I malintesi sulla “solidarietà europea”

I malintesi sulla “solidarietà europea”

Contributo di Pietro Manzini

In Italia il dibattito sulla cosiddetta “solidarietà europea” è incredibilmente superficiale. Tutti la evocano, molti ne lamentano l’assenza, nessuno (o quasi) si chiede che cosa voglia dire. Proviamo allora individuare qualche punto fermo.

Anzitutto andrebbe ricordato che, sul piano sociale, la solidarietà è un’idea molto impegnativa, perché si riferisce all’ipotesi che un individuo, sostenendo degli oneri, aiuti  un altro o altri individui sulla base della sola considerazione che tutti appartengono ad una medesima comunità. Ma già questa osservazione presenta degli elementi di incertezza: quanti oneri una persona deve essere disposta a sostenere in virtù di un sentimento di fratellanza? Come viene definita in senso qualitativo e quantitativo una ‘comunità’ verso la quale si deve solidarietà?

Nel mondo del diritto, poi, la solidarietà non esiste, salvo che non sia prevista da un contratto (un’impresa può assumersi contrattualmente la responsabilità degli obblighi assunti da un’altra), oppure sia stabilita dalla legge. È peraltro indicativo che anche laddove la solidarietà è più scontata, ossia in mare, il diritto non la preveda indefettibile e gratuita. Basti pensare che il nostro codice della navigazione, per un verso, prevede l’obbligo di soccorso in mare quando sia possibile senza grave rischio della nave soccorritrice, del suo equipaggio e dei suoi passeggeri, e per l’altro, stabilisce che il soccorso dia diritto, quanto meno, al risarcimento dei danni eventualmente subiti e al rimborso delle spese incontrate (artt. 489-491 cod. nav.).

La solidarietà inoltre, è un’idea completamente antropomorfa. Può emergere (augurabilmente) in seno ad una comunità di persone, ma è del tutto estranea ai rapporti tra Stati.  Siamo abituati, per convenzione e semplicità, a riferirci – ad esempio – alla Germania e all’Italia come se fossero persone fisiche, ma dovremmo ricordarci che esse sono piuttosto “persone politico-giuridiche”, le quali ragionano e operano in base a dinamiche completamente diverse da quelle che connotano l’azione umana.  Le relazioni tra tali entità si basano tradizionalmente su rapporti di dare e avere, alieni ai sentimenti di generosità e disinteresse che muovono la condotta solidale tra individui. Quando la Cina invia all’Italia mascherine (che peraltro ancora non arrivano), lo fa per ragioni di accrescimento del suo soft power, non per sentimento di solidarietà. 

Nei trattati su cui si fonda l’Unione europea la solidarietà tra Stati è più volte evocata, ma sostanzialmente per escluderla  o per limitarne l’ambito di applicazione alle situazioni emergenziali. Un esempio della prima ipotesi è la clausola di no bail-out che nel quadro della politica economica dispone che né l’Unione né gli altri Stati membri si facciano carico degli impegni finanziari assunti da uno Stato membro. Più disponibili sono gli Stati in caso di emergenza. I trattati prevedono infatti “assistenza e aiuto” reciproco nel caso di aggressione armata, ovvero qualora uno Stato membro sia oggetto di attacco terroristico o vittima di calamità naturale o provocata dall’uomo  oppure anche quando sussiste una “situazione di emergenza caratterizzata da afflusso improvviso di cittadini di paesi terzi”.

Di questi elementi bisognerebbe tener conto quando si sostiene che l’Europa dovrebbe mostrare più solidarietà attraverso l’emissione di titoli congiunti da parte di tutti gli Stati, i famosi euro-bonds. Il senso di questi titoli, come è ben noto, è che essendo garantiti da tutti, il tasso di prestito sarebbe molto basso e ciò aiuterebbe a ri-finanziare l’economia dopo la crisi del coronavirus. Tuttavia va notato che questo tasso, incorporando il rischio anche dei paesi molto indebitati, come l’Italia, si collocherebbe ad un livello intermedio tra il tasso di interesse dei titoli italiani, e quello dei titoli tedeschi o olandesi. Pertanto dato che il rischio è coperto da tutti, si chiede, in sostanza, ai cittadini tedeschi o olandesi di farsi garanti, con le loro tasse, di un tasso di interesse che è superiore a quello che sarebbe se il titolo fosse esclusivamente tedesco o olandese. E ciò per aiutare l’economia italiana.   

Perché dovrebbero farlo, tenendo conto che anche la Germania e l’Olanda nella presente crisi avranno bisogno di fare debito pubblico? Certo, una buona motivazione è quella che fa riferimento alla necessità di salvaguardare il mercato europeo, che è importante per tutti. È ciò a cui si riferisce, metaforicamente, Romano Prodi quando si chiede a chi venderanno i tulipani gli olandesi, se l’Italia entra in crisi.  Tuttavia è un argomento che, nel mezzo della attuale tempesta sanitaria ed economica, non può veramente convincere; senza dimenticare che ad esso si potrebbe rispondere che i tulipani saranno venduti su altri mercati.

Perciò, da italiani, occorre essere favorevoli agli euro-bonds, ma bisogna anche essere pronti a comprendere perché altri sono decisamente contrari.  Con due vantaggi certi: il primo è che potremmo operare per ottenere più solidarietà con consapevolezza e senza stracciarci le vesti tutte le volte non ne arriva nella quantità sperata; il secondo è  che riusciremmo ad evitare di intonare la solita litania “e allora l’Europa che serve”, che in questi tempi di clausura è veramente insopportabile.  

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ParliamoneOra administrator

Siamo studiosi e ricercatori dell’Università di Bologna accomunati dalla convinzione che una società colta sia meglio equipaggiata per affrontare i problemi di un mondo in rapidissima trasformazione.

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