Quando ci stringeremo di nuovo la mano?

Quando ci stringeremo di nuovo la mano?

Contributo di Sara Pini

È una coincidenza fortuita e al contempo amara che ormai sia passato un anno dalla pubblicazione del contributo di Vittorio Sambri, a dir poco lungimirante nell’intitolarlo Lavarsi le mani. Ancora più sorprendente, forse, è la coincidenza delle date: quell’intervento prendeva le mosse dal 5 maggio e quest’anno proprio il 5 maggio sarà il secondo giorno di maggiore libertà dopo una quarantena di quasi due mesi in cui ci è stato ripetuto con ogni mezzo di lavarci frequentemente e a fondo le mani per contrastare la diffusione dell’oramai noto COVID-19. Rifacendomi all’articolo di Sambri, vorrei ripartire proprio da questo, dalle mani, in particolare dal gesto di stringere la mano e da ciò che questo significa per noi.

Talmente parte del nostro quotidiano, solo ora – impossibilitati come siamo su più fronti – ci rendiamo conto di quanto “diamo la mano”: dalla stretta di mano in ambito lavorativo, al segno di pace per alcuni durante le celebrazioni cattoliche, al saluto a parenti e amici, magari accompagnato da un abbraccio. L’atto di offrirsi la mano e stringerla è antichissimo: i Greci identificavano questo atto come dexiosis, approssimativamente, “dare la mano destra”, e si ritrova in molte sculture antiche come “gesture symbolizing connectedness” (Ed Simon, “When Was the First Handshake?”). Ma sembra che le prime tracce si ritrovino ancora più indietro nel tempo:

It probably had its origin among primitive peoples, where the hand was symbolic of strength and power. To extend the hand to a stranger with the palm displayed was to assure him that there was no weapon concealed.

Stringere la mano è ancora oggi per noi un simbolo di affidabilità e buoni propositi, di fiducia verso l’altro e di volontà di relazione. Forse, però, leggere in questo frangente parole così ci porta a un sorriso amaro, dato che siamo soggetti al distanziamento sociale proprio per evitare il contatto fisico. Non a caso ho scelto la citazione di cui sopra non da un articolo di cultura o sociologia, ma da uno dell’American Journal of Nursing e intitolato “The Bacterial Significance of the Handshake”.

Da mezzo per mostrare l’innocuità a veicolo di un’arma invisibile, quindi.

Durante una visita al castello di Edimburgo la guida intratteneva i turisti con vari aneddoti e racconti sulle usanze del passato, tra cui quella di togliersi il guanto per stringere la mano in modo da stipulare un accordo. Era necessario togliersi l’indumento in questione perché era comune che alcuni indossassero degli anelli con sottili aghi rivolti verso il palmo così da pungere il presunto alleato durante la stretta di mano, uccidendolo con il veleno di cui erano intinti. Oggi lo stringersi la mano ha recuperato in un certo senso tale pericolosità e giustamente non vediamo l’ora di tornare alle nostre abitudini quotidiane in cui abbracciare, stare vicini, salutare con la mano e parlare siano di nuovo consentiti senza limitazioni o restrizioni di alcun tipo. Recuperare la possibilità di un gesto che ci viene così naturale, perché parte nelle nostre abitudini socio-culturali, è di per sé il segno di una riacquistata libertà e di una vittoria contro un pericolo invisibile per la nostra salute.

Tuttavia, mi domando se questa voglia di ricominciare la quotidianità nei suoi piccoli gesti durerà anche dopo i primi mesi dal termine dell’emergenza, quando il virus se ne sarà andato e saremo tornati a una situazione “come prima del coronavirus”. Sembra che lo strascico delle conseguenze di questa pandemia si farà sentire per molto tempo, a livello economico. Penso all’ambito lavorativo, ai posti di lavoro in particolare. Tema molto caro ai giovani, perenne problema in Italia, ora si prospetta una situazione davvero complicata, se prima non lo era già abbastanza, e non solo a livello organizzativo. Cosa ci sarà per tutti coloro che avevano un lavoro e che sono stati costretti a rimanere a casa in queste settimane? Per i giovani, se le prospettive non erano rosee prima del COVID-19, cosa ci sarà dopo la pandemia?

Alcuni articoli parlano di imprenditori che cercano di tenere tutto il personale, altri riferiscono con le pinze ipotesi di esuberi, quasi si avesse paura ad affrontare l’argomento. Perché per vivere, per tornare a quella quotidianità che tanto ci manca, dopo l’imperativo della salute individuale e pubblica – ma già in concomitanza adesso, per molti – il secondo imperativo è la salute economica. Perché, inutile dirlo, per sopravvivere nella post-pandemia serve un lavoro. Dopo i primi e a lungo attesi incontri, abbracci, strette di mano, ritrovi con amici e familiari, colleghi e non, inebriati dalla libertà riacquisita, dal sollievo dello scampato pericolo, finalmente autorizzati a condividere il dolore per le perdite, riusciremo davvero a “ridare la mano” con fiducia e slancio?

Mi domando se ci ammasseremo gli uni sugli altri, in quel “dopo”, calpestandoci, se ci sarà la diffusione del virus del panico, dell’esigenza, della necessità, di emozioni di pancia che faranno prevalere una visione distorta, auto-alimentata, egocentrica della situazione generale. Situazione in cui la paura che ora c’è verso un nemico invisibile e il contatto con l’altro continuerà sotto nuova forma, forse perfino più subdola, in un contesto in cui la vicinanza fisica è stata recuperata ma nulla si può fare per la barriera invisibile di plexiglass emotivo che ci fa vedere qualcuno ma non ci permette di avvicinarci alla sua umanità. Nel proteggere il bene proprio e dei propri famigliari, riusciremo a mantenere una mano tesa in solidarietà e in riconoscimento dell’altro nella post-pandemia?  O metteremo in atto una sorta di scala del dolore in cui ognuno si sente ai primi posti, alimentando alla base diffidenza e supponenza, sfiducia e chiusura? Riusciremo a stringere di nuovo le mani a qualcuno senza nascondere non in un anello, ma dentro di noi, il veleno del confronto?

Ricordiamoci di stringere la mano non solo perché potremo, non solo come segno di riacquistata libertà, ma con cognizione di causa come gesto di umanità nel post-coronavirus.

Info sull'autore

ParliamoneOra administrator

Siamo studiosi e ricercatori dell’Università di Bologna accomunati dalla convinzione che una società colta sia meglio equipaggiata per affrontare i problemi di un mondo in rapidissima trasformazione.

Lascia una risposta