L’epidemia. Ieri. Oggi. Domani

Ieri. L’origine

Tutto cominciò con un ecosistema che viveva e prosperava in uno stato dinamico stazionario. Ovvero in una condizione d’equilibrio tra le evoluzioni delle diverse specie animali e vegetali. Dagli organismi microscopici e submicroscopici (batteri, virus, microbi, germi e quant’altro) fino ai mammiferi, agli uccelli,  ai pesci ecc… Dai muschi e licheni alla vegetazione suboschiva, fino alla foresta amazzonica, senza dimenticare il giardino sotto casa,  l’osservabile più pregnante che modella l’intero ecosistema essendo la biodiversità. Modella e protegge. Senza esagerare, ma quanto più la biodiversità è ricca e vivace, tanto più l’ecosistema è resiliente (non è una proporzionalità diretta matematica ma solo un’osservazione fenomenologica).

In questo contesto nasce  il paradigma che va sotto il nome di One Health.

Possiamo enunciarlo così: la salute è una caratteristica e qualità unitaria nonchè plurale, dell’intero ecosistema.

Soltanto in questo quadro che, se si vuole, possiamo definire olistico, riusciamo in modo corretto e efficace a definire, perseguire, e tracciare  la salute dei vari componenti tra cui noi umani. In qualche modo quindi la nostra salute dipenderà, almeno in parte, dalla salute del nostro ecosistema (e quindi dalla sua biodiversità). Non a caso in un recente articolo su Nature, i ricercatori scoprono che le specie che condividono parassiti e patogeni con l’uomo sono più numerose negli ecosistemi sfruttati dagli umani, agricoli e urbani, rispetto a habitat prossimi indisturbati. Il che non stupisce, anzi appare essere del tutto ragionevole, se non ovvio.

Più interessante è forse osservare che le azioni umane su habitat naturali possono causare cambiamenti nella composizione delle specie locali serbatoio di parassiti, e in quelle che funzionano come tampone rispetto al rischio che parassiti e patogeni possano raggiungere la specie homo.

Quando l’intervento umano frantuma il nostro ecosistema (Global areas of low human impact [..] and fragmentation of the natural world – Nature 2019), ecco che l’equilibrio si spezza, e in una sorta di rompete le righe l’insieme dei componenti si sparpaglia e diffonde e contamina nei modi più vari nonchè fantasiosi, con inusitati salti di specie dei microrganismi dai pipistrelli ai maiali selvatici fino agli umani. Microrganismi che, laddove non  patogeni per la specie di riferimento naturale, possono esserlo, spesso lo sono, per la nuova specie che vanno a colonizzare.

La deforestazione per esempio lasciando gli animali selvatici senza cibo, li spinge a migrare verso i luoghi abitati dall’uomo, sovente verso gli slums delle grandi metropoli, dove incontrano, e si ibridano con loro lontani parenti addomesticati nei secoli, con sregolata trasmissione di germi, microbi, batteri e virus i più vari.

Così One Health si sgretola preparando il terreno alla possibile, probabile epidemia prossima ventura.

L’epidemia oggi

Ed eccola qua, in corso d’opera. L’epidemia che abbattendosi come un maglio sulla società degli umani, la frantuma, con molte persone decedute giorno dopo giorno. Una coltre di morte che permea ormai l’intero immaginario, per non dire tutto il corpo sociale.

Il 3 dicembre 2020 in Italia si contano quasi mille morti, per la precisione 993 in un solo giorno. Una cifra spaventosa. Oltre sessantamila in totale.

In Italia il numero di persone decedute a causa dell’infezione da coronavirus è particolarmente alto, il più alto per quanto riguarda l’Europa, almeno quella che un tempo chiamavamo “occidentale”, Spagna, Francia, Germania eccetera.

Numero dei morti che corre tra circa 600 e 800 al giorno e, al momento in cui scrivo (13/12/20), non si percepiscono indizi consistenti di decrescita.

(l’indice di letalità vale 3.47% per l’Italia, 2.75% per la Spagna,  2.35% per la Francia e, udite udite, l’1.61% per la Germania – con il doppio dei tamponi e il tracciamento – mentre la media mondiale vale 2.3%, un numero giusto per dire).

Si impone una domanda: come mai questo gran numero di deceduti italici rispetto ai numeri significativamente più contenuti dei nostri fratelli europei oltre frontiera.

Si danno spiegazioni multiple, in particolare le defaillances del sistema sanitario che spesso implica la presenza di molte patologie pregresse latenti o dispiegate; e la vecchiaia della nostra popolazione che indebolisce il sistema immunitario. Per così dire l’inverso dell’immunità di gregge alcune volte evocata.

Personalmente vorrei proporre un’altra concausa: la mancanza di tracciamento.

È ben noto che il contrasto all’epidemia si fonda sulle ormai classiche 4T. Trasparenza pubblica rigorosa per quanto attiene i rischi nonchè i metodi di prevenzione e cura, invece dell’insano balletto mediatico cui si abbandonano purtroppo legioni di virologi esperti e/o improvvisati davanti a giornalisti a caccia di scoop. Mi sia qui permesso di sottolineare come la mancanza e/o debolezza estrema di una cultura scientifica diffusa sia perniciosa sia per la salute pubblica che per la democrazia (il luogo in cui nessun sapere viene disperso, secondo Solone se non sbaglio).

Test (o tamponi che dir si voglia) a valanga, tendenzialmente fino a saturare l’intera popolazione.

Tracciamento almeno di tutti gli individui positivi, o comunque il più possibile. Trattamento dei soggetti tracciati contagiosi e/o malati.

È evidente che il tracciamento permette di cogliere le persone contaminate e/o malate al tempo t=0, cioè al tempo iniziale dello sviluppo dei sintomi, quindi quando la carica virale è più debole e contenuta, per cui è più facile debellare il virus.

Questa è una cosa arcinota, soltanto che in Italia a un certo punto il tracciamento è stato interrotto, evaporandosi sub specie del numero eccessivo di persone contaminate o in via di esserlo. A mio avviso un errore madornale. Certamente frutto della debolezza del sistema sanitario, ma che poteva essere assunto e pian piano corretto, ricordando pure che il tracciamento permette di individuare e segnalare i cosidetti superdiffusori, che come dice il nome, sono delle specie di bombe biologiche a alto tasso di infettività. Però dopo il tentativo della app immuni via cellulare, clamorosamente fallito, nulla più è stato esperito.

A proposito di One Health, questo ampliamento del concetto di salute da un singolo, per esempio un umano ma anche un gatto, a un intero ecosistema e ai suoi più vari componenti elementari, non cancella nè tantomeno calpesta la mia specifica salute, e il diritto di ognuno alla salute e alla cura. Col che proprio oggi quando siamo immersi e sommersi in una epidemia, percepiamo la debolezza e incompletezza di una idea di salute individualistica e privata (voce del verbo privare: privata degli altri viventi). Nel contempo l’epidemia ci obbliga a rifugiarci nel nostro particulare, sfuggendo il contatto con l’altro, tenendolo a distanza (di sicurezza, ove la si possa definire). In un paradosso evidente: l’epidemia, male pubblico e globale, viene contenuta, affrontata e contrastata con azioni pubbliche collettive e globali, epperò io individuo non posso stringere la mano al mio compagno di lotta contro il morbo, a nessuno dei miei compagni, a nessuno di coloro che partecipino del mio stato – devo praticare il cosidetto distanziamento sociale, mentre nella popolazione si produce un partizione tra individui quiescenti, infetti, guariti e/o immuni(zzati ) – almeno temporaneamente. Ovvero in modo evidente, mi pare, l’epidemia frantuma la società mettendo a rischio e in predicato il benessere del singolo, e insieme la sua libertà.

Per dirla con Aristotele, la libertà umana  è essenzialmente libertà di movimento, proprio la prima a essere claudicante quando non inibita, o del tutto vietata dall’imperio epidemico che recita: meno ti muovi, meglio è. O anche, in altra versione con l’esortazione: state a casa, se una casa avete è ovvio. La libertà viene sostituita dalla responsabilità, con lodi e peana da parte dei cantori dell’establishment.

Muoversi significa dire il perchè e il percome, il dove e il quando, il luogo di partenza e quello d’arrivo, a chiunque abbia titolo per chiedertelo dai vigili urbani ai volontari della protezione civile, dalle forze di polizia, un qualunque agente, a una autorità sanitaria, e certamente qualcun altro che dimentico.

L’incubo orwelliano realizzato, se si esclude per ora il rogo dei libri.

Eppure, risponde l’epidemiologo, il dato è incontrovertibile: il virus non ha motilità, e quindi mobilità, propria. Egli sceglie i viventi mobili come mezzi di trasporto, in particolare noi umani che siamo tanti  e agglomerati molto densamente, l’uno a contatto di gomito con l’altro. Nelle città, nelle strade, nei palazzi, in ogni luogo di socialità, dall’aula di un tribunale all’aula scolastica, dal reparto di una fabbrica al reparto di un ospedale e via diffondendosi e contagiando. Quindi noi portatori potenziali del virus dobbiamo rinunciare a muoverci. La contraddizione esiste, è pesante e va interamente assunta.

Mentre i batteri, primo gradino della scala biologica che va dal semplice al complesso, hanno una propria mobilità. Batteri  che abbiamo imparato a debellare (non tutti però) cogli antibiotici, e per cui il nostro sistema immunitario appare più attrezzato a respingerli, se non annichilirli.

D’altronde i virus sfuggono alla definizione di entità biologiche, stando in una sorta di terra di nessuno tra il pre-vita e la vita.

Domani. Il vaccino

Si apre la fase di ricerca creazione sperimentazione e quindi diffusione di un vaccino, o più. Un medicamento che al meglio dovrebbe avere, e raggiungere, due obiettivi: prevenire il morbo, o almeno attenuarlo, e impedire al virus patogeno di passare da una persona all’altra. Ma per il vaccino scriveremo alla prossima puntata.

Recommended Articles

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *