Praticare sport durante l'emergenza da coronavirus

Contributo di Paco D’Onofrio

L’emergenza sanitaria derivante dal fenomeno pandemico in atto, oltre alle evidenti e prioritarie conseguenze umane ed economiche, ha travolto anche il mondo dello sport, tanto nella sua dimensione individuale, quanto nella sua declinazione collettiva, evidentemente connessa allo svolgimento di eventi sportivi già programmati o imminenti.

Quanto alla prima, l’incidenza ha riguardato in realtà la più ampia sfera delle libertà personali costituzionalmente previste, tema che appassiona da settimane gli studiosi di diritto pubblico, che si confrontano sulla legittimità di restrizioni che non vengono disciplinate (e quindi imposte) da un atto legislativo, di spettanza del Parlamento, ma da un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM), anzi da un serie provvedimenti, progressivamente più limitativi, di provenienza governativa.

In breve, non si può svolgere attività sportiva individuale (correre in un parco o fare esercizi muscolari in riva al mare), perché in realtà non si può proprio uscire dalle abitazioni, se non per motivi di necessità personale o professionale, autocertificata e comunque sindacata dalle forze dell’ordine.

Certo, resta la possibilità di correre nel proprio giardino o di fare flessioni nel proprio terrazzo, ma probabilmente tale eventualità, che risulta comunque limitativa, riguarda un numero minimo di cittadini ed agli altri non resta che un agile scatto dal divano alla finestra.

Ancor più complessa si presenta la questione della gestione degli eventi sportivi in corso nel momento d’insorgenza della crisi sanitaria, perché la loro dimensione fatalmente anche economica ha finito per distorcere ogni logica, quasi confinandola entro un perimetro di unicità meritevole di uno straordinario regime derogatorio.

ripresa dello sport in emergenza da coronavirus, subito dopo il lockdown

Come se una partita di calcio non fosse un assembramento di persone (anche solo di atleti, nel caso di eventi a “porte chiuse”, cioè senza il pubblico sugli spalti), nelle prime fasi dell’emergenza, si è permesso che si disputassero partite di calcio in aree del paese che poi sarebbero risultate tra le più colpite dalla diffusione del virus, senza che il Governo, con atto d’imperio intervenisse restrittivamente e senza che le istituzioni sportive, per senso di autoresponsabilità domestica, decretassero la sospensione delle competizioni.

L’ordinamento sportivo, che è giuridico poiché ne possiede gli elementi costitutivi, è un ordinamento derivato, cioè dipende da quello statale, pur essendogli riconosciuta un’ampia autonomia nella disciplina e nella gestione delle posizioni giuridiche soggettive e collettive afferenti all’attività sportiva di riferimento federale, per il combinato disposto degli artt. 2 e 18 della Costituzione.

In ragione di questa tradizionale prospettiva sistemica, si è sempre consentito allo sport (ed in particolare al calcio) di poter derogare ad analoghe discipline normative statali: si pensi al calciatore, lavoratore subordinato giuridicamente inquadrato in modo diverso rispetto ad un impiegato o un operaio; si pensi alla giustizia sportiva, organizzata ai sensi di codici ispirati a principi non sempre coincidenti con quelli statali, come nel caso della responsabilità presunta.

È nell’ambito di una tale organizzazione istituzionale che l’eventuale ripresa del campionato di calcio, per evidenti esigenze economiche e non già sportive (molti sport come il basket, la pallavolo ed il rugby hanno già deciso di dichiarare anticipatamente conclusa la stagione agonistica), sta diventando una questione di Stato, poiché l’atleta, ma anche ogni singolo componente dello staff di una squadra di calcio, prima di essere tesserato e quindi sottoposto alle regole dettate dalla Federazione di appartenenza, è un cittadino che deve rispettare le norme dettate dallo Stato.

Nel caso di specie, mentre il Governo statale ha annunciato la prossimità della c.d. fase 2, nel corso della quale dovrà essere rispettato in ogni ambito (personale e professionale, privato e lavorativo) il distanziamento sociale e l’uso obbligatorio delle mascherine, il governo del calcio pretende di riprendere l’attività agonista, allenamenti prima e competizioni a seguire.

Tertium non datur: o dobbiamo immaginare calciatori che si terranno a un metro da compagni di squadra ed avversari e che correranno con le mascherine in viso, oppure si consentirà una deroga eccezionale solo per il calcio, in ragione di un principio giuridico che sfugge alla modesta comprensione di chi qui scrive.

Per asseverare la fattibilità della richiesta, la Federazione richiedente ha previsto un protocollo sanitario che contempla un monitoraggio quotidiano degli atleti e dei componenti dello staff di ciascuna squadra, attraverso analisi cliniche e, soprattutto, la sottoposizione ai tamponi.

Da un punto di vista giuridico, tuttavia, il pur apprezzabile sforzo organizzativo non dovrebbe consentire l’accettazione di un rischio epidemico che, infatti, in altri ambiti sociali ed economici del paese non è ammesso.

Uffici, aziende e fabbriche saranno chiamate ad una severa osservanza delle misure di contenimento (distanziamento e mascherine), con conseguente contrazione dell’attività produttiva e, quindi, dei guadagni, per proteggere sia i dipendenti che il resto della collettività con la quale gli stessi fatalmente interagiranno (famigliari, conoscenti, contesto sociale), mentre alle Società di calcio verrebbe concesso di impiegare i propri dipendenti senza che gli stessi, evidentemente, nello svolgimento della loro attività lavorativa (una partita di calcio), possano utilizzare gli stessi presidi contenitivi.

L’osservazione, poi, coinvolge anche la prospettiva etica, poiché il protocollo proposto impone l’utilizzo di migliaia di tamponi in prossimità di un turno di campionato e nei giorni successivi, mentre nel resto del paese ancora si muore per mancanza degli stessi nelle corsie degli ospedali.

La soluzione più logica sarebbe che il campionato di calcio venisse dichiarato concluso in via amministrativa e senza assegnazione del titolo di campione d’Italia, anche per testimoniare in futuro il dramma che si è consumato, esattamente come avvenne durante il conflitto mondiale.

ParliamoneOra

Siamo studiosi e ricercatori dell’Università di Bologna accomunati dalla convinzione che una società colta sia meglio equipaggiata per affrontare i problemi di un mondo in rapidissima trasformazione.

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