi.org/10.1016/j.quascirev.2018.08.011

Trinkaus E, Samsel M, Villotte S (2019) ‘External auditory exostoses among western Eurasian late Middle and Late Pleistocene humans’. PLoS ONE 14(8): e0220464. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0220464 Donoghue HD, Michael Taylor G, Marcsik A, Molnár E, Pálfi G, Pap I, Teschler-Nicola M, Pinhasi R, Erdal YS, Velemínsky P, Likovsky J, Belcastro MG, Mariotti V, Riga A, Rubini M, Zaio P, Besra GS, Oona Y.-C. Lee OY-C,

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Siamo studiosi e ricercatori dell’Università di Bologna accomunati dalla convinzione che una società colta sia meglio equipaggiata per affrontare i problemi di un mondo in rapidissima trasformazione.

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