Corpi e immagini ai tempi del COVID

Corpi e immagini ai tempi del COVID

Contributo di Emilio Tagliavini

Non ho molte competenze professionali per parlare di virus, infezioni, patologia o valutazioni statistiche. Sono un chimico organico e, fra l’altro, ho finora imparato poco sulla struttura molecolare di questo oggetto, quindi le poche competenze che ho servirebbero comunque a poco.

Proverò allora ad abbozzare qualche considerazione “spuria”, purtroppo anche qui senza competenza specifica. Spero di sollecitare qualcuno che ne sa più di me e più di me ha famigliarità col ragionare, a dire le cose giuste, o almeno quelle significative.

Corpi e schermi. Le mie considerazioni nascono della duplice sensazione di straniamento e, al contempo, di una certa onnipotenza che ho provato nel fare lezione on-line a una vasta platea di studenti. Ci sono riuscito inaspettatamente molto meglio di quanto mi aspettassi, almeno per quel che può valere un auto-giudizio. Io non vedevo dei miei studenti che una coppia di iniziali e loro vedevano di me, al massimo, che una testa, due spalle e un paio di occhiali in un piccolo riquadro. Eppure, si riusciva ad avvertire comunque una parvenza di comunicazione; un flusso di informazioni e forse anche un pochetto di empatia passava tra il microfono e gli altoparlanti.

Queste sono le domande che ho dovuto farmi:

  1. Come mi percepivano realmente gli studenti? Come un corpo e una mente che, mentre pompavano sangue, metabolizzavano il cibo ingerito, avvertivano fastidio alle natiche per il troppo tempo passato a sedere, stavano elaborando informazioni e comunicando con altri corpi e menti?
  2. Come percepivo io quelle poche voci che giungevano negli auricolari, e le altre che non udivo? Come proiezioni di altri corpi e menti, che pure non avevo mai visto, o come bersagli di un tiro a segno a cui cercavo di indirizzare i miei proiettili virtuali? O più semplicemente non c’erano, erano solo bandierine nell’elenco dei partecipanti?
  3. Se fossi sparito, se al mio posto ci fosse stato l’algoritmo “Prof. di Chimica organica 1”, sicuramente più preciso e meno propenso a commettere imprecisioni di me, sarebbe stato meglio o peggio?
  4. E’ rilevante o irrilevante condividere uno spazio fisico? O è lo stesso condividerne uno virtuale, poiché la mente non ha bisogno di un corpo? Se mai mi ammalerò di COVID-19, che empatia potranno mai generare i miei polmoni asfittici in persone che mi conoscono virtualmente ma non mi hanno mai visto camminare (non sanno nemmeno se ho o non ho le gambe)? O forse ci sarà empatia per la mia mente, che andrà man mano evaporando, ed è questo ciò che conta davvero?

Schermi e poi ancora corpi. Le risposte non ce le ho, ovviamente. I corpi spariscono, diventando sempre più icone o fantasmi. Facciamo smart working, teleconferenze, on-line teaching e perfino Lauree on-line; siamo immagini fisse, o voci narranti estranee a un qualsiasi ambiente (o inserite in un ambiente fuori contesto, straniato).

Eppure, mai come ora avvertiamo la presenza dei corpi. Quelli che abbiamo visto soffrire nei reparti di Terapia Intensiva, o affacciarsi dalle finestre delle Zone Rosse. Quei corpi infettati e infettanti, malati ed appestati che ci fanno tanta paura e ci costringono alla reclusione. Forse i corpi sono diventati una maledizione, forse sono diventati il peccato originale che ancora ci tiene fuori dal Paradiso virtuale entrando nel quale potremmo essere felici?

E’ stato scritto che gli organismi sono algoritmi (Y. N. Harari Homo Deus, Breve storia del futuro, Milano, Bompiani 2019, pp.  373-428). Certo, è sicuramente così. Sono algoritmi in grado di modificare il proprio ambiente e di produrre altri algoritmi migliori (o peggiori) di essi.

Ma possono essere algoritmi senza corpi? Senza un supporto biologico? Io credo di no. Sarebbe la fine dell’evoluzione darwiniana e quindi della vita nel suo senso più profondo. Ma la mia risposta potrebbe essere errata e altri, spero, sapranno darne una più convincente.

Corpi dopo il COVID. Il COVID-19 passerà e noi impareremo a convivere con il SARS-CoV-2, come abbiamo fatto con altri virus e altre pestilenze.  Forse un giorno (lontano) un’epidemia distruggerà la specie Homo sapiens, ma non per questo distruggerà la vita.

Fra un paio di mesi, verosimilmente, riprenderemo una vita più “normale”. Certamente avremo le ossa rotte. Certamente saremo un po’ diversi; avremo imparato cose nuove e interessanti; avremo abbandonato abitudini desuete; se saremo stati saggi, saremo più umili.

Ma in questa diversità, migliore o peggiore che sia, non mettiamo il disprezzo per i nostri corpi e l’adorazione dei nostri schermi; non svalutiamo l’idea di essere insieme, con la nostra fisicità, in un luogo fisico comune, occupando uno spazio che è esclusivo, ma contiguo allo spazio occupato dagli altri: guardarci per intero, poterci toccare, incontrarci e separarci totalmente, corpo, mente, voce, pelle, emozioni. Non solo sullo schermo.

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ParliamoneOra administrator

Siamo studiosi e ricercatori dell’Università di Bologna accomunati dalla convinzione che una società colta sia meglio equipaggiata per affrontare i problemi di un mondo in rapidissima trasformazione.

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