La vita quotidiana durante il lockdown: primi risultati di una ricerca sociologica

La vita quotidiana durante il lockdown: primi risultati di una ricerca sociologica

Contributo di Antonio Francesco Maturo

È difficile fare ricerca sociale durante al tempo del Covid-19. A essere un po’ drastici potremmo dire che, come ricercatori, scontiamo tre difficoltà. La prima è terminologica (bias semantico). Come possiamo ‘dire’ il Covid-19 e i suoi effetti?

Crisi? No, troppo generico e inflazionato. Evento? No, non è un accadimento con un tempo limitato. Fenomeno sociale? No, è di più. Fenomeno biologico? No, è molto di più.

Pandemia va abbastanza bene invece. Ironicamente, la migliore etichetta ci viene dalla medicina anziché dalle scienze sociali. La medicalizzazione del linguaggio è, spesso, necessaria anche per le la sociologia.

La seconda difficoltà riguarda l’oggetto di studio. Mai come in questo momento siamo parte del fenomeno che stiamo studiando (bias epistemologico). Se per molti aspetti, la “riflessività” una volta riconosciuta può diventare un vantaggio metodologico, a costo di essere positivistico ritengo che per fare ‘auto-etnografia’ si debba essere testimoni unici di eventi eccezionali (si veda nel nostro caso, il toccante reportage intimo e sociologico del collega bergamasco Lorenzo Migliorati, Un sociologo nella Zona Rossa, Angeli, 2020).

Di conseguenza, la terza difficoltà ha a che fare con l’aspetto temporale. Come possiamo delimitare l’oggetto di studio mentre esso sta accadendo? Arriveranno norme giuridiche che ci diranno quando è finito il lockdown, ma probabilmente gli effetti dureranno molto a lungo (bias metodologico).

Consapevoli di queste difficoltà, io e Veronica Moretti, assegnista presso il Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Università di Bologna, abbiamo svolto uno studio esplorativo, basato su venti colloqui in profondità via Skype con giovani adulti di entrambi sessi residenti nel Nord Italia. Inoltre, essi non hanno figli e in media hanno un elevato titolo di studio.  Il nostro studio si è focalizzato sulla vita domestica durante il lockdown: nuove abitudini, pratiche, opinioni. Riassumiamo qui alcuni aspetti emergenti, certo non rappresentativi, ma che tuttavia possono essere utilizzati per la costruzione di un framework teorico da validare con ricerche più estese.

vita domestica al tempo del lockdown per coronavirus

La prima cosa che emerge è come molte persone si siano costruite nuove routine e nuovi “regimi” di vita domestica. Nuove abitudini seguite rigidamente: il tempo del fitness, il tempo del lavoro, le pause, il giorno della spesa. Come diceva una canzone degli anni Novanta: “Batti il tuo tempo…”. Non è un caso che la stragrande maggioranza dei nostri intervistati dichiari di bere meno col lockdown. Questo è un dato abbastanza sorprendente visto che i consumi di alcol degli italiani sono raddoppiati. Sembra quindi che qualcuno abbia combattuto questa situazione anomica con l’edificazione di nuove routine e con un’organizzazione “tayloristica” delle giornate.

La seconda cosa di un qualche interesse è la forte adesione alle restrizioni imposte dal lockdown. Anzi, gli intervistati mostrano segni di insofferenza verso coloro che a loro detta non seguono scrupolosamente le regole. La possibilità che venga incrinato il loro diritto alla privacy, ad esempio attraverso dispositivi digitali, coerentemente non viene considerata un problema. A tre settimane dal lockdown il consenso verso le misure biopolitiche governative è altissimo.

Un dato abbastanza omogeneo riguarda il disorientamento mentale. Si vive una situazione ambigua: un certo ritmo intenso di lavoro accanto a momenti di estrema lentezza; apericene digitali con tanti amici che spariscono improvvisamente dopo un click; bellissime giornate di sole con l’obbligo di stare a casa pur essendo in perfette condizioni di salute.

Un termine particolarmente adatto per descrivere questa situazione ambigua ci viene fornito dalla psicanalisi: Unheimlich. Si tratta del “perturbante”: un misto di famigliarità e estraneità. Con un esempio grossolano potremmo dire che è la sensazione che abbiamo noi italiani quando andiamo a Lugano la prima volta: siamo a casa, ma non del tutto: ci sono segnali stradali differenti, si paga in franchi,  i poliziotti hanno divise mai viste. Non è un caso che il termine contenga la parola heim, casa, ma anche un prefisso che la nega: Un. Con spregio dei linguisti che hanno avuto la forza di leggere l’articolo fino a qui potremmo dire che il termine denota l’indomestico.

Oltre a essere uno studio homemade con pochi casi, va sottolineato come le persone da noi ascoltate sono per alcuni versi abbastanza “privilegiate”. Verosimilmente, famiglie numerose costrette a vivere in pochi metri quadri o persone con poche risorse culturali e in difficoltà economica organizzerebbero la loro vita domestica in modo diverso.

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ParliamoneOra administrator

Siamo studiosi e ricercatori dell’Università di Bologna accomunati dalla convinzione che una società colta sia meglio equipaggiata per affrontare i problemi di un mondo in rapidissima trasformazione.

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