Epidemia e filosofia

Epidemia e filosofia

Contributo di Alberto Artosi

“La paura è una cattiva consigliera”. Sarà anche un luogo comune, ma sulla bocca di Giorgio Agamben fa un certo effetto, tanto più quando ci s’accorge che a essere stato mal consigliato è proprio quello che è considerato uno dei maîtres à penser di questa generazione. Nel caso di Agamben, però, non si tratta della paura del Coronavirus – ché infatti Agamben, almeno all’inizio, non credeva nell’epidemia – ma della paura che l’emergenza possa innescare una nuova forma di quella aggregazione proteiforme e a costante minaccia di ritorno che Umberto Eco chiamava “Ur-Fascismo” o “fascismo eterno”.  

Fino ad ora si contano quattro interventi di Agamben sul tema “rischio deriva Ur-Fascista”. Nel primo, comparso su “Il manifesto” del 26 febbraio e contemporaneamente nella sua rubrica sul sito della casa editrice Quodlibet (qui con il titolo del tutto esplicito di L’invenzione di un’epidemia), Agamben denuncia le misure di emergenza varate dal governo per la “supposta epidemia” come espressione della “tendenza crescente a usare lo stato di eccezione” per giustificare l’imposizione di “gravi limitazioni della libertà” facendo leva sullo “stato di paura che in questi anni si è evidentemente diffuso nelle coscienze degli individui” e sul “desiderio di sicurezza che è stato indotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarlo”.

Gli interventi successivi (Contagio, 11 marzo; Chiarimenti, 17 marzo e Riflessioni sulla peste, 27 marzo) non fanno che ribadire quanto si era andato delineando nel primo, con l’aggiunta di alcuni tocchi decisivi (la trasformazione di “ogni individuo in un potenziale untore“; la creazione della perniciosa “figura del portatore sano o precoce”) fino al completamento del quadro: la compiuta realizzazione di quello che è sempre stato il sogno di “chi ci governa”: chiusura delle scuole e dell’università con conseguente telematizzazione delle lezioni, coprifuoco culturale e politico, digitalizzazione dei contatti umani, e via cantando.

Nell’ultimo intervento Agamben ci rivela pure qual è la scaturigine ultima della nuova forma di Ur-Fascismo: l’atavica paura di perdere la vita sulla quale “si può fondare solo una tirannia, solo il mostruoso Leviatano con la sua spada sguainata”, soprattutto se a servirlo, quale nuovo instrumentum regni, è “la religione del nostro tempo: la scienza” che, “come ogni religione, può produrre superstizione e paura o, comunque, essere usata per diffonderle”.

Se questo è ciò che ha prodotto la filosofia di Agamben, diciamocelo francamente, povera filosofia. Ma, diciamo anche questo francamente, non è che altri abbiano poi prodotto tanto di meglio.

filosofia, scuola di Atene, dipinto di Raffaello Sanzio

Nella sua replica alle “farneticazioni di Giorgio Agamben” (in “MicroMega”, 16 marzo 2020), Paolo Flores D’Arcais, oltre ad auspicare “che per la filosofia si inauguri una stagione in cui stella polare torni ad essere l’amore di sapere/saggezza”, invita a “mettere da parte il bon ton corporativo” e a “non temere di cominciare a pronunciare qualche modesta verità, ad esempio riconoscere intanto che la filosofia dell’untore e della ‘invenzione di un’epidemia’, propinataci dal filosofo Giorgio Agamben il 26 febbraio e l’11 marzo, è”, per dirla in termini inequivocabili, anche se non molto eleganti, “una filosofia del cazzo”.

Nel suo incisivo intervento (Eccezione virale, in “Antinomie”, 27 febbraio 2020) Jean-Luc Nancy, filosofo tra i più autorevoli e sodale di Agamben, dopo averci avvertito, con una blanda tirata di orecchi al “vecchio amico”, che “esiste una sorta di eccezione virale – biologica, informatica, culturale – che ci pandemizza” e che i “governi non ne sono che dei tristi esecutori e prendersela con loro assomiglia più a una manovra diversiva che a una riflessione politica”, passa senz’altro a ricordare: se trent’anni fa avesse dato ascolto ad Agamben che gli consigliava di non sottoporsi al trapianto di cuore, sarebbe già morto da un pezzo. Con tutto questo, “Giorgio resta uno spirito di una finezza e una gentilezza che si possono definire – senza alcuna ironia – eccezionali”.

Che dire? Il filosofo, sociologo e politologo Slavoj Žižek (altromaître à penser di questa generazione) segue di giorno in giorno l’evolversi della situazione in un e-Book che viene costantemente aggiornato. Il libro si intitola Virus. Catastrofe e solidarietà. Speriamo bene.

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Siamo studiosi e ricercatori dell’Università di Bologna accomunati dalla convinzione che una società colta sia meglio equipaggiata per affrontare i problemi di un mondo in rapidissima trasformazione.

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