L’epidemia dell’anno senza estate

L’epidemia dell’anno senza estate

Contributo di Maurizio Ascari

Si sentono spesso persone lamentarsi della globalizzazione e c’è chi vede l’attuale pandemia come l’ultimo frutto di questa accresciuta mobilità di merci e persone. Senza negare l’impatto che la globalizzazione ha a più livelli sull’ambiente e sugli umani, vorrei però offrire uno sguardo al passato per ricordare che siamo sempre vissuti in un mondo profondamente interconnesso.

esplosione del vulcano Tambora che portò di conseguenza un anno senza estate

Il 1816 è passato alla storia come l’anno senza estate per le pessime condizioni climatiche. In molti paesi dell’emisfero settentrionale la perdita dei raccolti provoca carestie e disordini sociali, anche perché in Europa la cattiva annata agricola va a incidere su popolazioni già provate dalle campagne napoleoniche, da poco concluse. All’origine del fenomeno troviamo l’eruzione, nell’aprile 1815, del vulcano Tambora, in quelle che sono all’epoca le Indie olandesi, ora Indonesia. Le ceneri proiettate nell’aria si sommano ad altri fattori ambientali con un impatto spaventoso.

Le conseguenze di questa anomalia stagionale sono tante. In Svizzera e Germania c’è chi fa il pane con la segatura e con la paglia, chi mangia topi e gatti (Patrick Webb, “Emergency Relief during Europe’s Famine of 1817 Anticipated Crisis-Response Mechanisms of Today”)

Eppure, per uno dei paradossi della vita, il cattivo tempo e la sedentarietà che ne consegue stimolano la vena creativa. Proprio in quell’estate di piogge e nevicate, a Villa Diodati, sul Lago di Ginevra, Mary Shelley, il compagno Percy, l’amico Byron e altri della loro cerchia si sfidano nel comporre un racconto gotico. Ne nasce Frankenstein, le cui ambientazioni artiche riflettono l’angoscia climatica del momento.

Il clima contribuisce poi a scatenare l’epidemia di tifo petecchiale che imperversa tra il 1816 e il 1817 in varie parti d’Italia e d’Europa, poiché la stagione fredda porta la gente a lavarsi di meno e a vivere più al chiuso, ma la propagazione si lega anche al movimento delle persone.

Nella Gazzetta di Milano del 14 aprile 1817 (n. 50, p. 98) leggiamo:

La petecchiale che attualmente affligge e spaventa oltre il convenevole molte popolazioni della Lombardia e del Piemonte, ha fatto nascere in molti la curiosità di sapere dove abbia incominciato … Nel marzo del 1816 un prigioniero reduce dalla Russia s’ammalò nel luogo di Capriata (provincia di Alessandria); sei individui componenti la famiglia del milite furono sorpresi dalla stessa malattia, la quale in pochi giorni comunicandosi ad altri, passò pur anche nel villaggio vicino di Fresonara.

l'esplosione del vulcano Tambora portò ad un anno senza estate, con nevicate e carestie

A Bologna i primi a essere colpiti, nella primavera del 1816, sono i carcerati, e ben presto diventa necessario realizzare un lazzaretto nell’ospedale dell’Abbadia, già monastero dei Santi Naborre e Felice. Gli ammalati vengono isolati, gli ambienti purificati con vapori d’aceto, ginepro e altre erbe o ancora fumigandoli con sali di manganese. I medici si proteggono con tele cerate. I morti, nella sola Bologna, sono migliaia, tra cui molti medici e sacerdoti.

Passano i mesi. Nell’estate del 1817, James Augustin Galiffe è in viaggio sull’Appennino da Bologna a Firenze. Quando si ferma a Pietramala vorrebbe visitare il famoso ‘vulcano’ (un’attrazione dovuta a esalazioni naturali di metano), ma è costretto a rinunciare perché non si sente bene. Quando l’ostessa si informa sulla sua salute, dalla risposta del viaggiatore nasce questo dialogo, riportato in Italy and its Inhabitants; An account of a tour in that country in 1816 and 1817 (London, Murray, 1820, pp. 415-16):

“Un terribile mal di testa,” dissi io. “Buon Dio,” esclamò subito lei. “Come la compatisco! È proprio così che comincia per quelli che muoiono nell’epidemia! Se ne è portati via così tanti in questo periodo! Non può immaginare come se ne vanno in fretta! E comincia sempre con un mal di testa come il suo. Ahimè, povero signore!” Sembrava esser così certa della mia morte da considerare che non valeva più la pena darmi retta, così fece mangiare il vetturino con noi, malgrado le mie proteste.

Questi brevi aneddoti ci parlano di un mondo passato che siamo tentati di figurarci in toni rassicuranti, ma in cui la vita era precaria e in cui l’individuo non era certo al riparo dalle conseguenze di eventi lontani. Un mondo meno globalizzato del nostro, ma pur sempre interconnesso, in cui il clima mutava, la gente viaggiava, e in assenza delle misure sanitarie e dell’organizzazione sociale rese possibili dal progresso scientifico e tecnologico le malattie si propagavano con grandissima rapidità.

Oltre due secoli ci separano ormai dal 1816, la cui realtà appare al contempo così lontana e così vicina. Non dimentichiamo il nostro passato nel vivere il nostro presente.

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ParliamoneOra administrator

Siamo studiosi e ricercatori dell’Università di Bologna accomunati dalla convinzione che una società colta sia meglio equipaggiata per affrontare i problemi di un mondo in rapidissima trasformazione.

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