Alla ricerca del colpevole. Spiegare e raccontare l’epidemia da Omero alla contemporaneità

Crise e Agamennone, epidemia da Omero- Wikimedia Commons, credits to Habib M'henni

Per un paio di mesi, partecipando alla redazione di questo Blog, ho avuto il privilegio di leggere, impaginare e pubblicare  interventi sugli svariati scenari dell’epidemia: i risvolti sociologici e i cambiamenti definitivi del mondo che verrà (ho imparato a capire che si tratta di un fatto sociale totale); le dinamiche e il contesto ambientale nella diffusione dei virus, e in particolare i fenomeni di zoonosi nel contesto della Salute Unica; i modelli matematici e le previsioni epidemiologiche, e in particolare il famoso fattore di R con 0 nelle reazioni a catena; l’imbarazzante inefficacia della comunicazione pubblica al riguardo; il diffondersi di un male per molti versi analogo e comunque epidemico, l’infodemia; gli scenari drammatici delle conseguenze economiche di un lock-down di cui ancora fatico a capire il senso, visto che il virus continuerà a circolare (non basterà che vi sia un solo, nuovo, paziente 0 in circolazione nel mese di ottobre, poniamo, perché il contagio riparta?).  E ancora: la suggestione di altre epidemie famose, dalla peste di Manzoni a quella narrata da Paolo Diacono; le diseguaglianze sociali accentua dall’emergenza scolastica; il cinismo brutale di chi sta scommettendo sul capitalismo brutale per il prossimo decennio.

Così, mentre aspettavo, come tutti, che arrivasse il picco e da lì iniziasse una fase previsionale seria, tra le parole di esperti massimi che sciorinavano punti di vista alternativi e in contrasto tra loro (come è giusto che sia nel dibattito scientifico) ma spesso con quell’assolutizzazione che è propria piuttosto del dogmatismo dell’autorità (cioè il contrario della scienza), ho capito anch’io, nonostante i miei pessimi voti in biologia al liceo, che il picco non ci sarebbe mai stato, un po’ come il Nemico nel Deserto dei Tartari, atteso invano per una vita intera dal giovane ufficiale protagonista del romanzo e poi invecchiato e malato e non svelo il finale perché anche in letteratura, come per le serie TV e il Crime, fare lo spoiler è odioso.

Nel frattempo però partiva la Fase 2, che mi sembra così simile alla Fase 1, quanto a pronoia, per usare una parola cara tanto a Ippocrate quanto a Tucidide: la capacità di capire, se non la direzione che prenderanno gli eventi, almeno quali siano le azioni più utile perché si realizzi uno scenario atteso. E aspetto con qualche dubbio la Fase 3 in cui finalmente, si dice, ci metteremo alle spalle questa brutta storia ma non il virus con cui avremo forse imparato a convivere.  E così continua, sempre più acceso e sempre meno ecumenico, il girotondo dei punti di vista, tutti apprezzabili; nell’infinita teoria dei talk-show spicca senz’altro per autorevolezza, garbo ed efficacia comunicativa la radiofonica Zapping di Giancarlo Loquenzi, ormai una sorta di appuntamento serale fisso, mentre si appronta il desco, nella liturgia delle ore delle giornate monacali di tutti noi reclusi e distanziati sociali. Vi si alternano, e ciclicamente ritornano, virologi, immunologi, epidemiologi, infettivologi, storici, sociologi, tecnologi, politologi, pedagogistologi, pneumologi, massmediologi, futurologi, insieme ovviamente agli statistici e ai fisici computazionali, e mai che vi fossero anche i filologi – o i narratologi – per spiegare che quando c’è un «male cattivo», come nel primo libro dell’Iliade, vi è sempre una spiegazione ma anche una narrazione.

È l’inizio del poema. La più antica opera letteraria della nostra tradizione inizia con una contesa e un’epidemia. È anzi l’epidemia a scatenare il conflitto tra i due eroi, il potente Agamennone e il valoroso Achille. Ma prima, intanto, «la gente moriva» perché un «morbo maligno» aveva invaso l’accampamento degli Achei.

La storia è semplice, a tutti nota anche perché facilmente memorizzabile: ma vale la pena raccontarla ancora una volta.  Il sacerdote Crise arriva per liberare con un ricco riscatto la figlia Criseide, preda di guerra assegnata nella spartizione del bottino proprio ad Agamennone. Si tratta di una prassi usuale e condivisa del tempo, e infatti tutti approvano questo opportuno scambio. Ma non Agamennone, accecato da un’insana prepotenza (o forse costretto da una logica dell’onore, il riconoscimento pubblico del proprio valore, che oggi stentiamo a comprendere). Il sacerdote è respinto con male parole e violenza, insieme al suo riscatto non accettato.

Da qui l’epidemia, il male cattivo scatenato dal dio Apollo invocato in soccorso dal suo sacerdote Crise: solo a questo punto Agamennone si convincerà finalmente a liberare Criseide, ma in cambio pretende la prigioniera di Achille, Briseide. I consigli della madre Teti, una dea del mare, convincono Achille a non sguainare la spada, uccidere Agamennone, porre fino all’abuso di potere e così anche al racconto delle proprie eroiche imprese che lungo infinite generazioni arrivano fino a noi. Sdegnato per questo sopruso che intacca il suo onore, Achille si ritira dalla battaglia insieme ai suoi guerrieri, i Mirmidoni: il prevalere dei Troiani amplifica il valore dell’assente, fino a quando l’amico amatissimo Patroclo vestirà le sue armi per essere così ucciso dal campione avversario, Ettore. L’ira di Achille,«funesta», «rovinosa», si amplifica ora rivolgendosi finalmente al nemico: dopo la morte di Ettore nel duello più famoso di sempre, la vendetta si consuma oltraggiandone il cadavere fino a quando il poema della guerra si chiude nella pietosa restituzione del corpo al padre Priamo, il re di Troia, per celebrarne finalmente i riti funebri.

Apollo Belvedere, epidemia da Omero

Ma torniamo all’epidemia, alla spiegazione e alla narrazione delle sue origini. Le conoscenze degli antichi Greci sull’esistenza di microorganismi era ovviamente nulle. Come spiegare allora la morte quasi improvvisa di uomini sani e robusti, i guerrieri, che senza una ferita visibile, o anche un male interno, un rigonfiamento o un indurimento dei visceri che si può comunque toccare (tra i vari modi di indicarlo, in greco, karkinoma)? Ecco la narrazione, per cui i Greci e noi stessi usiamo la parola mythos: sono le frecce invisibili che scaglia il dio della guarigione (e quindi della malattia), il terribile Apollo che ha tra i suoi epiteti e i suoi culti quello di Smintheus: dio dei topi. 

Ma all’interno della narrazione si nota anche una spiegazione. Le frecce del dio colpiscono prima gli animali e solo in un secondo momento arrivano agli uomini. Certo non è consapevolezza del processo di zoonosi, ma è osservazione di una causa: la promiscuità tra uomini e animali nel contesto di un accampamento che assedia il nemico ormai da dieci anni, e quindi in condizioni di scarsa igiene, possiamo immaginare (sappiamo che Hyghieia era importante per i Greci al punto da essere personificata in una divinità).

Ma sicuramente Omero, anche nella traduzione più diffusa di Rosa Calzecchi Onesti, racconta l’azione di Apollo e spiega le origini del morbo meglio di me (I 48-52):

Si postò dunque lontano dalle navi, lanciò una freccia,
e fu pauroso il ronzio dell’arco d’argento.
I muli colpiva in principio e i cani veloci,                     
ma poi mirando sugli uomini la freccia acuta
lanciava: e di continuo le pire dei morti ardevano, fitte

L’epidemia diffusa dai topi (è Apollo Sminteo a lanciare le frecce) colpisce prima gli animali con cui l’uomo è più a contatto, i muli e i cani, e alla fine arriva all’uomo. Ma questa osservazione, quasi incidentale, in un canto di centinaia di versi non è sufficiente al pubblico di Omero;  offre forse a noi il pensiero dell’epoca (Omero è stato definito l’enciclopedia tribale di una cultura, quella greca di età arcaica, che si fondava sostanzialmente sull’oralità) sulle cause immediate di un’epidemia, e implicitamente raccomanda ai suoi immediati destinatari di evitare eccessi di promiscuità e condizioni igieniche che favoriscano la presenza di topi o altri possibili vettori di ‘malattia’.  Ma non è la spiegazione. Qual è la vera causa all’origine di tutto che merita invece di essere ampiamente raccontata? Una sola parola, aitia, indica in greco tanto la “causa” quanto la “colpa”.  E la risposta è nella trama cui poco sopra ho accennato. La aitia si trova nell’arroganza violenta di Agamennone (hybris) che respinge il sacerdote: da qui l’origine di tutti i mali, tanto dell’epidemia quanto della successiva discordia con Achille che genera, e cito dai versi proemiali questa volta con Monti,

l’ira funesta che infiniti addusse / lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco / generose travolse alme d’eroi»

Ora, già in questa fase 2, iniziano a circolare le prime narrazioni sulle cause della pandemia, e quindi sulle colpe. Per primo, Donald Trump forte del seguito popolare e di un aspetto da Febo chiomato che rappresenta una sorta di nuovo modello dell’iconografia della leadership politica contemporanea (basti per il momento segnalare l’altro celebre lungochiomato Boris Johnsonn, analogia che induce a suggestioni veterolombrosiane). La colpa è dei cinesi: punto. La narrazione in questo caso va alimentandosi con le descrizioni dell’anomalia di questo virus – per quanto sia parte di un ceppo particolarmente diffuso tra i gatti, come ho appreso, sempre via radio, da un virologo-veterinario che studia il coronavirus appunto nei gatti da un trentennio e proponeva terapie, comunque mammifere, scalabili quindi sull’uomo. Un’anomalia presumibilmente originata da una fuga da un laboratorio segreto, di un animaletto contaminato o di un filamento di RNA, ancora non si sa, come in un possibile copione di un catastrophe-movie (o di un virus-movie, genere che presumo rifiorirà a generare catarsi spettacolari come ai tempi di Ebola in Virus letale o prima ancora del terrorismo batteriologico, o virologico, di Cassandra Crossing).

Ogni narrazione organizza sulla base di codici  e schemi universali le sue strutture e le sue verosimiglianze. Se ne sentono già circolare di pessime, da un punto di vista narrativo oltre che scientifico, come quella del 5G: sarebbe stata la banda larga che sta salvando le nostre connessioni in tempi di smart-working e lezioni in streaming, la probabile causa di un non meglio precisato, ma sicuramente catastrofico, inquinamento di radiofrequenze che avrebbe favorito la diffusione del Covid-19.

climate change, epidemia da Omero

Tra le narrazioni ne prevarrà probabilmente una più sensata e autorevole: sta prendendo corpo quella del Climate Change, e ve ne sono certo buone ragioni. Anche da un punto di vista narrativo – la narrazione è funzionale alla persuasione: un buon racconto ci spinge ad accettare e accogliere quanto altrimenti non capiremmo – il collegamento con le possibili, e apocalittiche future pandemie potrebbe forse spingere a comportamenti più congrui e rispettosi, dei singoli quanto degli stati.

Vedremo nella fase 3, o nella fase 4. Per il momento accontentiamoci di riflettere su questa singolare necessità dell’uomo, antico o moderno che sia, di combinare l’analisi, anche quella più rigorosamente scientifica, con la narrazione. Sarà importante mantenere saldo il principio aureo della falsificabilità di Popper: ogni ipotesi è scientifica nella misura in cui è possibile confutarla, smentirla e produrre un’ipotesi alternativa. Altrimenti è dogma, frutto di fede e autorità e non di pensiero scientifico. E ricordarci che è sempre bene distinguere tra la ricerca delle cause da quella delle colpe. Altrimenti la nostra narrazione (diciamo quella che prevarrà, finalmente, nella fase 5 o nella fase 6) sarà ancora troppo ingenua e ‘mitologica’ come quella con cui Omero spiega le cause dell’epidemia con le frecce invisibili del dio dei topi.

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