Risate virali in tempi di virus

Risate virali in tempi di virus

Contributo di Ilaria Porciani

Viviamo in tempi oscuri, di cui non abbiamo ancora capito la durata e l’estensione nello spazio.

Pensiamo di continuo con preoccupazione al virus. Il cuore si fa pesante di fronte alla sofferenza dei malati, e alla fatica di medici e infermieri nella sfida rischiosa per la difesa della vita. Restiamo sbalorditi di fronte a quanti trasgrediscono norme necessarie a far sì che il sistema sanitario non collassi: ragazze e ragazzi che giocano con il fatalismo pericoloso, maschi alfa e matriarche che mettono alla prova la propria onnipotenza. Cerchiamo di convincerli a restare a casa. Cerchiamo di portare aiuto, almeno per telefono, a chi sappiamo più fragile. Cominciamo, soprattutto, a pensare ai morti. Non solo ai numeri tragici di una statistica in continua evoluzione, ma a quanti per noi  rappresentavano sorrisi, esperienze condivise, e il timbro inconfondibile di voci che non ci sarà più dato di ascoltare.

All’improvviso la nostra percezione della temporalità si è contratta al niente e si è dilatata all’infinito. Vivevamo in un presentismo che rifiutava le grandi narrative e si immergeva negli oggetti e nelle icone dei consumi. D’improvviso neppure il presente sembra più esistere: si sgrana con un effetto di moviola e ci è più difficile collocare noi stessi nel tempo. Il nostro mondo globale si è disgregato d’un tratto, e quello vicino è fatto di impreviste distanze.

Isolati e vulnerabili, abbiamo bisogno di sentirci vicini. Riallacciamo conversazioni per le quali a lungo nella pressione del quotidiano non c’era tempo, si parla di cose profonde o semplicemente ci si fa compagnia. Nei primi giorni di lockdown i cellulari non tacevano – lo sappiamo – neppure per un attimo.

Poi è accaduto qualcosa di apparentemente incongruo e che è invece assolutamente normale: aiutati dai social abbiamo cominciato a scambiarci battute, immagini e video che cercano di esorcizzare la paura con una risata.

andrà tutto stretto, risate, umorismo al tempo del coronavirus

All’inizio – mi pare – si rideva dell’isolamento. Mentre le mura sottili dei condomini cominciavano a far filtrare inevitabili litigi di gente compressa in pochi metri quadrati si è cominciato a ridere su chi magnificava lo stare a casa tra cani impazziti e bambini urlanti. Ci ha strappato una risata il video dell’afroamericano che – confrontato con l’alternativa di essere messo in quarantena con la moglie e il figlio –  sceglie senza esitare il piano B. Si è riso sul pericolo di mangiar troppo e di uscire dalla clausura forzata con rotoletti e cellulite (ma perché parlando di pancia si devono ritrarre solo le donne?). E’ rimbalzato da aree lusitane l’uomo che cosparge il pavimento di cucina di olio per farne un tapis roulant e quello che trasforma i fornelli in una consolle da DJ. Si è proposto il giro turistico della casa: “Domani visita guidata in salotto. …. Rientro in serata.”

risate liberatorie in tempo di coronavirus

L’ humour sul quotidiano si tinge di dialetto. A Firenze un lenzuolo porta la scritta: ”siamo nelle mani dissignore. Speriamo unn’applauda”. E’ livornese il rap sulle note di Nel blu dipinto di blu che mette in ridicolo chi vuole uscire a ogni costo. Parla veneto il gatto che dice al topo “Vien fora”. E quello gli risponde: “No…Conte ga dito de star in casa”. Poi c’è la coppia che porta a spasso un cane finto pur di uscire di casa, o l’uomo che cala il cane dalla finestra. Da Londra arriva il ragazzo che brinda con se stesso facendo tintinnare il bicchiere contro lo specchio del bagno. Si rispolverano parodie, falsi doppiaggi, e frammenti di film, come il virale Alberto Sordi che resiste in cantina.

Subito dopo gli scherzi sull’isolamento è partita la satira politica, specie anglosassone, tra le battute sul principe Carlo e la regina Elisabetta che giocano sui doppi sensi tra la corona e il coronavirus e le tre foto che ritraggono il passaggio del virus dall’animale all’uomo avvicinando un pollo spennacchiato e giallastro ai due campioni del negazionismo della prima ora: Boris Johnson e Donald Trump. C’è l’umorismo involontario di alcuni politici meridionali, e quello della sequenza delle dichiarazioni rilasciate da Trump giorno dopo giorno. Un lungo video che mima una comunicazione istituzionale colpisce con spietato humour britannico le sottovalutazioni della prima ora.   

Gli storici – ce lo ha insegnato Jacques Le Goff – sanno che il riso era bandito dalla chiesa del medioevo che lo contrapponeva al salvifico pianto. Ma sanno anche che il sovvertimento, il carnevale, il mondo alla rovescia e la risata costruiscono meccanismi importanti di comunicazione sociale e di reazione al trauma. Sanno che si sono raccontate barzellette nelle trincee della prima guerra mondiale (il grande pubblico lo ha visto quest’anno nel bel film 1917), e persino nei ghetti, in tempi terribili.

Quando tornati alla normalità ricominceremo a studiare capiremo meglio anche come erano possibili quei fenomeni, che ci apparivano lontani ma che allora ricorderemo di aver sperimentato al tempo della pandemia.

umorismo, risate al tempo dell'isolamento da coronavirus

L’umorismo passava di bocca in bocca, con le inevitabili varianti, o si diffondeva con la carta stampata. Pare che i primi jokes legati a un tragico evento e circolati sulla rete – allora per il tramite della posta elettronica – siano stati quelli seguiti alla morte della principessa Diana. Si sono fatte battute – di assai dubbio gusto – anche sull’esplosione del Challenger. Subito dopo la tragedia delle Torri Gemelle Bill Ellis aveva previsto che sarebbero emersi jokes di ogni tipo, e che si sarebbero rapidamente diffusi per mail. A un anno di distanza poteva confermare la sua ipotesi, e la tipologia che aveva proposto. L’interrogativo – allora – era se il fenomeno avrebbe avuto dimensioni globali o meno.La forte visualità di molte di queste storie – come di quelle che stiamo sperimentando oggi – rendeva loro facile varcare i confini linguistici. Una ricerca fatto con Google identificò almeno 82.000 freddure in inglese.

Oggi una ricerca su Google impostata su ‘coronavirus jokes’ dà già 410,000,000 risultati.

E’ presto per capire come si costruisce una reazione di riso liberatorio alla pandemia e come si indirizzerà la satira anche politica mentre i contagi si allargano in nuovi paesi.

Psicologi, antropologi, semiologi e storici della cultura stanno forse già raccogliendo queste fonti per capire come sta funzionando la nostra mente di fronte a questa grande paura, e quanto diverse possono essere le reazioni nei vari contesti linguistici e culturali.

Oggi, intanto, di fronte al rischio del sovraccarico di una rete che è tanto necessaria per l’emergenza è forse meglio non inondarla con video inutili, anche se ci aiutano a non stare troppo male.


Per saperne di più
Georges Minois, Storia del riso e della derisione, Bari, Dedalo, 2004.
Lajos Csaszi, World Trade Center Jokes and Their Hungarian Reception ‘Journal of Folklore Research’, 40, No. 2 (May – Aug., 2003), pp. 175-210.

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ParliamoneOra administrator

Siamo studiosi e ricercatori dell’Università di Bologna accomunati dalla convinzione che una società colta sia meglio equipaggiata per affrontare i problemi di un mondo in rapidissima trasformazione.

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