La “ricomparsa” delle telecomunicazioni.

La “ricomparsa” delle telecomunicazioni.

Contributo di Roberto Verdone

Il nostro Paese da molti anni non considera le telecomunicazioni un asset strategico. Non solo non investe; ritarda nell’affrontare scelte politiche importanti che impattano sulla capacità industriale e sui servizi al cittadino. Vi sono reti per l’Internet delle cose, disponibili in ogni Paese Europeo, che in Italia ancora non possono essere accese (rete LoRaWAN). Vi sono decisioni che devono sbloccare il mercato della “banda larga” arenate da molti mesi (vertenza OpenFiber vs TIM).

Il nuovo petrolio, come si dice, è l’informazione. Oggi, ai tempi del coronavirus, appare tragicamente evidente un ulteriore elemento: l’informazione è un bene primario.

In questi giorni di emergenza COVID-19, occorre rivedere la priorità assegnata da Maslow ai bisogni essenziali delle persone: subito dopo i fisiologici (salute, alimentazione, etc.), tra i primari si deve includere la Rete. Per chi è stato costretto a casa, pratica smart working o si affida alla Rete per mantenere socialità o distrarsi, essa costituisce un bene primario.

La Rete è Internet. La connessione dalle nostre residenze domestiche richiede due componenti: 1) il cosiddetto backbone, ovvero la spina dorsale che attraversa tutta la penisola ed è mantenuta da aziende private ed enti pubblici; 2) la rete d’accesso, su cavo, fibra ottica o collegamento wireless, che connette il nostro salotto con il backbone. Dal 20 febbraio la Rete ha visto il traffico incrementare del 70%. Le reti di accesso mobili, di circa il 30%. Le reti stanno reggendo (per fortuna).

In Italia la rete d’accesso (spesso indicata come la rete “a larga banda”) è quasi esclusivamente in mano a privati. Seguendo logiche commerciali, non ha visto lo sviluppo desiderato e promesso; molta parte del territorio non dispone ancora di un accesso ad Internet di qualità, una buona connettività. Chi ne è responsabile?

Esattamente venti anni fa Roberto Saracco, manager di CSELT, il prestigioso laboratorio di ricerca di Telecom Italia, preconizzò la “scomparsa” delle telecomunicazioni: presto nessuno se ne curerà, disse, tutti le daranno per scontate. Con la conseguenza drammatica della mancanza di investimenti.

Venti anni dopo, la profezia di Saracco si presta a numerose considerazioni: la più importante è quella che averla data per scontata in tutti questi anni è stato certamente un errore. La scarsa lungimiranza della nostra politica ha prodotto una situazione per cui dipendiamo, per un bene primario, da altri. Come per il petrolio; salvo che il petrolio, come il coraggio per Don Abbondio, uno se non ce l’ha, mica se lo può dare; le reti, invece, le si costruisce dove si vuole.

Già a partire dagli anni ’80 questo Paese ha dismesso ogni impegno industriale nel campo delle telecomunicazioni. Prima Telettra, poi Italtel, infine Telecom Italia. Aziende che sono state smembrate o cedute a proprietà straniere.

Oggi tutti gli operatori mobili sono posseduti da holding straniere. I nostri dati, la nostra sicurezza ed ora il nostro salvagente in tempi di emergenza sono in mani straniere.

telecomunicazioni

In questi giorni si parla di tracciamento delle persone positive al coronavirus, per meglio determinare la mappa evolutiva del contagio. I nostri operatori mobili stanno offrendo il supporto richiesto, ci mancherebbe. Ma è tutto in mano a privati stranieri.

La responsabilità di tutto ciò è della politica industriale Nazionale, dagli anni ’80 in poi.

Il declino industriale del Paese nel settore delle telecomunicazioni è stato, curiosamente e per motivi che sfuggono a molti, affiancato da una costante capacità scientifica del sistema Universitario. In altre parole, le risorse in termini di competenze non le abbiamo perse.

Forse è giunto il momento di rivedere la politica Nazionale in merito a quali asset strategici debbano essere mantenuti da un Paese che vuole esser indipendente e sicuro delle proprie forze. Occorrono alcune azioni immediate:

1) il Governo deve concludere la partita da troppo tempo aperta a riguardo della partnership TIM-OpenFiber, perché un solo operatore con incentivi di Stato offra accesso a larga banda su fibra ottica in tutte quelle aree non appetibili commercialmente, ma che ospitano aziende e cittadini Italiani che hanno i diritti di tutti gli altri;

2) occorre mettere in campo tutte le politiche di incentivazione verso il 5G, tecnologia che può, oltre a sostenere lo sviluppo dell’Industria 4.0, offrire accesso a larga banda in modalità Fixed Wireless Access (FWA), a complemento dell’uso della fibra ottica;

3) le autorità devono assumere un atteggiamento proattivo e scientificamente colto riguardo ai temi connessi alla salvaguardia della salute rispetto ai campi elettromagnetici; si tratta di un refrain che torna in auge senza base scientifica ogni volta che si palesa una nuova generazione (ora la quinta, il 5G) delle comunicazioni radiomobili.

Occorrono decisioni, occorre cultura digitale. Magari avvalendosi del grande potenziale in termini di competenze offerto dal serbatoio dell’Università. Il Paese ha bisogno della “ricomparsa” delle telecomunicazioni. Per combattere la depressione da coronavirus, per consentire di riavviare il Paese garantendo la salute dei cittadini, per agevolare il sistema produttivo industriale nel momento di maggiore crisi dal dopoguerra.

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ParliamoneOra administrator

Siamo studiosi e ricercatori dell’Università di Bologna accomunati dalla convinzione che una società colta sia meglio equipaggiata per affrontare i problemi di un mondo in rapidissima trasformazione.

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