Coronavirus e Greta Thunberg: sei gradi di separazione? (o forse meno…)

Coronavirus e Greta Thunberg: sei gradi di separazione? (o forse meno…)

Contributo di Alessandra Bonoli

Fra le decine e decine di video, immagini, vignette da cui siamo bombardati in questi giorni, una arrivata ieri mi ha colpito particolarmente e fornito lo spunto per scrivere queste poche righe.  L’immagine, umoristica, ritrae Greta Thunberg in veste di analista di laboratorio, con provette in mano, che con sguardo sarcastico e compiaciuto esclama “ce l’ho fatta!”

Ce l’ho fatta… cosa? Procediamo appunto per gradi.

Greta Thunberg e Cambiamento Climatico

Greta ha avuto l’indiscusso merito di lanciare un accorato grido d’allarme, coinvolgendo i giovani e parlando con estrema durezza e convinzione ai grandi della terra (che spesso sulle tematiche ambientali tanto grandi non sono, ma anzi spesso meschini e pavidi). Intervenendo pochi giorni fa al Parlamento Europeo in merito al Green Deal, Greta ha chiesto semplicemente che i politici ascoltino quanto gli scienziati sostengono da anni: il cambiamento climatico si origina dal riscaldamento globale dovuto alle crescenti concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera a causa prevalentemente del carico antropico sul Pianeta e specificatamente all’uso dei combustibili fossili e che è urgente contenere l’innalzamento di temperatura, adottare strategie di adattamento e mitigazione. E l’Europa ha l’obbligo morale di adottare una seria e radicale politica sul clima da diffondere negli altri Paesi del mondo.

Cambiamento climatico e attività antropiche

L’IPCC, l’International Panel on Climate Change, che raggruppa scienziati di chiara fama a livello internazionale, da decenni pubblica i report sullo stato di salute del Pianeta, sulla base della più ampia e qualificata letteratura scientifica in materia. Nel 2018, lo Special Report sul Riscaldamento Globale sottolineava l’urgenza di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C, attraverso trasformazioni profonde e urgenti, lungimiranti e senza precedenti in tutti gli aspetti della società. Nell’ultimo report (2019) si legge ancora in merito alla forte interconnessione esistente fra cambiamento climatico, flussi di gas climalteranti e desertificazione, degrado dei territori e degli ecosistemi naturali e relativi rischi per la sicurezza alimentare. E vengono suggerite le stringenti azioni necessarie per un adattamento ai cambiamenti climatici e per il raggiungimento di una società più sostenibile ed equa.

Attività antropiche, inquinamento atmosferico e salute

Coronavirus, cambiamento climetico e Greta Thunberg

Anche questa connessione non ha più bisogno di essere confermata perché universalmente riconosciuta. Nel rapporto La sfida della qualità dell’aria nelle città italiane  redatto dalla Fondazione sviluppo sostenibile di Edo Ronchi in collaborazione con Enea (2017), si legge che che in Italia si hanno circa 91.000 morti premature all’anno per inquinamento atmosferico, di cui 66.630 per le polveri sottili PM2,5, 21.040 per il disossido di azoto e 3.380 per l’ozono e che per le polveri sottili PM2,5 si contano nel nostro Paese 1.116 morti premature all’anno per milione di abitanti. La zona più inquinata in assoluta da micropolveri è la Pianura Padana.

Anche l’Agenzia europea per la protezione dell’ambiente (EEA) sottolinea come l’esposizione all’inquinamento atmosferico possa portare a effetti negativi sulla salute, comprese le malattie respiratorie e cardiovascolari. E in questo periodo, numerose autorità sanitarie hanno avvertito che quei cittadini affetti da determinate patologie respiratorie preesistenti potrebbero avere una maggiore vulnerabilità a COVID-19.

Inquinamento atmosferico e diffusione del corona virus

Un interessante position paper dal titolo “Relazione circa l’effetto dell’inquinamento da particolato atmosferico e la diffusione di virus nella popolazione”, pubblicato qualche giorno fa a firma di stimatissimi colleghi dell’Università di Bologna, dell’Università degli Studi di Bari e di ricercatori della Società Italiana Medicina Ambientale, ipotizza l’esistenza di una stretta correlazione fra inquinamento atmosferico, in termini di particolato solido, e la diffusione del coronavirus. Più precisamente, si evidenzia come la specificità della velocità di incremento dei casi di contagio che ha interessato in particolare alcune zone del Nord Italia potrebbe essere legata alle condizioni di inquinamento atmosferico: le microparticelle presenti nell’aria, infatti, eserciterebbero una devastante azione di vettore e amplificazione del virus. Gli autori concludono suggerendo di tenere conto di queste considerazioni sollecitando misure restrittive di contenimento dell’inquinamento atmosferico.

Coronavirus e Greta Thunberg

Fermatevi!” aveva gridato Greta con emozione alla Cop 24 di Katovice, sollecitando azioni e politiche concrete da parte dei Paesi firmatari dell’accordo di Parigi.

E il mondo si è fermato. Improvvisamente.

Annullati i trasporti aerei, chiusa la maggior parte delle industrie, spente le auto nelle città, sospesi i cantieri…. Non per scelta strategica, certo.  Bensì per emergenza sanitaria, determinata dal corona virus.

Obiettivo prioritario: salvare la vita e tutelare la salute di miliardi di cittadini in tutto il mondo. Effetti collaterali e secondari: la natura sembra risorgere.

Immagini satellitari della Nasa e dell’Agenzia Spaziale Europea evidenziano una drastica riduzione delle emissioni di biossido di azoto nelle principali città cinesi tra gennaio e febbraio. Una foto dell’Italia mostra la pulizia dell’aria su tutta la penisola. Secondo un articolo dell’Internazionale, sulla base di studi degli ultimi giorni, rispetto allo stesso periodo del 2019, a febbraio le misure adottate dalla Cina hanno provocato una riduzione del 25 per cento delle emissioni di anidride carbonica rispetto allo stesso periodo del 2019.

Nei canali di Venezia tornano i pesci e l’acqua è limpida, alla banchina del porto di Cagliari e ancora in laguna veneta si avvicinano i delfini per giocare[1], cinghiali indisturbati per le strade di Sassari[2], aria più pulita e animali selvatici dal Friuli al Piemonte.

Un articolo intitolato “COVID-19 reduces economic activity, which reduces pollution, which saves lives” sostiene che le limitazioni imposte ormai da tutte le principali economie del mondo per fermare la diffusione della pandemia hanno evitato la morte per inquinamento di migliaia di vite nel mondo. Ovviamente nessuna affermazione che la pandemia sia favorevole alla salute e un toccasana per l’umanità, ma un fortissimo monito a riflettere su come un cambiamento profondo dei nostri stili di vita possa concorrere a ridurre l’inquinamento e in cascata a favorire il benessere e la salute dell’umanità.

Ma ancor più scientificamente attendibili i dati dell’Agenzia europea dell’ambiente (EEA) che mostrano un quadro accurato del calo dell’inquinamento atmosferico, soprattutto a causa della riduzione del traffico nelle città.

Tuttavia, affrontare i problemi di qualità dell’aria, di inquinamento, di cambiamento radicale nell’uso dell’energia e dei nostri stili di vita a lungo termine richiede politiche ambiziose e investimenti lungimiranti. Volendo dare una chiave di lettura costruttiva, l’attuale crisi e i suoi molteplici impatti sulla nostra società forse possono almeno far intravedere ciò che la maggior parte degli scienziati impegnati su questi temi sostengono da anni, ovvero che è ormai necessaria e urgente una transizione giusta e ben gestita verso una società resiliente e sostenibile.

Per non essere più costretti a fermarci ancora in futuro. E forse in modo irreversibile.


[1] fonte: Marevivo
[2] fonte: Unione Sarda

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ParliamoneOra administrator

Siamo studiosi e ricercatori dell’Università di Bologna accomunati dalla convinzione che una società colta sia meglio equipaggiata per affrontare i problemi di un mondo in rapidissima trasformazione.

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