Secoli bui. La peste del XIV secolo a confronto con l’epidemia del XXI

Secoli bui. La peste del XIV secolo a confronto con l’epidemia del XXI

Contributo di Tommaso Duranti

Oggi, 27 marzo 2020, a mezzogiorno le campane di Bologna – quelle delle sue chiese, ma anche quella dell’Arengo, la campana civica che dall’età comunale chiamava a raccolta i cittadini – hanno rintoccato nelle strade e piazze rese silenziose dalla mancanza di traffico automobilistico, per chiamare, questa volta, a un momento di riflessione e di saluto alle vittime di COVID-19. Un rito, si dirà, che non porta certo a sconfiggere la malattia, ma che, come i canti alle finestre nei primi giorni di isolamento, offre la possibilità di sentirci comunità, di scandire un tempo collettivo, di affiancarci, come communitas, a coloro che hanno perso qualcuno.

La prima pandemia globale a scuotere gli animi occidentali e a lasciare traccia nella memoria storica e letteraria fu, si sa, la peste che colpì Asia, Europa e Africa settentrionale a metà del XIV secolo, e che da allora conosciamo come Peste Nera.

Le conoscenze biologiche, mediche e tecnologiche dell’epoca erano semplicemente (e, per noi, fortunatamente) incomparabili rispetto a quelle che, oggi, sono messe in campo da una società mondiale che – pur nelle ancora drammatiche e troppe differenze – poggia il proprio sapere sul metodo scientifico.

Eppure, lo sguardo corre spesso, specie in questi giorni, alle epidemie nella storia, alla ricerca forse di una comunanza che trascende i secoli, o della magari inconsapevole consolazione nel trovare che, malgrado tutto, la società umana riuscì ad andare avanti, “addirittura” nonostante l’impossibilità della medicina del tempo di offrire non solo soluzioni terapeutiche, ma persino una spiegazione per un fenomeno che, lo si ricorda, causò probabilmente la morte di una fetta tra il 40 e il 60% della popolazione europea e del bacino mediterraneo in pochi anni.

Sono proprio le strategie politiche e terapeutiche e le reazioni sociali, emotive e psicologiche, percepite così lontane e superate, a suscitare la curiosità. Quelle donne e quegli uomini furono colpiti da una pandemia nel bel mezzo di quei “secoli bui” connotati – secondo uno stereotipo duro a morire e che colpisce, nella vulgata, solo il millennio che continuiamo a definire Medio Evo – da una religione oppressiva, da una superstizione pseudomagica, da un’ignoranza che sfociava in cattiva fede e ciarlataneria.

Tutto ciò è, intendiamoci, in parte fondato.

Mi colpisce sempre la raccomandazione di molti medici del Tre e del Quattrocento di mantenere il più possibile lo spirito lieto, attraverso canti, musica e attività che servono a distogliere l’attenzione dalla paura e dalla disperazione: la motivazione era, per loro, spiegabile da un punto di vista fisiologico. Ma chi potrebbe negare che in questi giorni di isolamento nelle nostre case siamo spesso alla ricerca di qualcosa che ci distragga?

I rimedi raccomandati dalla medicina erano sostanzialmente preventivi; in qualche caso si prescrivevano pozioni e intrugli, a volte coerenti col modello farmaceutico e fisiologico del tempo, altre derivati da tradizioni empiriche e dalla ricerca di rimedi fai da te: possiamo, oggi, ricordare le mascherine fatte con carta da forno (e sottolineare che questo aspetto non si limita certo ai soli periodi di epidemia).

peste nera del 1350 durante la quale morì più della metà della popolazione mondiale

Le voci che si levarono a tuonare contro i peccati dell’umanità, interpretando la pandemia come punizione divina e causando movimenti penitenziali, furono la riposta emotiva di una società credente: ma non provennero dai medici, né dalle istituzioni pubbliche. Anzi, costoro tentarono spesso di limitare o vietare manifestazioni religiose collettive che erano intese come “assembramenti” e, dunque, potenzialmente pericolose per quel contagio che, seppur senza saperselo spiegare chiaramente, era empiricamente sotto agli occhi di tutti; il Giubileo del 1350 fu, con ogni probabilità, causa di una maggiore diffusione del bacillo di Yersinia pestis che, oggi, sappiamo provocare la peste, e tutti ricordiamo le drammatiche scene iniziali del “Settimo Sigillo” di Ingmar Bergman.

Stupiscono, quindi, alcune voci odierne, anche di noti studiosi, che lamentano la chiusura (non sempre rispettata) dei luoghi di culto, perché “una volta” le epidemie si combattevano pregando, mentre oggi “ce lo vietano”; o di personaggi in cerca di visibilità che proclamano ai quattro venti che l’acqua santa guarisca più della medicina. Atteggiamenti, si badi, quasi mai percorsi dalle istituzioni religiose, e che non implicano alcun giudizio su fede e preghiera (che può essere svolta individualmente) o sulla capacità rassicuratrice di praticarla insieme ad altri.

La caccia all’untore di manzoniana memoria, che si è concretizzata in questo 2020 in una quasi ridicola caccia al runner, rimanda a ben più sconvolgenti ricerche di capri espiatori nel passato. Si sa che la peste trecentesca fu causa, specie in alcune aree del continente europeo, di una recrudescenza (e non dell’inaugurazione) delle persecuzioni nei confronti delle comunità ebraiche. La leggenda dell’ebreo avvelenatore di pozzi, che agiva per sovvertire l’ordine (cristiano) della società, fece leva su paure e pregiudizi della popolazione, con scopi, però, piuttosto ben individuati dalla storiografia: distrarre il nervosismo su “bersagli di serie B” serviva a sfogare gli animi e, soprattutto, a liberare spazi economici e commerciali, a perseguire, dunque, obiettivi politici che erano già percorsi prima dello scoppio della epidemia.

Anche in questo caso, come non pensare alle accuse verso la Cina scagliate da alcuni leader mondiali, alle reazioni xenofobe verso cinesi e asiatici che si sono susseguite specie nei primi tempi dell’epidemia anche in Italia (dalle aggressioni in strada alle affermazioni di politici locali sulle abitudini alimentari e igieniche), e, oggi, a un atteggiamento analogo verso italiani ed europei in Paesi africani o sudamericani? O alla recente accusa, da parte di un alto prelato ortodosso, che ha considerato la pandemia di COVID-19 la punizione divina contro i gay (peraltro, in anni non lontani, già accusati da uno studioso italiano con responsabilità istituzionali di avere causato persino la caduta dell’impero romano) e i matrimoni tra persone dello stesso sesso (un’evidente critica, dunque, alle politiche liberali che, seppur in ritardo, hanno connotato negli ultimi anni larga parte dei paesi democratici)?

Oggi come allora (fatte le debite differenze), l’espandersi dell’epidemia è favorito da un mondo interconnesso, in cui persone e merci circolano (si imparava a scuola come furono delle navi genovesi a portare il morbo in Europa, nel 1347): come gli esperti non mancano di sottolineare, esso necessita e merita una risposta globale. Ma nel microcontesto locale, va sottolineato che lo sviluppo di, seppur discontinui, tentativi di politiche sanitarie pubbliche furono una conseguenza, specie nell’Italia settentrionale del tempo, delle prime ondate epidemiche di peste: empiricamente, sulla base delle conoscenze riguardanti il problema dell’igiene e nell’alveo di un modello aerista di spiegazione dell’eziologia e della trasmissione del morbo, iniziarono a essere sperimentate forme di quarantena propriamente detta (con l’individuazione di spazi appositi), di isolamento domestico, di chiusura delle frontiere e di limitazione alla mobilità, nonché di partecipazione dei medici alle politiche sanitarie e di sviluppo di istituzioni ospedaliere. La storiografia, specie nel passato, ha spesso sottolineato (a ragione) la debolezza di queste misure, anche per la loro incapacità di essere controllate e garantite in una popolazione che, si pensa, non le comprendesse (il che, però, non inficia il tentativo fatto).

Queste righe non vogliono essere l’invito a un facile (ed errato) paragone “positivista” tra ieri e oggi, né indurre all’errore di ritenere che “tutto resti uguale”: al contrario, al di là delle analogie, proprio le differenze ci servono, credo, a mantenere più saldi gli spiriti e le emozioni. Oggi la medicina, la sanità (specie quella pubblica che abbiamo la fortuna di avere ancora in Italia, nonostante tutto) e la tecnologia ci offrono uno scenario nemmeno lontanamente paragonabile a quello di anche solo un secolo fa. Non si deve cadere, come alcuni hanno giustamente scritto, in una deificazione della scienza: la medicina non è onnisciente, tanto meno onnipotente, nemmeno oggi.

Al netto degli errori, dei ritardi, delle difficoltà (e delle sacrosante critiche), stiamo però facendo fronte all’emergenza con gli strumenti più razionali e più efficaci che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto.

Per questo, ancora più gravi sono le derive irrazionali, pretestuose, veicolate da fake news e da affermazioni volutamente destabilizzanti.

Siamo – non solo in Italia, naturalmente – un popolo di allenatori quando si giocano i Mondiali di calcio. Cerchiamo, almeno, di non essere ancora uomini e donne dei “secoli bui”.

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ParliamoneOra administrator

Siamo studiosi e ricercatori dell’Università di Bologna accomunati dalla convinzione che una società colta sia meglio equipaggiata per affrontare i problemi di un mondo in rapidissima trasformazione.

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