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Europa da buttare?

Europa da Buttare? parliamone senza Fake News (di Giuliana Laschi, Michele Chiaruzzi, Dario Braga)

Lunedì 29 presso la Sala Biagi del Quartiere Santo Stefano si è tenuto il primo incontro di ParliamoneOra intitolato “Europa da buttare? Parliamone senza Fake News” con il contributo di Michele Chiaruzzi, Giuliana Laschi, Dario Braga come promotore di ParliamoneOra.
L’incontro, molto partecipato, è stato preceduto dai saluti istituzionali di Marco Lombardo, Assessore alle Politiche Europee del Comune di Bologna, che come profondo conoscitore dell’Europa ha subito indicato alcune confusioni gravi che vengono fatte sull’Unione europea, in particolare sulla distribuzione dei poteri, le responsabilità istituzionali, i livelli intergovernativo e sovranazionale.

In apertura vi è stato un contributo del Presidente Romano Prodi, che ha toccato molti punti, sulla base anche delle sue esperienze politiche come presidente della Commissione europea precisando che la principale fake news sull’Ue è proprio quella che le addossa le responsabilità che invece sono di pertinenza degli stati nazionali e quindi anche la difficile situazione economica e sociale. Prodi ha rivendicato la bontà di scelte fondamentali quali l’euro e il grande allargamento, mettendo l’accento sulla discutibile gestione successiva, in particolare da parte degli stati.

Michele Chiaruzzi ha affermato che la principale fake news è che l’Unione europea non ha dimensione politica. Da ciò partendo ha poi contrapposto tre coppie dicotomiche «fake news-realtà empirica», discusse nel corso della serata. Ha tenuto a sottolineare che la ridefinizione dei confini nazionali  europei, oggi «aperti»; il concetto di libertà al centro del mercato unico, ossia le c.d. 4 libertà; l’impatto sull’organizzazione politica dei territori nazionali (cfr. Brexit e problema d’Irlanda e Gibilterra); sono alcuni esempi della centralità della politica nella costruzione europea. Ha inoltre affermato che, nella storia mondiale, nessuna organizzazione internazionale ha mai raggiunto un livello di elaborazione liberale e profondità sociale pari a quello dell’Unione europea; ad esempio, permettendo alle persone di appellarsi alla Corte di Giustizia superando in sede di giudizio legale le barriere nazionali, ossia la soverchia forza degli apparati di governo e dei coerenti organi nazionali. Ha considerato, inoltre, che tutte le insufficienze europee vanno comprese in termini comparati, ossia capendo che l’Unione europea presenta un quadro politico inedito per cui la disuguaglianza di capacità fra gli Stati europei è, per la prima volta nella storia, vincolata da un tessuto istituzionale che la armonizza e circoscrive sensibilmente, limitando pacificamente la politica di potenza come mai era accaduto prima d’ora. D’altra parte, questa impresa pacifica mai prima realizzata è appunto sottoposta a tensioni, crisi ed errori, poiché altamente complessa e inedita.

Giuliana Laschi ha affermato che la principale fake news è che l’Unione europea è una signora sessantenne che si aggira a Bruxelles imponendo regole assurde agli europei. Ha tenuto invece a sottolineare quanto sia fondamentale l’apporto dei governi degli stati membri, riuniti nel Consiglio europeo, nel determinare e scegliere le politiche europee comuni. Il punto centrale del suo intervento: la mancanza di informazione adeguata e la cattiva informazione impediscono sia che il processo di integrazione possa rimanere un processo politico, sia una piena e cosciente cittadinanza europea, perché non può esserci cittadinanza laddove non si sa di possederla. Le responsabilità stanno nell’uso strumentale fatto dai governi dell’Ue come capro espiatorio; nella scarsa qualità dell’informazione prodotta dall’insieme dei media su questo argomento che dà quindi voce alle fake news; nella risposta inadeguata da parte della Commissione europea che, davanti ad una crisi politica, economica, sociale e culturale dell’Europa, continua a presentare un’Europa “patinata” e perfetta, l’Europa del “sogno”. Tutto questo si combatte con il dibattito aperto di ParliamoneOra e con un’analisi approfondita e critica degli aspetti negativi e positivi, non tanto o non solo di questa UE, ma dell’integrazione europea.

Dopo i brevissimi interventi si è acceso un interessante dibattito con il pubblico. Le domande sono state molte e interessanti, complesse, alle quali i relatori (ai quali si è aggiunto Piero Ignazi) hanno tentato di rispondere anche con visioni e impostazioni diverse. Dario Braga, nel concludere, ha ricordato il ruolo svolto dall’Europa nello stimolare la ricerca scientifica sia attraverso i finanziamenti europei, ai quali i ricercatori italiani attingono ampiamente (anche se spesso per poi condurre ricerche in altri paesi per le carenze del nostro sistema di supporto alla ricerca), sia attraverso la mobilità di studenti e ricercatori e il sostegno a reti di ricercatori e di aziende. Anche i questo settore spesso vengono attribuite all’Europa responsabilità che sono principalmente del paese che non fornisce – fatte le debite eccezioni – supporto strategico ai ricercatori e alla innovazione scientifica. Dario Braga ha concluso ringraziando tutti i relatori e i numerosi partecipanti e in particolare il contributo di Isabella Angiuli alla organizzazione dell’incontro.

Parliamo di Europa

(di Giuliana Laschi)

Incontri pubblici a Forlì in occasione della Festa dell’Europa

Mercoledì 8 maggio ore 18, Salone Comunale di Forlì

EUROPA E … MIGRAZIONI
Nuove paure tra inclusione e vecchi muri
Tavola rotonda con:
prof.ssa Giuliana Laschi, docente di storia contemporanea e dell’integrazione europea (UNIBO) e presidente del Comitato scientifico del Punto Europa di Forlì,
don Franco Appi, direttore del Centro diocesano per la Pastorale Sociale e del Lavoro – direttore del settimanale diocesano ‘ il momento’
Modera e intervista:
Gaetano Foggetti, caporedattore Corriere di Romagna – Forlì

Incontro in occasione della festa dell’Europa, dei 30 anni della caduta del muro di Berlino e dei 20 anni del Punto Europa di Forlì, aperto a tutti i cittadini.

In collaborazione con Migrantes,  Forlì Città Aperta e Associazione Nuova Civiltà delle Macchine

Dopo le relazioni dei relatori sarà possibile porre domande e fare interventi da parte del pubblico. Per informazioni: info@nuovaciviltadellemacchine.it o telefonare al: 3356372677

Giovedì 9 maggio, TEACHING HUB Campus di Forlì, viale Corridoni 20 – Forlì, ore 9.30 – 13.00, Aula 15

CERIMONIA INAUGURAZIONE FESTA DELL’EUROPA 2019 
con saluti delle autorità 

Convegno: GLI ULTIMI VENT’ANNI DI EUROPA

VENT’ANNI DI CAMBIAMENTI IN ITALIA E IN EUROPA – Umberto Morelli Università di Torino 
L’EUROSCETTICISMO – Luca Verzichelli Università di Siena
GLI ITALIANI, L’EUROPA E LA CRISI – Fabio Serricchio Università del Molise 
LA COSTRUZIONE DEL CONFINE ESTERNO: UNIONE EUROPEA E FLUSSI MIGRATORI – Stefania Panebianco Università di Catania 
L’EURO E LA CRISI ECONOMICA – Riccardo Rovelli Università di Bologna 

SALONE COMUNALE Piazza Saffi 8 – Forlì, ore 15 – 17,30
Tavola Rotonda 
20 ANNI DI PUNTO EUROPA A FORLÌ 

Il Comitato scientifico del Punto Europa incontra i cittadini 
partecipano:
Giuliana Laschi, Sonia Lucarelli, Paolo Zurla, Mauro Maggiorani, Marco Balboni e i formatori del Punto Europa. 

Giorgia Pavani Università di Bologna 
presenta il progetto Jean Monnet 
“New Policies and Practices for European Sharing Cities” 
Coordina: Guido Gambetta Università di Bologn

Per maggiori informazioni: http://www.puntoeuropa.eu/Attivita/Evento.aspx?EventoID=2212


Chiamare le cose con il loro nome

(di Lea Querzola)

I fatti di cronaca lasciano il tempo che trovano, ma possono essere l’occasione di uno spunto per ragionare a un livello più alto delle notizie che riportano.

Il mondo sta già iniziando a dimenticare le oltre trecento vittime, fra cui molti bambini, dello Sri Lanka. Alcune di queste persone – paradosso dei paradossi –  hanno perso la vita mentre stavano celebrando proprio la vita che non muore: cristiani, erano alla Messa che festeggia la Pasqua (che è il giorno in cui gli appartenenti a questa religione fanno memoria di Gesù, morto e risorto).

Un paio di persone molto note hanno pensato di twittare un messaggio di cordoglio, in segno di vicinanza a queste vittime e alle loro famiglie. I tweet privilegiano la sintesi, com’è noto; ma stranamente queste persone hanno usato tre parole al posto di una: “adoratori della Pasqua” anziché “cristiani”.

Soffermarsi sulle ragioni di questa scelta non vale la pena. È bene che lo facciano gli addetti alla comunicazione di certa politica, che persevera nel non comprendere che il consenso passa per la comunicazione, passa per il messaggio; e che toccare certe sensibilità, che sono inconsciamente vive in una popolazione in un dato momento storico, anche se superficialmente pare il contrario, è errore che si paga. Il c.d. “politicamente corretto” (corretto poi da che punto di vista?!) sta avvelenando i suoi stessi creatori; anche questo è un elemento su cui varrebbe la pena che chi deve facesse una riflessione.

A noi qui interessa sottolineare, da scienziati quali ci piacerebbe essere, un’altra idea: e cioè che le cose hanno un nome, un nome che normalmente parla di sostanza e non di accidente (per dirla filosoficamente), e che le cose vanno chiamate col loro nome. Chiamare le cose con un nome diverso dal loro, significa non dire la verità; cioè mentire. Il livello di gravità della menzogna varia a seconda della materia di cui si parla, certo; ma le cose vanno chiamate col loro nome. Perché non è solo con la bocca che si parla o si tace di qualcosa, ma anche con l’anima. Quando le cose di cui si parla sono persone, questa esigenza diventa ancora più forte. E quando alcune persone sono morte perché cristiane (nel senso che se quel giorno fossero state da un’altra parte anziché in una chiesa, avrebbero probabilmente avuto altra sorte), non chiamarle col loro nome è ucciderle due volte.

Lavarsi le mani (ovvero il 5 maggio)

(di Vittorio Sambri)

Il 5 Maggio: da Napoleone alle nostre MANI.

Si, credo che la prima idea che questa data ci riporta alla mente sia  la poesia del Manzoni scritta per la morte di Napoleone nel 1821… e da allora ne son passati di anni! E, almeno per me, anche da quando a scuola ce l’hanno fatta studiare.

Ma oggi il 5 maggio ha anche (mai dimenticare la Storia…è da li che siamo partiti ed è quello che ciascuno di noi, nel suo piccolo, può scrivere tutti  i giorni)  un altro significato, completamente differente.

Il 5 maggio è la “giornata Mondiale dell’IGIENE delle MANI”…Ma davvero è necessario intitolare una giornata ad un fatto semplice, di uso quotidiano e comune  e, se vogliamo, quindi anche un po’ banale? Perché? Perché l’Organizzazione Mondiale della Sanità investe risorse ed energie per fare pubblicità ad un’azione  tanto “normale”?

La risposta sta nel fatto che da anni  è riconosciuta a questo gesto semplice un’efficacia incredibile nel bloccare la diffusione delle infezioni.  Sono passati oltre 150 anni da quando, attorno al 1850, lo scienziato  ungherese Ignac Semmelweis sviluppò la prima idea relativa al fatto che “lavarsi le mani salva la vita” …sempre la Storia che rifà capolino.

L’efficacia del lavarsi le mani dipende ovviamente dal  fatto che quest’azione sia fatta “bene”:  basta avere acqua corrente, un po’ di sapone e frizionare le mani palmo contro palmo e…voilà i microbi che abbiamo sulle mani (tutti) sono ridotti di numero e il rischio di trasmetterli è molto, molto ridotto…servono in tutto da 40 a 60 secondi!

Ma chi deve lavarsi le mani? La risposta è TUTTI! Ovviamente in prima linea stanno quelli che lavorano negli ospedali: grandi e piccoli, moderni e più vecchi, indipendentemente dal reparto e dalle mansioni che svolgono per la cura dei malati. Il gesto “semplice e banale” del lavaggio delle mani è il più efficace strumento per impedire che le infezioni si diffondano fra i pazienti ricoverati. Difficile accettare che in Ospedale ci si possa ammalare di infezione, ma è così per molti motivi  e le infezioni causate dai germi che si diffondono in ospedale  sono oggi fra le  più difficili da guarire.  Non è facile accettare che si entri in Ospedale per essere curati e ci si ammali di infezione.

Ma anche tutti noi dobbiamo lavarci le mani, quando ci rechiamo in Ospedale a trovare un paziente per  assisterlo nelle necessità quotidiane o per fargli compagnia! Le infezioni possiamo anche portarle in Ospedale! Ma allora dobbiamo trovare un lavandino con acqua e sapone e lavarci PRIMA di entrare? Si, e se non abbiamo direttamente a disposizione acqua e sapone usiamo i dispensatori di soluzione lavamani che in tutti gli ospedali (e non  solo li, per fortuna, ce ne sono nei luoghi pubblici, negli esercizi commerciali…) sono a disposizione dei visitatori e del personale: una spruzzata sulle mani, una bella sfregata e in 60 secondi siamo puliti: per noi stessi e per i pazienti. Perché non farla diventare una BUONA abitudine quotidiana?

Basta poco e si contribuisce a risolvere uno dei problemi sanitari che maggiormente influiscono sulla qualità della  nostra Vita.

In sostanza, ripartendo da Napoleone e da Manzoni, perché non concludere che  è  più semplice “diffondere la cultura (anche del LAVARSI le MANI) e non i germi”?

L’osservatorio della divulgazione

(di Matteo Cerri)

Due sono i sentimenti che colpiscono il ricercatore che legge un articolo di divulgazione scientifica del suo settore sulla stampa generalista: la legittima soddisfazione di vedere il proprio settore di studi raccontato a tutti e la frustrazione di scoprire le inesattezze e le storture che a volte accompagnano questi articoli. Ma posticipiamo qui una premessa: in Italia esistono ottimi giornalisti scientifici. Chiunque abbia avuto a che fare con la stampa sa che i professionisti non mancano; non solo, come ovvio, all’interno di riviste specializzate nella divulgazione, ma anche sui quotidiani.

Terminata però la premessa, è chiaro che in più di un’occasione capiti di leggere cose che non stanno nè in cielo, nè in terra. Succede per lo più quando ad occuparsi di un articolo di divulgazione scientifica è un giornalista che non ha una specifica preparazione sull’argomento. Come detto prima infatti, non è la mancanza di personale qualificato a dare origine ad articoli come questo (https://www.repubblica.it/scienze/2019/04/01/news/un_nuovo_batterio_esiste_in_natura_il_suo_dna_creato_dal_computer-223059070/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P3-S1.8-T2), ma la scelta della redazione di non affidare questo tipo di articoli al personale più adatto.

Ma perché questo succede? Perché forse in fondo gli articoli scientifici non sono di grande importanza per un quotidiano, non attirano lettori dell’edizione cartacea o non generano molto traffico se pubblicati solo in digitale. Anzi, in quest’ultimo caso assistiamo spesso ad un’ulteriore degenerazione del fenomeno: il titolo ‘sparato’ per acchiappare più click possibili. Ecco allora che, guardando gli archivi dei giornali, scopriremmo, per esempio,  che il cancro è stato già curato moltissime volte. Purtroppo poi il titolo viene assegnato al pezzo dal titolista, una figura diversa dal giornalista che lo ha scritto, per cui a volte, anche in presenza di un articolo decente o buono, ci troviamo di fronte a titoli che gridano vendetta. Il motivo per cui questo accade l’abbiamo già detto: assenza di conseguenze se il pezzo contiene errori. Anzi, a volte un articolo chiaramente sbagliato, che contiene delle castronerie, genera più traffico proprio perché viene costantemente linkato da chi vuol farle notare.

Dobbiamo quindi guardarci in faccia e chiederci, come comunità scientifica, come possiamo agire per fare in modo che la qualità di un articolo divulgativo diventi importante? Vorrei proporre qui un primo approccio al problema, cercando di creare un feed-back che possa premiare gli articoli ben scritti e i giornalisti competenti e segnalare invece quelli che non lo sono. Propongo quindi la creazione di un ‘Osservatorio della divulgazione’ che fornisca recensioni sulla qualità di un pezzo, del giornalista che lo ha scritto, e del titolista che lo ha titolato. Suggerisco anche che tale osservatorio possa diventare un compito istituzionale per gli studenti, magari quelli del Collegio Superiore, che potrebbero occuparsi di formare una piccola redazione, di monitorare gli articoli divulgativi sulla stampa, di farli leggere agli specialisti presenti in ateneo, come se fosse una peer-review, e di tenere traccia degli andamenti. Ogni anno, l’Osservatorio dovrebbe poi rilasciare un comunicato con i risultati delle osservazioni, elogiando i migliori giornalisti, le migliori riviste e giornali (magari istituendo un premio per il miglior giornalista divulgatore), e i loro contraltari. Le classifiche, di qualunque tipo, ricevono sempre una certa attenzione; in questo caso è la reputazione del singolo giornalista e delle testate ad essere giudicata. Inoltre, i risultati dovrebbero essere liberamente consultabili, in modo che chi si trovasse poi a dover rilasciare un’intervista ad uno specifico giornalista o ad una specifica testata, possa regolarsi di conseguenza.

ParliamoneOra. Un movimento politico?

(di Alessandro Iannucci)

Si. ParliamoneOra è un movimento politico.

E’ un movimento perché nasce dalla presa di coscienza di un gruppo di ricercatori e docenti della necessità di muoversi in una precisa direzione. Andare oltre le aule di lezione, le conferenze e i convegni scientifici. Andare verso una società da cui sono forse rimasti troppo distanti: magari con élitaria consapevolezza di essere altro e di essere diversi rispetto  a derive di vario genere.

Un rapido elenco? Eccolo: il sovranismo – termine che dovrebbe far pensare agli stati assoluti prima della rivoluzione francese, e quindi suscitare il senso del ridicolo, se non della repulsione; la sfiducia nella scienza e nelle sue conquiste tutto sommato recenti come i vaccini; la dissipazione del proprio privato, profilato e analizzato da entità apparentemente distanti attraverso miriadi di informazioni regalate ai social, a games, al paradiso dei balocchi di acquisti di ogni genere; l’indifferenza rispetto agli occhi del migrante che affonda e cui si porge la mano non per tirarlo sulla nave ma per chiedere un visto di ingresso che non può avere; il rifiuto di un’istituzione, l’Europa, che ha dato concreta forma a una cultura millenaria e al progetto utopico di condividere valori, stili di vita, monumenti, merci e linguaggi piuttosto che combattersi per prevalere gli uni sugli altri; e ancora l’ambiente, tra plastica e riscaldamento globale; gli usi e gli abusi degli antibiotici.

Questi i ‘temi’ che il gruppo di ParliamoneOra intende affrontare, alla luce delle proprie competenze e dei propri studi, perché prevalga rispetto alla chiacchiera, al sentito dire, all’opinione costruita sulla persuasione emotiva piuttosto che sul conoscere il valore e l’efficacia del discorso scientifico.

Un discorso che non può restare nell’ambito dei cosiddetti esperti, trincerati nel ruolo ormai non più in auge di autorevole élite.

Nell’età della fine dell’intermediazione occorre prendere la parola nella società di cui si è parte, comprenderne emozioni, paure, istanze, esigenze per costruire insieme un discorso nuovo in cui l’autorevolezza derivi dalla condivisione.

Per questo ParliamoneOra è un movimento politico.

Nel senso chiarito da tempo da Aristotele. Non si tratta di adesione a questa o quella compagine elettorale, di oggi o di ieri, e nemmeno di domani. Ci mancherebbe. L’uomo, ha spiegato Aristotele è zoon politikon, cioè tra gli esseri viventi – o gli animali – l’unico che si contraddistingue per essere «per natura» portato a un vivere in comunità (koinonia) che si sostanzia nella costruzione di una polis, di una società organizzata intorno all’idea di condivisione (politeia). Anche gli animali costruiscono società e comunicano, certo.

Ma l’uomo, spiega Aristotele, ha qualcosa di più – e noi possiamo forse aggiungere ha qualcosa di ‘diverso’.

La parola, il logos : «solo l’uomo, tra gli esseri viventi, ha la parola. La  voce (phoné) è segno del dolore e del piacere, per questo è propria anche degli altri esseri viventi, perché la loro natura arriva fino a questo,  avere la percezione del dolore e del piacere e comunicarla l’uno all’altro; la parola invece serve a mostrare quanto è utile e quanto è dannoso, come anche il giusto e l’ingiusto. […] La condivisione di queste cose crea le  famiglie e  le città». (Aristotele, Politica, 1.1253a)

Il logos è la parola ‘che ragiona’, la razionalità argomentativa accanto a quella logico-deduttiva. In una società organizzata sulla condivisione (politeia) e sulla possibilità di tutti di esprimere un’opinione in ragione non della forza ma di un principio di eguaglianza (isegoria), il logos è anche la parola pubblica. Tutti hanno la possibilità di prendere la parola, tutti hanno il dovere di prendere la parola.

Parliamone ora, dunque. Per dire quello che sappiamo e che può servire a tutti; consapevoli che quello che sappiamo ora è scientifico perché non è vero per sempre, ma come spiegava Popper è soggetto al processo di falsificazione. Domani le nostre conoscenze saranno diverse, avranno altri paradigmi. Oggi, per quello che sono e per quello che possono valere, le proponiamo non solo ai nostri studenti e a quanti condividano la stessa expertise: ma le vogliamo mettere in comune (es to koinon), convinti che possano essere utili a tutti e contribuire non certo a risolvere ma almeno a chiarire i fatti che stanno dietro le derive e i problemi cui sopra si accennava.

Patrimonio culturale e città storica

(di Danila Longo)

L’azione culturale e, più specificamente, il Patrimonio Culturale hanno un ruolo chiave nei processi di trasformazione materiale, economica e sociale della città.

Il Patrimonio Culturale può essere considerato come dispositivo (driver) che può innervare e alimentare la crescita della città, trasformandola, con attenzione alla innovazione tecnologica, secondo modelli improntati alla valorizzazione e alla sostenibilità.

La città storica italiana è ritenuta un ambito privilegiato di applicazione di azioni di valorizzazione che considerano il Patrimonio Culturale non come una statica presenza nella città, oggetto testimoniale di valori consolidati nel tempo e destinatario di onerosi sostegni, ma come il miglior risultato, in costante aggiornamento, delle azioni di trasformazione della città.

Il modello culturale a cui fare riferimento è dunque quello di un continuo sforzo di riconoscimento della città e delle sue trasformazioni come patrimonio e bene comune, affiancando in un flusso senza soluzione di continuità la conservazione e l’innovazione e coinvolgendo permanentemente non solo gli specialisti del patrimonio ma anche tutti gli attori che nella trasformazione urbana sono chiamati a dare il loro contributo, con diversi gradi di responsabilità e consapevolezza, sia attivamente che passivamente.

Il Patrimonio Culturale va allora valorizzato nella sua concezione consolidata, preservandone i valori ma anche incrementando l’integrazione con la vita cittadina. D’altro canto, ci si deve porre l’obiettivo di includere nel valore patrimoniale della città nuovi luoghi e soggetti e, con essi, anche nuovi attori sociali ed economici. Il modello è dunque quello di una integrazione e reciproco rafforzamento tra azioni di memoria e azioni di innovazione.

Parliamone insieme: gli argomenti

In questa pagina gli argomenti all’ordine del giorno della contemporaneità: Europa, Ambiente, Salute, Comunicazione, Alimentazione. E ancora: Conoscenza scientifica e Fake News.

I ricercatori di “ParliamoneOra” – scienziati, sociologi, giuristi, politologi, storici, letterati, informatici, esperti di comunicazione – mettono a disposizione i loro saperi e la loro passione per incontri pubblici, dibattiti, conversazioni nei quartieri e nelle scuole di Bologna e della Romagna.

Per ogni argomento si è costituito un gruppo di lavoro, pronto a intervenire in occasioni pubbliche di discussione e a contribuire a organizzarne: nella società, per la società per cui mettiamo al servizio, con tutti i limiti e la provvisorietà di ogni forma di sapere, le nostre competenze e le nostre conoscenze.

7-12-18

Coordinamento: Alessandra Bonoli, Luca Lambertini

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Coordinamento: Dario Braga, Vittorio Sambri

bio

Coordinamento: Maria Fiorenza Caboni, Tullia Gallina Toschi

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Coordinamento: Pina Lalli, Pietro Manzini

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Coordinamento: Giuseppina La Face

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Coordinamento: Alessandra Scagliarini, Silvia Piva, Maria Carla Re

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Coordinamento: Fabrizio Ghiselli, Marco Lenci

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Coordinamento: Alessandro Iannucci, Danila Longo

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Coordinamento: Giovanni Brandi

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Coordinamento: Dario Braga, Giovanna Cosenza, Marco Ciardi, Barbara Zambelli

Free picture (Organic farming) from https://torange.biz/organic-farming-27245

Coordinamento: Elena Baraldi, Roberta Paltrinieri

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Coordinamento: Rita Monticelli, Raffaella Baccolini, Stefano Toso

migrazione

Coordinamento: Giovanna Belcastro, Antonello de Oto, Stefania Varani

Tutto è cominciato così

Domenica 27 Gennaio Ho pensato che dovevo fare qualcosa e smetterla di lamentarmi. Non si può accettare la delegittimazione dello studio e della conoscenza che porta con sé il popolare principio “tutto è vero – basta dirlo o scriverlo“.
Io sono entrato nell’Università di Bologna nel 1972 da studente e qui sono. Conosco bene questo mondo, anzi è il mondo che conosco meglio. So quale potenziale intellettuale sia accumulato al suo interno, un potenziale che viene riversato ogni giorno in migliaia di ore di lezione a migliaia di studentesse e studenti. Per non parlare della ricerca e dell’impegno costante che essa richiede, impegno alimentato spesso esclusivamente dalla passione. Una cosa straordinaria.
E’ naturale che abbia pensato per primi a loro, alle tante colleghe e ai tanti colleghi che condividono con me meraviglia e frustrazione. Per questo ho scritto questa mail ad alcuni amici universitari (subject: “una proposta di impegno”)

Care/iScienza e cultura sono in regressione.
Quotidianamente ascoltiamo interpretazioni fantasiose della realtà osservabile e leggiamo sciocchezze scientifiche.
Non solo questo. I giovani ricevono quotidianamente messaggi inquietanti e volgari: studiare non serve, laurearsi non serve.
Per quanto paradossale possa sembrare, la stessa concezione di una società colta è sotto attacco.
Per non parlare dell’Europa. Per noi universitari, da sempre, un “paesone” (UK in primis) dove noi e tutti i nostri studenti possono muoversi liberamente.
Vi propongo di incontrarci per una riflessione sul “che fare?”.  Siamo docenti della più antica università…

Dario
p.s. chi non è interessato, mi perdoni.
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Non mi aspettavo una risposta così ampia. Nell’arco di due mesi, pur tra mille impegni, ci siamo incontrati tre volte ed è nata ParliamoneOra