Archivio mensile Maggio 2020

Il mercato degli stupefacenti ai tempi del Coronavirus: tra deep web e criptovalute

Contributo di Michele Protti

Il rapporto dello European Monitoring Center for Drugs and Drug Addiction

A quanto pare, la mancanza di un mercato regolato non ha impedito ai consumatori europei di fare scorte di stupefacenti, soprattutto di Cannabis, a fronte delle misure di social distancing intraprese in questo periodo storico complesso e unico nel suo genere.

In Canada e in molti stati US, il timore per il lockdown messo in atto per contrastare la diffusione del virus durante lo scorso marzo ha spinto molte persone ad accalcarsi presso i loro rivenditori locali (e legali) di Cannabis per farne incetta. Secondo un recente report dello European Monitoring Center for Drugs and Drug Addiction (EMCDDA), nello stesso periodo in Europa si faceva lo stesso, tranne che per il fatto che i canali maggiormente sfruttati per connettersi con i “rivenditori non regolamentati” erano ad appannaggio del deep web. Il deep web è infatti un modo per accedere a internet in modo completamente anonimo, dove non è possibile tenere traccia delle attività illecite come le compravendite di sostanze non regolamentate, ma lo approfondiremo in seguito.

stupefacenti, uno screen del sito Alphabay chiuso e sequestrato nel 2017
Uno screenshot del sito Alphabay (chiuso e sequestrato nel 2017)

Il rapporto dell’EMCDDA ha monitorato tre dei principali mercati di Cannabis sul deep web dell’Unione Europea, Agartha, Cannazon e Versus, per valutare come la pandemia COVID-19 abbia influenzato le loro vendite dal 1° gennaio al 31 marzo 2020. Hydra, che è stimato essere il più grande mercato illecito di stupefacenti in rete, non è stato incluso nello studio perché serve principalmente la Russia e i paesi dell’Europa orientale.

stupefacenti. numero di recensioni di prodotti per sito e per mese (gennaio- marzo 2020)
Numero di recensioni di prodotti per sito e per mese (gennaio-marzo 2020).
Fonte: EMCDDA Special Report COVID-19 and drugs – Drug supply via darknet markets

Le attività di mercato sono aumentate di più del 25% per il periodo considerato, trainate principalmente dalle vendite di Cannazon. I dati di mercato di Cannazon non fanno distinzione tra marijuana (le infiorescenze della Cannabis), hashish (la resina derivata dalla Cannabis) o altri prodotti derivati, afferma il rapporto. Nel corso dei primi tre mesi del 2020, i rivenditori hanno acquistato meno prodotti a base di Cannabis a scopo di redistribuzione al dettaglio, probabilmente perché i protocolli di social distancing renderebbero difficile vendere la Cannabis di persona, afferma il rapporto. D’altra parte, il numero di acquirenti che hanno acquistato Cannabis per uso personale è aumentato, ma sono diminuite le persone che hanno ordinato sul deep web sostanze generalmente utilizzate in occasioni “sociali” e di gruppo, come l’MDMA.

Il più grande dei tre mercati, Cannazon, ha venduto circa 4.3 milioni di euro di Cannabis nell’arco dei tre mesi considerati, pari a circa 1.6 tonnellate di prodotti: il quantitativo più comunemente acquistato si aggirava sui 10 grammi, per un costo medio di 125 euro.

stupefacenti. numero di vendite al dettaglio per formato (gennaio-marzo 2020)
Numero di vendite al dettaglio, per formato (Cannazon, gennaio-marzo 2020).
Fonte: EMCDDA Special Report COVID-19 and drugs – Drug supply via darknet markets.

Nonostante l’aumento delle vendite, nel periodo considerato è stata osservata una diminuzione degli introiti totali, il che indica che le persone hanno iniziato ad acquistare quantitativi inferiori e prodotti meno costosi.

stupefacenti. Valore dei prodotti in vendita (gennaio-marzo 2020)
Valore dei prodotti in vendita (Cannazon, gennaio-marzo 2020).
Fonte: EMCDDA Special Report COVID-19 and drugs – Drug supply via darknet markets.

La maggior parte delle sostanze vendute sul deep web proviene dal Regno Unito (47%), dalla Germania (30%) e dalla Spagna (6%), secondo il rapporto EMCDDA.

stupefacenti. principali prodotti acquistati (gennaio-marzo 2020)
Principali prodotti acquistati (gennaio-marzo 2020).
Fonte: EMCDDA Special Report COVID-19 and drugs – Drug supply via darknet markets

Il coronavirus sta portando gli utilizzatori di sostanze verso il deep web e le criptovalute

Il deep web ha compiuto da poco 20 anni. L’emergenza COVID-19 sta spingendo gli spacciatori e gli utenti lontano dalle strade, in un mercato in rapida evoluzione.

Nelle strade deserte delle più grandi città europee si mormora di spacciatori che “chiudono i battenti”, rifiutandosi di vendere a chiunque tranne che ai loro clienti più affezionati, preoccupati per i loro futuri approvvigionamenti. Infatti, come le imprese di alto livello, anche i cosiddetti “pusher” sono alle prese con la logistica dell’isolamento personale e con il caos provocato dalla crisi portata dal coronavirus sulle catene di approvvigionamento.

Ecco perché, secondo alcuni esperti, molti degli oltre 30 milioni di tossicodipendenti della Comunità Europea stanno ripiegando su un uso smodato e pericoloso di farmaci da prescrizione o si rivolgono ai mercati del deep web. I mercati dislocati sul deep web utilizzano una rete crittografata (Tor) per nascondere la posizione del server di un sito e offrono un modo per acquistare quasi tutto in forma anonima. I prodotti più popolari sono sostanze illecite, spedite poi per posta in cambio di criptovalute, come Bitcoin (BTC).

stupefacenti. uno screen del sito Silk Road, fino a qualche anno fa il mercato illegale più diffuso per acquistare stupefacenti tramite bitcoin
Uno screenshot del sito Silk Road (la Via della Seta), fino a qualche anno fa il mercato illegale
più diffuso per acquistare stupefacenti tramite Bitcoin.

Nel frattempo, gli scambi di criptovalute hanno visto un afflusso di nuovi utenti da quando è iniziato il blocco del coronavirus, alcune delle quali vedono addirittura triplicato il loro tasso di nuove iscrizioni. Ma, allo stesso tempo, i dati suggeriscono che questi nuovi arrivi non stanno commerciando o investendo in criptovalute. Invece, stanno depositando somme per l’utilizzo immediato. Queste somme, almeno in teoria, potrebbero essere destinate ad alimentare il mercato nero, non solo degli stupefacenti illegali, ma anche di altri prodotti scarsamente disponibili a causa della pandemia come mascherine per il viso e alla farmaci.

Comprare stupefacenti sul deep web significa prima acquistare Bitcoin

Il numero di persone in Europa che utilizzano il deep web come canale per l’approvvigionamento di sostanze stupefacenti è più che raddoppiato negli ultimi cinque anni, secondo i sondaggi di Global Drug Survey, a causa della vasta gamma di prodotti offerti, del sistema di recensioni dei fornitori e dei prodotti, della facilità di acquisto e della possibilità di non doversi esporre a situazioni di violenza e pericolo su strada.

Gli utenti pagano per beni acquistati sui mercati nel deep web utilizzando Bitcoin o altre criptovalute. Nel 2019, oltre 700 milioni di Euro in criptovalute sono stati riversati su tali mercati, secondo i dati della società di analisi blockchain Chainalysis.

I dati sono ancora troppo preliminari per poter affermare con certezza che negli ultimi mesi le persone abbiano “sbirciato” nell’abisso del deep web per la prima volta a causa di problemi con i loro fornitori regolari, ma di certo questo momento storico è potenzialmente “propizio” per un ragionamento di questo tipo.

È anche troppo presto per identificare chiaramente le interruzioni nella fornitura “regolare” di sostanze stupefacenti nel mondo reale. Ciò a cui si sta assistendo in termini di risposte da parte dei pusher di prima linea è una vendita più orientata all’ingrosso, applicando prezzi opportunistici o riducendo la purezza e la qualità dei loro prodotti. Risulta particolarmente preoccupante in questo momento la crescente disponibilità sul deep web di Fentanil, il cugino sintetico dell’eroina. Questa sostanza è 50 volte più potente dell’eroina e 100 volte più potente della morfina, risultando quindi in logistiche più semplificate, ma è anche molto più pericolosa per gli utilizzatori meno esperti e anche perché spesso viene utilizzata dai rivenditori al dettaglio per “tagliare” prodotti di scarsa qualità.

Il deep web non è immune ai problemi di approvvigionamento

La pandemia ha evidenziato la fragilità delle catene di approvvigionamento nelle industrie di tutto il mondo e quelle riguardanti la produzione di sostanze stupefacenti non fanno eccezione. Infatti, ci sono già notizie riguardanti aumenti dei prezzi di droghe presenti sul deep web a causa della carenza di prodotti chimici in arrivo dalla Cina: gli ingredienti chimici grezzi utilizzati per la produzione di metanfetamina e Fentanil provengono principalmente da questo paese, che è anche l’epicentro dell’epidemia. A quanto pare, anche le scorte dei cartelli Messicani si stanno esaurendo.

La carenza dei cosiddetti “precursori”, le sostanze chimiche che, miscelate e fatte reagire in laboratori clandestini danno vita a numerose droghe, sta limitando la gamma di sostanze che gli spacciatori ora sono in grado di offrire. E la maggiore instabilità e volatilità di alcune criptovalute sta influenzando anche i rivenditori.

Le interruzioni nelle catene di approvvigionamento globali potrebbero ostacolare la capacità dei venditori nel deep web di fare affari. Tuttavia, mentre la Cina è in fase di recupero da Covid-19, gli acquisti nei mercati sommersi già sembrano iniziare a riprendersi.

Le problematiche dei rifornimenti stanno anche diversificando le tipologie di prodotti in vendita nel deep web. La pandemia COVID-19 sta infatti spingendo i venditori a mettere in vendita clorochina e le introvabili mascherine protettive N95.

Vedendo come si è scatenata la corsa all’acquisto di medicinali come il paracetamolo, di mascherine per il viso e di gel per le mani, si sta inoltre assistendo a un aumento del numero di siti fake che dichiarano di avere accesso alle scorte di tali prodotti.

I pericoli del deep web

Come altri mercati illeciti, i mercati nel deep web sono pieni di rischi.

“Sono sicura che sarebbe allettante per alcuni rivolgersi ai mercati sul deep web e veder recapitate le loro droghe per posta, ma è probabile che molti utenti inesperti cadano vittime di truffe“, ha dichiarato Eileen Ormsby, uno dei massimi esperti di deep web.

Tra le truffe identificate da Ormsby vi sono siti di phishing progettati per replicare noti mercati e le “truffe selettive”, in cui i rivenditori autentici prendono di mira nuovi account, attribuendo a problematiche del servizio postale la mancata consegna della spedizione.

Mentre le forze dell’ordine continuano a limitare il fenomeno e a reprimere i fornitori, alcuni hacker e commercianti di contrabbando si stanno spostando verso sistemi innovativi dettati dalla situazione pandemica in corso e ad app di messaggistica crittografate come Telegram e WhatsApp, che promettono la crittografia end-to-end e includono strumenti per comunicare anonimamente.

La prevenzione del rischio: ragione o sentimento?

Contributo di Luigi Alberto Franzoni

La sfida fondamentale alla teoria economica della prevenzione del rischio fu posta molti anni fa – con sagacia lungimirante – da un influente ambientalista americano, Paul Portney. Supponete di dover decidere se investire o meno risorse pubbliche per un impianto di depurazione dell’acqua cittadina, tenendo presente che la popolazione attribuisce ad alcuni elementi naturali presenti nell’acqua il recente incremento del tasso di tumori, mentre i più autorevoli scienziati affermano con convinzione che gli elementi rilevati nell’acqua non sono pericolosi per la salute. Nonostante le rassicurazioni, l’opinione pubblica si mostra irremovibile. Che fate? Spendete i soldi pubblici per un impianto di depurazione che – ad avviso dei massimi esperti – è completamente inutile?

È bene sottolineare come il problema posto da Portney non sia un semplice esercizio accademico. Si sa che la popolazione tende ad avere una percezione “distorta” dei rischi più comuni. La tabella a fianco, prodotta da un’esperta di comunicazione, mostra lo scarto tra entità del rischio percepito (in alto) e rischio statistico (in basso) per alcuni fattori comuni di mortalità. Ai rischi legati al terrorismo e ai disastri aerei, ad esempio, tendono a essere assegnati tassi di pericolosità molto elevati (sfera posta al di sopra della riga), pur avendo un’incidenza statistica ridottissima (sfera sotto la riga).

Risk perception and sctual hazards. Grafico sulla prevenzione del rischio

Sul dilemma di Portney, da più di trenta anni, si dividono gli economisti. Da una parte troviamo la teoria tradizionale, che crede fermamente nella necessità di basare le scelte pubbliche su dati empirici affidabili – sui “fatti”, direbbero i colleghi americani. Assecondare le pulsioni irrazionali della popolazione, inseguendo fantasmi inconsistenti, sarebbe profondamente immorale in quanto sottrarrebbe alla collettività risorse utili per salvare vite umane (si parla a proposito di statistical murder). Il problema slitta allora sul fronte della persuasione: come fare a convincere la popolazione a sostenere la scelta corretta, quella basata sull’analisi empirica condotta con metodi rigorosi? La risposta più immediata è quella di confidare nella intrinseca razionalità degli individui, investendo sulla alfabetizzazione scientifica della popolazione e mettendo in campo una campagna di informazione capillare. Laddove questa strategia si mostri inefficace, a causa degli inevitabili limiti cognitivi dell’essere umano, occorre fare affidamento, compatibilmente con i canoni della democrazia rappresentativa, su procedure decisionali tecnocratiche gestite da esperti, idealmente non soggetti alle pressioni contingenti della politica. Bisognerà quindi delegare le decisioni ad Authority indipendenti, con obiettivi e budget propri, che facciano ampio uso dell’analisi costi benefici. Si noti come gran parte delle misure di sicurezza del nostro ordinamento derivino proprio da tale impostazione “paternalista”, che le rende obbligatorie perché la popolazione non sarebbe incline ad adottarle autonomamente (ad esempio, la cintura per l’auto o il casco per il motorino). Una volta che il potere decisionale sia passato ai tecnici, ovviamente, saranno determinanti le statistiche oggettive e le tabelle di mortalità, non certo la percezione impressionistica dell’opinione pubblica. La risposta al quesito di Portney, secondo questa impostazione, è quindi di non investire sul depuratore.

Sul lato opposto si sono schierati economisti e scienziati sociali più inclini a riconoscere che il concetto di rischio è un costrutto sociale, mediato da categorie culturali e soggetto a un’interpretazione fortemente influenzata da fattori emotivi. I sostenitori di tale approccio attingono a piene mani dagli studi di antropologia e di psicologia sociale (a partire da quelli di Douglas e Wildavsky), concentrando la loro attenzione sugli elementi che incidono sul senso di pericolo e sulla minaccia alla propria sopravvivenza. George Loewenstein, tra i più noti autori in questo filone di ricerca, parla esplicitamente di “rischio come sentimento” (risk as feelings).

La ricerca sul tema, pressoché sterminata, ha individuato alcuni elementi che sembrano giocare un ruolo determinante sul modo in cui il rischio viene percepito. Questi elementi includono la familiarità con il rischio (averne sentito parlare o aver letto articoli di giornale sull’argomento: ciò di cui non si ha contezza viene sottovalutato), il valore sociale dell’attività che causa il rischio (il rischio associato ad attività giudicate positivamente viene sottovalutato), la natura catastrofica con cui si manifesta il rischio (il fatto che il rischio si traduca o meno nella morte simultanea di un gran numero di persone), l’eventuale assunzione volontaria del rischio (ad esempio, nel caso dei fumatori), la sensazione di poter controllare il rischio (tipicamente per gli incidenti automobilistici, largamente sottovalutati), l’orrore (se il rischio è associato a eventi dolorosi e spaventosi come un incidente aereo), l’equità (se il rischio si concentra  solamente su certe categorie di persone o se è diffuso), il coinvolgimento in prima persona (che implica una sopravvalutazione del rischio), l’origine naturale o artificiale del rischio (le fatalità causate da Madre Natura sono generalmente sottovalutate), l’individuazione delle vittime (se queste hanno un volto e una storia o se sono ridotte a un mero dato statistico), l’incertezza (la presenza o meno di quantificazioni divergenti).

Gli autori che enfatizzano l’aspetto della percezione del rischio ritengono generalmente che la politica di prevenzione, oltre a prevedere una corretta informazione, debba dare “sicurezza” ai cittadini e debba quindi mitigare i rischi che generano preoccupazione, veri o immaginari che siano. Capita che i bambini di notte abbiano paura dei mostri: è vero che i mostri non esistono, ma la paura è reale e bisogna prenderne atto. Nell’ambito del discorso pubblico, peraltro, sull’esistenza o meno dei “mostri” si potrebbero nutrire dubbi. È stato infatti sottolineato come i “rischi oggettivi” siano il risultato di analisi statistiche che richiedono comunque un modello e un’interpretazione (come non pensare ai primi giorni dell’epidemia in cui la Protezione civile emanava bollettini quotidiani fornendo dati difficilmente interpretabili?). La pluralità delle interpretazioni dei dati, determinata da fattori identitari ed emotivi (cultural worldview), non sarebbe da imputare all’incapacità di seguire un metodo scientifico rigoroso. Al contrario, per i fattori di rischio più controversi (come il controllo delle armi negli USA o il cambiamento climatico), sembra che il livello di polarizzazione delle interpretazioni aumenti laddove sono più elevate le capacità analitiche (numerarcy) dei soggetti (vedi D. Kahan, On the sources of ordinary science knowlege and extraordinary science ignorance, 2017). 

Secondo i sostenitori di tale approccio, la variabilità nella percezione del rischio sarebbe una manifestazione della pluralità di rappresentazioni alternative del mondo e dunque il tentativo di ricondurre le scelte collettive a criteri “oggettivi e razionali” (l’analisi costi benefici) entrerebbe in conflitto con i principi della democrazia liberale. Vana sarebbe, quindi, la pretesa dell’economia tradizionale di confinare il pluralismo alla sfera dei valori, tenendo questi ultimi distinti dai “fatti” (la quantificazione empirica).

Che impatto ha avuto il dilemma di Portney – spinoso e ineludibile – sulla teoria economica? Essendo da sempre interessata alla descrizione dei fenomeni, l’economia ha affinato lo studio del comportamento in condizione di rischio con elaborati studi sul campo e con simulazioni in laboratorio. Si è proceduto quindi a una “mappatura” dettagliata, e tuttora in corso di approfondimento, delle modalità in cui ambiente e contesto influiscono su percezioni e comportamenti. Ne esce un’immagine frantumata del soggetto umano, che segue pattern e stili di scelta altamente dipendenti dal contesto e poco coerenti con il modello monolitico dell’homo oeconomicus. Tale approfondimento certosino della dimensione comportamentale delle scelte economiche ha potenziato la capacità predittiva della teoria, ma al prezzo di ridurne drasticamente la valenza normativa. Sapere che un rischio è percepito in modo amplificato se è associato a una immagine drammatica o se viene descritto a LETTERE MAIUSCOLE non ci dice molto rispetto alla politica di prevenzione ottimale. Ci aiuta moltissimo, ovviamente, a comunicare in modo efficace la rilevanza dei pericoli o a farci superare le difficoltà pratiche nell’applicazione delle norme (disegnando norme user friendly). Abbandonato il mito dell’homo oeconomicus infallibile e razionale, la teoria economica si sta trasformando dunque in una collezione di risultati empirici poco omogenei e difficilmente generalizzabili, inadeguati a sostenere orientamenti di policy forti e condivisi. Ma forse è meglio così: una sana dose di realismo può risultare salutare anche per quella che, tra le scienze sociali, è sempre stata la più presuntuosa.

The dilemma of making migrants visible to COVID-19 counting

The COVID-19 pandemic requires reconsidering the relationship between data and invisible populations as a form of de facto civil inclusion. While most forms of data management of populations are problematic, under which conditions would counting be just?

Contribution of Annalisa Pelizza, Yoren Lausberg, Stefania Milan

On March 13th, in announcing that Europe had become the epicenter of the COVID-19 pandemic, World Health Organization’s Executive Director Dr Michael Ryan made a plea in favor of invisible populations. “We cannot forget migrants, we cannot forget undocumented workers, we cannot forget prisoners,” he argued. In just a few days, civil societies around the world would have discovered that invisibility is indeed a recurrent companion to the virus. Exceptionally hard to contain due to its asymptomatic contagion and long incubation period, COVID-19 has also been hard to classify as a cause of death, complicating the efforts to trace it and count its victims. Despite narratives about its alleged democratic character, the virus seems to hit the weak, invisible populations the hardest. The elderly confined in care homes are decimated across Europe, largely uncounted. From China to Pennsylvania the toll of people passed away in the solitude of their homes—or of their shelters—does not appear in official statistics. Undocumented migrants are dying from the virus because they are too afraid to seek help, and their numbers typically do not reach official statistics. If today “being counted” is even more so a condition of existence and care, Western countries are failing to account for the health conditions of invisible populations like people on the move. In the days of COVID-19 as never before, what these dramatic (missing) numbers make apparent is that invisibility may mean death.

The COVID-19 pandemic puts us in front of a dilemma with regards to invisibilized populations, and migrants in particular—one which has to do simultaneously with societal and technological concerns. On one hand, visibility gaps are a systemic aspect of population management that might be welcomed by policy makers and populations alike. Indeed, the illusion of a “data panopticon” does not take into account the conditions of data collection, data gaps and the limits of system interoperability: not everyone is counted in all systems, and not in the same way. Such invisibility might serve the needs of informal economies and unscrupulous politicians ready to mobilize security concerns. From a different perspective, from homeless to prisoners, from migrants to sex workers, invisibility can be deemed a protection from care that too often resembles control and surveillance.

On the other hand, a surge in the visibility of migrant populations might help curbing the contagion and avoiding massive spreads within vulnerable populations. Indeed, being invisible translates into the inability to access crucial services in the time of the pandemic, and health care above all. Access to testing and cure requires insurance, and insurance requires being countable. Even when the costs of insurance can be offset by the collectivity, being countable remains a key condition of access. In the U.S., for example, the second coronavirus relief package known as the Families First Coronavirus Response Act has extended testing to the Medicaid-eligible population, even when uninsured, but not to undocumented migrants, nor to other temporary residents.

We suggest that, while in normal conditions populations on the move may prefer to remain invisible rather than face repression, stigma or deportation, the current situation requires to reconsider the relationship between data, populations and (in)visibility. We thus wonder under which conditions including invisibilized populations in the general COVID-19 count could turn out a just solution. For sure, some cautions should be used. In the best case scenario, instead of exposing vulnerable populations, such reconsideration might even entail a de facto form of civil inclusion. What follows makes the point by considering migrants and undocumented populations as especially vulnerable to COVID-19 due to their invisibilized status in official registries and administration, and the barriers to formal and professional care that this invisibility entails. While most of our examples originate in the European continent, our main terrain of study, we believe that there is something universal in this exercise that can also inform the way other countries and communities relate to people in the move in the time of the pandemic.

People on the move do not show in COVID-19 counts

António Vitorino, Director General of the International Organization for Migration has recently called for a universal response to COVID-19, regardless of migratory status. Portugal has specifically addressed the migrant condition in its response to the pandemic. It has extended to third country nationals with pending applications access to the same services of the resident population: from national health care to welfare benefits, from bank accounts to work and rental contracts. The Portuguese response constitutes a temporary de facto inclusion of foreign citizens, in the name of pragmatism as well as of human rights. It is however unique in a continent that has rather halted most bureaucratic procedures and data processing involving people on the move. Sweden, The Netherlands and Belgium have suspended administrative services for migrants, refugees and asylum-seekers. After having halted asylum procedures, Greece has put migrants living in overcrowded camps under quarantine. In Serbia, along the so-called Balkan Route, along the so-called Balkan Route, armed guards have taken over the security of migrant camps, de facto locking migrants in. Similarly, Bosnia Herzegovina has introduced tighter controls in the reception centres, which migrants and refugees can no longer leave or enter. Italy has declared its ports “unsecure”, asylum and police offices are closed and data processing suspended. Meanwhile, an estimated 200,000 undocumented farmworkers in Italy live in cramped informal settlements in precarious hygienic conditions and without running water, which makes it impossible to implement the social distancing and hygienic measures imposed to slow down the contagion. In France many sleep in makeshift camps or on the streets, with local nongovernmental organizations (NGOs) sounding alarm bells about an upcoming “health scandal”, and questioning the government’s lack of adequate response. In the UK, NGOs point out that the suspension of various support networks increasingly puts already precarious people at risk, noting how  the hostile environment deters undocumented people from seeking help. All in all, in many European countries migrants are not included in COVID-19 counts, equally hindering access to care and relief systems. What are the consequences of this situation, and how can it be overturned?

The consequences of invisibility

Invisibility of moving populations in time of pandemic can have health, economic, and social consequences. First, we do see that its effects stack on existing social and institutional inequalities. Vulnerable populations are left behind in addressing the public health threats of the coronavirus outbreak. As already hostile environments bar mobile populations from seeking professional and official health care, the spread and effects of the coronavirus will be exacerbated among these populations. They are already vulnerable due to a lack of accessible information and access to hygiene facilities, but also because their economic vulnerability may force them to seek employment when others can choose to stay at home. The exclusion of some people from comprehensive efforts to counter the spread of COVID-19 will cause harsher and prolonged sanitary effects among these groups. With effects not only on their wellbeing, but also on the general wellbeing of society at large, as failure to contain the virus will exacerbate its spread.

Second, invisibility may entail dramatic asymmetries in economy and labor relations. Not only invisibility allows exploitation in agricultural economies, construction work and temporary job markets, among others. It also marks a harsh asymmetry between migrant workers’ contribution to the COVID-19 response and their under-representation in statistics. For instance, European countries like Austria and Germany are importing farmhands from Eastern Europe to harvest seasonal vegetables like asparagus. The Italian Minister of Agriculture Teresa Bellanova has recently proposed to give some of the estimated 600,000 undocumented immigrants in the country temporary work permits to plug the labor gap which is particularly large and urgent in the agri-food sector. Yet counting as well as rights asymmetries continue to permeate job sectors that are key in the corona response. Food delivery workers in European cities are largely migrants who cannot afford to “stay home” and lose income. According to the Migration Policy Institute, in the U.S. foreign born represent 38 percent of home care and significant shares of workers in food production and distribution, all sectors at the coronavirus response frontline.

Third, invisibility has societal consequences too, as it helps fueling racism and xenophobic reactions. In Italy, for example, pseudoscientific myths are spreading on social media, in a country where often migration is associated with heterogeneous skin traits and hospitalized patients are largely white. Not only do these resurgent racialized explanations of alleged immunity to the virus fuel racist narratives, lack any scientific base and disregard empirical evidence of Afro-American communities tragically and disproportionally hit by the virus on the other side of the Atlantic. They also reignite racial classifications and genetic pseudoscientific thinking that we hoped were buried with XIX century colonial anthropology. Furthermore, they counteract socio-scientific explanations and consequent policy action. If temporary residents are less prone to ask for support in case of COVID-19 symptoms, this might be due to their tendency to associate the health care system with repressive authorities, scarce linguistic skills or fragmented social networks: all explanations that should be investigated in order to curb the contagion.

Our proposals for just visibility

All things considered, one might wonder whether the current emergency requires reconsidering the relationship between data, visibility and populations. Institutional solutions appear to timidly move in the direction of making migrant populations more visible. In Italy, the introduction of mandatory self-certification to exit home was sufficient to halt the agricultural production chain, as work force is mainly constituted by irregular migrants. As a result, the Italian Agriculture Ministry is attempting to overcome the impasse by creating a new registry of agricultural labor. Even U.S. scholar and author Shoshana Zuboff, a well-known fierce critic of what she herself terms “surveillance capitalism”, in an interview with the Italian daily “La Repubblica” has surprisingly argued that contact tracing apps should be mandatory and data should be managed by public bodies. But Zuboff’s argument falls short when it meets vulnerable populations who are not longing to be traced and are inherently suspicious of authorities. Becoming visible through an app of this kind does not fit well with the fears of repression and deportation these vulnerable population live with.

The question is therefore how can visibility be just? The various consequences of invisibility we have identified do not exist in isolation. Forms of invisibilization stack upon each other. As mentioned above, mobile populations often work in already precarious or exploitative sectors, which have suddenly become foregrounded as “essential” during the pandemic. This creates the paradox that while the work is visibilized as vital, the workers are barred from accessing civil rights, are still kept out of the count and thus excluded from aid and relief. It is then crucial to consider what inclusion in the COVID-19 response is for: is it a temporal visibilization in disease tracing and tracking, so that those who have been immunized can return to orchards and elderly houses to become invisibilized workers again? Or will access to civil rights be granted on a permanent basis to all who are still excluded from it?

In facing the visibility/invisibility dilemma for populations on the move, diverse scenarios open up—from repressive authorities taking advantage of the temporal disclosure to identify and track undocumented migrants, to a de facto form of civil inclusion. De facto inclusion would entail universal access to civil institutions such as health care, welfare and civil rights. It would be an infrastructural (but nevertheless political) way to perform people on the move as members of civil communities, while at the same time protecting them through civil rights. De facto inclusion would entail protected visibility. In what follows we reflect on the conditions under which the counting of invisibilized populations can lean towards this second scenario.

We argue that a multipronged approach is needed to address the problem of making the invisible population of migrants countable under fair conditions. Firstly, we need to give careful consideration to how we count and what digital infrastructure we use toward this end. For starters, counting should respect the principles enshrined in the EU General Data Protection Regulation, most notably data minimization (i.e., data collection should be limited to what is necessary) and purpose limitation (i.e., data should be collected for specific, explicit and legitimate purposes). But it should also commit to fairness and transparency, whereby personal data should be processed in a way which is transparent to data subjects, and, we would add, abide to democratic oversight and accountability. In other words, the counting we propose should be finalized to protection of vulnerable populations and the societies surrounding them, rather than exclusion, discrimination or repression. To this end, we need to ensure that data collection and use are discrimination- and future-proof, and that data about, for instance, health conditions collected during the pandemic emergency are not used against these vulnerable populations at a later stage. In this process of envisioning fair rules for counting vulnerable populations, the infrastructure dimension is to be given adequate consideration. Although “invisible” in themselves, digital infrastructures–including how they are designed, integrated and who owns them–are an integral part of any decision-making with regards to counting, especially for what concerns the public versus private ownership and oversight.

Secondly and strictly related, access to civil rights for people on the move must also include the right to be deleted from any database, and to not be traced beyond the original goals (i.e., the purpose limitation mentioned in GDPR). Data about people who have been on the move are already stored in systems of identification and registration used at the border, with the risk of carrying stigmas far and wide. On top of that, entering a health care or welfare database often means enlisting a system of cross checks that can be invasive of personal life and heavily influence intimate choices. As many counts and registries are also modes of control and surveillance, inclusion should also mean inclusion in the right to be forgotten. Furthermore, any restrictive or invasive measure should come with adequate sunset provisions, whereby any data collection that is in some way invasive of people’s privacy can cease to have effect when, e.g., a vaccine becomes available and widely administered.

Thirdly, as we know that the practice of counting speaks for the counter more than for the counted, we propose an alliance between different counting entities rallying around the need for public critical care. These entities include, at the bare minimum, migrant-led organizations, shelters, health care institutions, unions, and organizations close to the ground. This comes with its own set of challenges, including database interoperability issues and principles, as various organizations will have to gather around a concern for care and public health coming with their own experiences and values. The alternative would however leave us with a prolonged public health crisis or centralizes state authorities or private corporations in the collection of population data.

Finally, and most importantly, the counting we propose should take stock of the European migration regime, and invert the priority given since 2015 to securitization at the expenses of health data. Our research at Processing Citizenship has indeed shown that in European frontline countries the assessment of health conditions was originally the primary concern upon disembarkation of people rescued at sea. However, with the so called “Hotspot approach” introduced in 2015 priority has been shifted to fill administrative databases for security concerns. If anything, COVID-19 is a powerful reminder of the need to restore the original priority given to health data in population management, rather than to administrative information.

To conclude, we cannot but note that the bulk of our proposals—especially around data protection, data minimization, purpose limitation, sunset clauses—are valid also in the deployment of contact tracing apps for the general population. Which leads us to wonder to what extent any counting measure to contain the virus can be effective while distinguishing among populations. By considering how to fairly include invisibilized populations in what is today’s most pressing count, we might end up realizing that even most classifications for visible populations are being redefined. A more comprehensive solution to this conundrum would be rethinking critical services to include all residents of a given polity, regardless of their status. If so, the challenge is making sure that this redefinition is as inclusive as possible. This might mean changing the ways Europe sees its people and who these people are, and ultimately the role of data infrastructures in this inclusive recounting.

Acknowledgements
The authors wish to thank Chiara Milan (University of Graz) for sharing her knowledge about the current situation in the Balkans concerning populations on the move and the pandemic.
The authors disclose receipt of the following financial supports for the research, authorship, and publication of this article: Processing Citizenship (2017–2022, Grant Agreement No. 714463) and DATACTIVE (2015–2020, Grant Agreement No. 639379), both of which have received funding from the European Research Council (ERC) under the European Union’s Horizon 2020 research and innovation program.

Articolo pubblicato originariamente da Open Democracy
Tradotto in italiano da Internazionale

Il distanziamento, ovvero la socialità al tempo del coronavirus

Contributo di Vincenzo Matera

È parte dei luoghi comuni sulle conseguenze della tecnologia digitale che il tempo trascorso davanti allo schermo (di uno smartphone o di un computer) sia tempo sottratto alla socialità; che il dilagare di social, con chat, messaggi, profili, immagini post, video, ecc. ci renda meno pronti cognitivamente, passivi esecutori di azioni pre-disegnate; che l’uso dei social media incrementi le tendenze già forti nelle società contemporanee a un individualismo esasperato. D’altra parte, è ormai acquisito nella ricerca sociale sulle nuove tecnologie che i social media siano di fatto un altro spazio dove le persone vivono, che si affianchino agli altri spazi della loro vita “reale”, l’ufficio, la casa, il bar, la piazza del villaggio. Una modalità della socialità che si aggiunge. Chi ha ragione? I social e le tecnologie digitali producono pericolose trasformazioni “antropologiche” della nostra umanità, del tipo alienazione, passività cognitiva, automatismo? Oppure sono una nuova modalità che si aggiunge a quelle già note di generare relazioni sociali?

Possiamo facilmente riflettere su che cosa accade quando le dimensioni “più reali” (o almeno presunte tali) della socialità vengono meno. Come ci si poteva aspettare, si amplia l’altra dimensione. Quando si chiude uno spazio, ci si lancia a occupare gli altri disponibili. La vita online straborda, i post, le videochiamate, impazzano, si cercano nuove piattaforme, nuovi supporti più performanti, si avviano iniziative di ogni genere, concerti, dibattiti, lezioni, visite guidate, persino safari e sedute di yoga, aperitivi e pranzi festivi, riunioni politiche e aziendali, con il sottofondo di bambini che giocano; voci, consigli, inviti si ripetono. All’insegna del valore di una ritrovata “intimità familiare”: il tempo per leggere, per fare qualcosa insieme ai figli, per “cucinare”, per “pensare”, “il profumo del caffè”, “la buonanotte alla mia famiglia”, “il tempo con la mamma”, “tutto è un insegnamento”, “troviamo conforto in noi stessi”, “in questi pochi metri quadrati trovo pace”. All’insegna di una nuova “coesione sociale”, in cui emerge la spinta a riscoprire e rinvigorire forme di solidarietà e di altruismo, degni di una “comunità” in cui il valore d’uso di un bene si prende la rivincita sul valore di scambio imperante: “la pasticceria che regala brioche e biscotti al personale di un ospedale”, “i sarti che cuciono e distribuiscono mascherine”, “l’agriturismo che porta i pasti gratis”, e molti altri casi si potrebbero aggiungere. All’insegna delle “istruzioni per l’uso”: “indicazioni per l’ecologia domestica”, “come farsi lo shampoo in casa”, “come lavarsi i denti a tempo di danza”, “cani e bovini come scudi al virus”, “la Pasqua al tempo del distanziamento sociale”, “la riscoperta di ritmi naturali”, “sentirsi vicini in tempi di virus”, “la scuola al tempo del virus”, e così via. La quotidianità si ripensa, fa buon viso a cattiva sorte, si adatta a condizioni nuove. La socialità online – che dilaga – attiva forme di mediazione proprie. Quali? Con quali effetti?

Partiamo da un principio piuttosto importante: non esiste una natura umana essenziale, che rischierebbe di venir intaccata dalla tecnologia. Gli uomini sono ciò che li fa l’insieme di pressioni (culturali, sociali, storiche, ambientali) che li avvolge. Anche i modi in cui le persone si legano le une alle altre per costruire reti di relazioni sociali e costituire una società sono variabili, a seconda di tali pressioni, tra queste la tecnologia. Disporre di un’automobile e di strade percorribili dove poterla usare consente alle persone di costruire e alimentare reti di relazioni sociali diverse – più estese magari – da quelle che si possono costruire in assenza di quelle condizioni e di quello strumento. Possiamo quindi affermare, in base al principio precedente, che una socialità “pura”, “autentica”, o non mediata non esiste. Una conversazione faccia a faccia è mediata da convenzioni tanto quanto una conversazione online. Cambia però il tipo di mediazione. Qualsiasi cosa una nuova tecnologia ci consenta di fare è parte della nostra umanità, ovvero è qualcosa che, in quanto esseri umani, abbiamo sempre avuto la potenzialità di fare.

I social e le tecnologie digitali oggi ci consentono di agire e di essere secondo modalità nuove, d’accordo, ma non “disumane”, semplicemente parte di ciò che gli esseri umani sono, proprio come guidare un’automobile o parlare a telefono. Quindi, proprio come posso decidere se andare in un posto a piedi, in autobus, in bicicletta, in auto, posso decidere se contattare qualcuno andando a chiamarlo sotto casa, telefonando, mandando un messaggio, una mail, una lettera; oppure posso decidere se ho voglia di trascorrere il pomeriggio uscendo con un’amica, stando davanti al mio pc con un video gioco, postando immagini e commenti, oppure chattando. Si aggiungono, grazie alla tecnologia, modalità della socialità, se ne perdono alcune, se ne modificano altre. Tutto pienamente “umano”. Questo vuol dire evidentemente che la socialità cambia. Una popolazione di lavoratori migranti è facile che perda la propria tradizionale forma di socialità, e finisca con il creare reti sociali più adatte a una nuova esistenza migrante (in questo i social hanno un ruolo importante). Un paio di generazioni fa i bambini giocavano in strada e nei cortili, oggi questo modello di socialità è scomparso. Studiare la socialità umana (mediata dalla comunicazione), significa osservare i modi dello scambio e la reciprocità, primari aspetti costitutivi di una relazione sociale. Le persone crescono sin dall’infanzia per essere socializzate in direzione di ciò che per il loro gruppo sarà considerato il comportamento appropriato o inappropriato. Quando un bambino fa qualcosa, un genitore può dire “non si fa così”. Il motivo per cui le persone crescono e diventano “tipici” contadini del Senegal o operai cinesi non è genetico. Le norme di comportamento non sono fisse; e possono cambiare. Nello spazio, se pensiamo che modelli di socialità in Italia, in Brasile, in India, in Gran Bretagna o in Svezia non sono uguali; nel tempo, se pensiamo che cinquanta o cento anni fa i modelli di socialità erano differenti. Però, le cose, i processi, non sono mai neutri.

comunicazione digitale socialità

Qui veniamo al secondo grande pilastro della nostra umanità, la comunicazione, che non è altro che una modalità molto sofisticata dell’interconnessione costante delle persone nel mondo. Ognuno di noi è un’individualità organica. Ma ognuno si sforza di oltrepassare i limiti della propria pelle per interconnettersi con qualcun altro. La comunicazione quindi è una forma di azione nel mondo, radicata nel corpo, che ha precisi effetti sul comportamento degli altri; è un processo interattivo e dinamico, costruito dalle azioni e dalle esperienze organizzate, intenzionali, reciprocamente influenti e riconoscibili, che vengono create in svariati modi da partecipanti attivi nel loro mutuo interconnettersi. La comunicazione umana è data simultaneamente dalla sonorità della voce, dallo sguardo, dalla postura e dai movimenti del corpo, dalla capacità evocativa dell’olfatto, dalla decorazione dei corpi e dall’utilizzo di oggetti, secondo un mix creativo di risorse continuamente messe in campo per attivare molteplici reti di relazioni. Comunichiamo con il tono di voce, con la scelta del trucco, di un tatuaggio, cucinando alcuni cibi, partecipando a un rito o lasciando un appunto sul tavolo della cucina, così come lasciando in eredità degli oggetti o dei beni o visitando un museo dove sono custodite tracce di memorie del passato. La comunicazione non è solo regno del simbolico, ma è radicata nella biologia dell’animale uomo, nella corporeità: c’è continuità tra le risorse comunicative umane e quelle del resto del mondo animale. Come gli altri animali, gli uomini producono suoni attraverso le corde vocali, usano la vista per ottenere informazioni sull’ambiente, riconoscono persone e situazioni dagli odori, fanno un uso intenzionale del contatto fisico. Al tempo stesso questa comune base corporea si apre a una straordinaria creatività – la varietà delle culture – che si concretizza in una miriade di pratiche comunicative faccia a faccia e a distanza. La caratteristica fondamentale della comunicazione umana secondo questo approccio è la multimodalità, cioè la capacità di mettere in campo simultaneamente una serie straordinaria di risorse comunicative per mantenere in vita relazioni significative.

La comunicazione, inoltre, è sempre incorniciata. Il concetto di “framing” è utile per pensare la questione del distanziamento sociale. La cornice aiuta a individuare e anche a collocare il confine, definisce le regole e le aspettative che guidano il nostro comportamento. Innumerevoli cornici spesso invisibili (ma molto concrete) inquadrano la nostra vita sociale, e la conoscenza che ne abbiamo ci aiuta a comportarci appropriatamente, secondo le aspettative. Stare dentro il “frame” di un cinema, ti dice che non dovresti rispondere a telefono o parlare con il vicino, ma osservare e ascoltare in silenzio. Quindi, possiamo iniziare a considerare l’offline e l’online come due “frame” della nostra quotidianità che attivano atteggiamenti e comportamenti differenti. Questo è anche il motivo per cui, in alcuni casi, le persone sentono che l’ambiente online induce aspetti diversi di certe relazioni. Possiamo opporli, oppure possiamo considerare questi contesti come complementari, parti di una rappresentazione completa della persona e delle sue relazioni. Per quanto mi riguarda, con alcune persone preferisco di gran lunga comunicare tramite un messaggio di posta elettronica o un sms o anche via WhatsApp che non per telefono e, men che meno, faccia a faccia: persone, per esempio, che mi procurano fastidio o una reazione negativa anche quando comunichiamo in modo impersonale, e che mi farebbero letteralmente perdere le staffe se l’interazione avvenisse in presenza. Per telefono ci sarebbero la voce, il ritmo del parlato, il tono, e la comunicazione sarebbe certo più ricca di elementi personali. Ancora di più faccia a faccia: si aggiungerebbero la vista, i movimenti, i gesti, gli sguardi… In entrambi i casi sarei obbligato alla replica immediata, e il coinvolgimento sarebbe decisamente elevato. La comunicazione potrebbe assumere il carattere di una discussione accesa, finanche di un litigio. Aumentare il livello di mediazione grazie alle tecnologie disponibili, in questi casi, depura l’azione comunicativa di molti elementi personali, e di certo nei casi in questione questo agevolerebbe la comunicazione. Aumentare la distanza e evitare il tatto (strette di mano, abbracci, baci) anche. A volte. Con altre persone accade invece l’esatto contrario. Un livello elevato di mediazione non mi soddisfa, lascia comunque un senso di mancanza, di perdita, di desiderio di tutte quelle componenti parte dell’interconnessione umana concreta, personale, multisensoriale. Quindi, ben venga l’alto livello di mediazione che consente la tecnologia, con alcuni: una mail è sufficiente a risolvere l’esigenza comunicativa. Con altri non basta: è un complemento, un surrogato, nell’ambito di un’esigenza di interazione più articolata e ricca, al quale mi posso adattare, se costretto, ma certo a fatica. Del resto, il frame terrorismo detta norme di precauzione, di controllo, protocolli di sicurezza, ha cambiato il nostro modo di viaggiare. Allo stesso modo il “frame” emergenza sanitaria da virus detta nuove modalità dell’interconnessione, il distanziamento sociale, e cambia il nostro modo di comunicazione.

Quindi, senza demonizzare o celebrare nulla, si tratta come sempre di alzare il livello della nostra consapevolezza critica, rispetto alle risorse che abbiamo, e che la tecnologia ci offre, e rispetto alle cornici che orientano il nostro agire e che riflettono le condizioni in cui ci troviamo a vivere, che ci piaccia o meno.

Le 4 T antivirus

Contributo di Bruno Giorgini

Per il contrasto dinamico dell’epidemia in corso d’opera propongo di espletare tre azioni successive in un unico quadro. Prima di tutto Testare, in secondo luogo Tracciare, il terzo passo: Trattare, nel quadro di una Trasparenza assoluta (quasi).*

É autoevidente che quanti più test (tamponi) vengono fatti ai singoli, tanto più la mappa dell’epidemia sarà definita con precisione. Diciamola in altro modo: quanto più le condizioni iniziali saranno estese su tutto lo spazio epidemico, tanto più potremo disegnare l’evoluzione della malattia. In altro modo ancora: quanto più saranno definite le condizioni al contorno (boundaries conditions) tanto più potremo tracciare le traiettorie diffusive del contagio.

Questi test ci permetteranno di fare una partizione realistica nell’insieme dei soggetti considerati, dividendoli in positivi con sintomi, positivi asintomatici, suscettibili negativi (al momento della misura), immuni e/o immunizzati, quiescenti.

tracciare gli spostamenti per archiviare informazioni sul coronavirus può compromettere la privacy dei singoli

Il secondo passo è il tracciamento delle singole particelle del sistema. E delle loro interazioni con altri componenti elementari (individui). É la parte forse più delicata della misura perchè rischia di indurre una più o meno marcata violazione della privacy e delle libertà, a cominciare dalla libertà di movimento che, come sappiamo almeno dai tempi di Aristotele, è la madre di ogni libertà.

Quando l’osservatore segue il soggetto lungo un arco di tempo, e ne disegna la traiettoria nonchè gli incontri, con chi dove quando e per quanto tempo, inviando un segnale nel caso in cui il nostro abbia incrociato un individuo positivo (ovvero portatore di un possibile contagio) è ovvio che la sua privacy non esiste più, è cancellata .Ma, seppure egli non avesse la ventura di una relazione “pericolosa” per la sua salute, il suo cammino e le sue interazioni sarebbero comunque state osservate e registrate da un “estraneo”. Qui si può fare la scelta di cancellare subito i dati, perdendo una gran parte dell’informazione, oppure di tenerli per studiarli assieme a tutti gli altri raccolti (perchè non soltanto le traiettorie “sporche” ma anche quelle “pulite” contribuiscono alla dinamica statistica dell’epidemia). Con un impegno, un patto d’onore tra “raccoglitori” e “raccolti”, che questa massa di informazioni verrà distrutta dopo un certo tempo. Importante in questa fase sarà la Trasparenza di ogni passo e azione, che va raccontata e spiegata al cittadini in modo chiaro e esaustivo, senza cedere alle tentazioni da talk show dei molti scienziati di cartone che hanno in queste settimane occupato i palcoscenici della società dello spettacolo. La peggiore essendo che di vite umane si discuteva.

É evidente che i dati, sia quelli globali nel caso in cui si decida di conservarli tutti, che quelli parziali ove si mantengano solo quelli che segnalano una o più relazioni “pericolose” tra i componenti il nostro insieme di partenza, dovranno essere custoditi  da un garante singolo e/o collettivo, investito in questa funzione dal Presidente della Repubblica, e/o dal Presidente della Corte Costituzionale.

 A mo d’esempio io penserei all’Università, una o più riunite in consorzio, sia per raccogliere i dati, che per analizzarli, e infine custodirli. Così a occhio mi vengono in mente la Statale di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la Sapienza di Roma e la Federico II di Napoli.

L’Università Pubblica per alcuni motivi chiari e, a mio avviso, cogenti. Si tratta di una struttura per l’appunto pubblica, un Bene Pubblico non a fini di lucro (quando sento parlare di Google e/o Apple per la bisogna, aziende private in funzione del profitto che incamerano i dati sanitari e altri di mezzo popolo italiano, rabbrividisco). In secondo luogo sul piano scientifico tutte queste istituzioni di studio e ricerca hanno un know how ampio e d’avanguardia per la raccolta e lo studio dei Big Data, in alcuni casi come a Bologna di assoluta eccellenza mondiale nel campo. In terzo luogo un tale progetto potrebbe mobilitare energie anche giovani aprendo orizzonti sterminati di scienza, e last but not least darebbe all’Università Pubblica un ruolo sociale di primo piano riconosciuto dall’intera cittadinanza (finalmente!).

analisi dei dati tracciati per l'analisi del coronavirus potrebbe compromettere la privacy dei singoli

Una volta che i dati e i tracciati siano raccolti, arriva il momento del trattamento. In un duplice senso. Uno riguarda proprio ciò di cui abbiamo già parlato, cioè il trattamento e l’analisi dei dati (Big Data). Ma l’altro, sul piano sanitario diretto riguarda il trattamento per l’individuo che abbia incrociato un soggetto positivo. Testandolo, mettendolo in isolamento a casa, seguendolo dal punto di vista terapeutico dall’inizio dell’infezione, quando infezione ci sia. Il che probabilmente ridurrebbe il numero dei ricoverati in ospedale.

Certo per questo deve esistere una ramificata e efficace medicina territoriale in grado di visitare e seguire i pazienti a casa. Una rete di protezione i cui nodi dovrebbero essere in primis i medici di base (o di famiglia, come si preferisce) e quindi i poliambulatori laddove siano attivi.


*Le tre T sono anche state proposte da Fausto Tomei il quale quasi ogni giorno, spesso con Giorgio Parisi, è andato tracciando utili e chiarissimi grafici che hanno raccontato l’evoluzione dell’epidemia.

COVID-19 impacts on the atmosphere and ocean global monitoring and forecasting capacity

Contribution of Nadia Pinardi, Antonio Navarra

The Earth Observing System capacity has been put in place in the past 50 years by the space satellite industry, the airline companies, the technological sensor development companies in alliance with the research and innovation community, including the science and engineering academic sectors.

This observing capacity allows us to forecast the atmospheric and ocean weather, validate models for climate predictions, map the risk of extreme natural and man-induced events in the environment, reduce the disaster risk, facilitate science-based policies. Part of the system uses commercial activities as platforms of opportunity to decrease costs and increase benefits to both the public and private sectors.

impacts on the atmosphere and ocean global monitoring and forecasting capacity during COVID-19
Figure 1: The basic components of the earth monitoring system: upper panel, the station locations in the ocean and in the bottom panel the Aircraft Meteorological Data Relay program

Now COVID-19 has determined a large loss in this observing capacity in particular from commercial airliners that contribute to the WMO Aircraft Meteorological Data Relay programme (AMDAR, see Fig. 1), which uses onboard sensors, computers and communications systems to automatically collect, process, format and transmit meteorological observations to ground stations via satellite or radio links. The number of observations sent to ground decreased in April 2020 from 14000 to a bit more than 2000 for Lufthansa and from 16000 to zero for easyJet.

Another program of measurements that is going to be affected by the COVID-19 pandemic is the surface drifting buoy programme (see Fig.1). These buoys are carried around by ocean currents and measure waves, surface pressure among other climate variables. They are deployed from commercial vessels and they have a fine lifetime so they need to be replaced with a specific protocol of deployment in time to maintain a fleet of about 1200 drifting buoys around the world oceans. Due to the pandemic, almost no buoys  where deployed in March and April has reduced the deployment so that It is supposed to decrease in April even more so that it is expected that the number of transmitting buoys from the ocean will decrease as much as 20% in the next  6 months.

In an article in Nature News few weeks ago, it is reported that as climate- and ecological-monitoring projects go dark, data that stretch back for decades will soon contain coronavirus-associated gaps. Scientists collecting data in offshore areas of the world ocean have to go to the stations site about  2-4 times a year to replace/calibrate the sensors, submerged in the corrosive seawaters, so that the measurement record maintains its accuracy and validity. These activities will be partially suspended due to the COVID pandemic with far-reaching consequences  for the time series integrity and the monitoring of earth system changes.

From the same article, the English Met Office refers that the loss of aircraft observations will increase their forecast error by 1–2%, but notes that, in areas where flights are typically more abundant, forecast accuracy might suffer even more.

Dr. Peteri Taalas, secretary general of the World Meteorological Organization,  says: “The impacts of climate change and growing amount of weather-related disasters continue. The COVID-19 pandemic poses an additional challenge, and may exacerbate multi-hazard risks at a single country level. Therefore it is essential that governments pay attention to their national early warning and weather observing capacities despite the COVID-19 crisis.”.

We hope Taalas’s message will be collected also by the Italian government that is formulating the Phase 2 of COVID response:  we have to assess the potential effects of the pandemic on the Italian monitoring and forecasting system and work adequately to re-put it in place for public security and the science-based management of risks.

Alla ricerca del colpevole. Spiegare e raccontare l’epidemia da Omero alla contemporaneità

Contributo di Alessandro Iannucci

Per un paio di mesi, partecipando alla redazione di questo Blog, ho avuto il privilegio di leggere, impaginare e pubblicare  interventi sugli svariati scenari dell’epidemia: i risvolti sociologici e i cambiamenti definitivi del mondo che verrà (ho imparato a capire che si tratta di un fatto sociale totale); le dinamiche e il contesto ambientale nella diffusione dei virus, e in particolare i fenomeni di zoonosi nel contesto della Salute Unica; i modelli matematici e le previsioni epidemiologiche, e in particolare il famoso fattore di R con 0 nelle reazioni a catena; l’imbarazzante inefficacia della comunicazione pubblica al riguardo; il diffondersi di un male per molti versi analogo e comunque epidemico, l’infodemia; gli scenari drammatici delle conseguenze economiche di un lock-down di cui ancora fatico a capire il senso, visto che il virus continuerà a circolare (non basterà che vi sia un solo, nuovo, paziente 0 in circolazione nel mese di ottobre, poniamo, perché il contagio riparta?).  E ancora: la suggestione di altre epidemie famose, dalla peste di Manzoni a quella narrata da Paolo Diacono; le diseguaglianze sociali accentua dall’emergenza scolastica; il cinismo brutale di chi sta scommettendo sul capitalismo brutale per il prossimo decennio.

Così, mentre aspettavo, come tutti, che arrivasse il picco e da lì iniziasse una fase previsionale seria, tra le parole di esperti massimi che sciorinavano punti di vista alternativi e in contrasto tra loro (come è giusto che sia nel dibattito scientifico) ma spesso con quell’assolutizzazione che è propria piuttosto del dogmatismo dell’autorità (cioè il contrario della scienza), ho capito anch’io, nonostante i miei pessimi voti in biologia al liceo, che il picco non ci sarebbe mai stato, un po’ come il Nemico nel Deserto dei Tartari, atteso invano per una vita intera dal giovane ufficiale protagonista del romanzo e poi invecchiato e malato e non svelo il finale perché anche in letteratura, come per le serie TV e il Crime, fare lo spoiler è odioso.

Nel frattempo però partiva la Fase 2, che mi sembra così simile alla Fase 1, quanto a pronoia, per usare una parola cara tanto a Ippocrate quanto a Tucidide: la capacità di capire, se non la direzione che prenderanno gli eventi, almeno quali siano le azioni più utile perché si realizzi uno scenario atteso. E aspetto con qualche dubbio la Fase 3 in cui finalmente, si dice, ci metteremo alle spalle questa brutta storia ma non il virus con cui avremo forse imparato a convivere.  E così continua, sempre più acceso e sempre meno ecumenico, il girotondo dei punti di vista, tutti apprezzabili; nell’infinita teoria dei talk-show spicca senz’altro per autorevolezza, garbo ed efficacia comunicativa la radiofonica Zapping di Giancarlo Loquenzi, ormai una sorta di appuntamento serale fisso, mentre si appronta il desco, nella liturgia delle ore delle giornate monacali di tutti noi reclusi e distanziati sociali. Vi si alternano, e ciclicamente ritornano, virologi, immunologi, epidemiologi, infettivologi, storici, sociologi, tecnologi, politologi, pedagogistologi, pneumologi, massmediologi, futurologi, insieme ovviamente agli statistici e ai fisici computazionali, e mai che vi fossero anche i filologi – o i narratologi – per spiegare che quando c’è un «male cattivo», come nel primo libro dell’Iliade, vi è sempre una spiegazione ma anche una narrazione.

È l’inizio del poema. La più antica opera letteraria della nostra tradizione inizia con una contesa e un’epidemia. È anzi l’epidemia a scatenare il conflitto tra i due eroi, il potente Agamennone e il valoroso Achille. Ma prima, intanto, «la gente moriva» perché un «morbo maligno» aveva invaso l’accampamento degli Achei.

La storia è semplice, a tutti nota anche perché facilmente memorizzabile: ma vale la pena raccontarla ancora una volta.  Il sacerdote Crise arriva per liberare con un ricco riscatto la figlia Criseide, preda di guerra assegnata nella spartizione del bottino proprio ad Agamennone. Si tratta di una prassi usuale e condivisa del tempo, e infatti tutti approvano questo opportuno scambio. Ma non Agamennone, accecato da un’insana prepotenza (o forse costretto da una logica dell’onore, il riconoscimento pubblico del proprio valore, che oggi stentiamo a comprendere). Il sacerdote è respinto con male parole e violenza, insieme al suo riscatto non accettato.

Da qui l’epidemia, il male cattivo scatenato dal dio Apollo invocato in soccorso dal suo sacerdote Crise: solo a questo punto Agamennone si convincerà finalmente a liberare Criseide, ma in cambio pretende la prigioniera di Achille, Briseide. I consigli della madre Teti, una dea del mare, convincono Achille a non sguainare la spada, uccidere Agamennone, porre fino all’abuso di potere e così anche al racconto delle proprie eroiche imprese che lungo infinite generazioni arrivano fino a noi. Sdegnato per questo sopruso che intacca il suo onore, Achille si ritira dalla battaglia insieme ai suoi guerrieri, i Mirmidoni: il prevalere dei Troiani amplifica il valore dell’assente, fino a quando l’amico amatissimo Patroclo vestirà le sue armi per essere così ucciso dal campione avversario, Ettore. L’ira di Achille,«funesta», «rovinosa», si amplifica ora rivolgendosi finalmente al nemico: dopo la morte di Ettore nel duello più famoso di sempre, la vendetta si consuma oltraggiandone il cadavere fino a quando il poema della guerra si chiude nella pietosa restituzione del corpo al padre Priamo, il re di Troia, per celebrarne finalmente i riti funebri.

Apollo Belvedere, epidemia da Omero

Ma torniamo all’epidemia, alla spiegazione e alla narrazione delle sue origini. Le conoscenze degli antichi Greci sull’esistenza di microorganismi era ovviamente nulle. Come spiegare allora la morte quasi improvvisa di uomini sani e robusti, i guerrieri, che senza una ferita visibile, o anche un male interno, un rigonfiamento o un indurimento dei visceri che si può comunque toccare (tra i vari modi di indicarlo, in greco, karkinoma)? Ecco la narrazione, per cui i Greci e noi stessi usiamo la parola mythos: sono le frecce invisibili che scaglia il dio della guarigione (e quindi della malattia), il terribile Apollo che ha tra i suoi epiteti e i suoi culti quello di Smintheus: dio dei topi. 

Ma all’interno della narrazione si nota anche una spiegazione. Le frecce del dio colpiscono prima gli animali e solo in un secondo momento arrivano agli uomini. Certo non è consapevolezza del processo di zoonosi, ma è osservazione di una causa: la promiscuità tra uomini e animali nel contesto di un accampamento che assedia il nemico ormai da dieci anni, e quindi in condizioni di scarsa igiene, possiamo immaginare (sappiamo che Hyghieia era importante per i Greci al punto da essere personificata in una divinità).

Ma sicuramente Omero, anche nella traduzione più diffusa di Rosa Calzecchi Onesti, racconta l’azione di Apollo e spiega le origini del morbo meglio di me (I 48-52):

Si postò dunque lontano dalle navi, lanciò una freccia,
e fu pauroso il ronzio dell’arco d’argento.
I muli colpiva in principio e i cani veloci,                     
ma poi mirando sugli uomini la freccia acuta
lanciava: e di continuo le pire dei morti ardevano, fitte

L’epidemia diffusa dai topi (è Apollo Sminteo a lanciare le frecce) colpisce prima gli animali con cui l’uomo è più a contatto, i muli e i cani, e alla fine arriva all’uomo. Ma questa osservazione, quasi incidentale, in un canto di centinaia di versi non è sufficiente al pubblico di Omero;  offre forse a noi il pensiero dell’epoca (Omero è stato definito l’enciclopedia tribale di una cultura, quella greca di età arcaica, che si fondava sostanzialmente sull’oralità) sulle cause immediate di un’epidemia, e implicitamente raccomanda ai suoi immediati destinatari di evitare eccessi di promiscuità e condizioni igieniche che favoriscano la presenza di topi o altri possibili vettori di ‘malattia’.  Ma non è la spiegazione. Qual è la vera causa all’origine di tutto che merita invece di essere ampiamente raccontata? Una sola parola, aitia, indica in greco tanto la “causa” quanto la “colpa”.  E la risposta è nella trama cui poco sopra ho accennato. La aitia si trova nell’arroganza violenta di Agamennone (hybris) che respinge il sacerdote: da qui l’origine di tutti i mali, tanto dell’epidemia quanto della successiva discordia con Achille che genera, e cito dai versi proemiali questa volta con Monti,

l’ira funesta che infiniti addusse / lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco / generose travolse alme d’eroi»

Ora, già in questa fase 2, iniziano a circolare le prime narrazioni sulle cause della pandemia, e quindi sulle colpe. Per primo, Donald Trump forte del seguito popolare e di un aspetto da Febo chiomato che rappresenta una sorta di nuovo modello dell’iconografia della leadership politica contemporanea (basti per il momento segnalare l’altro celebre lungochiomato Boris Johnsonn, analogia che induce a suggestioni veterolombrosiane). La colpa è dei cinesi: punto. La narrazione in questo caso va alimentandosi con le descrizioni dell’anomalia di questo virus – per quanto sia parte di un ceppo particolarmente diffuso tra i gatti, come ho appreso, sempre via radio, da un virologo-veterinario che studia il coronavirus appunto nei gatti da un trentennio e proponeva terapie, comunque mammifere, scalabili quindi sull’uomo. Un’anomalia presumibilmente originata da una fuga da un laboratorio segreto, di un animaletto contaminato o di un filamento di RNA, ancora non si sa, come in un possibile copione di un catastrophe-movie (o di un virus-movie, genere che presumo rifiorirà a generare catarsi spettacolari come ai tempi di Ebola in Virus letale o prima ancora del terrorismo batteriologico, o virologico, di Cassandra Crossing).

Ogni narrazione organizza sulla base di codici  e schemi universali le sue strutture e le sue verosimiglianze. Se ne sentono già circolare di pessime, da un punto di vista narrativo oltre che scientifico, come quella del 5G: sarebbe stata la banda larga che sta salvando le nostre connessioni in tempi di smart-working e lezioni in streaming, la probabile causa di un non meglio precisato, ma sicuramente catastrofico, inquinamento di radiofrequenze che avrebbe favorito la diffusione del Covid-19.

climate change, epidemia da Omero

Tra le narrazioni ne prevarrà probabilmente una più sensata e autorevole: sta prendendo corpo quella del Climate Change, e ve ne sono certo buone ragioni. Anche da un punto di vista narrativo – la narrazione è funzionale alla persuasione: un buon racconto ci spinge ad accettare e accogliere quanto altrimenti non capiremmo – il collegamento con le possibili, e apocalittiche future pandemie potrebbe forse spingere a comportamenti più congrui e rispettosi, dei singoli quanto degli stati.

Vedremo nella fase 3, o nella fase 4. Per il momento accontentiamoci di riflettere su questa singolare necessità dell’uomo, antico o moderno che sia, di combinare l’analisi, anche quella più rigorosamente scientifica, con la narrazione. Sarà importante mantenere saldo il principio aureo della falsificabilità di Popper: ogni ipotesi è scientifica nella misura in cui è possibile confutarla, smentirla e produrre un’ipotesi alternativa. Altrimenti è dogma, frutto di fede e autorità e non di pensiero scientifico. E ricordarci che è sempre bene distinguere tra la ricerca delle cause da quella delle colpe. Altrimenti la nostra narrazione (diciamo quella che prevarrà, finalmente, nella fase 5 o nella fase 6) sarà ancora troppo ingenua e ‘mitologica’ come quella con cui Omero spiega le cause dell’epidemia con le frecce invisibili del dio dei topi.

La doppia vita dell’Analisi Costi Benefici

Contributo di Luigi Alberto Franzoni

In questi giorni in cui le autorità politiche sono costrette a fare scelte difficili in relazione alla tempistica delle riaperture e ai settori coinvolti, emerge con insistenza la domanda: è possibile definire criteri scientifici oggettivi per prendere decisioni di questa natura?

La risposta, ovviamente, è negativa: non solo perché la scienza non è univoca nelle proprie determinazioni, ma anche, e soprattutto, perché le decisioni a cui è chiamato chi ci governa sono eminentemente politiche e dipendono in modo radicale dal valore che diamo alla salvaguardia della vita umana e della salute, così come all’evitare che ampie fasce della popolazione cadano in uno stato di povertà.

Il fatto che non esistano criteri incontrovertibili non implica che le decisioni pubbliche debbano essere puramente arbitrarie o che debbano essere una emanazione irriflessa di ideologie categoriche. Tra la Scilla e Cariddi della assoluta discrezionalità o della categoricità aprioristica, si staglia l’opzione consequenzialista della analisi costi benefici (ACB), moderna erede del razionalismo illuminista.

L’idea di fondo di questo approccio metodologico – che permea tutta la teoria economica contemporanea – è che le scelte di policy debbano seguire dei criteri “razionali” in un senso piuttosto preciso: le decisioni devono essere basate sui dati empirici disponibili (evidence based) e devono fondarsi su metriche coerenti e trasparenti. In altre parole, si chiede al decisore di mettere nero su bianco vantaggi e svantaggi delle alternative considerate (terminare il lock-down il giorno X o Y, per il settore A o B, etc.), affinché sia consentita una discussione pubblica sulla loro corretta quantificazione. La quantificazione, inoltre, rivela, in modo più o meno esplicito, la rilevanza data dal decisore alla tutela di beni come vita, salute, assenza di povertà, etc.. L’utilizzo della analisi costi benefici, infatti, riduce i margini di discrezionalità del decisore, ma non lo esime dall’obbligo (morale) di indicare il peso relativo assegnato ai diversi obiettivi conseguibili.

Può essere utile, per meglio comprendere la natura dello strumento, vedere l’uso che ne è stato fatto negli ultimi decenni in tema di politica ambientale.

Analisi costi benefici, ABC

Resa obbligatoria negli Stati Uniti da Ronald Reagan negli anni ‘80 per tutti gli interventi normativi di un certo rilievo, l’ACB si è configurata come lo strumento principale della deregulation (lade-regolamentazione) dell’economia: nessuna nuova norma volta a limitare la libertà economica avrebbe potuto essere emanata se i suoi costi (generalmente sostenuti dalle imprese) avessero superato i benefici (generalmente a vantaggio di ambiente e popolazione). L’obiettivo conclamato di questa scelta politica era quello di ridurre l’“interferenza” dello stato nel libero mercato ai pochissimi casi strettamente necessari. Il primo utilizzo massiccio dell’analisi costi benefici ha avuto quindi una natura fortemente liberista (pro business).

Da questa matrice ideologica scaturì la fortissima ostilità degli ambienti ecologisti americani nei confronti della ACB, ostilità rivolta in generale ad ogni quantificazione economica dei benefici della tutela ambientale, sulla base del principio per cui il valore delle risorse naturali sarebbe stato incommensurabile. In uno scambio illuminante, relativo alla valutazione delle politiche per il contrasto alle piogge acide, un naturalista aveva cercato di dimostrare l’assurdità della ACB: “prova ad assegnare il valore di un dollaro ad ogni batterio in un lago e tieni conto che ce ne sono quasi un milione per millilitro. Quanto vale un lago?” (in Oreskes e Conway, Merchants of Doubts, p. 90). 

A dispetto della chiusura del mondo ecologista, l’ACB ha continuato a essere impiegata ed a trovare campi di applicazione sempre più ampi (anche nella UE). La tecnica si è affinata, inglobando nuove metodologie per la valutazione delle risorse ambientali (basate sul valore dei servizi resi dagli eco-sistemi e sulla possibilità della loro permanenza nel lungo periodo) ed è diventata la bussola per gli interventi di politica ambientale, così come di politica della sicurezza e della sanità. Di fatto, si è trasformata nel motore principale delle riforme ambientaliste promosse dalla amministrazione Obama. Ai tecnici dell’Agenzia per l’Ambiente (EPA) non è stato difficile mostrare che norme più stringenti sull’inquinamento di aria ed acqua avrebbero comportato benefici per la popolazione, in termini di riduzione dei tassi di mortalità e di morbilità, di gran lunga superiori ai costi.

La politica, comunque, ha sempre l’ultima parola. Il presidente Trump ha vinto le elezioni sulla base di una piattaforma fortemente “anti-ecologista” e i suoi interventi sono esplicitamente volti a cancellare le riforme dell’era Obama. Ed è proprio qui che si manifesta l’inversione degli schieramenti: in questo momento, è il movimento ambientalista americano ad appellarsi alla teoria economica per dimostrare che le norme promosse dalla amministrazione Trump non soddisfano i criteri della ACB (i danni provocati superano la riduzione dei costi). Allo stesso modo, la spinta ad intervenire per contenere il cambiamento climatico è guidata da un larghissimo numero di economisti e scienziati (coordinati dall’IPCC) in grado di quantificare – con modelli molto complessi – i danni provocati nel lungo periodo dal riscaldamento globale.

Le posizioni si sono quindi invertite: a tutela dell’ambiente scienziati ed economisti, a tutela dell’industria un presidente che punta unicamente sulla persuasione comunicativa.

Qualcosa di simile si è osservato in Italia. Ha fatto certamente specie notare come l’opposizione al TAV, nata con pulsioni ideologiche fortemente antisistema, abbia trovato le sue armi più affinate nei calcoli minuziosi del Ministero dei Trasporti (il famoso Rapporto della Commissione Ponti).

Il fatto che l’analisi costi benefici possa essere “usata” per il fine politico del momento non la rende meno importante. La funzione ultima della ACB non è, infatti, quella di fornire risposte univoche – tecnocratiche – ai problemi della politica, quanto quella di costringere il decisore pubblico a rendere esplicito il proprio ideale regolativo e a rivelare su quali ipotesi empiriche fa affidamento, oltre che obbligarlo ad applicare regole uniformi in tutti i campi di intervento.

Proprio quello che ci manca in questi giorni, in cui le decisioni sembrano arrivare da compromessi dell’ultimo minuto, se non direttamente dal mondo ultraterreno.

Uscire dalla pandemia a piccoli, grandi passi

Contributo di Francesco Vella

Pubblicato sul sito www.lavoce.info il 30.04.20

La convivenza con il Covid-19 ci obbliga a nuove regole e a cambiamenti di abitudini consolidate. Dobbiamo avere la capacità di rivedere le nostre conoscenze adeguandole ai nuovi rischi. Comunicazione chiara ed educazione sono le parole chiave.

Piccoli accorgimenti per grandi risultati

Tutti noi ci dobbiamo confrontare con uno scenario inatteso: ci ha colto di sorpresa, ma rappresenta comunque la realtà con la quale fare i conti per un periodo di cui non conosciamo la durata e durante il quale dovremo rispettare regole prudenziali per la nostra e l’altrui salute.

Dal punto di vista pratico, esistono alcuni possibili strumenti, frutto delle sperimentazioni nell’ambito di quel vastolaboratorio rappresentato dalle scienze comportamentali, che possono essere utili, nelle grandi come nelle piccole cose, per un più efficace rispetto di quelle regole.

Piccoli passi per grandi risultati

Molti studi mettono in evidenza che per farci tenere pulite le mani è utile una comunicazione con una adeguata infografica, disegni minimali, testi semplici e soprattutto una enfasi sui diversi passaggi necessari per lavarsele meglio. Bisogna, poi, aggiungere meccanismi che inducano comportamenti più virtuosi, rendendoli automatici e immediati. Così, negli uffici privati e nei luoghi pubblici non è tanto importante avere un gran numero di dispensatori di disinfettante, ma la visibilità della loro collocazione, accompagnata da segnalatori o percorsi che attraggano la nostra attenzione (Pete Lunn, Cameron Bolton, Ciarán Lavin, Féidhlim McGowan, Shane Timmons, Deirdre Robertson, Using Behavioural Science to Help Fight the Coronavirus)

come lavarsi correttamente le mani, piccoli gesti per grandi risultati

Se per il lavaggio frequente delle mani si tratta di promuovere nuove abitudini, più difficile può essere cercare di cambiare quelle già consolidate, in alcuni casi quasi compulsive. Alcuni studi hanno appurato che in un’ora ci tocchiamo circa 15 volte faccia, naso o occhi. Lavarsi le mani è un’azione facilmente osservabile e immaginabile, non abbiamo invece modelli mentali che riescano sempre a bloccare ciò che spesso facciamo senza rendercene conto. Qui anche la migliore comunicazione può rivelarsi insufficiente. Si possono allora utilizzare strade che inducano a comportamenti sostitutivi, come ad esempio toccarsi con il polso o il braccio, parti presumibilmente meno esposte all’infezione, o, quando stiamo in famiglia, chiedere a chi ci sta vicino di avvisarci ogni volta che cadiamo in tentazione. Indubbiamente, però, non sono percorsi in grado di dare risultati immediati (Michael Hallsworth, How to stop touching our faces in the wake of the coronavirus).

Può, però, venirci in aiuto la tecnologia, se le attribuiamo un ruolo di spinta verso una modifica dei nostri comportanti. Così, le app delle quali tanto si parla, oltre ad avere una funzione di registrazione della storia dei nostri contatti, potrebbero avere un ruolo attivo anche raccontandoci una nuova storia, ad esempio ricordandoci e segnalandoci ogni tanto, magari con un frame grafico o musicale particolarmente attraente, i modi migliori per usare e non usare le nostre mani.

Si tratta di piccoli accorgimenti, peraltro abbondantemente sperimentati in altri campi, che – lungi dal rappresentare soluzioni miracolose – cercano di promuovere scelte virtuose che i nostri limiti cognitivi possono ostacolare in un contesto fino a un mese fa del tutto sconosciuto. Si tratta di una sorta di sistema di tipo “Lego”, e cioè mattoncino su mattoncino, per costruire e consolidare abitudini funzionali all’obiettivo desiderato. Piccoli passi per grandi risultati.

È bello essere ignoranti

Per il futuro dovremo quindi avere la capacità di seguire e praticare nuovi comportamenti che potranno essere facilitati da un contesto che li renda più agevoli e semplici da attuare e comprendere. Questo potrà avvenire tramite quella che in letteratura è ormai nota come una “architettura delle scelte”, che cerca di indirizzarci verso le opzioni più salutari. Un ruolo importante, tuttavia, lo avrà anche la capacità di definire una rete di strumenti per imparare a ri-programmare la nostra esistenza di fronte a imprevisti che comportano radicali cambiamenti (Susan Michie, Behavioural strategies for reducing Covid-19 transmission in the general population)

È una ri-programmazione fondata innanzitutto su un semplice e banale insegnamento della crisi pandemica, che nella nostra mente fa fatica ad affermarsi perché rappresenta uno dei condizionamenti più pericolosi (tanto che di questi tempi se ne può rintracciare qualche testimonianza anche tra gli esperti della materia). Si tratta di uno dei più antichi e studiati pregiudizi (bias) mentali: l’eccesso di confidenza (overconfidence), la naturale sovrastima della propria intelligenza e della capacità di conoscere, controllare e valutare gli eventi.

Come sostengono gli autori di un volume tuttora molto utile per decifrare la realtà che ci circonda tenendoci lontani da ogni illusione di conoscenza, “il punto, per noi, non è che le persone sono ignoranti; è che le persone sono più ignoranti di quanto pensano di essere” (Our point is not that people are ignorant. It’s that people are more ignorant than they think they are – Steven Sloman, Philip Fernbach, The Knowledge illusion, 2017).

Umili, consapevoli ed educati

In questi giorni gli scienziati comportamentali hanno così ripreso il concetto di “umiltà epistemica” (Erik Angner, Epistemic Humility – Knowing Your Limits in a Pandemic), cioè la consapevolezza della provvisorietà e incompletezza delle nostre conoscenze e la conseguente capacità di rivederle adeguandosi ai nuovi rischi, o meglio a condizioni di assoluta incertezza. La domanda è: come fare? E, soprattutto, quali sono gli strumenti in mano al decisore politico? Qui si può soltanto accennare a due specifiche “dorsali” meritevoli di essere meglio esplorate. La prima, sicuramente più scontata e già oggetto di grandi attenzioni e approfondite analisi, passa attraverso la promozione di una rete di comunicazione attenta a principi di semplificazione, chiarezza e coerenza e, soprattutto, credibilità nello spiegare ciò che si sa, ciò che non si sa e ciò che appartiene al mondo della assoluta incertezza.

La seconda, spesso meno considerata, è l’educazione. Non solo una corretta e critica percezione dei dati scientifici per non cadere nelle infinite trappole delle fake news, ma una educazione, appunto, al governo dell’incertezza e alla programmazione dei nostri comportamenti. Ad esempio, imparare a chiudersi in casa (di nuovo) e a gestire i nostri rapporti lavorativi e privati, essere pronti a rivedere in tempi rapidi consolidate abitudini, definire pratiche di condivisione e cooperazione collettiva di fronte alle emergenze improvvise. In sostanza, un grande progetto di educazione permanente per giovani e meno giovani (e qui azzardo la proposta di un bonus universale di civiltà consistente in una settimana di formazione per tutti).

Come gli astronauti?

Sono semplici suggestioni sulle quali naturalmente riflettere, ma che possono comunque indicarci future strade. Chris Hadfield, un noto astronauta canadese, tempo fa ha scritto un libro – Guida di un astronauta per la vita sulla terra – nel quale descrive la sua esperienza. Nel terzo capitolo intitolato “Il potere del pensiero negativo” descrive il training prima di partire, nella piena consapevolezza di tutti i sofisticati strumenti a disposizione, ma anche di tutte le possibili e imprevedibili situazioni che avrebbe potuto dover affrontare, completamente da solo e lontanissimo dalla terra: guardare all’incognito, anche nelle sue peggiori, estreme e catastrofiche manifestazioni.

Non siamo astronauti, ma la grande lezione di questa crisi è che anche noi dovremo allenarci per l’incognito.

Un calcio al virus

Contributo di Paco D’Onofrio

L’emergenza sanitaria derivante dal fenomeno pandemico in atto, oltre alle evidenti e prioritarie conseguenze umane ed economiche, ha travolto anche il mondo dello sport, tanto nella sua dimensione individuale, quanto nella sua declinazione collettiva, evidentemente connessa allo svolgimento di eventi sportivi già programmati o imminenti.

Quanto alla prima, l’incidenza ha riguardato in realtà la più ampia sfera delle libertà personali costituzionalmente previste, tema che appassiona da settimane gli studiosi di diritto pubblico, che si confrontano sulla legittimità di restrizioni che non vengono disciplinate (e quindi imposte) da un atto legislativo, di spettanza del Parlamento, ma da un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM), anzi da un serie provvedimenti, progressivamente più limitativi, di provenienza governativa.

In breve, non si può svolgere attività sportiva individuale (correre in un parco o fare esercizi muscolari in riva al mare), perché in realtà non si può proprio uscire dalle abitazioni, se non per motivi di necessità personale o professionale, autocertificata e comunque sindacata dalle forze dell’ordine.

Certo, resta la possibilità di correre nel proprio giardino o di fare flessioni nel proprio terrazzo, ma probabilmente tale eventualità, che risulta comunque limitativa, riguarda un numero minimo di cittadini ed agli altri non resta che un agile scatto dal divano alla finestra.

Ancor più complessa si presenta la questione della gestione degli eventi sportivi in corso nel momento d’insorgenza della crisi sanitaria, perché la loro dimensione fatalmente anche economica ha finito per distorcere ogni logica, quasi confinandola entro un perimetro di unicità meritevole di uno straordinario regime derogatorio.

ripresa dello sport in emergenza da coronavirus, subito dopo il lockdown

Come se una partita di calcio non fosse un assembramento di persone (anche solo di atleti, nel caso di eventi a “porte chiuse”, cioè senza il pubblico sugli spalti), nelle prime fasi dell’emergenza, si è permesso che si disputassero partite di calcio in aree del paese che poi sarebbero risultate tra le più colpite dalla diffusione del virus, senza che il Governo, con atto d’imperio intervenisse restrittivamente e senza che le istituzioni sportive, per senso di autoresponsabilità domestica, decretassero la sospensione delle competizioni.

L’ordinamento sportivo, che è giuridico poiché ne possiede gli elementi costitutivi, è un ordinamento derivato, cioè dipende da quello statale, pur essendogli riconosciuta un’ampia autonomia nella disciplina e nella gestione delle posizioni giuridiche soggettive e collettive afferenti all’attività sportiva di riferimento federale, per il combinato disposto degli artt. 2 e 18 della Costituzione.

In ragione di questa tradizionale prospettiva sistemica, si è sempre consentito allo sport (ed in particolare al calcio) di poter derogare ad analoghe discipline normative statali: si pensi al calciatore, lavoratore subordinato giuridicamente inquadrato in modo diverso rispetto ad un impiegato o un operaio; si pensi alla giustizia sportiva, organizzata ai sensi di codici ispirati a principi non sempre coincidenti con quelli statali, come nel caso della responsabilità presunta.

È nell’ambito di una tale organizzazione istituzionale che l’eventuale ripresa del campionato di calcio, per evidenti esigenze economiche e non già sportive (molti sport come il basket, la pallavolo ed il rugby hanno già deciso di dichiarare anticipatamente conclusa la stagione agonistica), sta diventando una questione di Stato, poiché l’atleta, ma anche ogni singolo componente dello staff di una squadra di calcio, prima di essere tesserato e quindi sottoposto alle regole dettate dalla Federazione di appartenenza, è un cittadino che deve rispettare le norme dettate dallo Stato.

Nel caso di specie, mentre il Governo statale ha annunciato la prossimità della c.d. fase 2, nel corso della quale dovrà essere rispettato in ogni ambito (personale e professionale, privato e lavorativo) il distanziamento sociale e l’uso obbligatorio delle mascherine, il governo del calcio pretende di riprendere l’attività agonista, allenamenti prima e competizioni a seguire.

Tertium non datur: o dobbiamo immaginare calciatori che si terranno a un metro da compagni di squadra ed avversari e che correranno con le mascherine in viso, oppure si consentirà una deroga eccezionale solo per il calcio, in ragione di un principio giuridico che sfugge alla modesta comprensione di chi qui scrive.

Per asseverare la fattibilità della richiesta, la Federazione richiedente ha previsto un protocollo sanitario che contempla un monitoraggio quotidiano degli atleti e dei componenti dello staff di ciascuna squadra, attraverso analisi cliniche e, soprattutto, la sottoposizione ai tamponi.

Da un punto di vista giuridico, tuttavia, il pur apprezzabile sforzo organizzativo non dovrebbe consentire l’accettazione di un rischio epidemico che, infatti, in altri ambiti sociali ed economici del paese non è ammesso.

Uffici, aziende e fabbriche saranno chiamate ad una severa osservanza delle misure di contenimento (distanziamento e mascherine), con conseguente contrazione dell’attività produttiva e, quindi, dei guadagni, per proteggere sia i dipendenti che il resto della collettività con la quale gli stessi fatalmente interagiranno (famigliari, conoscenti, contesto sociale), mentre alle Società di calcio verrebbe concesso di impiegare i propri dipendenti senza che gli stessi, evidentemente, nello svolgimento della loro attività lavorativa (una partita di calcio), possano utilizzare gli stessi presidi contenitivi.

L’osservazione, poi, coinvolge anche la prospettiva etica, poiché il protocollo proposto impone l’utilizzo di migliaia di tamponi in prossimità di un turno di campionato e nei giorni successivi, mentre nel resto del paese ancora si muore per mancanza degli stessi nelle corsie degli ospedali.

La soluzione più logica sarebbe che il campionato di calcio venisse dichiarato concluso in via amministrativa e senza assegnazione del titolo di campione d’Italia, anche per testimoniare in futuro il dramma che si è consumato, esattamente come avvenne durante il conflitto mondiale.

Perché la comunicazione sul Covid 19 è sempre più caotica

Contributo di Giovanna Cosenza

Stiamo attraversando, in questi giorni, il momento più incerto e confuso della quarantena. Non siamo ancora entrati nella cosiddetta Fase 2, ma tutti i media ne parlano da giorni in modo martellante. E mentre parlano, parlano, tutto ci appare sempre più caotico. Cosa sta succedendo? Proprio ora che i decessi, i contagi, le terapie intensive sono in lenta ma costante diminuzione, proprio ora che le cose dovrebbero andare meglio, entriamo in confusione?

Intendiamoci, il caos sul Coronavirus c’è sempre stato, non solo nella comunicazione ma nei fatti, e non solo in Italia ma in molti altri paesi, perché nessuno al mondo era preparato a una pandemia di tale gravità. E tuttavia, i media italiani hanno alcuni vizi che aggravano il disordine in cui già versa la politica nostrana, a tutti i livelli, dal centro alle periferie del paese. Cerco allora di offrire tre chiavi di lettura per orientarsi nell’attuale caos politico-mediatico, perché questo ci accompagnerà, temo, per un bel po’.

I conflitti fanno notizia

Oggi, come sempre, i mezzi di comunicazione vanno a caccia di ciò che fa notizia. E anche oggi, come sempre, le tragedie e i conflitti sono i candidati più forti per la notiziabilità. Ora, il nemico numero uno di questo momento storico, quello contro cui tutto il mondo concentra le sue forze, è ovviamente il Covid 19. Detto in altri termini, il virus sta al centro dell’attenzione per ragioni non solo oggettive (dobbiamo sconfiggerlo al più presto per evitare troppi decessi e tornare alla vita di prima), ma anche mediatiche. Tuttavia il virus occupa la scena da troppo tempo, ormai, e come tale rischia di perdere capacità di attrazione giorno dopo giorno: gli essere umani ­– triste, ma vero – si abituano a (quasi) tutto, anche a convivere con un pericoloso nemico sconosciuto, invisibile e onnipresente. Perciò, per mantenere desta l’attenzione, i media devono continuamente trovare altri conflitti, per condire quello centrale e rinnovarne l’appetibilità.

È così che vanno intesi i continui contrasti fra virologi, immunologi, epidemiologi. Ed è così che dobbiamo leggere – almeno in parte – anche la litigiosità della nostra classe politica. La politica italiana, infatti, pur essendo molto conflittuale anche in tempi ordinari, dovrebbe pur capire che litigare proprio ora non produce consenso. Eppure, non resiste alla tentazione di rubare la scena sferrando attacchi a destra e a manca, non solo per la normale dialettica fra maggioranza e opposizione, ma persino dentro la maggioranza (Pd contro Cinque Stelle, Italia Viva contro tutti) e dentro l’opposizione (Forza Italia contro Lega e Fratelli d’Italia).

Non sto dicendo – attenzione – che i politici non litighino davvero, né che gli scienziati non diano in realtà interpretazioni contrastanti dei comportamenti del virus e della pandemia. Dico che i media tendono a ingigantire e amplificare, per assicurarsi audience, lettori e clic, anche la più insignificante disputa fra politici, anche la più lieve difformità di vedute fra scienziati. Ogni scintilla, sotto una lente d’ingrandimento, divampa. E se le scintille sono minuscole ma numerose, ecco che scoppia l’incendio. Fuor di metafora, è così che si spiegano le incessanti e fastidiose polemiche a cui l’intero sistema mediatico, dalla televisione al web, ci costringe tutti i giorni: un po’ sono reali, ma spesso sono esasperate dai media.

Sembra purtroppo che i media non capiscano che, al contrario, ciò che in questo momento più vorremmo sentire, la notizia a cui daremmo la massima attenzione, sarebbe la capacità del governo di collaborare, di ridurre le differenze e spegnere i conflitti, per sconfiggere il virus e affrontare la gravissima crisi economica.

Le probabilità diventano certezze

Per le donne e gli uomini di scienza è cosa ovvia: la medicina non produce mai certezze, ma sempre e solo probabilità. Gli organismi umani sono troppo complessi, le variabili genetiche e ambientali troppo numerose, l’incidenza di fattori psicologici troppo sottile per permettere alla medicina di fare previsioni certe sulla durata, l’intensità e l’esito di malattie anche non gravi, anche ben conosciute, persino banali. Figuriamoci se la medicina può riuscire a dare certezze su un virus nuovo e sconosciuto.

La medicina può sempre e solo accompagnare le sue affermazioni con un “forse”, un “probabilmente”, un “se non intervengono altri fattori… possibilmente”. Non ci sono certezze, insomma, nemmeno sull’andamento di un banale raffreddore, che nella grande maggioranza dei casi dura pochi giorni, ma a volte può finire in bronchite e addirittura in polmonite. A maggior ragione questo è vero per la vastissima gamma di esiti legati all’infezione del Covid 19: dalla totale assenza di sintomi, a qualcosa che sembra un’influenza, fino al decesso. Un virus che è riuscito a stupire, e ancora stupisce, tutti i virologi e le virologhe del mondo.

Il problema è che probabilità, percentuali e statistiche non funzionano nella comunicazione di massa. Non si comincia un titolo con un “forse”, né tanto meno con un “probabilmente”. I media hanno bisogno di formule drastiche, di contrapposizioni forti e affermazioni certe. Soprattutto in un paese come il nostro, in cui l’alfabetizzazione scientifica e matematica è fra le più basse d’Europa, per cui numeri e percentuali mettono in difficoltà la maggior parte delle persone. E soprattutto per il giornalismo nostrano, che non si è mai distinto – a parte pochissime eccezioni – per doti di divulgazione scientifica.

Perciò, quando un epidemiologo dice “Probabilmente fra una settimana capiremo meglio l’andamento dei contagi”, la notizia diventa “Fra sette giorni, chiarezza sui contagi”. Quando una virologa dice “Stiamo per testare un vaccino sui primi volontari”, la notizia diventa “Pronto il vaccino, sperimentazione su cavie umane”. Perciò, quando passa la settimana e ne occorre un’altra, e forse un’altra ancora, perché gli scienziati possano capirci qualcosa, per l’epidemiologo era chiaro dall’inizio, e infatti l’aveva detto, ma per la massa è un dietrofront. E se il vaccino non è pronto come i media strillano – anche se la virologa non l’ha mai detto – al pubblico appare un controsenso.

I retroscena diventano gossip

Escher, Vincolo d’unione – 1956

Nella comunicazione politica il retroscena è tutto ciò che accade nei corridoi del potere, quello che i media carpiscono ai portaborse, alle collaboratrici e ai collaboratori della politica, che ufficiosamente anticipano, interpretano e integrano le dichiarazioni ufficiali. Prima, durante e dopo ogni comunicazione ufficiale, è tutto un fermento di voci, allusioni, insinuazioni.

Il giornalismo di retroscena c’è da sempre. Ed esiste in tutto il mondo, non solo in Italia. Uno degli obiettivi dei media, come ho detto, è raccontare i conflitti. Obiettivo del giornalismo politico, dunque, è raccontare la lotta per il potere, un racconto che diventa molto più avvincente se viene condito con ciò che non si vede e non si sente, con quello che non è detto ufficialmente né mai lo sarà.

Ora, il giornalismo di retroscena più serio nasce da una ricostruzione minuziosa di informazioni che vengono da fonti confidenziali, con le quali i media stringono un patto di riservatezza: anonimato in cambio di affidabilità. Ai media sta poi l’onere (e l’onore) di essere credibili: la politica smentirà sempre ciò che non ha mai dichiarato apertamente, perciò il pubblico dovrà scegliere a chi credere, se al retroscena o alle smentite ufficiali. Se la ricostruzione mediatica è ben fatta, coerente e plausibile, ottiene la fiducia del pubblico.

Nei casi migliori, questo tipo di giornalismo è di altissima qualità: smaschera intrighi, provoca scandali, anticipa inchieste giudiziarie. Nei casi di collusione, è pilotato dalla stessa politica, che ad esempio lo usa per dare più rilievo a contenuti che, se dichiarati apertamente, non otterrebbero la stessa attenzione, o lo usa per scambiare messaggi in codice con altri gruppi di potere. Nei casi peggiori, il retroscena diventa vezzo, maniera o, peggio ancora, gusto per il pettegolezzo, che sembra un po’ meno plebeo se si chiama gossip.

Ebbene, il Coronavirus sta facendo emergere dai media italiani il peggiore giornalismo di retroscena cui abbiamo mai assistito. Prima di ogni uscita pubblica del Presidente Conte, ad esempio, viviamo giorni di continue congetture e supposizioni, provenienti da non si sa quale fonte, che solo in parte sono poi confermate dalla dichiarazione ufficiale e dal decreto relativo. Ore e ore di polemiche, prima ancora che il Presidente parli, su ciò che da tal giorno si potrà o non potrà fare, in casa, per strada, in regione, fuori regione, nel commercio, nell’industria, nella vita privata.

Gossip e chiacchiericcio della peggiore risma, a cui poi si aggiungono effettivi cambiamenti di rotta, parziali o totali, a volte dovuti a mutamenti oggettivi della situazione, a volte decisi per rispondere alle parti sociali o evitare ulteriori polemiche, a volte determinati dal semplice fatto che le anticipazioni erano sbagliate. Ma non basta: anche le voci fra le varie componenti del governo sono a volte dissonanti, per ragioni analoghe: difficoltà oggettive, fraintendimenti fra loro e con i media, retroscena sbagliati.

Tirando le somme, in questo momento il vero, il parzialmente vero e il falso convivono sfacciatamente, si fondono e confondono ancor più che in tempi normali, e per giunta vengono sempre confezionati nel linguaggio esagerato e banalizzante di cui dicevo, massimamente inadeguato a riportare le parole della scienza. Chiaro che il caos raggiunga il massimo, un caos di cui in parte sono responsabili la classe politica e i suoi numerosissimi consulenti, in parte sono responsabili i media, in dosaggi variabili e non sempre chiari, in parte siamo responsabili noi stessi, quando riportiamo sui social media, e altrove, notizie che non abbiamo mai capito né verificato.

Questo caos è già pesante in condizioni di normalità, ma purtroppo ci siamo abituati. Ora però non è più tollerabile, perché non si parla più di scaramucce fra parti, partiti e partitini, ma sono in gioco le nostre vite, il nostro lavoro, la nostra salute fisica e psicologica, quella delle persone anziane, che rischiano più di tutti, il futuro nostro, dei nostri bambini e delle nostre bambine. Se tutta la classe politica e tutte le testate giornalistiche non capiranno, se tutti noi, quando contribuiamo al chiacchiericcio con superficialità, non capiremo che cambiare registro e modalità è un’urgenza etica, non solo comunicativa, il caos continuerà e peggiorerà.