Il “compleanno” di Manzoni, più attuale che mai

Il “compleanno” di Manzoni, più attuale che mai

Contributo di Fabio Marri

Accanto alle recenti celebrazioni dantesche, appoggiate sulla data simbolica ma fittizia del 25 marzo, è utile ricordare che in questi stessi giorni ricorreva un altro ‘compleanno’, di un letterato che alla lingua e alla cultura italiana ha dato non meno di Dante, ed il cui contributo è tornato d’attualità nelle presenti contingenze: Alessandro Manzoni, nato il 15 marzo 1785. Molti hanno ricordato le sue pagine sulla peste milanese del 1629-30, contenute in particolare nei capitoli XXXI e XXXII dei Promessi sposi.

Sull’attualità dell’opera basterebbe dire che una delle parole più ricorrenti in questi mesi, untore, nel significato in cui la si usa, di ‘chi propaga l’epidemia’, è stata lanciata proprio da Manzoni, il quale la ripropose  dalle cronache seicentesche: già molto prima di questo 2020 circolavano nella conversazione comune almeno due modi di dire prelevati dai Promessi sposi e connessi al medesimo contesto: dagli all’untore e va va, povero untorello, non sarai tu quello che spianti Milano.

È nota la pagina sulla morte dell’erudito don Ferrante, quel suo monologo del cap. XXXVII nel quale dimostra ‘scientificamente’ come il contagio non esista; e, «su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione» e morì di peste «prendendosela con le stelle». Ma questa pagina discende da una spietata potatura del primo getto dell’opera, cominciato il 24 aprile 1821, non pubblicato dall’autore e passato alla storia col nome di Fermo e Lucia: qui, il ragionamento era svolto all’interno di un dibattito pubblico tra don Ferrante e un certo signor Lucio, che rappresenta bene le due tendenze individuate da Dario Braga in uno dei primi contributi di questa serie (Pseudo-scienza e Fake News): «atteggiamenti di rifiuto delle conoscenze e di sfiducia verso la scienza (“oscurantismo di ritorno”)» e «populismo scientifico», impiegati contro il medico e docente Lodovico Settàla, tra i primi a rendersi conto del contagio e a sollecitare misure energiche per ridurne la forza.

A difendere la scienza si fa avanti don Ferrante: intento nobile, ma purtroppo vanificato dal riferirsi solo a una scienza libresca, non sperimentale (lo si potrebbe paragonare al personaggio di Simplicio, che nel Dialogo dei massimi sistemi galileiano – scritto in quello stesso 1630 della peste – si oppone ai ritrovati della nuova scienza appellandosi ai libri aristotelici).

Manzoni, Fermo e Lucia

Don Ferrante non chiude gli occhi di fronte alle diagnosi dei medici («tutte cose belle e buone, tutte parole rispettabili»), che però trova di «superficie», e bisognose di essere organizzate in una filosofia (ovvero una «scienza»: le parole erano intercambiabili) che ha già classificato tutto: e ciò che non ha incasellato, non esiste. Nella «scienza» è inclusa l’astrologia, sulla quale si trovano tutti d’accordo: e fa sorridere il ragionamento finale riferito alla ‘casta medica’: «Confessano che il male è causato dalle influenze, e dicono poi: state lontani dagli infermi, non toccate le robe infette, e schiferete il male», se pensiamo al doppio senso del termine influenza, che ai nostri giorni intendiamo nel senso medico di ‘contagio’ ma don Ferrante usa per ‘influsso degli astri’, negando dunque l’utilità delle misure precauzionali.

Vi lascio al brano del Fermo e Lucia (IV, 3) che per esigenze di spazio devo a malincuore ridurre.

L’autore del manoscritto riferisce una disputa occorsa in una brigata signorile tra il nostro Don Ferrante, e un Magnifico Signor Lucio, del quale l’autore, tacendo il cognome, accenna alcune qualità.
Era costui professore d’ignoranza, e dilettante d’enciclopedia; si vantava di non aver mai studiato, e ciò non ostante, anzi per questo appunto, pretendeva decidere d’ogni cosa; «perché i libri» diceva egli «fanno perdere il buon senso». Ammetteva bene una scienza che si poteva acquistare colla esperienza, e comunicare per mezzo della parola: teneva che si possano scoprire verità; anzi non è da dire quante verità egli credesse di conoscere; ma nei libri, non so per quale raziocinio, supponeva che non si potesse consegnare altro che bugie.
Si strepitava in quella brigata contra i regolamenti della Sanità, che divenendo di giorno in giorno più risoluti cominciavano a non far distinzione di persone, e assoggettavano anche i potenti ad una vigilanza incomoda.
«Tutto questo» diceva il Signor Lucio, «in grazia dei libri, dei sistemi, delle dottrine, che hanno scaldata la testa d’alcuni i quali per nostra sciagura, comandano. Non è ella cosa che fa rabbia, e pietà nello stesso tempo, il vedere quel buon vecchio di Settala, che potrebbe fare il medico con giudizio, e servirsi della sua buona pratica acquistata in sessant’anni, e del buon senso che gli ha dato la natura, vederlo, dico, perduto dietro sogni ridicoli, incaparbito contra il sentimento d’un pubblico intero, innamorato di quella sua idea pazza del contagio; perché? perché l’ha trovata nei suoi autori. Scienziati, scienziati; gente fatta a posta per creare gl’impicci».
«Piano, piano» disse Don Ferrante, il quale benché occupato a dissertare in un altro crocchio aveva intesa quella scappata del Signor Lucio. «Piano, piano; se si tocca la scienza son qua io a difenderla».
[…]
«Don Ferrante, con tutto il suo ingegno, non mi potrà sostenere» rispose il Signor Lucio, «che tutte quelle belle ragioni che si dicono da alcuni per far credere che vi sia la peste, il contagio, che so io, non sieno cavate dalla scienza».
«Dica dalla superficie, Signor Lucio, dalla superficie» rispose Don Ferrante. «Anzi la scienza, chi la scava un po’ al fondo, dice tutto il contrario, e insegna chiaramente che il contagio è una cosa impossibile, una chimera, un non-ente».
[…]
«La materia è un po’ spinosa» disse Don Ferrante; «ma vedrò di renderla trattabile. Dico dunque che in rerum natura non vi ha che due generi di cose; sostanze e accidenti: ora il decantato contagio non può essere né dell’uno né dell’altro genere; dunque non può esistere in rerum natura. Le sostanze… prego di tener dietro al filo del ragionamento… sono semplici o composte. Sostanza semplice il contagio non è; e si prova in due parole: non è sostanza aerea; perché se fosse, volerebbe tosto alla sua sfera, e non potrebbe rimanersi a danneggiare i corpi; non è acquea, perché bagnerebbe; non è ignea, perché brucierebbe; non è terrea, perché sarebbe visibile. Sostanza composta, né meno; perché tutte le sostanze composte si fanno discernere all’occhio o al tatto; e fra tutti i signori medici non vi sarà quell’Argo che possa dire d’aver veduto, non vi sarà quel Briareo che possa dire di aver toccato questo contagio. Oh benissimo; vediamo ora se può essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori che il contagio si comunica da un corpo all’altro; sarebbe dunque un accidente trasportato. Ah! ah! un accidente trasportato: due parole che cozzano, che ripugnano, che stanno insieme come Aristotele e scimunito; due parole da fare sgangherar dalle risa le panche delle scuole, da fare scontorcere la filosofia, la quale tiene, insegna, pone per fondamento che gli accidenti non possono mai mai passare da un soggetto all’altro. Mi pare che la cosa sia evidente».
«Intanto» disse il signor Lucio, «senza tutti questi argomenti, col semplice buon senso, tutti i galantuomini, e il popolo stesso sanno benissimo che questo contagio è un sogno».
«Non lo sanno; perdoni» rispose Don Ferrante, «lo indovinano, a caso, come atomi senza cervello che girando senza sapere dove, concorressero a comporre una figura regolare. Mi dica un po’ di grazia, se sapranno poi dire la cagione vera di questa mortalità».
«Oh bella!» disse il signor Lucio; «la cagione è chiara: in tutti i tempi si muore; in alcuni le morti sono più frequenti perché v’ha più malattie; e questo è il caso nostro».
«Sì» disse Don Ferrante; «ma le malattie, la cagione prima delle malattie?».
«Né qui pure c’è sotto gran misterio» rispose il signor Lucio: «la carestia, la mala vita hanno cagionate le malattie».
«Tutto bene» disse Don Ferrante, «ma la cagione prima?».
«Io non so che cosa ella intenda per cagione prima» disse Don Lucio.
«Ora, vede ella se bisogna poi ricorrere alla scienza» disse Don Ferrante. «Per trovare la cagione prima delle malattie, della carestia, di tutti questi infortunj, quella che spiega tutto e che fa tutto, bisogna andar molto in fondo, anzi molto in alto, bisogna cercarla negli aspetti dei pianeti. Perché non si vuol fare come il volgo, che guarda in su, vede le stelle, e le considera come tante capocchie di spilli confitti in un torsello: ha bene inteso dire che le stelle influiscono, ma non va poi a cercare né come né quando. Abbiamo il libro aperto dinanzi agli occhi, scritto a caratteri di luce; non si tratta che di saper leggere. Ed ecco che due anni fa comparve quella gran cometa causata dalla congiunzione di Saturno e di Giove. […] Ed ora, a furia di osservare, e di calcolare, da quella congiunzione funesta si è ricavata un’altra predizione egualmente chiara; così non fosse! […] Ecco la cagione prima della mortalità, ecco dove sta l’errore di questi pochi medici che voglion fare il singolare, e resistere all’evidenza, e credono di spaventarci con un grande apparato di dottrina, come se alla fine, avessero a fare soltanto con gente che non abbia mai toccato il limen della filosofia. Non basta parlare, a proposito e a sproposito, di vibici, di  esantemi, di antraci, di buboni violacei, di foruncoli nigricanti: tutte cose belle e buone, tutte parole rispettabili: ma che non fanno niente alla questione…».
«Eppure» disse il Signor Lucio, risolutamente, perché gli pareva di avere alle mani una buona ragione, «eppure anche quei medici non negano che l’aspetto dei pianeti presagisca malanni…».
«E qui li voglio» interruppe Don Ferrante; «qui dà in fuora lo sproposito. Confessano questi signori, perché a negare un tal fatto ci andrebbe troppo coraggio, confessano che tutto il male è causato dalle influenze maligne, e poi, e poi vengono a dirci che si comunica da un uomo all’altro. Chi ha mai inteso che si possano comunicare le influenze? in quel caso gli uomini sarebbero gli uni agli altri come tanti pianeti. Confessano che il male è causato dalle influenze, e dicono poi: state lontani dagli infermi, non toccate le robe infette, e schiferete il male: come se le influenze discese dai corpi celesti in questo mondo sublunare potessero schifarsi: come se quando le stelle inclinano al castigo si potesse declinare la loro potenza con certe precauzioni ridicole; come se giovasse sfuggire il contatto materiale dei corpi terreni, quando chi ci perseguita è il contatto virtuale dei corpi celesti. Per me, credo che anche questo accecamento dei medici, e appunto dei medici che hanno la mestola in mano, sia un effetto di quella costituzione maligna che domina in questo anno sciagurato, accioché per giunta di tanti mali ci tocchi anche il flagello dei regolamenti».
Tutti quegli uditori erano persuasi fin da prima che il male non era contagioso, sapevano che era comparsa quella cometa, avevano inteso dire che l’aspetto dei pianeti in quell’anno era funesto; ma da tutte queste idee non avevano mai pensato a cavare quel sugo che Don Ferrante espresse nella sua bella argomentazione. Uscirono tutti di quivi più atterriti di prima, e nello stesso tempo più irritati contra i regolamenti, e più disposti a trascurare, come inutili, tutte le cautele. Lo stesso contraddittore signor Lucio partì da quella disputa più pensoso; perché le predizioni astrologiche erano di quelle cose ch’egli riponeva non nei sogni della scienza, ma nei canoni del buon senso.

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Siamo studiosi e ricercatori dell’Università di Bologna accomunati dalla convinzione che una società colta sia meglio equipaggiata per affrontare i problemi di un mondo in rapidissima trasformazione.

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