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Il tempo accelerato della storia e quello lento dell’Europa

Contributo di Fulvio Cammarano

Ci troviamo in uno di quei momenti in cui il tempo – che oggi, all’interno delle case, ci appare immobile – sta accelerando al punto che a breve faremo fatica a riconoscere il paesaggio sociale e politico di pochi mesi fa. La storia conosce repentine accelerazioni che per lo più ci piombano addosso all’improvviso. Rivoluzione americana e francese, Prima guerra mondiale, Rivoluzione russa, solo per fare qualche esempio, sono stati i classici eventi in grado di spostare molto in avanti le lancette dell’orologio della storia. L’accelerazione però non è sempre sinonimo o premessa di rigenerazione. Perché questa ci sia serve un rivolgimento, morale e materiale, che trasformi gli effetti delle straordinarie vicende in corso in un nuovo modo di intendere e organizzare la società. La stratosferica accelerazione causata dalla Prima guerra mondiale, ad esempio, ci ha condotto, a causa della miope conduzione degli accordi di pace a Versailles, all’ecatombe della Seconda guerra mondiale. L’attuale disastro sanitario ed economico provocato dalla pandemia sembra preludere a un diverso criterio di “produzione” del sociale, non solo in termini di merci. Il day after si presenterà come un’insieme di nuovi modi di pensare, organizzare, consumare che solo in parte saranno stemperati dall’arrivo della vaccinazione di massa. Un fenomeno mondiale di questa portata, di cui ogni individuo sulla faccia della terra potrà parlare in prima persona per il resto della sua vita, comporterà, al di là dei lutti e dei danni economici, un’accelerazione negli immaginari e nei comportamenti di tutti. L’angoscia non sarà più solo un sentimento privato, esistenziale, ma la consapevolezza pubblica che l’imponderabile rappresenta un rischio calcolato di un sistema capitalistico, come si sarebbe detto un tempo, che può inviare una sonda su Marte per trapanarne il suolo, ma non sa evitare la morte di migliaia di persone prive di dispositivi sanitari a basso impatto tecnologico, dalle mascherine, alle bombole d’ossigeno e ai ventilatori. Se il tempo storico ne uscirà certamente accelerato, il problema è capire in che modo le istituzioni sapranno cogliere la profondità dei cambiamenti in atto. Un esempio per noi significativo è quello dell’Unione Europea. Siamo tutti consapevoli di essere immersi nell’unica logica che ha ormai senso, quella planetaria a cui è sempre più spesso indispensabile rifarsi per affrontare questioni ormai prive di quell’involucro protettivo che solo 50 anni fa si chiamava distanza spaziale. La distanza, oggi come allora, sembra essere la soluzione: peccato che ormai, sociale o spaziale che sia, sembra difficilmente praticabile. Clima, epidemie, migrazioni, ecologia, informazione sono solo alcuni dei problemi su cui sarebbe divertente, se non fosse tragico, intervenire come italiani, tedeschi o finlandesi, a fronte del moltiplicarsi della presenza e del peso di potenze mondiali o regionali. L’idea di Europa nel secondo dopoguerra era nata dalla prospettiva di mettere fine alle guerre, tagliando l’erba sotto i piedi dei nazionalismi ritenuti colpevoli del disastro, e con l’obiettivo di ridurre l’alea delle catastrofi e l’insicurezza degli individui che vivevano in un continente da sempre dilaniato dai conflitti. “Europeo – ha detto un anonimo dopo il 1945 – è colui il cui Paese è stato occupato da stranieri”. Era l’unica grande utopia rimasta in vita dopo la fine della II guerra mondiale e per quanto imbrigliata all’interno del progetto funzionalista, dei piccoli passi, era sembrato per un momento, dopo l’unificazione monetaria a cavallo tra XX e XXI secolo, potesse dar vita ad una vera unificazione nella speranza che la politica avrebbe seguito l’economia. È stata un’illusione. Oggi possiamo solo constatare che in tutte le politiche mondiali c’è un deserto che si chiama Europa.  Questa “Europa dei governi” sembra così politicamente sterile che, al momento, è l’azione di un organo tecnico, la Banca Centrale Europea, ad essersi sobbarcato il compito di salvare la vita e della dignità di milioni di europei.

il tempo accelerato della storia  e quello lento dell'Europa nel non creare comunità

Però, per non crogiolarsi nel vittimismo, dobbiamo pensare che tutto ciò che sta accadendo – a cominciare dai tempi lunghi di applicazione di politiche economiche incerte – non sia una questione di volontà o di insensibilità, di tedeschi, olandesi e via “nordificando”. La triste verità, al netto delle giuste considerazioni di Pietro Manzini su “ParliamoneOra” del 14 aprile, è che per agire come noi stiamo chiedendo, cioè con spirito di solidarietà, spalmando tra tutti i membri dell’Ue il costo del disastro economico, bisognerebbe far parte di una comunità che al momento semplicemente non esiste. Siamo un’unione, non una comunità. Siamo condòmini all’interno dello stesso stabile, non una collettività o una famiglia. Se chi abita sotto il nostro appartamento chiede, per far fronte ad una situazione difficile, un sostegno all’amministratore, noi daremo l’assenso solo in cambio di garanzie di restituzione, se invece quelle persone fossero una parte della “nostra” comunità, il problema non si porrebbe neppure. Allora, invece di prendercela con olandesi o tedeschi, rinfocolando i soliti reciproci stereotipi nazionalisti, perché non ci interroghiamo su cosa abbiamo fatto per far nascere quella comunità, vale a dire gli Stati Uniti d’Europa? Con chi ce la dobbiamo prendere se l’Europa al momento è solo un’unione, soprattutto economica, tra governi nazionali e come tale soggetta alle leggi e alle gerarchie di valori dettate dal mercato a cui gli “altri” si appellano legittimamente? Come mai, dopo molti anni, nonostante la presenza di tutti gli organi che prefigurano l’esistenza di una nazione (Parlamento, Esecutivo, Tribunale), dipendiamo ancora dalle volontà dei governi nazionali che, in quanto tali, non possono che favorire interessi nazionali? Perché non siamo riusciti a trasformare il rospo intergovernativo nel principe azzurro nazione federale? Cosa ha fatto l’Italia, negli ultimi anni, per dare una spinta in questa direzione? Perché nel Parlamento europeo, accanto agli avatar delle famiglie politiche europee, non esiste una famiglia di “federalisti unitari”? E perché Altiero Spinelli continua in modo forse un po’ ipocrita ad essere ricordato nelle parate e nelle celebrazioni, se la sua idea è morta? E se non è morta, perché ce ne allontaniamo sempre di più?   Il timore è che il virus per quanto potente non riuscirà a scalfire la corazza dell’Europa dei governi. La pandemia da un lato ha messo in evidenza come effettivamente siamo un ‘one world’ dato che la diffusione del morbo non si fa ostacolare dai confini geografici o dalle differenze di razza, etnia, classe e genere. Dall’altro, ha mostrato l’importanza della nazione, l’unica scialuppa di salvataggio che, in un modo o nell’altro, ha cercato, nel nostro momento più buio dal 1945 ad oggi, di fare il suo dovere, quello di disciplinare e rincuorarci. La nazione – strepitosa e rivoluzionaria invenzione che nel bene e nel male da più di due secoli costituisce l’orizzonte del progetto politico occidentale – è un prodotto storico, non un dettato divino, da cui sarebbe necessario partire per costruire, anche in mare aperto e agitato, una scialuppa più adeguata ai tempi, una nuova comunità di destini con cui continuare a navigare nel gurgite vasto della contemporaneità.

Solidarietà in azione per il domani

Contributo di Silvia Nicodemo

“Osservo”, attraverso uno schermo nero e chat, i nostri studenti. Ho un corso di Istituzioni di diritto pubblico, per studenti di primo anno.

Hanno voglia di mettersi in gioco. Ho fatto lezione da remoto subito dopo la prima settimana di sospensione.  Ho cercato di stimolarli, incuriosirli. Ho proposto tesine scritte, approfondimenti. Molti hanno reagito attivamente. Ho sperimentato una esercitazione scritta (a partecipazione facoltativa). All’esercitazione ho attribuito un punteggio. Ho detto che avrei valutato che peso dare al risultato, in base alla loro serietà nello svolgimento. Ho precisato che c’era poi possibilità di ridiscuterla oralmente, o con approfondimenti scritti e che mi riservavo di verificare le loro conoscenze con colloqui orali. 

La partecipazione alla esercitazione è stata importante. Ho corretto 113 testi. Molti l’hanno fatto per sondare la loro preparazione, altri con maggior convinzione. I quesiti (6 domande aperte) erano particolarmente difficili, perché richiedevo ricerche pratiche (anche utilizzando il web, non potendo impedirglielo!) e riflessioni basate sulle loro conoscenze teoriche. Il risultato è stato: punteggi congrui e testi originali e non copiati. Li ho corretti: dando indicazioni su come migliorarsi e stanno lavorando, approfondendo. Si mettono in gioco.

Ecco, loro sono il presente ed il futuro.

Non credo che si possano rinviare alla fine dell’emergenza progetti per stimolare la crescita. Credo che fin da oggi si deve agire per riprogettare il futuro, su valori che, spesso, abbiamo messo da parte.

È emersa, con forza prorompente, l’esistenza di un “bene di interesse comune” a tutela prioritaria: la salute pubblica. Risolvere la pandemia è prioritario, ma è necessario progettare interventi che vadano oltre l’emergenza: non solo imprescindibili investimenti in sanità, ma anche un intervento globale sull‘ambiente ed infrastrutture, limitando al massimo i fattori lesivi della salute umana. Ripensiamo alle grandi opere, alle infrastrutture: ci vuole il coraggio di abbandonare progetti obsoleti, antichi che non tengono conto dell’impatto sull’ambiente, sulla salute, progetti che procedono il loro iter su VIA superficiali, senza VIS e senza VAS.

La cultura come bene di interesse comune ha indotto ad offrire prodotti on line, a trovare una continuità nel servizio di istruzione.  È stato scelto di terminare l’anno scolastico, mediante apprendimento a distanza.

Si potevano fare altre scelte. Fermarsi, fare ripetere l’anno a tutti e posticipare il momento di accesso alla scuola primaria, inserendo un ultimo anno di scuola dell’infanzia obbligatorio e di passaggio. Forse soluzione poco praticabile, non fosse altro per la mancanza di licenziati e diplomati per l’accesso al lavoro ed alla formazione superiore. Si poteva pensare di riprendere la scuola in aula appena possibile e proseguire fino a fine luglio. Ciò avrebbe forse, favorito anche le famiglie e coloro che dovranno fare innumerevoli sforzi per riprendersi; ci avrebbe allineato al tempo scuola in Europa. Anche questa soluzione, forse in Italia è politicamente poco condivisa. Si poteva pensare di fermarsi al programma del primo quadrimestre e modificare i contenuti dei programmi scolastici. Proporre, contestualmente, attività intese ad acquisire competenze.

Si è scelto di proseguire. Si sono “rimboccati” tutti le maniche, prima i dirigenti e gli insegnanti, poi i ragazzi e le famiglie.

Ci si è scontrati con la realtà.

Sono tutti sotto pressione. Si assiste alla corsa all’informatizzazione. I mezzi non sono adeguati, manca la formazione, soprattutto nell’apprendimento a distanza. Progressivamente viene a mancare il significato della comunità scolastica, seppure già ci siano alcune iniziative intese a ricostruire la comunità.

La scuola, tuttavia, oggi è sempre più esclusiva, a vantaggio di chi ha possibilità economiche; esclude i ragazzi che vivono in famiglie che ora devono pensare a sopravvivere: ed in Italia sono tante, non solo nel sud. L’insegnamento scolastico contraddice le politiche di inclusione, comunque già deboli in ogni settore (disabili, stranieri, ma anche ragazzi con capacità superiori). È insufficiente perché non può, oggettivamente, trasmettere le conosce adeguate. Espone all’ignoranza. Il diritto all’istruzione ed allo studio, nella nostra carta costituzionale, deve essere non solo formale, ma sostanziale.

Sono già stati disposti investimenti per acquisto di mezzi. Manca qualcosa però: in assenza di una formazione di base, potrebbe pensarsi alla figura dell’educatore in generale ed oggi, in particolare, di educatori digitali scuola, per gli alunni ma anche per gli insegnanti che ne avvertano la necessità. Altresì, potrebbe essere l’occasione per l’introduzione di figure quali i pedagogisti, che medino tra scuola e famiglia. Fin da oggi, diventa necessario ripensare ad una scuola della inclusione e della partecipazione.

In questo momento di attesa, si deve, altresì, pensare a promuovere lo sviluppo economico perché non muoiano le PMI.  Nella carta costituzionale è stato introdotto il principio di sussidiarietà orizzontale, il codice degli appalti ha dedicato un titolo alla Public-Private Partnership, ma le collaborazioni, spesso sono rallentante. L’amministrazione è scettica, il privato teme, difficili sono i finanziamenti e l’accollo del rischio.

Su tutto questo, aleggiano – dall’alto – i vincoli di bilancio. La situazione di emergenza sanitaria potrà legittimare scostamenti dal raggiungimento dell’OMT (art. 6 l. n. 243/12), ma è necessario fin da ora trovare le modalità per ritornare verso una politica finanziaria sana e sostenibile. Questo non tanto per il timore della “tirata d’orecchi” dell’Europa, né per litigi, legati a manovrine al limite. Questo in ragione di quanto scrive la corte costituzionale: l’equilibrio di bilancio è un bene (di interesse) comune, per oggi e per generazioni future, nell’ottica di un impegno solidaristico concreto.

Come (e se) ci cambierà il virus….riflessioni di un giurista

Contributo di Antonello De Oto

Ritrovarsi di colpo solo, in un’aula vuota con dei guanti, una mascherina al collo e un paio di cuffie microfonate a parlare ad uno schermo…dall’altra parte mentre la voce corre sul filo dei byte… i tuoi studenti smaterializzati da un virus da un giorno all’altro, ma pronti a dialogare, ad apprendere, a desiderare conoscenza giuridica magari mentre mangiano una merendina davanti al monitor…

E’ il sapere e la diffusione della conoscenza nell’era del Covid-19. Così si fa lezione oggi in tutta Italia e in quellAlma Mater che non si ferma e che ha sempre accolto da tutto il mondo, sin dai primordi, come testimoniano gli scudetti equestri affissi nell’atrio del Palazzo dell’Archiginnasio, studenti che a cavallo venivano da ogni dove…e Maestri come IrnerioLucerna iuris” e Graziano che operavano in quella Bononia e in quel mondo che per lungo tempo si voleva, secondo la teoria astronomica di Tolomeo,  immobile e anche parzialmente abitato.

Ci si è lamentati spesso in passato dei danni collaterali della tecnologia. Quella techne che ci rubava posti di lavoro, che toglieva spazio all’uomo per inserire macchine, processi…determinando senza neanche troppo rendersene conto una progressiva perdita di centralità dell’essere vivente, dei suoi tempi di reazione e dei suoi lenti riti quotidiani. Che costituivano, per inciso, in un tempo spesso mediocre anche speranza, capacità di aspettare, percorsi di desiderio.

La Rete connettendo in pochi istanti tutto il mondo, oggi quasi del tutto abitato, aveva annullato il valore della pazienza, i tempi di risposta, il senso della fatica.

E oggi? Cosa ne è e ne sarà del nostro mondo e dei nostri riti quotidiani? Cosa ne sarà di quella velocità che non faceva bastare le giornate. Oggi ai tempi del Coronavirus distanti un metro e per fortuna interconnessi (come cambiano rapidamente giudizi e scenari) i soldi sembrano valere meno, i paradigmi si ridisegnano velocemente e anche le antiche professioni liberali ritrovano funzione e spazi di interconnessione e aiuto in un guado difficile dove imprenditori e cittadini abbisognano più di ieri di una difesa agile e interattiva, anche nei confronti di un male che tutto vorrebbe travolgere. Salvare i sacrifici di una vita, posti di lavoro, contenere i danni, questo è oggi il tema. E allora strumenti come una consulenza legale fornita in conference call o il processo telematico stesso, appaiono non più orpelli di una modernità giuridica ostentata ma scialuppe di salvataggio in un mare in tempesta.

La tecnologia per molti fino a ieri nemica è divenuta salvezza e garanzia di comunicazione. Poter ordinare una spesa on-line o seguire nel chiuso delle proprie case una messa in streaming o rivedere un vecchio film dal sito della RAI…capacità, possibilità che ci sembrano oggi molto meno superflue e scontate. In molti casi l’unica reale possibilità di approvvigionarsi e di trascorrere un tempo interminabile. Diritti pubblici soggettivi incomprimibili e indisponibili come la libertà religiosa, ad esempio, che grazie alla tecnologia trovano uno sfogo e mantengono spazi di libertà continuando a soddisfare il diritto di essere se stessi.

Anche Istituzioni che molti – non certo il sottoscritto – ritenevano pletoriche e inconferenti in uno Stato democratico, come le nostre Forze Armate, oggi ci appaiono vitali per proteggere la nostra comunità persino (a volte) da se stessa, fornendo con rapidità servizi e infrastrutture che non eravamo in un tempo ordinario stati capaci di difendere e pensare. Quell’Esercito che oggi costruisce ventilatori polmonari, quell’Universitas che ricerca e non molla, portando avanti i giovani e futuri quadri dirigenti del Paese, anche in un tempo difficile. E non breve. Un tempo che risuscita e rifugge al contempo vecchie paure, che rivivifica un nemico antico, quel morbo descritto in passato da Sofocle nel prologo di Edipo Re e nella Bibbia e chiamato peste (Yersinia pestis) divenuto in seguito un vero e proprio topos letterario. Oggi l’antico nemico è tornato. Con altri vestiti e un cuore vecchio. Forse a ricordarci, sotterraneamente, il valore della solidarietà, lo stare uniti nelle difficoltà e quel restare umani, che molti di noi avevano per un attimo accantonato, in favore degli egoismi di parte.

Il mondo visto da un punto fisso, ovvero dell’assenza di cambiamento

Contributo di Paolo Leonardi

In Smoke, film di Wayne Wand e Paul Auster, ripreso da ‘Il racconto di Natale di Auggie Wren’ testo di Auster stesso, Harvey Keitel, nella parte del tabaccaio newyorkese Auggie Wren, ogni giorno scatta una foto dalla porta del proprio negozio che è a un incrocio di strade. 

Lo stesso mondo seguito momento per momento, come la gente cambia aspetto, a cominciare dai diversi vestiti a secondo della stagione, dell’ora del giorno – ragazzi che vanno a scuola, donne che fanno la spesa, vecchi che vanno al caffè –, del tempo atmosferico e della moda dell’anno, come cambia il traffico fra i giorni feriali e quelli festivi, come mutano d’aspetto, molto più raramente negozi, infrastrutture cittadine. 

Un’idea e un metodo per immergersi completamente in un luogo.  Un’idea ripresa da Massimo Gardone anni fa fotografando il mare a Trieste dallo stesso punto un numero indefinito di volte e mostrando poi molti scatti uno accanto all’altro.

il mondo visto da un punto fisso
Massimo Gardone – Piccoli mari tascabili (estratti). Progetto fotografico, Trieste [16]

Ora, tutti o quasi dovremmo vivere in un punto, in molti lo facciamo davvero. 
Il suggerimento di Auster/Wren/Keitel e di Gardone è di imparare a vedere quel punto e come cambia. 
La nostra condizione al tempo del coronavirus è differente, perché passano pochissime persone, pochi mezzi, nessuno rinnova il proprio negozio o la propria casa, il negozio di fronte, anzi, è chiuso. 

C’è quindi un elemento astratto e surreale che rende il guardare uno specchio di chi guarda – il proprio umore aggiunge o toglie, si incuriosisce, fantastica, trova l’immagine troppo uguale per motivarlo a guardare – come trova difficile in questi giorni leggere il giornale sul serio per le notizie troppo uniformi. 

Si dà un’occhiata alle predizioni – quanto durerà? siamo al picco? quanto dista il picco? – e alle proibizioni – mascherine, guanti monouso, starnutire nello snodo del gomito (il che ricorda un gestaccio italiano), toccarsi solo con i piedi, e soprattutto non uscire quasi mai. 

Per gli accademici è un momento per studiare, scrivere, mettersi alla prova, andare in onda senza vedere chi ascolta.  Nello stesso tempo alcuni di noi sono impegnati nella grande corsa per trovare una soluzione – una terapia, un vaccino.  Un’attesa che segue con convinzione anche chi non è impegnato in essa e addirittura chi teme i vaccini e la medicina occidentale. 

Per ora è una gara in condizioni di inferiorità.  Conviene stare acquattati, come facevano gli italiani – scrive Mario Tobino  ne Il deserto di Libia – quando nella seconda guerra mondiale in Libia, con fucili che si inceppavano, affrontavano gli inglesi che avevano le mitragliatrici.  Se arrivavano quelli dell’Ariete, che erano ben armati, o i tedeschi, anch’essi ben armati, era tutt’altra storia.  Una battaglia alla pari o in condizioni di superiorità. 

La maggior parte di noi in effetti sta in attesa, acquattata, e l’attesa muta in un viaggio dentro noi stessi, che ci richiede controllo, fermezza, e di limitarci a una misurata paura.