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La doppia vita dell’Analisi Costi Benefici

Contributo di Luigi Alberto Franzoni

In questi giorni in cui le autorità politiche sono costrette a fare scelte difficili in relazione alla tempistica delle riaperture e ai settori coinvolti, emerge con insistenza la domanda: è possibile definire criteri scientifici oggettivi per prendere decisioni di questa natura?

La risposta, ovviamente, è negativa: non solo perché la scienza non è univoca nelle proprie determinazioni, ma anche, e soprattutto, perché le decisioni a cui è chiamato chi ci governa sono eminentemente politiche e dipendono in modo radicale dal valore che diamo alla salvaguardia della vita umana e della salute, così come all’evitare che ampie fasce della popolazione cadano in uno stato di povertà.

Il fatto che non esistano criteri incontrovertibili non implica che le decisioni pubbliche debbano essere puramente arbitrarie o che debbano essere una emanazione irriflessa di ideologie categoriche. Tra la Scilla e Cariddi della assoluta discrezionalità o della categoricità aprioristica, si staglia l’opzione consequenzialista della analisi costi benefici (ACB), moderna erede del razionalismo illuminista.

L’idea di fondo di questo approccio metodologico – che permea tutta la teoria economica contemporanea – è che le scelte di policy debbano seguire dei criteri “razionali” in un senso piuttosto preciso: le decisioni devono essere basate sui dati empirici disponibili (evidence based) e devono fondarsi su metriche coerenti e trasparenti. In altre parole, si chiede al decisore di mettere nero su bianco vantaggi e svantaggi delle alternative considerate (terminare il lock-down il giorno X o Y, per il settore A o B, etc.), affinché sia consentita una discussione pubblica sulla loro corretta quantificazione. La quantificazione, inoltre, rivela, in modo più o meno esplicito, la rilevanza data dal decisore alla tutela di beni come vita, salute, assenza di povertà, etc.. L’utilizzo della analisi costi benefici, infatti, riduce i margini di discrezionalità del decisore, ma non lo esime dall’obbligo (morale) di indicare il peso relativo assegnato ai diversi obiettivi conseguibili.

Può essere utile, per meglio comprendere la natura dello strumento, vedere l’uso che ne è stato fatto negli ultimi decenni in tema di politica ambientale.

Analisi costi benefici, ABC

Resa obbligatoria negli Stati Uniti da Ronald Reagan negli anni ‘80 per tutti gli interventi normativi di un certo rilievo, l’ACB si è configurata come lo strumento principale della deregulation (lade-regolamentazione) dell’economia: nessuna nuova norma volta a limitare la libertà economica avrebbe potuto essere emanata se i suoi costi (generalmente sostenuti dalle imprese) avessero superato i benefici (generalmente a vantaggio di ambiente e popolazione). L’obiettivo conclamato di questa scelta politica era quello di ridurre l’“interferenza” dello stato nel libero mercato ai pochissimi casi strettamente necessari. Il primo utilizzo massiccio dell’analisi costi benefici ha avuto quindi una natura fortemente liberista (pro business).

Da questa matrice ideologica scaturì la fortissima ostilità degli ambienti ecologisti americani nei confronti della ACB, ostilità rivolta in generale ad ogni quantificazione economica dei benefici della tutela ambientale, sulla base del principio per cui il valore delle risorse naturali sarebbe stato incommensurabile. In uno scambio illuminante, relativo alla valutazione delle politiche per il contrasto alle piogge acide, un naturalista aveva cercato di dimostrare l’assurdità della ACB: “prova ad assegnare il valore di un dollaro ad ogni batterio in un lago e tieni conto che ce ne sono quasi un milione per millilitro. Quanto vale un lago?” (in Oreskes e Conway, Merchants of Doubts, p. 90). 

A dispetto della chiusura del mondo ecologista, l’ACB ha continuato a essere impiegata ed a trovare campi di applicazione sempre più ampi (anche nella UE). La tecnica si è affinata, inglobando nuove metodologie per la valutazione delle risorse ambientali (basate sul valore dei servizi resi dagli eco-sistemi e sulla possibilità della loro permanenza nel lungo periodo) ed è diventata la bussola per gli interventi di politica ambientale, così come di politica della sicurezza e della sanità. Di fatto, si è trasformata nel motore principale delle riforme ambientaliste promosse dalla amministrazione Obama. Ai tecnici dell’Agenzia per l’Ambiente (EPA) non è stato difficile mostrare che norme più stringenti sull’inquinamento di aria ed acqua avrebbero comportato benefici per la popolazione, in termini di riduzione dei tassi di mortalità e di morbilità, di gran lunga superiori ai costi.

La politica, comunque, ha sempre l’ultima parola. Il presidente Trump ha vinto le elezioni sulla base di una piattaforma fortemente “anti-ecologista” e i suoi interventi sono esplicitamente volti a cancellare le riforme dell’era Obama. Ed è proprio qui che si manifesta l’inversione degli schieramenti: in questo momento, è il movimento ambientalista americano ad appellarsi alla teoria economica per dimostrare che le norme promosse dalla amministrazione Trump non soddisfano i criteri della ACB (i danni provocati superano la riduzione dei costi). Allo stesso modo, la spinta ad intervenire per contenere il cambiamento climatico è guidata da un larghissimo numero di economisti e scienziati (coordinati dall’IPCC) in grado di quantificare – con modelli molto complessi – i danni provocati nel lungo periodo dal riscaldamento globale.

Le posizioni si sono quindi invertite: a tutela dell’ambiente scienziati ed economisti, a tutela dell’industria un presidente che punta unicamente sulla persuasione comunicativa.

Qualcosa di simile si è osservato in Italia. Ha fatto certamente specie notare come l’opposizione al TAV, nata con pulsioni ideologiche fortemente antisistema, abbia trovato le sue armi più affinate nei calcoli minuziosi del Ministero dei Trasporti (il famoso Rapporto della Commissione Ponti).

Il fatto che l’analisi costi benefici possa essere “usata” per il fine politico del momento non la rende meno importante. La funzione ultima della ACB non è, infatti, quella di fornire risposte univoche – tecnocratiche – ai problemi della politica, quanto quella di costringere il decisore pubblico a rendere esplicito il proprio ideale regolativo e a rivelare su quali ipotesi empiriche fa affidamento, oltre che obbligarlo ad applicare regole uniformi in tutti i campi di intervento.

Proprio quello che ci manca in questi giorni, in cui le decisioni sembrano arrivare da compromessi dell’ultimo minuto, se non direttamente dal mondo ultraterreno.

La Salute è Unica

Contributo di Alessandra Scagliarini

Il corso della storia viene descritto come il graduale dominio dell’uomo sull’ambiente. Gli ultimi anni del’900 sono conosciuti come l’era post-infettiva e sono stati caratterizzati da un grande ottimismo nel mondo della medicina. La scoperta degli antibiotici ha permesso di controllare alcune gravi malattie letali dell’uomo e la messa a punto dei vaccini ha ridotto l’incidenza di malattie letali o invalidanti come il vaiolo e la poliomielite.

I microorganismi, inclusi quelli patogeni, rappresentano 25 volte la biomassa di tutte le forme di vita presenti sul nostro pianeta, uomo incluso.

Tutte le forme di vita sono in grado di adattarsi alle modificazioni ambientali alternando periodi di equilibrio (pace) a periodi di squilibrio (guerra) tra il micro-mondo e il macro-mondo. La pandemia che stiamo affrontando è un ulteriore esempio di quello che può succedere quando finisce il periodo di pace.

Nel mondo sviluppato, industrializzato e globalizzato, si è diffusa l’idea che l’uomo sia in grado di dominare l’ambiente circostante e che la nostra specie sia all’apice della catena alimentare e non solo parte di essa. L’organizzazione mondiale della salute afferma che il 60% delle malattie dell’uomo derivano dagli animali (zoonosi) e che il 75% delle patologie emergenti ha un serbatoio in una specie animale. Malattie come HIV, SARS, MERS e ora COVID-19 dimostrano come i microbi non riconoscano barriere tra uomo e animali, perché l’uomo è solo una delle specie che popolano il nostro pianeta.

Lo sviluppo culturale e industriale ha portato l’uomo ad essere il predatore più efficiente, ma ha contribuito a perturbare il fragile equilibrio tra micro-mondo e macro-mondo. Questo ha favorito la creazione di nuove nicchie ecologiche per virus, batteri e parassiti e facilitato i cosiddetti salti di specie. Il COVID-19 è l’esempio più recente, ma solo pochi anni fa un altro coronavirus dei pipistrelli (SADS-CoV) ha provocato in Oriente un’epidemia nei suini senza alcuna conseguenza nell’uomo.

A partire dalla prima rivoluzione agricola, l’ampliamento degli insediamenti umani e la coesistenza con gli animali, utilizzati per lavoro o per la produzione di alimenti, ha favorito molti salti di specie; sono così comparse malattie come il morbillo, il vaiolo e la varicella. E’ importante fare chiarezza sul fatto che i salti di specie non sono sempre caratterizzati dal passaggio di patogeni dagli animali all’uomo, ma possono avvenire anche in senso contrario, come nel caso della tubercolosi. Le cause che danno accesso a nuove nicchie ecologiche sono, nella maggior parte dei casi, mediate dall’azione umana e sono conseguenti a cambiamenti nello sfruttamento del suolo, nell’estrazione delle risorse naturali, nei sistemi di produzione, nei trasporti, nell’uso di farmaci antimicrobici, nel commercio globale, nonché a fenomeni complessi come il riscaldamento globale.

La trasmissione di patogeni da altre specie all’uomo non è quindi altro che la conseguenza naturale del rapporto dinamico che si instaura tra noi, gli animali e l’ambiente. L’urbanizzazione e la distruzione degli habitat naturali creano le condizioni perché l’uomo e gli animali selvatici vivano sempre più in prossimità favorendo la trasmissione di patogeni tra specie diverse.

Il ruolo degli animali come fonte di malattie epidemiche emergenti riceve molta attenzione da parte dell’opinione pubblica perché colpisce le economie dei paesi più sviluppati, ma la maggior parte delle zoonosi non provoca pandemie e uccide migliaia di persone ogni anno nei Paesi in via di Sviluppo.

Dopo l’illusione di un predominio possibile del macro-mondo sul micro-mondo, malattie come COVID-19 ci ricordano che un dominio vero dell’uomo sugli animali e l’ambiente non è possibile e che l’approccio basato su una specie preminente non è efficace perché la Salute è Unica.

Per approfondire
Hardt M, D (2015). History of Infectious Disease Pandemics in Urban Societies, Lexinton Books
Karesh WB, Dobson A, Lloyd-Smith JO, et al (2012). ‘Ecology of zoonoses: natural and unnatural histories’. Lancet, 380(9857):1936–1945. doi:10.1016/S0140-6736(12)61678-X
World Health Organisation (2014). A brief guide to emerging infectious diseases and zoonoses.

Un destino comune: diritti dell’uomo e diritti della Terra.

Contributo di Silvia Bagni

Sono una giurista, e sono convinta che il ruolo della nostra categoria, in questo momento di emergenza sanitaria globale, si debba limitare a sostenere lo sforzo collettivo verso l’obiettivo di limitare la diffusione del virus. Intendiamoci, tutti dobbiamo essere costantemente vigili rispetto all’uso legittimo da parte del “Sovrano” dei poteri che gli sono stati attribuiti in Costituzione, ma nel caso attuale non sembra vi siano rischi per la democrazia del Paese.

Raffinati giuristi si sono già espressi a riguardo, come Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale, in un articolo su Repubblica

Per il resto, ci sarà tutto il tempo, una volta che l’epidemia sarà stata contenuta e l’emergenza passata, per raffinate disquisizioni sul rispetto delle competenze normative, sull’uso eccessivo dei poteri di emergenza, sull’irragionevolezza di certe disposizioni, sulle norme intruse nei decreti, ecc.

Vorrei invece portare l’attenzione sulla consapevolezza che questa nuova esperienza traumatica dovrebbe portarci ad acquisire, di essere parte di una comunità di destino, che non soltanto include tutti gli esseri umani, ma anche il resto dei viventi, nelle loro relazioni reciproche e con le componenti abiotiche del loro habitat naturale.

Sono infatti numerosissimi gli studi scientifici che dimostrano come le zoonosi, ossia il passaggio di parassiti da specie animali all’uomo, con il conseguente prodursi di ricorrenti epidemie, come quella del coronavirus, siano strettamente legate ai cambiamenti ambientali che l’uomo ha impresso all’ecosistema Terra, in particolare nell’era oggi definita Antropocene, come ricordato da Michele Carducci in Il corpo “malato” del Sovrano.

Come già avvenuto dopo il trauma della seconda guerra mondiale e dello sterminio nazista, che produsse come reazione la Dichiarazione universale dei diritti umani, le molteplici crisi che stiamo vivendo potrebbero essere l’occasione per l’adozione di una nuova Dichiarazione universale, questa volta dei diritti della Madre Terra, come auspicato da tempo da molteplici voci di esponenti politici, scienziati e attivisti in tutto il mondo, e basti ricordare il discorso di Evo Morales alle Nazioni Unite del 22 aprile 2009.

Altre recenti tendenze del diritto in materia ambientale e climatica, finora studiate da una piccola avanguardia di giuristi, che lavorano a stretto contatto con ecologi, sociologi, antropologi ed economisti dell’ambiente, potrebbero finalmente fomentare un dibattito giuridico serio e più ampio sui principi su cui si fonda il diritto ambientale attuale e sulla necessità di suoi sviluppi futuri.

Mi riferisco, oltre al movimento per i diritti della natura, che trova riconoscimento istituzionale nel programma delle Nazioni Unite Harmony with Nature, agli approcci ecosistemici che stanno alla base di recenti sentenze (caso Urgenda,) e di casi giudiziari pendenti (negli Stati Uniti, il più celebre è il caso Juliana; una mappa completa è nell’Enviroment Justice Atlas) sul riconoscimento di un diritto a un clima liveable, altrimenti detto alla stabilità climatica, che consenta la sopravvivenza delle attuali specie sul pianeta, oppure all’applicazione del principio in dubio pro natura quale criterio interpretativo (come previsto dall’art. 395.4 della Costituzione ecuadoriana) o nella ponderazione tra diritti costituzionali (Conseil constitutionnel, Décision n° 2019-823 QPC du 31 janvier 2020).   

ParliamoneOra. Un cortile nel quale scendere

(di Giuseppina Muzzarelli)

Intendo ParliamoneOra come un cortile nel quale scendere (indubbiamente mi condiziona la formula d’altri tempi: scendo in cortile a giocare, a vedere gli amici, per stare con altri, esperienza lontana chi per fare tutto ciò accende un computer) o comunque andare per informarsi, per parlare con persone che qualcosa sanno, che hanno studiato per capire come si fa a informare correttamente.

Lo intendo come un luogo confidenziale, non supponente di integrazione del sapere e confronto offerto da umani  che ti dicono chi sono, come si sono fatti le loro idee e quali percorsi hanno seguito. Perché la conoscenza è un cammino, anche faticoso, non breve e chi l’ha fatto può aiutare gli  altri a evitare scorciatoie insidiose, a scegliere la via più sperimenta o  come fare per sperimentarne, ma non avventuristicamente, di nuove.

In questo cortile vorrei portare le mei conoscenze di medievista.  O meglio mi basterebbe al momento mettere in discussione e possibilmente mandare in soffitta la formula “cose da medioevo”.

Come farlo? Intanto liquidando  augurabilmente per sempre l’idea che ci siano epoche di luce ed epoche di buio e  non importa che mi metta ad elencare le ragioni per le quali il XX secolo si segnala per oscurità. Poi rendendo disponibili esempi concreti di avvedutezza, lungimiranze, originalità e coraggio offerti da uomini e donne del Medioevo, tanto da singoli come da gruppi o da istituzioni. Ve ne potrò indicare a dozzine, il che ovviamente non significa che si possano ignorare le donne, ma anche gli uomini, bruciati vivi o gli arti mozzati come punizione.

Diciamo che il medioevo è matriciale rispetto a modi di pensare e di essere della nostra società, che è stato un grande inventore e che a quell’epoca dobbiamo molto di quello che oggi siamo e usiamo, dalla assicurazione agli occhiali, dai bottoni alla banca.  Imparare a non liquidare con un giudizio sommario intere epoche storiche  non è un risultato da poco e forse dallo sforzo di superare il comodo quanto falso dualismo oscurità-luce può derivare il gusto per la vera conoscenza, anche solo porzioni, scaglie, frustoli  di conoscenza di vicende medievali dalle quali, a ben vedere, ci può essere qualcosa da imparare.

Noi storici ci prendiamo il compito di trovare i documenti, leggerli, confrontarli. Noi dobbiamo e vogliamo frequentare gli archivi  prima che qualcuno abbia la fulgida idea di depositare, se va bene, le carte ivi contenute in containers appropriandosi di spazi, spesso centrali e bellissimi, che i nostri antenati avevano dedicato alla conservazione della memoria. Noi dobbiamo studiare e siamo tenuti a restituire.

Chi vuole sapere scenda in cortile e certe volte sarà piacevole anche se non si tratta di un gioco. Però basta con la formula “cose da medioevo” , il medioevo è una cosa seria e farlo conoscere, anche nella sua complessità e nelle sue contraddizioni, è un nostro compito e, se permettete, un nostro doveroso omaggio  alla verità. Parliamone ora.