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La prevenzione del rischio: ragione o sentimento?

Contributo di Luigi Alberto Franzoni

La sfida fondamentale alla teoria economica della prevenzione del rischio fu posta molti anni fa – con sagacia lungimirante – da un influente ambientalista americano, Paul Portney. Supponete di dover decidere se investire o meno risorse pubbliche per un impianto di depurazione dell’acqua cittadina, tenendo presente che la popolazione attribuisce ad alcuni elementi naturali presenti nell’acqua il recente incremento del tasso di tumori, mentre i più autorevoli scienziati affermano con convinzione che gli elementi rilevati nell’acqua non sono pericolosi per la salute. Nonostante le rassicurazioni, l’opinione pubblica si mostra irremovibile. Che fate? Spendete i soldi pubblici per un impianto di depurazione che – ad avviso dei massimi esperti – è completamente inutile?

È bene sottolineare come il problema posto da Portney non sia un semplice esercizio accademico. Si sa che la popolazione tende ad avere una percezione “distorta” dei rischi più comuni. La tabella a fianco, prodotta da un’esperta di comunicazione, mostra lo scarto tra entità del rischio percepito (in alto) e rischio statistico (in basso) per alcuni fattori comuni di mortalità. Ai rischi legati al terrorismo e ai disastri aerei, ad esempio, tendono a essere assegnati tassi di pericolosità molto elevati (sfera posta al di sopra della riga), pur avendo un’incidenza statistica ridottissima (sfera sotto la riga).

Risk perception and sctual hazards. Grafico sulla prevenzione del rischio

Sul dilemma di Portney, da più di trenta anni, si dividono gli economisti. Da una parte troviamo la teoria tradizionale, che crede fermamente nella necessità di basare le scelte pubbliche su dati empirici affidabili – sui “fatti”, direbbero i colleghi americani. Assecondare le pulsioni irrazionali della popolazione, inseguendo fantasmi inconsistenti, sarebbe profondamente immorale in quanto sottrarrebbe alla collettività risorse utili per salvare vite umane (si parla a proposito di statistical murder). Il problema slitta allora sul fronte della persuasione: come fare a convincere la popolazione a sostenere la scelta corretta, quella basata sull’analisi empirica condotta con metodi rigorosi? La risposta più immediata è quella di confidare nella intrinseca razionalità degli individui, investendo sulla alfabetizzazione scientifica della popolazione e mettendo in campo una campagna di informazione capillare. Laddove questa strategia si mostri inefficace, a causa degli inevitabili limiti cognitivi dell’essere umano, occorre fare affidamento, compatibilmente con i canoni della democrazia rappresentativa, su procedure decisionali tecnocratiche gestite da esperti, idealmente non soggetti alle pressioni contingenti della politica. Bisognerà quindi delegare le decisioni ad Authority indipendenti, con obiettivi e budget propri, che facciano ampio uso dell’analisi costi benefici. Si noti come gran parte delle misure di sicurezza del nostro ordinamento derivino proprio da tale impostazione “paternalista”, che le rende obbligatorie perché la popolazione non sarebbe incline ad adottarle autonomamente (ad esempio, la cintura per l’auto o il casco per il motorino). Una volta che il potere decisionale sia passato ai tecnici, ovviamente, saranno determinanti le statistiche oggettive e le tabelle di mortalità, non certo la percezione impressionistica dell’opinione pubblica. La risposta al quesito di Portney, secondo questa impostazione, è quindi di non investire sul depuratore.

Sul lato opposto si sono schierati economisti e scienziati sociali più inclini a riconoscere che il concetto di rischio è un costrutto sociale, mediato da categorie culturali e soggetto a un’interpretazione fortemente influenzata da fattori emotivi. I sostenitori di tale approccio attingono a piene mani dagli studi di antropologia e di psicologia sociale (a partire da quelli di Douglas e Wildavsky), concentrando la loro attenzione sugli elementi che incidono sul senso di pericolo e sulla minaccia alla propria sopravvivenza. George Loewenstein, tra i più noti autori in questo filone di ricerca, parla esplicitamente di “rischio come sentimento” (risk as feelings).

La ricerca sul tema, pressoché sterminata, ha individuato alcuni elementi che sembrano giocare un ruolo determinante sul modo in cui il rischio viene percepito. Questi elementi includono la familiarità con il rischio (averne sentito parlare o aver letto articoli di giornale sull’argomento: ciò di cui non si ha contezza viene sottovalutato), il valore sociale dell’attività che causa il rischio (il rischio associato ad attività giudicate positivamente viene sottovalutato), la natura catastrofica con cui si manifesta il rischio (il fatto che il rischio si traduca o meno nella morte simultanea di un gran numero di persone), l’eventuale assunzione volontaria del rischio (ad esempio, nel caso dei fumatori), la sensazione di poter controllare il rischio (tipicamente per gli incidenti automobilistici, largamente sottovalutati), l’orrore (se il rischio è associato a eventi dolorosi e spaventosi come un incidente aereo), l’equità (se il rischio si concentra  solamente su certe categorie di persone o se è diffuso), il coinvolgimento in prima persona (che implica una sopravvalutazione del rischio), l’origine naturale o artificiale del rischio (le fatalità causate da Madre Natura sono generalmente sottovalutate), l’individuazione delle vittime (se queste hanno un volto e una storia o se sono ridotte a un mero dato statistico), l’incertezza (la presenza o meno di quantificazioni divergenti).

Gli autori che enfatizzano l’aspetto della percezione del rischio ritengono generalmente che la politica di prevenzione, oltre a prevedere una corretta informazione, debba dare “sicurezza” ai cittadini e debba quindi mitigare i rischi che generano preoccupazione, veri o immaginari che siano. Capita che i bambini di notte abbiano paura dei mostri: è vero che i mostri non esistono, ma la paura è reale e bisogna prenderne atto. Nell’ambito del discorso pubblico, peraltro, sull’esistenza o meno dei “mostri” si potrebbero nutrire dubbi. È stato infatti sottolineato come i “rischi oggettivi” siano il risultato di analisi statistiche che richiedono comunque un modello e un’interpretazione (come non pensare ai primi giorni dell’epidemia in cui la Protezione civile emanava bollettini quotidiani fornendo dati difficilmente interpretabili?). La pluralità delle interpretazioni dei dati, determinata da fattori identitari ed emotivi (cultural worldview), non sarebbe da imputare all’incapacità di seguire un metodo scientifico rigoroso. Al contrario, per i fattori di rischio più controversi (come il controllo delle armi negli USA o il cambiamento climatico), sembra che il livello di polarizzazione delle interpretazioni aumenti laddove sono più elevate le capacità analitiche (numerarcy) dei soggetti (vedi D. Kahan, On the sources of ordinary science knowlege and extraordinary science ignorance, 2017). 

Secondo i sostenitori di tale approccio, la variabilità nella percezione del rischio sarebbe una manifestazione della pluralità di rappresentazioni alternative del mondo e dunque il tentativo di ricondurre le scelte collettive a criteri “oggettivi e razionali” (l’analisi costi benefici) entrerebbe in conflitto con i principi della democrazia liberale. Vana sarebbe, quindi, la pretesa dell’economia tradizionale di confinare il pluralismo alla sfera dei valori, tenendo questi ultimi distinti dai “fatti” (la quantificazione empirica).

Che impatto ha avuto il dilemma di Portney – spinoso e ineludibile – sulla teoria economica? Essendo da sempre interessata alla descrizione dei fenomeni, l’economia ha affinato lo studio del comportamento in condizione di rischio con elaborati studi sul campo e con simulazioni in laboratorio. Si è proceduto quindi a una “mappatura” dettagliata, e tuttora in corso di approfondimento, delle modalità in cui ambiente e contesto influiscono su percezioni e comportamenti. Ne esce un’immagine frantumata del soggetto umano, che segue pattern e stili di scelta altamente dipendenti dal contesto e poco coerenti con il modello monolitico dell’homo oeconomicus. Tale approfondimento certosino della dimensione comportamentale delle scelte economiche ha potenziato la capacità predittiva della teoria, ma al prezzo di ridurne drasticamente la valenza normativa. Sapere che un rischio è percepito in modo amplificato se è associato a una immagine drammatica o se viene descritto a LETTERE MAIUSCOLE non ci dice molto rispetto alla politica di prevenzione ottimale. Ci aiuta moltissimo, ovviamente, a comunicare in modo efficace la rilevanza dei pericoli o a farci superare le difficoltà pratiche nell’applicazione delle norme (disegnando norme user friendly). Abbandonato il mito dell’homo oeconomicus infallibile e razionale, la teoria economica si sta trasformando dunque in una collezione di risultati empirici poco omogenei e difficilmente generalizzabili, inadeguati a sostenere orientamenti di policy forti e condivisi. Ma forse è meglio così: una sana dose di realismo può risultare salutare anche per quella che, tra le scienze sociali, è sempre stata la più presuntuosa.

Il distanziamento, ovvero la socialità al tempo del coronavirus

Contributo di Vincenzo Matera

È parte dei luoghi comuni sulle conseguenze della tecnologia digitale che il tempo trascorso davanti allo schermo (di uno smartphone o di un computer) sia tempo sottratto alla socialità; che il dilagare di social, con chat, messaggi, profili, immagini post, video, ecc. ci renda meno pronti cognitivamente, passivi esecutori di azioni pre-disegnate; che l’uso dei social media incrementi le tendenze già forti nelle società contemporanee a un individualismo esasperato. D’altra parte, è ormai acquisito nella ricerca sociale sulle nuove tecnologie che i social media siano di fatto un altro spazio dove le persone vivono, che si affianchino agli altri spazi della loro vita “reale”, l’ufficio, la casa, il bar, la piazza del villaggio. Una modalità della socialità che si aggiunge. Chi ha ragione? I social e le tecnologie digitali producono pericolose trasformazioni “antropologiche” della nostra umanità, del tipo alienazione, passività cognitiva, automatismo? Oppure sono una nuova modalità che si aggiunge a quelle già note di generare relazioni sociali?

Possiamo facilmente riflettere su che cosa accade quando le dimensioni “più reali” (o almeno presunte tali) della socialità vengono meno. Come ci si poteva aspettare, si amplia l’altra dimensione. Quando si chiude uno spazio, ci si lancia a occupare gli altri disponibili. La vita online straborda, i post, le videochiamate, impazzano, si cercano nuove piattaforme, nuovi supporti più performanti, si avviano iniziative di ogni genere, concerti, dibattiti, lezioni, visite guidate, persino safari e sedute di yoga, aperitivi e pranzi festivi, riunioni politiche e aziendali, con il sottofondo di bambini che giocano; voci, consigli, inviti si ripetono. All’insegna del valore di una ritrovata “intimità familiare”: il tempo per leggere, per fare qualcosa insieme ai figli, per “cucinare”, per “pensare”, “il profumo del caffè”, “la buonanotte alla mia famiglia”, “il tempo con la mamma”, “tutto è un insegnamento”, “troviamo conforto in noi stessi”, “in questi pochi metri quadrati trovo pace”. All’insegna di una nuova “coesione sociale”, in cui emerge la spinta a riscoprire e rinvigorire forme di solidarietà e di altruismo, degni di una “comunità” in cui il valore d’uso di un bene si prende la rivincita sul valore di scambio imperante: “la pasticceria che regala brioche e biscotti al personale di un ospedale”, “i sarti che cuciono e distribuiscono mascherine”, “l’agriturismo che porta i pasti gratis”, e molti altri casi si potrebbero aggiungere. All’insegna delle “istruzioni per l’uso”: “indicazioni per l’ecologia domestica”, “come farsi lo shampoo in casa”, “come lavarsi i denti a tempo di danza”, “cani e bovini come scudi al virus”, “la Pasqua al tempo del distanziamento sociale”, “la riscoperta di ritmi naturali”, “sentirsi vicini in tempi di virus”, “la scuola al tempo del virus”, e così via. La quotidianità si ripensa, fa buon viso a cattiva sorte, si adatta a condizioni nuove. La socialità online – che dilaga – attiva forme di mediazione proprie. Quali? Con quali effetti?

Partiamo da un principio piuttosto importante: non esiste una natura umana essenziale, che rischierebbe di venir intaccata dalla tecnologia. Gli uomini sono ciò che li fa l’insieme di pressioni (culturali, sociali, storiche, ambientali) che li avvolge. Anche i modi in cui le persone si legano le une alle altre per costruire reti di relazioni sociali e costituire una società sono variabili, a seconda di tali pressioni, tra queste la tecnologia. Disporre di un’automobile e di strade percorribili dove poterla usare consente alle persone di costruire e alimentare reti di relazioni sociali diverse – più estese magari – da quelle che si possono costruire in assenza di quelle condizioni e di quello strumento. Possiamo quindi affermare, in base al principio precedente, che una socialità “pura”, “autentica”, o non mediata non esiste. Una conversazione faccia a faccia è mediata da convenzioni tanto quanto una conversazione online. Cambia però il tipo di mediazione. Qualsiasi cosa una nuova tecnologia ci consenta di fare è parte della nostra umanità, ovvero è qualcosa che, in quanto esseri umani, abbiamo sempre avuto la potenzialità di fare.

I social e le tecnologie digitali oggi ci consentono di agire e di essere secondo modalità nuove, d’accordo, ma non “disumane”, semplicemente parte di ciò che gli esseri umani sono, proprio come guidare un’automobile o parlare a telefono. Quindi, proprio come posso decidere se andare in un posto a piedi, in autobus, in bicicletta, in auto, posso decidere se contattare qualcuno andando a chiamarlo sotto casa, telefonando, mandando un messaggio, una mail, una lettera; oppure posso decidere se ho voglia di trascorrere il pomeriggio uscendo con un’amica, stando davanti al mio pc con un video gioco, postando immagini e commenti, oppure chattando. Si aggiungono, grazie alla tecnologia, modalità della socialità, se ne perdono alcune, se ne modificano altre. Tutto pienamente “umano”. Questo vuol dire evidentemente che la socialità cambia. Una popolazione di lavoratori migranti è facile che perda la propria tradizionale forma di socialità, e finisca con il creare reti sociali più adatte a una nuova esistenza migrante (in questo i social hanno un ruolo importante). Un paio di generazioni fa i bambini giocavano in strada e nei cortili, oggi questo modello di socialità è scomparso. Studiare la socialità umana (mediata dalla comunicazione), significa osservare i modi dello scambio e la reciprocità, primari aspetti costitutivi di una relazione sociale. Le persone crescono sin dall’infanzia per essere socializzate in direzione di ciò che per il loro gruppo sarà considerato il comportamento appropriato o inappropriato. Quando un bambino fa qualcosa, un genitore può dire “non si fa così”. Il motivo per cui le persone crescono e diventano “tipici” contadini del Senegal o operai cinesi non è genetico. Le norme di comportamento non sono fisse; e possono cambiare. Nello spazio, se pensiamo che modelli di socialità in Italia, in Brasile, in India, in Gran Bretagna o in Svezia non sono uguali; nel tempo, se pensiamo che cinquanta o cento anni fa i modelli di socialità erano differenti. Però, le cose, i processi, non sono mai neutri.

comunicazione digitale socialità

Qui veniamo al secondo grande pilastro della nostra umanità, la comunicazione, che non è altro che una modalità molto sofisticata dell’interconnessione costante delle persone nel mondo. Ognuno di noi è un’individualità organica. Ma ognuno si sforza di oltrepassare i limiti della propria pelle per interconnettersi con qualcun altro. La comunicazione quindi è una forma di azione nel mondo, radicata nel corpo, che ha precisi effetti sul comportamento degli altri; è un processo interattivo e dinamico, costruito dalle azioni e dalle esperienze organizzate, intenzionali, reciprocamente influenti e riconoscibili, che vengono create in svariati modi da partecipanti attivi nel loro mutuo interconnettersi. La comunicazione umana è data simultaneamente dalla sonorità della voce, dallo sguardo, dalla postura e dai movimenti del corpo, dalla capacità evocativa dell’olfatto, dalla decorazione dei corpi e dall’utilizzo di oggetti, secondo un mix creativo di risorse continuamente messe in campo per attivare molteplici reti di relazioni. Comunichiamo con il tono di voce, con la scelta del trucco, di un tatuaggio, cucinando alcuni cibi, partecipando a un rito o lasciando un appunto sul tavolo della cucina, così come lasciando in eredità degli oggetti o dei beni o visitando un museo dove sono custodite tracce di memorie del passato. La comunicazione non è solo regno del simbolico, ma è radicata nella biologia dell’animale uomo, nella corporeità: c’è continuità tra le risorse comunicative umane e quelle del resto del mondo animale. Come gli altri animali, gli uomini producono suoni attraverso le corde vocali, usano la vista per ottenere informazioni sull’ambiente, riconoscono persone e situazioni dagli odori, fanno un uso intenzionale del contatto fisico. Al tempo stesso questa comune base corporea si apre a una straordinaria creatività – la varietà delle culture – che si concretizza in una miriade di pratiche comunicative faccia a faccia e a distanza. La caratteristica fondamentale della comunicazione umana secondo questo approccio è la multimodalità, cioè la capacità di mettere in campo simultaneamente una serie straordinaria di risorse comunicative per mantenere in vita relazioni significative.

La comunicazione, inoltre, è sempre incorniciata. Il concetto di “framing” è utile per pensare la questione del distanziamento sociale. La cornice aiuta a individuare e anche a collocare il confine, definisce le regole e le aspettative che guidano il nostro comportamento. Innumerevoli cornici spesso invisibili (ma molto concrete) inquadrano la nostra vita sociale, e la conoscenza che ne abbiamo ci aiuta a comportarci appropriatamente, secondo le aspettative. Stare dentro il “frame” di un cinema, ti dice che non dovresti rispondere a telefono o parlare con il vicino, ma osservare e ascoltare in silenzio. Quindi, possiamo iniziare a considerare l’offline e l’online come due “frame” della nostra quotidianità che attivano atteggiamenti e comportamenti differenti. Questo è anche il motivo per cui, in alcuni casi, le persone sentono che l’ambiente online induce aspetti diversi di certe relazioni. Possiamo opporli, oppure possiamo considerare questi contesti come complementari, parti di una rappresentazione completa della persona e delle sue relazioni. Per quanto mi riguarda, con alcune persone preferisco di gran lunga comunicare tramite un messaggio di posta elettronica o un sms o anche via WhatsApp che non per telefono e, men che meno, faccia a faccia: persone, per esempio, che mi procurano fastidio o una reazione negativa anche quando comunichiamo in modo impersonale, e che mi farebbero letteralmente perdere le staffe se l’interazione avvenisse in presenza. Per telefono ci sarebbero la voce, il ritmo del parlato, il tono, e la comunicazione sarebbe certo più ricca di elementi personali. Ancora di più faccia a faccia: si aggiungerebbero la vista, i movimenti, i gesti, gli sguardi… In entrambi i casi sarei obbligato alla replica immediata, e il coinvolgimento sarebbe decisamente elevato. La comunicazione potrebbe assumere il carattere di una discussione accesa, finanche di un litigio. Aumentare il livello di mediazione grazie alle tecnologie disponibili, in questi casi, depura l’azione comunicativa di molti elementi personali, e di certo nei casi in questione questo agevolerebbe la comunicazione. Aumentare la distanza e evitare il tatto (strette di mano, abbracci, baci) anche. A volte. Con altre persone accade invece l’esatto contrario. Un livello elevato di mediazione non mi soddisfa, lascia comunque un senso di mancanza, di perdita, di desiderio di tutte quelle componenti parte dell’interconnessione umana concreta, personale, multisensoriale. Quindi, ben venga l’alto livello di mediazione che consente la tecnologia, con alcuni: una mail è sufficiente a risolvere l’esigenza comunicativa. Con altri non basta: è un complemento, un surrogato, nell’ambito di un’esigenza di interazione più articolata e ricca, al quale mi posso adattare, se costretto, ma certo a fatica. Del resto, il frame terrorismo detta norme di precauzione, di controllo, protocolli di sicurezza, ha cambiato il nostro modo di viaggiare. Allo stesso modo il “frame” emergenza sanitaria da virus detta nuove modalità dell’interconnessione, il distanziamento sociale, e cambia il nostro modo di comunicazione.

Quindi, senza demonizzare o celebrare nulla, si tratta come sempre di alzare il livello della nostra consapevolezza critica, rispetto alle risorse che abbiamo, e che la tecnologia ci offre, e rispetto alle cornici che orientano il nostro agire e che riflettono le condizioni in cui ci troviamo a vivere, che ci piaccia o meno.

Alla ricerca del colpevole. Spiegare e raccontare l’epidemia da Omero alla contemporaneità

Contributo di Alessandro Iannucci

Per un paio di mesi, partecipando alla redazione di questo Blog, ho avuto il privilegio di leggere, impaginare e pubblicare  interventi sugli svariati scenari dell’epidemia: i risvolti sociologici e i cambiamenti definitivi del mondo che verrà (ho imparato a capire che si tratta di un fatto sociale totale); le dinamiche e il contesto ambientale nella diffusione dei virus, e in particolare i fenomeni di zoonosi nel contesto della Salute Unica; i modelli matematici e le previsioni epidemiologiche, e in particolare il famoso fattore di R con 0 nelle reazioni a catena; l’imbarazzante inefficacia della comunicazione pubblica al riguardo; il diffondersi di un male per molti versi analogo e comunque epidemico, l’infodemia; gli scenari drammatici delle conseguenze economiche di un lock-down di cui ancora fatico a capire il senso, visto che il virus continuerà a circolare (non basterà che vi sia un solo, nuovo, paziente 0 in circolazione nel mese di ottobre, poniamo, perché il contagio riparta?).  E ancora: la suggestione di altre epidemie famose, dalla peste di Manzoni a quella narrata da Paolo Diacono; le diseguaglianze sociali accentua dall’emergenza scolastica; il cinismo brutale di chi sta scommettendo sul capitalismo brutale per il prossimo decennio.

Così, mentre aspettavo, come tutti, che arrivasse il picco e da lì iniziasse una fase previsionale seria, tra le parole di esperti massimi che sciorinavano punti di vista alternativi e in contrasto tra loro (come è giusto che sia nel dibattito scientifico) ma spesso con quell’assolutizzazione che è propria piuttosto del dogmatismo dell’autorità (cioè il contrario della scienza), ho capito anch’io, nonostante i miei pessimi voti in biologia al liceo, che il picco non ci sarebbe mai stato, un po’ come il Nemico nel Deserto dei Tartari, atteso invano per una vita intera dal giovane ufficiale protagonista del romanzo e poi invecchiato e malato e non svelo il finale perché anche in letteratura, come per le serie TV e il Crime, fare lo spoiler è odioso.

Nel frattempo però partiva la Fase 2, che mi sembra così simile alla Fase 1, quanto a pronoia, per usare una parola cara tanto a Ippocrate quanto a Tucidide: la capacità di capire, se non la direzione che prenderanno gli eventi, almeno quali siano le azioni più utile perché si realizzi uno scenario atteso. E aspetto con qualche dubbio la Fase 3 in cui finalmente, si dice, ci metteremo alle spalle questa brutta storia ma non il virus con cui avremo forse imparato a convivere.  E così continua, sempre più acceso e sempre meno ecumenico, il girotondo dei punti di vista, tutti apprezzabili; nell’infinita teoria dei talk-show spicca senz’altro per autorevolezza, garbo ed efficacia comunicativa la radiofonica Zapping di Giancarlo Loquenzi, ormai una sorta di appuntamento serale fisso, mentre si appronta il desco, nella liturgia delle ore delle giornate monacali di tutti noi reclusi e distanziati sociali. Vi si alternano, e ciclicamente ritornano, virologi, immunologi, epidemiologi, infettivologi, storici, sociologi, tecnologi, politologi, pedagogistologi, pneumologi, massmediologi, futurologi, insieme ovviamente agli statistici e ai fisici computazionali, e mai che vi fossero anche i filologi – o i narratologi – per spiegare che quando c’è un «male cattivo», come nel primo libro dell’Iliade, vi è sempre una spiegazione ma anche una narrazione.

È l’inizio del poema. La più antica opera letteraria della nostra tradizione inizia con una contesa e un’epidemia. È anzi l’epidemia a scatenare il conflitto tra i due eroi, il potente Agamennone e il valoroso Achille. Ma prima, intanto, «la gente moriva» perché un «morbo maligno» aveva invaso l’accampamento degli Achei.

La storia è semplice, a tutti nota anche perché facilmente memorizzabile: ma vale la pena raccontarla ancora una volta.  Il sacerdote Crise arriva per liberare con un ricco riscatto la figlia Criseide, preda di guerra assegnata nella spartizione del bottino proprio ad Agamennone. Si tratta di una prassi usuale e condivisa del tempo, e infatti tutti approvano questo opportuno scambio. Ma non Agamennone, accecato da un’insana prepotenza (o forse costretto da una logica dell’onore, il riconoscimento pubblico del proprio valore, che oggi stentiamo a comprendere). Il sacerdote è respinto con male parole e violenza, insieme al suo riscatto non accettato.

Da qui l’epidemia, il male cattivo scatenato dal dio Apollo invocato in soccorso dal suo sacerdote Crise: solo a questo punto Agamennone si convincerà finalmente a liberare Criseide, ma in cambio pretende la prigioniera di Achille, Briseide. I consigli della madre Teti, una dea del mare, convincono Achille a non sguainare la spada, uccidere Agamennone, porre fino all’abuso di potere e così anche al racconto delle proprie eroiche imprese che lungo infinite generazioni arrivano fino a noi. Sdegnato per questo sopruso che intacca il suo onore, Achille si ritira dalla battaglia insieme ai suoi guerrieri, i Mirmidoni: il prevalere dei Troiani amplifica il valore dell’assente, fino a quando l’amico amatissimo Patroclo vestirà le sue armi per essere così ucciso dal campione avversario, Ettore. L’ira di Achille,«funesta», «rovinosa», si amplifica ora rivolgendosi finalmente al nemico: dopo la morte di Ettore nel duello più famoso di sempre, la vendetta si consuma oltraggiandone il cadavere fino a quando il poema della guerra si chiude nella pietosa restituzione del corpo al padre Priamo, il re di Troia, per celebrarne finalmente i riti funebri.

Apollo Belvedere, epidemia da Omero

Ma torniamo all’epidemia, alla spiegazione e alla narrazione delle sue origini. Le conoscenze degli antichi Greci sull’esistenza di microorganismi era ovviamente nulle. Come spiegare allora la morte quasi improvvisa di uomini sani e robusti, i guerrieri, che senza una ferita visibile, o anche un male interno, un rigonfiamento o un indurimento dei visceri che si può comunque toccare (tra i vari modi di indicarlo, in greco, karkinoma)? Ecco la narrazione, per cui i Greci e noi stessi usiamo la parola mythos: sono le frecce invisibili che scaglia il dio della guarigione (e quindi della malattia), il terribile Apollo che ha tra i suoi epiteti e i suoi culti quello di Smintheus: dio dei topi. 

Ma all’interno della narrazione si nota anche una spiegazione. Le frecce del dio colpiscono prima gli animali e solo in un secondo momento arrivano agli uomini. Certo non è consapevolezza del processo di zoonosi, ma è osservazione di una causa: la promiscuità tra uomini e animali nel contesto di un accampamento che assedia il nemico ormai da dieci anni, e quindi in condizioni di scarsa igiene, possiamo immaginare (sappiamo che Hyghieia era importante per i Greci al punto da essere personificata in una divinità).

Ma sicuramente Omero, anche nella traduzione più diffusa di Rosa Calzecchi Onesti, racconta l’azione di Apollo e spiega le origini del morbo meglio di me (I 48-52):

Si postò dunque lontano dalle navi, lanciò una freccia,
e fu pauroso il ronzio dell’arco d’argento.
I muli colpiva in principio e i cani veloci,                     
ma poi mirando sugli uomini la freccia acuta
lanciava: e di continuo le pire dei morti ardevano, fitte

L’epidemia diffusa dai topi (è Apollo Sminteo a lanciare le frecce) colpisce prima gli animali con cui l’uomo è più a contatto, i muli e i cani, e alla fine arriva all’uomo. Ma questa osservazione, quasi incidentale, in un canto di centinaia di versi non è sufficiente al pubblico di Omero;  offre forse a noi il pensiero dell’epoca (Omero è stato definito l’enciclopedia tribale di una cultura, quella greca di età arcaica, che si fondava sostanzialmente sull’oralità) sulle cause immediate di un’epidemia, e implicitamente raccomanda ai suoi immediati destinatari di evitare eccessi di promiscuità e condizioni igieniche che favoriscano la presenza di topi o altri possibili vettori di ‘malattia’.  Ma non è la spiegazione. Qual è la vera causa all’origine di tutto che merita invece di essere ampiamente raccontata? Una sola parola, aitia, indica in greco tanto la “causa” quanto la “colpa”.  E la risposta è nella trama cui poco sopra ho accennato. La aitia si trova nell’arroganza violenta di Agamennone (hybris) che respinge il sacerdote: da qui l’origine di tutti i mali, tanto dell’epidemia quanto della successiva discordia con Achille che genera, e cito dai versi proemiali questa volta con Monti,

l’ira funesta che infiniti addusse / lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco / generose travolse alme d’eroi»

Ora, già in questa fase 2, iniziano a circolare le prime narrazioni sulle cause della pandemia, e quindi sulle colpe. Per primo, Donald Trump forte del seguito popolare e di un aspetto da Febo chiomato che rappresenta una sorta di nuovo modello dell’iconografia della leadership politica contemporanea (basti per il momento segnalare l’altro celebre lungochiomato Boris Johnsonn, analogia che induce a suggestioni veterolombrosiane). La colpa è dei cinesi: punto. La narrazione in questo caso va alimentandosi con le descrizioni dell’anomalia di questo virus – per quanto sia parte di un ceppo particolarmente diffuso tra i gatti, come ho appreso, sempre via radio, da un virologo-veterinario che studia il coronavirus appunto nei gatti da un trentennio e proponeva terapie, comunque mammifere, scalabili quindi sull’uomo. Un’anomalia presumibilmente originata da una fuga da un laboratorio segreto, di un animaletto contaminato o di un filamento di RNA, ancora non si sa, come in un possibile copione di un catastrophe-movie (o di un virus-movie, genere che presumo rifiorirà a generare catarsi spettacolari come ai tempi di Ebola in Virus letale o prima ancora del terrorismo batteriologico, o virologico, di Cassandra Crossing).

Ogni narrazione organizza sulla base di codici  e schemi universali le sue strutture e le sue verosimiglianze. Se ne sentono già circolare di pessime, da un punto di vista narrativo oltre che scientifico, come quella del 5G: sarebbe stata la banda larga che sta salvando le nostre connessioni in tempi di smart-working e lezioni in streaming, la probabile causa di un non meglio precisato, ma sicuramente catastrofico, inquinamento di radiofrequenze che avrebbe favorito la diffusione del Covid-19.

climate change, epidemia da Omero

Tra le narrazioni ne prevarrà probabilmente una più sensata e autorevole: sta prendendo corpo quella del Climate Change, e ve ne sono certo buone ragioni. Anche da un punto di vista narrativo – la narrazione è funzionale alla persuasione: un buon racconto ci spinge ad accettare e accogliere quanto altrimenti non capiremmo – il collegamento con le possibili, e apocalittiche future pandemie potrebbe forse spingere a comportamenti più congrui e rispettosi, dei singoli quanto degli stati.

Vedremo nella fase 3, o nella fase 4. Per il momento accontentiamoci di riflettere su questa singolare necessità dell’uomo, antico o moderno che sia, di combinare l’analisi, anche quella più rigorosamente scientifica, con la narrazione. Sarà importante mantenere saldo il principio aureo della falsificabilità di Popper: ogni ipotesi è scientifica nella misura in cui è possibile confutarla, smentirla e produrre un’ipotesi alternativa. Altrimenti è dogma, frutto di fede e autorità e non di pensiero scientifico. E ricordarci che è sempre bene distinguere tra la ricerca delle cause da quella delle colpe. Altrimenti la nostra narrazione (diciamo quella che prevarrà, finalmente, nella fase 5 o nella fase 6) sarà ancora troppo ingenua e ‘mitologica’ come quella con cui Omero spiega le cause dell’epidemia con le frecce invisibili del dio dei topi.

Uscire dalla pandemia a piccoli, grandi passi

Contributo di Francesco Vella

Pubblicato sul sito www.lavoce.info il 30.04.20

La convivenza con il Covid-19 ci obbliga a nuove regole e a cambiamenti di abitudini consolidate. Dobbiamo avere la capacità di rivedere le nostre conoscenze adeguandole ai nuovi rischi. Comunicazione chiara ed educazione sono le parole chiave.

Piccoli accorgimenti per grandi risultati

Tutti noi ci dobbiamo confrontare con uno scenario inatteso: ci ha colto di sorpresa, ma rappresenta comunque la realtà con la quale fare i conti per un periodo di cui non conosciamo la durata e durante il quale dovremo rispettare regole prudenziali per la nostra e l’altrui salute.

Dal punto di vista pratico, esistono alcuni possibili strumenti, frutto delle sperimentazioni nell’ambito di quel vastolaboratorio rappresentato dalle scienze comportamentali, che possono essere utili, nelle grandi come nelle piccole cose, per un più efficace rispetto di quelle regole.

Piccoli passi per grandi risultati

Molti studi mettono in evidenza che per farci tenere pulite le mani è utile una comunicazione con una adeguata infografica, disegni minimali, testi semplici e soprattutto una enfasi sui diversi passaggi necessari per lavarsele meglio. Bisogna, poi, aggiungere meccanismi che inducano comportamenti più virtuosi, rendendoli automatici e immediati. Così, negli uffici privati e nei luoghi pubblici non è tanto importante avere un gran numero di dispensatori di disinfettante, ma la visibilità della loro collocazione, accompagnata da segnalatori o percorsi che attraggano la nostra attenzione (Pete Lunn, Cameron Bolton, Ciarán Lavin, Féidhlim McGowan, Shane Timmons, Deirdre Robertson, Using Behavioural Science to Help Fight the Coronavirus)

come lavarsi correttamente le mani, piccoli gesti per grandi risultati

Se per il lavaggio frequente delle mani si tratta di promuovere nuove abitudini, più difficile può essere cercare di cambiare quelle già consolidate, in alcuni casi quasi compulsive. Alcuni studi hanno appurato che in un’ora ci tocchiamo circa 15 volte faccia, naso o occhi. Lavarsi le mani è un’azione facilmente osservabile e immaginabile, non abbiamo invece modelli mentali che riescano sempre a bloccare ciò che spesso facciamo senza rendercene conto. Qui anche la migliore comunicazione può rivelarsi insufficiente. Si possono allora utilizzare strade che inducano a comportamenti sostitutivi, come ad esempio toccarsi con il polso o il braccio, parti presumibilmente meno esposte all’infezione, o, quando stiamo in famiglia, chiedere a chi ci sta vicino di avvisarci ogni volta che cadiamo in tentazione. Indubbiamente, però, non sono percorsi in grado di dare risultati immediati (Michael Hallsworth, How to stop touching our faces in the wake of the coronavirus).

Può, però, venirci in aiuto la tecnologia, se le attribuiamo un ruolo di spinta verso una modifica dei nostri comportanti. Così, le app delle quali tanto si parla, oltre ad avere una funzione di registrazione della storia dei nostri contatti, potrebbero avere un ruolo attivo anche raccontandoci una nuova storia, ad esempio ricordandoci e segnalandoci ogni tanto, magari con un frame grafico o musicale particolarmente attraente, i modi migliori per usare e non usare le nostre mani.

Si tratta di piccoli accorgimenti, peraltro abbondantemente sperimentati in altri campi, che – lungi dal rappresentare soluzioni miracolose – cercano di promuovere scelte virtuose che i nostri limiti cognitivi possono ostacolare in un contesto fino a un mese fa del tutto sconosciuto. Si tratta di una sorta di sistema di tipo “Lego”, e cioè mattoncino su mattoncino, per costruire e consolidare abitudini funzionali all’obiettivo desiderato. Piccoli passi per grandi risultati.

È bello essere ignoranti

Per il futuro dovremo quindi avere la capacità di seguire e praticare nuovi comportamenti che potranno essere facilitati da un contesto che li renda più agevoli e semplici da attuare e comprendere. Questo potrà avvenire tramite quella che in letteratura è ormai nota come una “architettura delle scelte”, che cerca di indirizzarci verso le opzioni più salutari. Un ruolo importante, tuttavia, lo avrà anche la capacità di definire una rete di strumenti per imparare a ri-programmare la nostra esistenza di fronte a imprevisti che comportano radicali cambiamenti (Susan Michie, Behavioural strategies for reducing Covid-19 transmission in the general population)

È una ri-programmazione fondata innanzitutto su un semplice e banale insegnamento della crisi pandemica, che nella nostra mente fa fatica ad affermarsi perché rappresenta uno dei condizionamenti più pericolosi (tanto che di questi tempi se ne può rintracciare qualche testimonianza anche tra gli esperti della materia). Si tratta di uno dei più antichi e studiati pregiudizi (bias) mentali: l’eccesso di confidenza (overconfidence), la naturale sovrastima della propria intelligenza e della capacità di conoscere, controllare e valutare gli eventi.

Come sostengono gli autori di un volume tuttora molto utile per decifrare la realtà che ci circonda tenendoci lontani da ogni illusione di conoscenza, “il punto, per noi, non è che le persone sono ignoranti; è che le persone sono più ignoranti di quanto pensano di essere” (Our point is not that people are ignorant. It’s that people are more ignorant than they think they are – Steven Sloman, Philip Fernbach, The Knowledge illusion, 2017).

Umili, consapevoli ed educati

In questi giorni gli scienziati comportamentali hanno così ripreso il concetto di “umiltà epistemica” (Erik Angner, Epistemic Humility – Knowing Your Limits in a Pandemic), cioè la consapevolezza della provvisorietà e incompletezza delle nostre conoscenze e la conseguente capacità di rivederle adeguandosi ai nuovi rischi, o meglio a condizioni di assoluta incertezza. La domanda è: come fare? E, soprattutto, quali sono gli strumenti in mano al decisore politico? Qui si può soltanto accennare a due specifiche “dorsali” meritevoli di essere meglio esplorate. La prima, sicuramente più scontata e già oggetto di grandi attenzioni e approfondite analisi, passa attraverso la promozione di una rete di comunicazione attenta a principi di semplificazione, chiarezza e coerenza e, soprattutto, credibilità nello spiegare ciò che si sa, ciò che non si sa e ciò che appartiene al mondo della assoluta incertezza.

La seconda, spesso meno considerata, è l’educazione. Non solo una corretta e critica percezione dei dati scientifici per non cadere nelle infinite trappole delle fake news, ma una educazione, appunto, al governo dell’incertezza e alla programmazione dei nostri comportamenti. Ad esempio, imparare a chiudersi in casa (di nuovo) e a gestire i nostri rapporti lavorativi e privati, essere pronti a rivedere in tempi rapidi consolidate abitudini, definire pratiche di condivisione e cooperazione collettiva di fronte alle emergenze improvvise. In sostanza, un grande progetto di educazione permanente per giovani e meno giovani (e qui azzardo la proposta di un bonus universale di civiltà consistente in una settimana di formazione per tutti).

Come gli astronauti?

Sono semplici suggestioni sulle quali naturalmente riflettere, ma che possono comunque indicarci future strade. Chris Hadfield, un noto astronauta canadese, tempo fa ha scritto un libro – Guida di un astronauta per la vita sulla terra – nel quale descrive la sua esperienza. Nel terzo capitolo intitolato “Il potere del pensiero negativo” descrive il training prima di partire, nella piena consapevolezza di tutti i sofisticati strumenti a disposizione, ma anche di tutte le possibili e imprevedibili situazioni che avrebbe potuto dover affrontare, completamente da solo e lontanissimo dalla terra: guardare all’incognito, anche nelle sue peggiori, estreme e catastrofiche manifestazioni.

Non siamo astronauti, ma la grande lezione di questa crisi è che anche noi dovremo allenarci per l’incognito.

Perché la comunicazione sul Covid 19 è sempre più caotica

Contributo di Giovanna Cosenza

Stiamo attraversando, in questi giorni, il momento più incerto e confuso della quarantena. Non siamo ancora entrati nella cosiddetta Fase 2, ma tutti i media ne parlano da giorni in modo martellante. E mentre parlano, parlano, tutto ci appare sempre più caotico. Cosa sta succedendo? Proprio ora che i decessi, i contagi, le terapie intensive sono in lenta ma costante diminuzione, proprio ora che le cose dovrebbero andare meglio, entriamo in confusione?

Intendiamoci, il caos sul Coronavirus c’è sempre stato, non solo nella comunicazione ma nei fatti, e non solo in Italia ma in molti altri paesi, perché nessuno al mondo era preparato a una pandemia di tale gravità. E tuttavia, i media italiani hanno alcuni vizi che aggravano il disordine in cui già versa la politica nostrana, a tutti i livelli, dal centro alle periferie del paese. Cerco allora di offrire tre chiavi di lettura per orientarsi nell’attuale caos politico-mediatico, perché questo ci accompagnerà, temo, per un bel po’.

I conflitti fanno notizia

Oggi, come sempre, i mezzi di comunicazione vanno a caccia di ciò che fa notizia. E anche oggi, come sempre, le tragedie e i conflitti sono i candidati più forti per la notiziabilità. Ora, il nemico numero uno di questo momento storico, quello contro cui tutto il mondo concentra le sue forze, è ovviamente il Covid 19. Detto in altri termini, il virus sta al centro dell’attenzione per ragioni non solo oggettive (dobbiamo sconfiggerlo al più presto per evitare troppi decessi e tornare alla vita di prima), ma anche mediatiche. Tuttavia il virus occupa la scena da troppo tempo, ormai, e come tale rischia di perdere capacità di attrazione giorno dopo giorno: gli essere umani ­– triste, ma vero – si abituano a (quasi) tutto, anche a convivere con un pericoloso nemico sconosciuto, invisibile e onnipresente. Perciò, per mantenere desta l’attenzione, i media devono continuamente trovare altri conflitti, per condire quello centrale e rinnovarne l’appetibilità.

È così che vanno intesi i continui contrasti fra virologi, immunologi, epidemiologi. Ed è così che dobbiamo leggere – almeno in parte – anche la litigiosità della nostra classe politica. La politica italiana, infatti, pur essendo molto conflittuale anche in tempi ordinari, dovrebbe pur capire che litigare proprio ora non produce consenso. Eppure, non resiste alla tentazione di rubare la scena sferrando attacchi a destra e a manca, non solo per la normale dialettica fra maggioranza e opposizione, ma persino dentro la maggioranza (Pd contro Cinque Stelle, Italia Viva contro tutti) e dentro l’opposizione (Forza Italia contro Lega e Fratelli d’Italia).

Non sto dicendo – attenzione – che i politici non litighino davvero, né che gli scienziati non diano in realtà interpretazioni contrastanti dei comportamenti del virus e della pandemia. Dico che i media tendono a ingigantire e amplificare, per assicurarsi audience, lettori e clic, anche la più insignificante disputa fra politici, anche la più lieve difformità di vedute fra scienziati. Ogni scintilla, sotto una lente d’ingrandimento, divampa. E se le scintille sono minuscole ma numerose, ecco che scoppia l’incendio. Fuor di metafora, è così che si spiegano le incessanti e fastidiose polemiche a cui l’intero sistema mediatico, dalla televisione al web, ci costringe tutti i giorni: un po’ sono reali, ma spesso sono esasperate dai media.

Sembra purtroppo che i media non capiscano che, al contrario, ciò che in questo momento più vorremmo sentire, la notizia a cui daremmo la massima attenzione, sarebbe la capacità del governo di collaborare, di ridurre le differenze e spegnere i conflitti, per sconfiggere il virus e affrontare la gravissima crisi economica.

Le probabilità diventano certezze

Per le donne e gli uomini di scienza è cosa ovvia: la medicina non produce mai certezze, ma sempre e solo probabilità. Gli organismi umani sono troppo complessi, le variabili genetiche e ambientali troppo numerose, l’incidenza di fattori psicologici troppo sottile per permettere alla medicina di fare previsioni certe sulla durata, l’intensità e l’esito di malattie anche non gravi, anche ben conosciute, persino banali. Figuriamoci se la medicina può riuscire a dare certezze su un virus nuovo e sconosciuto.

La medicina può sempre e solo accompagnare le sue affermazioni con un “forse”, un “probabilmente”, un “se non intervengono altri fattori… possibilmente”. Non ci sono certezze, insomma, nemmeno sull’andamento di un banale raffreddore, che nella grande maggioranza dei casi dura pochi giorni, ma a volte può finire in bronchite e addirittura in polmonite. A maggior ragione questo è vero per la vastissima gamma di esiti legati all’infezione del Covid 19: dalla totale assenza di sintomi, a qualcosa che sembra un’influenza, fino al decesso. Un virus che è riuscito a stupire, e ancora stupisce, tutti i virologi e le virologhe del mondo.

Il problema è che probabilità, percentuali e statistiche non funzionano nella comunicazione di massa. Non si comincia un titolo con un “forse”, né tanto meno con un “probabilmente”. I media hanno bisogno di formule drastiche, di contrapposizioni forti e affermazioni certe. Soprattutto in un paese come il nostro, in cui l’alfabetizzazione scientifica e matematica è fra le più basse d’Europa, per cui numeri e percentuali mettono in difficoltà la maggior parte delle persone. E soprattutto per il giornalismo nostrano, che non si è mai distinto – a parte pochissime eccezioni – per doti di divulgazione scientifica.

Perciò, quando un epidemiologo dice “Probabilmente fra una settimana capiremo meglio l’andamento dei contagi”, la notizia diventa “Fra sette giorni, chiarezza sui contagi”. Quando una virologa dice “Stiamo per testare un vaccino sui primi volontari”, la notizia diventa “Pronto il vaccino, sperimentazione su cavie umane”. Perciò, quando passa la settimana e ne occorre un’altra, e forse un’altra ancora, perché gli scienziati possano capirci qualcosa, per l’epidemiologo era chiaro dall’inizio, e infatti l’aveva detto, ma per la massa è un dietrofront. E se il vaccino non è pronto come i media strillano – anche se la virologa non l’ha mai detto – al pubblico appare un controsenso.

I retroscena diventano gossip

Escher, Vincolo d’unione – 1956

Nella comunicazione politica il retroscena è tutto ciò che accade nei corridoi del potere, quello che i media carpiscono ai portaborse, alle collaboratrici e ai collaboratori della politica, che ufficiosamente anticipano, interpretano e integrano le dichiarazioni ufficiali. Prima, durante e dopo ogni comunicazione ufficiale, è tutto un fermento di voci, allusioni, insinuazioni.

Il giornalismo di retroscena c’è da sempre. Ed esiste in tutto il mondo, non solo in Italia. Uno degli obiettivi dei media, come ho detto, è raccontare i conflitti. Obiettivo del giornalismo politico, dunque, è raccontare la lotta per il potere, un racconto che diventa molto più avvincente se viene condito con ciò che non si vede e non si sente, con quello che non è detto ufficialmente né mai lo sarà.

Ora, il giornalismo di retroscena più serio nasce da una ricostruzione minuziosa di informazioni che vengono da fonti confidenziali, con le quali i media stringono un patto di riservatezza: anonimato in cambio di affidabilità. Ai media sta poi l’onere (e l’onore) di essere credibili: la politica smentirà sempre ciò che non ha mai dichiarato apertamente, perciò il pubblico dovrà scegliere a chi credere, se al retroscena o alle smentite ufficiali. Se la ricostruzione mediatica è ben fatta, coerente e plausibile, ottiene la fiducia del pubblico.

Nei casi migliori, questo tipo di giornalismo è di altissima qualità: smaschera intrighi, provoca scandali, anticipa inchieste giudiziarie. Nei casi di collusione, è pilotato dalla stessa politica, che ad esempio lo usa per dare più rilievo a contenuti che, se dichiarati apertamente, non otterrebbero la stessa attenzione, o lo usa per scambiare messaggi in codice con altri gruppi di potere. Nei casi peggiori, il retroscena diventa vezzo, maniera o, peggio ancora, gusto per il pettegolezzo, che sembra un po’ meno plebeo se si chiama gossip.

Ebbene, il Coronavirus sta facendo emergere dai media italiani il peggiore giornalismo di retroscena cui abbiamo mai assistito. Prima di ogni uscita pubblica del Presidente Conte, ad esempio, viviamo giorni di continue congetture e supposizioni, provenienti da non si sa quale fonte, che solo in parte sono poi confermate dalla dichiarazione ufficiale e dal decreto relativo. Ore e ore di polemiche, prima ancora che il Presidente parli, su ciò che da tal giorno si potrà o non potrà fare, in casa, per strada, in regione, fuori regione, nel commercio, nell’industria, nella vita privata.

Gossip e chiacchiericcio della peggiore risma, a cui poi si aggiungono effettivi cambiamenti di rotta, parziali o totali, a volte dovuti a mutamenti oggettivi della situazione, a volte decisi per rispondere alle parti sociali o evitare ulteriori polemiche, a volte determinati dal semplice fatto che le anticipazioni erano sbagliate. Ma non basta: anche le voci fra le varie componenti del governo sono a volte dissonanti, per ragioni analoghe: difficoltà oggettive, fraintendimenti fra loro e con i media, retroscena sbagliati.

Tirando le somme, in questo momento il vero, il parzialmente vero e il falso convivono sfacciatamente, si fondono e confondono ancor più che in tempi normali, e per giunta vengono sempre confezionati nel linguaggio esagerato e banalizzante di cui dicevo, massimamente inadeguato a riportare le parole della scienza. Chiaro che il caos raggiunga il massimo, un caos di cui in parte sono responsabili la classe politica e i suoi numerosissimi consulenti, in parte sono responsabili i media, in dosaggi variabili e non sempre chiari, in parte siamo responsabili noi stessi, quando riportiamo sui social media, e altrove, notizie che non abbiamo mai capito né verificato.

Questo caos è già pesante in condizioni di normalità, ma purtroppo ci siamo abituati. Ora però non è più tollerabile, perché non si parla più di scaramucce fra parti, partiti e partitini, ma sono in gioco le nostre vite, il nostro lavoro, la nostra salute fisica e psicologica, quella delle persone anziane, che rischiano più di tutti, il futuro nostro, dei nostri bambini e delle nostre bambine. Se tutta la classe politica e tutte le testate giornalistiche non capiranno, se tutti noi, quando contribuiamo al chiacchiericcio con superficialità, non capiremo che cambiare registro e modalità è un’urgenza etica, non solo comunicativa, il caos continuerà e peggiorerà.

La rivincita dei social in tempi di quarantena

Contributo di Manuela De Vivo

Da quando i social network si sono affacciati nell’universo connesso, internet e il mondo sono radicalmente cambiati. Il web 2.0 ha rivoluzionato la nostra quotidianità, indirizzandoci nella dimensione virtuale di una connessione continua. Negli ultimi dieci anni i social hanno dato una svolta importante al complessivo sistema della comunicazione, privata e pubblica. Spesso sottovalutati e disprezzati, considerati il veicolo della diffusione di contenuti approssimativi e per stringere o mantenere vive relazioni superficiali.

Le nuove generazioni, i cosiddetti nativi digitali o millenials, sono sicuramente quelli maggiormente coinvolti in questa trasformazione; e probabilmente è vero quando si dice di loro, anche rispetto ai più immediati e ancora giovani predecessori: un livello dell’attenzione decisamente basso, modalità di scrittura semplice e non sempre grammaticalmente corretta. È stato più volte puntato il dito conto i social network, anche per la mancanza di regole, al profilare delle fake news e alla scarsa possibilità di controllo e verifica.

Ma cosa succede quando l’intero paese, o meglio il mondo, si ferma per una pandemia? Si riscrivono le regole della comunicazione, social network compresi. Il digitale e la rete diventano il perno intorno cui si riorganizzano le giornate. Sono stati cercati nuovi modi di fare lezione all’Università e nelle scuole, nuove modalità di tenere le riunioni di lavoro e persino le conferenze. Qualcuno sostiene che si è diventati molto più puntuali e, sicuramente, è moltiplicato il tempo libero grazie alla mancanza di spostamenti casa – lavoro e all’impossibilità di incontrarsi per una cena o un weekend fuori porta.

È così che il web e i social network hanno preso il sopravvento e sono diventati la piazza dove incontrarsi, dove organizzare aperitivi, visitare musei, ascoltare concerti. Le iniziative in grado di accontentare i più svariati interessi sono davvero numerosissime. Sono moltiplicate le sessioni di cucina online. Cantanti e band più o meno famose in mancanza dei tour, danno appuntamento ai fan in diretta Instagram per regalargli live che diventano delle occasioni intime di condivisione. Così come gli attori, gli influencer e i blogger che raccontano la quarantena in modo ironico. Per non parlare di #iorestoacasa che oltre ad essere stata una campagna di incoraggiamento è diventato un modo di condivisione delle attività giornaliere in casa. Oppure i flashmob sui balconi di casa, o le dirette Facebook di sindaci e governatori per le ultime informazioni sul Coronavirus.

Le Passeggiate del Direttore: Formule magico-funerarie (S.1 E.10)

LE PASSEGGIATE DEL DIRETTORE S.1 E.10 “Le formule magico-funerarie”Ogni giovedì e sabato Christian Greco vi guiderà nelle sale del museo per raccontarvi la storia delle collezioni, gli artefatti più significativi o meno noti e i loro contesti archeologici.Seguiteci, si parte per l’antico Egitto. #laCulturaCuraSostieni il Museo Egizio anche da casa e contribuisci anche tu alla ricerca e alla divulgazione di un patrimonio dell’umanità.https://tag.satispay.com/MuseoEgiziohttps://www.paypal.me/museoegizio*THE DIRECTOR’S WALKSS.1 E.10, “Magic-funerary spells”Every Thursday and Saturday, Christian Greco will guide you through the museum rooms to tell you about the history of the collections, the most significant or lesser-known artifacts, and their archaeological contexts.Follow us, we are leaving for ancient Egypt.#laCulturaCuraSupport the Museo Egizio from home and contribute to the research and the sharing of a world heritage treasure. https://tag.satispay.com/MuseoEgiziohttps://www.paypal.me/museoegizioLE PASSEGGIATE DEL DIRETTORE

Pubblicato da Museo Egizio, Torino su Venerdì 17 aprile 2020

Non ci si può annoiare e si continua a viaggiare anche solo con la fantasia. I musei stanno conoscendo una rinascita grazie ai social network: sono numerosissimi i contenuti video in cui direttori o esperti raccontano le collezioni dei musei, le condivisioni di tour virtuali o le challenge lanciate per raccontare le opere d’arte.

È un periodo in cui nessuno ne può fare a meno, anche in un paese come l’Italia in cui la percentuale di chi utilizza Internet è ancora bassa. Nessuno può rinunciare alle videochiamate in direct, anche i nonni che hanno dovuto adattarsi per poter condividere un po’ di tempo con i loro nipotini. Si dedica più tempo agli amici, si ha il tempo anche di contattare persone che non si sentiva da tempo e che grazie a Facebook si è ritrovato il contatto. 

Bisognava che il mondo si fermasse perché i social network finalmente avessero la loro rivincita. In questo periodo forse impareremo a usarli meglio. E magari anche a scoprire che le Fake-News circolavano già quanto meno ai tempi in cui Balzac scriveva le Illusioni perdute. Tra il 1837 e il 1843 narrava di come l’ambizioso Lucien apprendesse dal direttore del giornale con cui collaborava a scrivere deliberatamente il falso e iniziare così una  carriera di grande successo. Per chi non ha a portata di mano o non conosce questo romanzo, la relativa voce in Wikipedia – l’apoteosi del social network – è a disposizione; viceversa per quanti lo hanno amato e studiato, le stesse pagine sono pronte per essere modificate, aggiustate, arricchite. In barba al distanziamento sociale, la condivisione, sharing, anche del sapere è a portata di mano, anzi di mouse o di touch.

E se domani… tutto tornasse come prima? Comunicazione, informazione e valore della conoscenza prima e dopo il Coronavirus

Contributo di Silvia Mei

E se domani, io non potessi rivedere te… Mai più profetiche potevano essere le parole dell’evergreen cantato da Mina, tornata in questi giorni sui nostri schermi in occasione dei suoi 80 anni. Stefano Massini, nel dossier dedicato da «Robinson» sabato 21 marzo, interpreta il “metaforico” titolo alla luce della nostra storia politica, correva l’anno 1964: “Non v’era abbastanza per dubitare del poi?”, commenta. Quella canzone mutatis mutandis riafferma oggi la sua attualità.

Con l’epidemia in corso possiamo infatti liberarci a immaginare l’utopia del “giorno dopo” mentre stiamo vivendo la distopia ipermoderna dell’isolamento, della solitudine, dell’autoreclusione che ci interfaccia col mondo solo attraverso uno schermo – la finestra da tavolo da cui sporci sulle news, anche quelle fake – ma che ci fa sentire stranamente vivi e più prossimi nella disgrazia. O forse sempre meno umani?

Il bisogno di relazione, di sentirsi parte unitaria di un tutto è quanto ci spinge fuori, ad aprire la finestra, quella vera di casa, e a cantare – come molti in vari quartieri e città del Paese – per cercare la vita intorno, per invocare l’umanità circostante, per trovare una eco alla nostra nostalgia, per resistere all’isolamento e alla chiusura vagheggiati fino a qualche mese fa dalle destre. È a suo modo, questo canto strozzato, straziato e liberatorio una forma di preghiera, di resistenza, di comunicazione profonda e sincera (esibizionismi a parte).

È però sul piano della comunicazione e dell’informazione di massa che si sta giocando la terribile partita che stringe le nostre esistenze. Ed è proprio su questo punto che dovremmo immaginarci migliori. Faccio riferimento a due dossier diffusi quasi contemporaneamente tre mesi prima dell’allarme coronavirus: A world at risk, prodotto dall’OMS e dalla Banca Mondiale, e lo studio americano Global Health Security Index, pubblicato dalla John Hopkins School (si veda il rapporto compilato per “L’Espresso” da Emiliano Fittipardi nel n. 11 dell’8 marzo 2020, pp. 18-27).

Se il primo ammoniva l’UE di essere impreparata a fronte di un imprevisto come un’emergenza sanitaria, il secondo riconosceva come politicamente strategico, in caso di crisi, un punto cruciale: “comunicazione del rischio alla popolazione”. E l’Europa, messa subito alla prova dei fatti, ha confermato i profetici esiti dell’inchiesta, mostrandosi fallace proprio sul versante dell’efficacia comunicativa.

Nelle prime settimane di emersione del contagio, ma anche in questi giorni di “bollettino di guerra delle 18”, gli organi di informazione italiani (oltralpe non è stato molto diverso), dimenandosi tra trasparenza, political correctness e posizioni discordanti sul virus infettante, non hanno realmente contribuito a informare – parola altamente scivolosa e ambigua, per altro – e a fornire con la giusta efficacia indicazioni indispensabili per arginare il contagio.

L’incisività dell’informazione misura la temperatura del consenso e dell’obbedienza civile e contribuisce, tanto più oggi, alla regolamentazione dei rapporti sociali. Comunicare il rischio significa saperlo gestire; usare l’arma dei media denota capacità di controllo interno e garanzia di sicurezza nazionale.

Confusione, incertezza, emergenza hanno di conseguenza portato a usare una comunicazione imperativa e ossessiva nelle raccomandazioni e nei divieti, volta ben poco a tranquillizzare bensì piuttosto a incrementare fattori di stress emotivo. Il quadro apocalittico che ogni giorno viene composto contribuisce ad alterare la percezione di una realtà che non è possibile comprendere se non attraverso le narrazioni che di essa ci vengono fornite (basti pensare alle gravi reazioni scatenate la sera del 7 marzo dalla fuga di notizie attraverso i media sull’imminente DPCM).

Se i media generalisti continuano a essere seguiti dalla maggior parte delle persone per informarsi, è però nel patchwork mediale, attingendo cioè a più canali e strumenti messi a disposizione dal digitale, che ciascuno, a suo modo, ricostruisce la propria versione della realtà: rassicurante (con l’apotropaico “Andrà tutto bene”, che colora d’arcobaleno finestre e balconi, e che è diventato un hashtag), catastrofica (quarantena lunga un anno e mezzo), complottista (con e senza il ripescaggio del servizio di Rai-Leonardo nel 2015 sull’ipotesi artificiale della Sars Cov 2), etc.

È allora in questo stato di eccezione che possiamo e dobbiamo aprire un dibattito serio sulle forme e i modi della comunicazione e del suo inestricabile intreccio con l’informazione, e su come soprattutto nell’ultimo decennio la politica nostrana ne abbia fatto uso, de-medializzando vecchi e nuovi media per virtualizzare il confronto sui social e premere sui fattori emotivi e viscerali del cittadino-elettore. L’attuale condizione potrebbe d’altra parte portare a riequilibrare le perversioni della nostra società della disinformazione, dove tutti producono notizie depotenziando il valore delle fonti e dell’autorevolezza di un intervento.

Nei talk show dell’ultimo mese sono tornati (finalmente!) a parlare esperti seri e accreditati contribuendo a riconfigurare i toni dei dibattiti, odierni e, si spera, futuri. Finalmente ad accademici e scienziati viene ridata voce, riconsegnato uno spazio degno di una comunicazione civile. Forse questi mesi ci porteranno a riconoscere il valore della conoscenza, la necessità della ricerca, la crucialità di alcune strutture e servizi e il rispetto del personale che vi lavora. Ci riferiamo a quei settori messi in sofferenza dalle spending review degli ultimi anni e invece prioritari in un paese che voglia continuare a figurare nel primo mondo del terzo millennio. Come sbagliarsi, stiamo ovviamente parlando di scuola, ricerca, sanità!

E se domani, e sottolineo se…

I denominatori sono importanti! Tasso di letalità e tasso di mortalità per capire l’impatto epidemiologico del Coronavirus

Contributo di Davide Gori

In Palombella Rossa di Nanni Moretti, un ottimo regista italiano,  vi è una scena molto nota e incredibilmente attuale nella quale il protagonista, un ex-funzionario di partito rimasto senza memoria, se la prende con una giornalista schiaffeggiandola ed urlandole: “Ma come parla? Le parole sono importanti!”

Credo che ora più che mai, come sta accadendo in questa epidemia da Coronavirus, questa scena immortali un problema con cui noi tutti ci stiamo confrontando. Affidandoci alla grande informazione sentiamo tranquillamente parlare o leggiamo scritto di mortalità in Italia al “7 o 10%” per il COVID-19, senza effettivamente mai vedere esplicitato che cosa sia il “100” della percentuale.

Questo errore semantico, che è stato compiuto da moltissimi giornalisti in questi giorni (davvero chi è senza peccato scagli la prima pietra!), non può che generare (in coloro che magari masticano i numeri un po’ a fatica) paura e confusione. Fare una distinzione del genere non è, come direbbe Woody Allen, una “questione di semantica prepuziale” da epidemiologi, ma una questione davvero sostanziale per poter chiarire, sia per gli addetti ai lavori che al grande pubblico, quale sia l’impatto attribuibile e vero di un evento sanitario sulla popolazione e che porti all’adozione di misure di Sanità Pubblica efficaci.

In questi giorni siamo tutti sommersi da una mole infinita di dati dell’epidemia, che provengono dalle casistiche ufficiali. Molti di noi, con maggiore o minore competenza, si stanno quindi esercitando nel tentativo di far “cantare” (come si dice nei romanzi polizieschi) i numeri.

La criticità attuale resta nel fatto che, mentre di alcuni dati è molto chiaro il denominatore (come ad esempio nelle misure di letalità) per altri, al momento, il denominatore è sconosciuto, oppure va approssimato sulla base di conoscenze empiriche che stanno solo adesso, e molto a fatica, emergendo da altre esperienze, come quella cinese. Il denominatore, che nel caso di COVID-19 rappresenterebbe il vero numero di persone contagiate, continua a rimanere ignoto o stimato. Guardate ad esempio cosa ha detto Borrelli alcuni giorni fa: ”Troviamo un caso su 10”. Si tratta, tuttavia, di stime. Credibili, ma stime. La virologa Ilaria Capua, qualche giorno fa, in un’intervista a “La Stampa” ha detto che i veri numeri del contagio potrebbero essere, a suo modo di vedere, fino a cento volte superiori.

Cosa sono quindi letalità e mortalità? Perché sono importanti entrambe e perché è importante distinguerle?

epidemia tasso di mortalità

Il “Tasso di mortalità dei casi”, chiamato anche “rapporto di mortalità dei casi” o più banalmente “tasso di letalità” è quello che in epidemiologia si definisce come la percentuale di persone che muoiono per una specifica malattia tra tutti gli individui a cui è stata diagnosticata la malattia in un determinato periodo di tempo.

Il tasso di letalità viene generalmente utilizzato come misura della gravità della malattia ed è spesso usato per la prognosi (ovvero per predire il decorso o l’esito della malattia), dove tassi non molto elevati sono indicativi di esiti non molto gravi. Stante i dati attuali, con il 10.13% del 27 Marzo, l’Italia ha il tasso di letalità peggiore al mondo.

Tuttavia c’è da dire che questo tasso non rispecchia esattamente la gravità vera e “purificata” della malattia. Questa misura infatti non è costante, può variare molto geograficamente tra le popolazioni e nel tempo, a seconda dell’interazione tra l’agente causale della malattia, l’ospite e l’ambiente. Inoltre i trattamenti disponibili e la qualità dell’assistenza al paziente influenzano molto questa misura (in questo caso migliorandola). Parte della variazione potrebbe essere inoltre spiegata dalla diversa composizione della popolazione (ad esempio per età e genere).

Da ultimo l’affidabilità della diagnosi (per ora l’unica che abbiamo al momento validato, ovvero il tampone) potrebbe allo stesso modo essere fonte di variazione. In particolare risulta quanto mai importante non avere troppi falsi positivi – ovvero persone che rientrano erroneamente nel numeratore poiché risultano positive al tampone senza esserlo – o falsi negativi – ovvero persone che NON rientrano erroneamente nel numeratore poiché risultano negative laddove invece sono positive al Coronavirus. Tutte queste misure sono ovviamente influenzate dal numero di tamponi che vengono fatti e soprattutto dalla logica con cui vengono prelevati in campioni di popolazione. Inoltre la questione tamponi è particolarmente spinosa poiché è un’analisi che richiede dei laboratori specializzati per essere fatta (non è un test rapido che può essere condotto da chiunque anche al fuori di un ambiente protetto), misurando la presenza del virus, ma nulla ci dice sullo stato immunitario dei soggetti, argomento che riprenderò fra poco.

Su questa misura dobbiamo inoltre ragionare sul fatto che i numeri che oggi osserviamo sono sempre come un programma televisivo in differita. Ci forniscono la visione ritardata di quanto è accaduto negli ultimi giorni o nelle ultime settimane. Facendo un altro esempio molto semplice, il dato dei nuovi contagi giornalieri ci dice quante persone, più o meno cinque giorni fa (stante le ultime pubblicazioni l’incubazione media della malattia è 5.5 giorni), si sono contagiate e hanno iniziato a sviluppare la malattia.

Il calcolo della letalità differisce quindi estremamente dal calcolo della mortalità. “Tasso di mortalità”, questa locuzione, che come vi sto dicendo dall’inizio viene usata molto più facilmente forse perché sembra più familiare anche nel lessico giornalistico, indica però in epidemiologia una cosa ben precisa e differente dalla letalità. Per tasso di mortalità si intende una misura del numero di decessi (in generale o dovuti a una causa specifica) nella popolazione, e ridimensionato o adattato in base alle dimensioni di quella popolazione, per unità di tempo. In questo senso il tasso di mortalità è, ad esempio, generalmente espresso in unità di decessi per 1000 individui all’anno. Esistono vari tipi di tassi di mortalità:

  1. tassi di mortalità specifici per età: un tasso per una specifica fascia di età;
  2. tasso di mortalità infantile ovvero il numero di decessi nei bambini di età inferiore a 1 anno diviso per il numero di nati vivi nello stesso periodo, in una popolazione specifica;
  3. il tasso di mortalità perinatale ovvero la somma dei decessi neonatali e dei decessi fetali (nati morti) per 1000 nascite.

Nel nostro caso, il numero magico che noi dovremmo calcolare sarebbe un tasso di mortalità specifico. Ma specifico per cosa? Ovviamente per patologia, per COVID-19. E raffrontarlo al tasso di mortalità generale della popolazione nel periodo di tempo considerato, oppure raffrontandolo ad un periodo simile (per esempio al rischio di morire in quella popolazione in quel periodo di tempo, ma in anni precedenti) oppure raffrontandolo ad una popolazione simile. Questo quindi non ci permetterebbe soltanto di misurare un “rischio” di morire, ma anche quanta parte di questo “rischio” sia effettivamente attribuibile alla specifica patologia considerata, vale a dire  COVID-19. Quello che in epidemiologia viene definita una misura di impatto.

Ma a noi, purtroppo ancora, cosa manca? Esatto, manca proprio quello! Un denominatore affidabile. Il sistema di notifica per come sta funzionando adesso, ci sta facendo vedere solo la punta dell’iceberg. Perché quello che non sappiamo è il numero delle persone che, pur essendo venute a contatto con il virus, non hanno sviluppato la malattia  oppure hanno avuto sintomi molto blandi che hanno consentito loro di superare la malattia in tranquillità, magari bollandola come un banale raffreddore e continuando la loro vita in modo inconsapevole (questi soggetti sono chiamati rispettivamente asintomatici e paucisintomatici).

La necessità che in epidemiologia si ha di conoscere questo numero sarebbe impellente. Ma come detto prima, purtroppo, per ora rimane nel libro dei sogni. Perché gli oramai celeberrimi tamponi che tutti noi conosciamo individuano la presenza del virus (ovvero i soggetti infetti al momento del prelievo del tampone) ma nulla ci dicono sugli anticorpi e sulla effettiva immunizzazione del soggetto (ovvero ci darebbero la fatidica riposta non solo sul fatto che il soggetto si sia contagiato ma anche se il suo sistema immunitario abbia risposto e sconfitto il nemico e quindi conservi, almeno per un po’, la famosa memoria).

A seconda dei numeri che vi ho snocciolato prima, quelli di Borrelli o della Capua, capite quindi adesso bene perché il tasso di letalità (che abbiamo detto si calcola dividendo il numero dei decessi per il numero dei casi e poi moltiplicandolo per 100) si trasformerebbe dal 10,13% ad un tasso di mortalità del 1,01% (stante le stime del Capo della Protezione Civile) o del 0,10% (stante le stime della collega Ilaria Capua). Ragionando anche sulle altre misure, esse cambierebbero drasticamente, spostando sempre di uno o due posizioni la virgola, le percentuali di soggetti che richiedono cure ospedaliere o un ricovero in terapia intensiva raffrontate all’intera popolazione suscettibile.

Ma, e questo mi ricorre l’obbligo etico di dirlo, per quanto l’1,01% o lo 0,10% come tassi di mortalità possano anche sembrarci numeri piccoli e rassicuranti, se calcolati sulla Lombardia, che al 31/10/2019 contava 10.085.021 residenti (Fonte dati ISTAT) vuol dire 100.850 o 10.085 morti. In Emilia Romagna invece vorrebbe dire 44.594 morti o 4.459 morti. Questi numeri sono ovviamente qualcosa di assolutamente inaccettabile.

In un caso o nell’altro, capite bene che la diffusione del virus è stata molto più rapida di quanto abbiamo finora ipotizzato. E molti nemmeno si sono accorti di averlo incontrato. In linea o, stante alcuni articoli recentemente pubblicati, 2 o 3 volte più velocemente di quanto accade con l’influenza stagionale. Portando, in alcune zone, alle situazioni estremamente critiche che stiamo osservando e, come Nazione, patendo.

Frenare la corsa del virus fino ad arrestarlo, questo rimane l’obiettivo e il massimo auspicio di noi tutti. E ognuno può contribuire, eroicamente, nel suo piccolo, rispettando le regole che sono state più volte ripetute: lavarsi spesso le mani, stare a distanza di un metro quando si è obbligati ad uscire, stare in casa e spostarsi solo in condizioni di necessità.

Quindi, in sostanza e riassumendo, sebbene il numero di decessi serva da numeratore per entrambe le misure di cui abbiamo discusso, il tasso di letalità viene calcolato dividendo il numero dei decessi per le persone positive alla patologia mentre quello di mortalità viene calcolato dividendo il numero di decessi per la popolazione a rischio in un determinato periodo di tempo (in questo caso la totalità della popolazione, che di per sé è a rischio essendo tutti noi suscettibili all’infezione di questo nuovo Coronavirus). Le due misure forniscono informazioni molto diverse che vanno capite e interpretate con il pensiero epidemiologico e mediato dalla Statistica Medica.

Tutte queste cose possono risultare un po’ ostiche a chi non mastica molto i numeri. Purtroppo nel mondo epidemiologico non sono (come nella clinica) le persone a parlare. Ma sono i numeri, come vi dicevo all’inizio con la similitudine del romanzo poliziesco, a dover “cantare”. Ma proprio come accade nei polizieschi e nei thriller “se li maltratti abbastanza a lungo, i numeri ti confessano tutto quello che vuoi”.

Per cui, se vorrete leggere consapevolmente i dati, ricordatevi che mai come ora, parafrasando Nanni Moretti in Palombella Rossa: “I denominatori sono importanti!”

«Tana libera tutti»: oltre lo sciamano, la politica.

Scienza, comunicazione pubblica e tempo delle decisioni

Contributo di Pina Lalli

Da giorni la comunicazione corre sul web, rendendo possibile celebrare il legame sociale attraverso lo scambio di messaggi e informazioni, o persino organizzando flash mob collettivi su balconi e condomini: eventi controversi a metà strada tra il folklore e i rituali festivi, che a taluni paiono poco congruenti in un momento difficile e doloroso, mentre per altri costituiscono una cerimonia importante per rinsaldare un’appartenenza collettiva.

I colori della bandiera italiana si sono accesi in vari Stati del mondo, spesso oltre le frontiere europee.

Nello stesso tempo, altrove hanno circolato per un po’ i soliti luoghi comuni sull’inefficienza o la scarsa voglia di lavorare degli italiani.

All’epidemia talora si è affiancata quella che i francesi chiamano infodemia, vale a dire la circolazione di notizie tendenziose e spesso false, che contamina e rende ancor più difficile da accettare l’intrinseca indeterminazione del sapere scientifico, alle prese con dibattiti, evidenze da rilevare e interpretare, modelli teorici da mettere alla prova con questo o quell’algoritmo di previsione

Viziati dalla moda della divulgazione ad ogni costo e dalle ricette impartite dall’esperto comunicatore di turno, avevamo finito per dimenticare (e far dimenticare) che la scienza di rado si nutre di certezze. Non è magia. È dibattito, ricerca, ipotesi, messa in discussione, esercizio oculato del dubbio, rilevazione attenta del dato empirico. Per arrivare a conclusioni, certo, ma con la consapevolezza che esse sono comunque parziali, perché derivanti da dati e argomentazioni esposti costantemente a verifica: «per quanto sinora sappiamo», «dobbiamo verificare», sono ritornelli che spesso riecheggiano nei salotti televisivi abitati in questi giorni da medici, virologi, scienziati a cui spesso si rivolgono domande in cerca di certezze su «Posso fare in sicurezza questo o quello?».

Il giornalista, impersonando il pubblico, spesso interrompe ragionamenti troppo lunghi che mal si adattano alla velocità imposta al mezzo televisivo minacciato dal telecomando.

Le conclusioni alle quali lo scienziato arriva sono dense di temi proprio perché argomentate ed evidence based: si offrono come base importante e talora anche come strumento prezioso grazie a cui poi occorre assumere decisioni. Ho sentito in questi giorni qualche leader politico dire: «Su questo non ho competenza, decideranno gli scienziati».   Come se ogni decisione non sia e non debba essere in primo luogo politica, nel senso primario della parola polis che a mio parere si coniuga su di un livello collettivo e di responsabilità e accountability (rendicontabilità e narrazione) collettiva.

La consulenza scientifica offre argomentazioni ed evidenze come base stavolta indispensabile per la presa di decisione. Ma attenzione a non confonderla con il mito tecnocratico, da un lato, e con la stregoneria dall’altro. Il consiglio scientifico è diverso tanto dall’oracolo quanto dallo sciamano

E a decisioni storiche sono oggi chiamati in particolare i leader italiani ed europei.

Con amarezza, invece, in questi giorni ho visto tentennare la cittadinanza europea. Sprofondata e confusa, talvolta, e tendenziosamente, in divergenze tecniche o scientifiche, quando a divergere sono spesso stati protagonismi individuali dei leader o spinte di gruppi d’interesse (economico).

«Tana libera tutti»: da piccoli, era una frase importante che giocando a nascondino qualcuno poteva gridare dopo aver raggiunto la meta per salvare gli altri giocatori e far perdere «chi stava sotto».

Ora, rimanendo nella metafora, rivolgo un appello speciale a Christine (Lagarde) e Ursula (von  der Leyen).

«Chi  sta sotto» oggi  è un Giano bifronte: pandemia e antieuropeismo nello stesso tempo. Se vogliamo farlo perdere occorre che le nostre due donne leader smettano di sentirsi in primis franco-tedesche ed esprimano a gran voce quel che la loro posizione richiede: l’appartenenza alla squadra europea,  a una cittadinanza europea che non è solo di facciata.

Non si tratta di fare appello ad una mera solidarietà per difendere chi sia supposto essere debole o bisognoso: la posta in gioco è l’Unione Europea. Non possiamo permetterci di ripetere l’errore – di cui ancora come cittadina europea provo vergogna  – compiuto nei  confronti  di bambini e concittadini  greci, quegli  stessi  dai quali  paradossalmente oggi, dopo averne acuito disuguaglianze insostenibili, ci  attendiamo diano da soli accoglienza ai milioni  di profughi che chi avevamo prezzolato per contenerli ci spinge alle porte. 

Può darsi che per l’Occidente e per l’Europa arrivi la fine di un sogno e di un dominio sul mondo globale. Può darsi che pagheremo caro i frutti del nostro colonialismo imperialistico e post-imperialistico. Può darsi che il neoliberismo capitalistico fagociti anche questa crisi e faccia vincere solo un piccolo manipolo di nuovi ricchi.  Può darsi che l’Unione sia poco fornita di attrezzi sovranazionali. Oppure può accadere che capiremo meglio cosa voglia dire Ebola nei paesi del continente africano, quelli che oggi non vogliono essere «coronovizzati» dagli europei.

O ci renderemo conto di quanto sia importante investire in ricerca (e sanità pubblica) sempre e comunque, e non solo quando Dengue o Zika o Covid-19 arrivano in Europa.

Tuttavia, a parte i vari possibili scenari su cui ognuno di noi può mettere alla prova questa o quella profezia, possiamo e dobbiamo chiedere ai nostri parlamentari europei, alla Commissione Europea, alla Banca Europea, al Consiglio Europeo che riunisce i vari governi nazionali di rimanere «sul pezzo», come dicono a Bologna. Consapevoli sino in fondo del compito storico che in questo momento spetta loro: molto del nostro futuro dipende anche da come sapranno assolverlo.

Europa da buttare?

Europa da Buttare? parliamone senza Fake News (di Giuliana Laschi, Michele Chiaruzzi, Dario Braga)

Lunedì 29 presso la Sala Biagi del Quartiere Santo Stefano si è tenuto il primo incontro di ParliamoneOra intitolato “Europa da buttare? Parliamone senza Fake News” con il contributo di Michele Chiaruzzi, Giuliana Laschi, Dario Braga come promotore di ParliamoneOra.
L’incontro, molto partecipato, è stato preceduto dai saluti istituzionali di Marco Lombardo, Assessore alle Politiche Europee del Comune di Bologna, che come profondo conoscitore dell’Europa ha subito indicato alcune confusioni gravi che vengono fatte sull’Unione europea, in particolare sulla distribuzione dei poteri, le responsabilità istituzionali, i livelli intergovernativo e sovranazionale.

In apertura vi è stato un contributo del Presidente Romano Prodi, che ha toccato molti punti, sulla base anche delle sue esperienze politiche come presidente della Commissione europea precisando che la principale fake news sull’Ue è proprio quella che le addossa le responsabilità che invece sono di pertinenza degli stati nazionali e quindi anche la difficile situazione economica e sociale. Prodi ha rivendicato la bontà di scelte fondamentali quali l’euro e il grande allargamento, mettendo l’accento sulla discutibile gestione successiva, in particolare da parte degli stati.

Michele Chiaruzzi ha affermato che la principale fake news è che l’Unione europea non ha dimensione politica. Da ciò partendo ha poi contrapposto tre coppie dicotomiche «fake news-realtà empirica», discusse nel corso della serata. Ha tenuto a sottolineare che la ridefinizione dei confini nazionali  europei, oggi «aperti»; il concetto di libertà al centro del mercato unico, ossia le c.d. 4 libertà; l’impatto sull’organizzazione politica dei territori nazionali (cfr. Brexit e problema d’Irlanda e Gibilterra); sono alcuni esempi della centralità della politica nella costruzione europea. Ha inoltre affermato che, nella storia mondiale, nessuna organizzazione internazionale ha mai raggiunto un livello di elaborazione liberale e profondità sociale pari a quello dell’Unione europea; ad esempio, permettendo alle persone di appellarsi alla Corte di Giustizia superando in sede di giudizio legale le barriere nazionali, ossia la soverchia forza degli apparati di governo e dei coerenti organi nazionali. Ha considerato, inoltre, che tutte le insufficienze europee vanno comprese in termini comparati, ossia capendo che l’Unione europea presenta un quadro politico inedito per cui la disuguaglianza di capacità fra gli Stati europei è, per la prima volta nella storia, vincolata da un tessuto istituzionale che la armonizza e circoscrive sensibilmente, limitando pacificamente la politica di potenza come mai era accaduto prima d’ora. D’altra parte, questa impresa pacifica mai prima realizzata è appunto sottoposta a tensioni, crisi ed errori, poiché altamente complessa e inedita.

Giuliana Laschi ha affermato che la principale fake news è che l’Unione europea è una signora sessantenne che si aggira a Bruxelles imponendo regole assurde agli europei. Ha tenuto invece a sottolineare quanto sia fondamentale l’apporto dei governi degli stati membri, riuniti nel Consiglio europeo, nel determinare e scegliere le politiche europee comuni. Il punto centrale del suo intervento: la mancanza di informazione adeguata e la cattiva informazione impediscono sia che il processo di integrazione possa rimanere un processo politico, sia una piena e cosciente cittadinanza europea, perché non può esserci cittadinanza laddove non si sa di possederla. Le responsabilità stanno nell’uso strumentale fatto dai governi dell’Ue come capro espiatorio; nella scarsa qualità dell’informazione prodotta dall’insieme dei media su questo argomento che dà quindi voce alle fake news; nella risposta inadeguata da parte della Commissione europea che, davanti ad una crisi politica, economica, sociale e culturale dell’Europa, continua a presentare un’Europa “patinata” e perfetta, l’Europa del “sogno”. Tutto questo si combatte con il dibattito aperto di ParliamoneOra e con un’analisi approfondita e critica degli aspetti negativi e positivi, non tanto o non solo di questa UE, ma dell’integrazione europea.

Dopo i brevissimi interventi si è acceso un interessante dibattito con il pubblico. Le domande sono state molte e interessanti, complesse, alle quali i relatori (ai quali si è aggiunto Piero Ignazi) hanno tentato di rispondere anche con visioni e impostazioni diverse. Dario Braga, nel concludere, ha ricordato il ruolo svolto dall’Europa nello stimolare la ricerca scientifica sia attraverso i finanziamenti europei, ai quali i ricercatori italiani attingono ampiamente (anche se spesso per poi condurre ricerche in altri paesi per le carenze del nostro sistema di supporto alla ricerca), sia attraverso la mobilità di studenti e ricercatori e il sostegno a reti di ricercatori e di aziende. Anche i questo settore spesso vengono attribuite all’Europa responsabilità che sono principalmente del paese che non fornisce – fatte le debite eccezioni – supporto strategico ai ricercatori e alla innovazione scientifica. Dario Braga ha concluso ringraziando tutti i relatori e i numerosi partecipanti e in particolare il contributo di Isabella Angiuli alla organizzazione dell’incontro.

Parliamo di Europa

(di Giuliana Laschi)

Incontri pubblici a Forlì in occasione della Festa dell’Europa

Mercoledì 8 maggio ore 18, Salone Comunale di Forlì

EUROPA E … MIGRAZIONI
Nuove paure tra inclusione e vecchi muri
Tavola rotonda con:
prof.ssa Giuliana Laschi, docente di storia contemporanea e dell’integrazione europea (UNIBO) e presidente del Comitato scientifico del Punto Europa di Forlì,
don Franco Appi, direttore del Centro diocesano per la Pastorale Sociale e del Lavoro – direttore del settimanale diocesano ‘ il momento’
Modera e intervista:
Gaetano Foggetti, caporedattore Corriere di Romagna – Forlì

Incontro in occasione della festa dell’Europa, dei 30 anni della caduta del muro di Berlino e dei 20 anni del Punto Europa di Forlì, aperto a tutti i cittadini.

In collaborazione con Migrantes,  Forlì Città Aperta e Associazione Nuova Civiltà delle Macchine

Dopo le relazioni dei relatori sarà possibile porre domande e fare interventi da parte del pubblico. Per informazioni: info@nuovaciviltadellemacchine.it o telefonare al: 3356372677

Giovedì 9 maggio, TEACHING HUB Campus di Forlì, viale Corridoni 20 – Forlì, ore 9.30 – 13.00, Aula 15

CERIMONIA INAUGURAZIONE FESTA DELL’EUROPA 2019 
con saluti delle autorità 

Convegno: GLI ULTIMI VENT’ANNI DI EUROPA

VENT’ANNI DI CAMBIAMENTI IN ITALIA E IN EUROPA – Umberto Morelli Università di Torino 
L’EUROSCETTICISMO – Luca Verzichelli Università di Siena
GLI ITALIANI, L’EUROPA E LA CRISI – Fabio Serricchio Università del Molise 
LA COSTRUZIONE DEL CONFINE ESTERNO: UNIONE EUROPEA E FLUSSI MIGRATORI – Stefania Panebianco Università di Catania 
L’EURO E LA CRISI ECONOMICA – Riccardo Rovelli Università di Bologna 

SALONE COMUNALE Piazza Saffi 8 – Forlì, ore 15 – 17,30
Tavola Rotonda 
20 ANNI DI PUNTO EUROPA A FORLÌ 

Il Comitato scientifico del Punto Europa incontra i cittadini 
partecipano:
Giuliana Laschi, Sonia Lucarelli, Paolo Zurla, Mauro Maggiorani, Marco Balboni e i formatori del Punto Europa. 

Giorgia Pavani Università di Bologna 
presenta il progetto Jean Monnet 
“New Policies and Practices for European Sharing Cities” 
Coordina: Guido Gambetta Università di Bologn

Per maggiori informazioni: http://www.puntoeuropa.eu/Attivita/Evento.aspx?EventoID=2212


Chiamare le cose con il loro nome

(di Lea Querzola)

I fatti di cronaca lasciano il tempo che trovano, ma possono essere l’occasione di uno spunto per ragionare a un livello più alto delle notizie che riportano.

Il mondo sta già iniziando a dimenticare le oltre trecento vittime, fra cui molti bambini, dello Sri Lanka. Alcune di queste persone – paradosso dei paradossi –  hanno perso la vita mentre stavano celebrando proprio la vita che non muore: cristiani, erano alla Messa che festeggia la Pasqua (che è il giorno in cui gli appartenenti a questa religione fanno memoria di Gesù, morto e risorto).

Un paio di persone molto note hanno pensato di twittare un messaggio di cordoglio, in segno di vicinanza a queste vittime e alle loro famiglie. I tweet privilegiano la sintesi, com’è noto; ma stranamente queste persone hanno usato tre parole al posto di una: “adoratori della Pasqua” anziché “cristiani”.

Soffermarsi sulle ragioni di questa scelta non vale la pena. È bene che lo facciano gli addetti alla comunicazione di certa politica, che persevera nel non comprendere che il consenso passa per la comunicazione, passa per il messaggio; e che toccare certe sensibilità, che sono inconsciamente vive in una popolazione in un dato momento storico, anche se superficialmente pare il contrario, è errore che si paga. Il c.d. “politicamente corretto” (corretto poi da che punto di vista?!) sta avvelenando i suoi stessi creatori; anche questo è un elemento su cui varrebbe la pena che chi deve facesse una riflessione.

A noi qui interessa sottolineare, da scienziati quali ci piacerebbe essere, un’altra idea: e cioè che le cose hanno un nome, un nome che normalmente parla di sostanza e non di accidente (per dirla filosoficamente), e che le cose vanno chiamate col loro nome. Chiamare le cose con un nome diverso dal loro, significa non dire la verità; cioè mentire. Il livello di gravità della menzogna varia a seconda della materia di cui si parla, certo; ma le cose vanno chiamate col loro nome. Perché non è solo con la bocca che si parla o si tace di qualcosa, ma anche con l’anima. Quando le cose di cui si parla sono persone, questa esigenza diventa ancora più forte. E quando alcune persone sono morte perché cristiane (nel senso che se quel giorno fossero state da un’altra parte anziché in una chiesa, avrebbero probabilmente avuto altra sorte), non chiamarle col loro nome è ucciderle due volte.

Lavarsi le mani (ovvero il 5 maggio)

(di Vittorio Sambri)

Il 5 Maggio: da Napoleone alle nostre MANI.

Si, credo che la prima idea che questa data ci riporta alla mente sia  la poesia del Manzoni scritta per la morte di Napoleone nel 1821… e da allora ne son passati di anni! E, almeno per me, anche da quando a scuola ce l’hanno fatta studiare.

Ma oggi il 5 maggio ha anche (mai dimenticare la Storia…è da li che siamo partiti ed è quello che ciascuno di noi, nel suo piccolo, può scrivere tutti  i giorni)  un altro significato, completamente differente.

Il 5 maggio è la “giornata Mondiale dell’IGIENE delle MANI”…Ma davvero è necessario intitolare una giornata ad un fatto semplice, di uso quotidiano e comune  e, se vogliamo, quindi anche un po’ banale? Perché? Perché l’Organizzazione Mondiale della Sanità investe risorse ed energie per fare pubblicità ad un’azione  tanto “normale”?

La risposta sta nel fatto che da anni  è riconosciuta a questo gesto semplice un’efficacia incredibile nel bloccare la diffusione delle infezioni.  Sono passati oltre 150 anni da quando, attorno al 1850, lo scienziato  ungherese Ignac Semmelweis sviluppò la prima idea relativa al fatto che “lavarsi le mani salva la vita” …sempre la Storia che rifà capolino.

L’efficacia del lavarsi le mani dipende ovviamente dal  fatto che quest’azione sia fatta “bene”:  basta avere acqua corrente, un po’ di sapone e frizionare le mani palmo contro palmo e…voilà i microbi che abbiamo sulle mani (tutti) sono ridotti di numero e il rischio di trasmetterli è molto, molto ridotto…servono in tutto da 40 a 60 secondi!

Ma chi deve lavarsi le mani? La risposta è TUTTI! Ovviamente in prima linea stanno quelli che lavorano negli ospedali: grandi e piccoli, moderni e più vecchi, indipendentemente dal reparto e dalle mansioni che svolgono per la cura dei malati. Il gesto “semplice e banale” del lavaggio delle mani è il più efficace strumento per impedire che le infezioni si diffondano fra i pazienti ricoverati. Difficile accettare che in Ospedale ci si possa ammalare di infezione, ma è così per molti motivi  e le infezioni causate dai germi che si diffondono in ospedale  sono oggi fra le  più difficili da guarire.  Non è facile accettare che si entri in Ospedale per essere curati e ci si ammali di infezione.

Ma anche tutti noi dobbiamo lavarci le mani, quando ci rechiamo in Ospedale a trovare un paziente per  assisterlo nelle necessità quotidiane o per fargli compagnia! Le infezioni possiamo anche portarle in Ospedale! Ma allora dobbiamo trovare un lavandino con acqua e sapone e lavarci PRIMA di entrare? Si, e se non abbiamo direttamente a disposizione acqua e sapone usiamo i dispensatori di soluzione lavamani che in tutti gli ospedali (e non  solo li, per fortuna, ce ne sono nei luoghi pubblici, negli esercizi commerciali…) sono a disposizione dei visitatori e del personale: una spruzzata sulle mani, una bella sfregata e in 60 secondi siamo puliti: per noi stessi e per i pazienti. Perché non farla diventare una BUONA abitudine quotidiana?

Basta poco e si contribuisce a risolvere uno dei problemi sanitari che maggiormente influiscono sulla qualità della  nostra Vita.

In sostanza, ripartendo da Napoleone e da Manzoni, perché non concludere che  è  più semplice “diffondere la cultura (anche del LAVARSI le MANI) e non i germi”?

L’osservatorio della divulgazione

(di Matteo Cerri)

Due sono i sentimenti che colpiscono il ricercatore che legge un articolo di divulgazione scientifica del suo settore sulla stampa generalista: la legittima soddisfazione di vedere il proprio settore di studi raccontato a tutti e la frustrazione di scoprire le inesattezze e le storture che a volte accompagnano questi articoli. Ma posticipiamo qui una premessa: in Italia esistono ottimi giornalisti scientifici. Chiunque abbia avuto a che fare con la stampa sa che i professionisti non mancano; non solo, come ovvio, all’interno di riviste specializzate nella divulgazione, ma anche sui quotidiani.

Terminata però la premessa, è chiaro che in più di un’occasione capiti di leggere cose che non stanno nè in cielo, nè in terra. Succede per lo più quando ad occuparsi di un articolo di divulgazione scientifica è un giornalista che non ha una specifica preparazione sull’argomento. Come detto prima infatti, non è la mancanza di personale qualificato a dare origine ad articoli come questo (https://www.repubblica.it/scienze/2019/04/01/news/un_nuovo_batterio_esiste_in_natura_il_suo_dna_creato_dal_computer-223059070/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P3-S1.8-T2), ma la scelta della redazione di non affidare questo tipo di articoli al personale più adatto.

Ma perché questo succede? Perché forse in fondo gli articoli scientifici non sono di grande importanza per un quotidiano, non attirano lettori dell’edizione cartacea o non generano molto traffico se pubblicati solo in digitale. Anzi, in quest’ultimo caso assistiamo spesso ad un’ulteriore degenerazione del fenomeno: il titolo ‘sparato’ per acchiappare più click possibili. Ecco allora che, guardando gli archivi dei giornali, scopriremmo, per esempio,  che il cancro è stato già curato moltissime volte. Purtroppo poi il titolo viene assegnato al pezzo dal titolista, una figura diversa dal giornalista che lo ha scritto, per cui a volte, anche in presenza di un articolo decente o buono, ci troviamo di fronte a titoli che gridano vendetta. Il motivo per cui questo accade l’abbiamo già detto: assenza di conseguenze se il pezzo contiene errori. Anzi, a volte un articolo chiaramente sbagliato, che contiene delle castronerie, genera più traffico proprio perché viene costantemente linkato da chi vuol farle notare.

Dobbiamo quindi guardarci in faccia e chiederci, come comunità scientifica, come possiamo agire per fare in modo che la qualità di un articolo divulgativo diventi importante? Vorrei proporre qui un primo approccio al problema, cercando di creare un feed-back che possa premiare gli articoli ben scritti e i giornalisti competenti e segnalare invece quelli che non lo sono. Propongo quindi la creazione di un ‘Osservatorio della divulgazione’ che fornisca recensioni sulla qualità di un pezzo, del giornalista che lo ha scritto, e del titolista che lo ha titolato. Suggerisco anche che tale osservatorio possa diventare un compito istituzionale per gli studenti, magari quelli del Collegio Superiore, che potrebbero occuparsi di formare una piccola redazione, di monitorare gli articoli divulgativi sulla stampa, di farli leggere agli specialisti presenti in ateneo, come se fosse una peer-review, e di tenere traccia degli andamenti. Ogni anno, l’Osservatorio dovrebbe poi rilasciare un comunicato con i risultati delle osservazioni, elogiando i migliori giornalisti, le migliori riviste e giornali (magari istituendo un premio per il miglior giornalista divulgatore), e i loro contraltari. Le classifiche, di qualunque tipo, ricevono sempre una certa attenzione; in questo caso è la reputazione del singolo giornalista e delle testate ad essere giudicata. Inoltre, i risultati dovrebbero essere liberamente consultabili, in modo che chi si trovasse poi a dover rilasciare un’intervista ad uno specifico giornalista o ad una specifica testata, possa regolarsi di conseguenza.

ParliamoneOra. Un movimento politico?

(di Alessandro Iannucci)

Si. ParliamoneOra è un movimento politico.

E’ un movimento perché nasce dalla presa di coscienza di un gruppo di ricercatori e docenti della necessità di muoversi in una precisa direzione. Andare oltre le aule di lezione, le conferenze e i convegni scientifici. Andare verso una società da cui sono forse rimasti troppo distanti: magari con élitaria consapevolezza di essere altro e di essere diversi rispetto  a derive di vario genere.

Un rapido elenco? Eccolo: il sovranismo – termine che dovrebbe far pensare agli stati assoluti prima della rivoluzione francese, e quindi suscitare il senso del ridicolo, se non della repulsione; la sfiducia nella scienza e nelle sue conquiste tutto sommato recenti come i vaccini; la dissipazione del proprio privato, profilato e analizzato da entità apparentemente distanti attraverso miriadi di informazioni regalate ai social, a games, al paradiso dei balocchi di acquisti di ogni genere; l’indifferenza rispetto agli occhi del migrante che affonda e cui si porge la mano non per tirarlo sulla nave ma per chiedere un visto di ingresso che non può avere; il rifiuto di un’istituzione, l’Europa, che ha dato concreta forma a una cultura millenaria e al progetto utopico di condividere valori, stili di vita, monumenti, merci e linguaggi piuttosto che combattersi per prevalere gli uni sugli altri; e ancora l’ambiente, tra plastica e riscaldamento globale; gli usi e gli abusi degli antibiotici.

Questi i ‘temi’ che il gruppo di ParliamoneOra intende affrontare, alla luce delle proprie competenze e dei propri studi, perché prevalga rispetto alla chiacchiera, al sentito dire, all’opinione costruita sulla persuasione emotiva piuttosto che sul conoscere il valore e l’efficacia del discorso scientifico.

Un discorso che non può restare nell’ambito dei cosiddetti esperti, trincerati nel ruolo ormai non più in auge di autorevole élite.

Nell’età della fine dell’intermediazione occorre prendere la parola nella società di cui si è parte, comprenderne emozioni, paure, istanze, esigenze per costruire insieme un discorso nuovo in cui l’autorevolezza derivi dalla condivisione.

Per questo ParliamoneOra è un movimento politico.

Nel senso chiarito da tempo da Aristotele. Non si tratta di adesione a questa o quella compagine elettorale, di oggi o di ieri, e nemmeno di domani. Ci mancherebbe. L’uomo, ha spiegato Aristotele è zoon politikon, cioè tra gli esseri viventi – o gli animali – l’unico che si contraddistingue per essere «per natura» portato a un vivere in comunità (koinonia) che si sostanzia nella costruzione di una polis, di una società organizzata intorno all’idea di condivisione (politeia). Anche gli animali costruiscono società e comunicano, certo.

Ma l’uomo, spiega Aristotele, ha qualcosa di più – e noi possiamo forse aggiungere ha qualcosa di ‘diverso’.

La parola, il logos : «solo l’uomo, tra gli esseri viventi, ha la parola. La  voce (phoné) è segno del dolore e del piacere, per questo è propria anche degli altri esseri viventi, perché la loro natura arriva fino a questo,  avere la percezione del dolore e del piacere e comunicarla l’uno all’altro; la parola invece serve a mostrare quanto è utile e quanto è dannoso, come anche il giusto e l’ingiusto. […] La condivisione di queste cose crea le  famiglie e  le città». (Aristotele, Politica, 1.1253a)

Il logos è la parola ‘che ragiona’, la razionalità argomentativa accanto a quella logico-deduttiva. In una società organizzata sulla condivisione (politeia) e sulla possibilità di tutti di esprimere un’opinione in ragione non della forza ma di un principio di eguaglianza (isegoria), il logos è anche la parola pubblica. Tutti hanno la possibilità di prendere la parola, tutti hanno il dovere di prendere la parola.

Parliamone ora, dunque. Per dire quello che sappiamo e che può servire a tutti; consapevoli che quello che sappiamo ora è scientifico perché non è vero per sempre, ma come spiegava Popper è soggetto al processo di falsificazione. Domani le nostre conoscenze saranno diverse, avranno altri paradigmi. Oggi, per quello che sono e per quello che possono valere, le proponiamo non solo ai nostri studenti e a quanti condividano la stessa expertise: ma le vogliamo mettere in comune (es to koinon), convinti che possano essere utili a tutti e contribuire non certo a risolvere ma almeno a chiarire i fatti che stanno dietro le derive e i problemi cui sopra si accennava.

Patrimonio culturale e città storica

(di Danila Longo)

L’azione culturale e, più specificamente, il Patrimonio Culturale hanno un ruolo chiave nei processi di trasformazione materiale, economica e sociale della città.

Il Patrimonio Culturale può essere considerato come dispositivo (driver) che può innervare e alimentare la crescita della città, trasformandola, con attenzione alla innovazione tecnologica, secondo modelli improntati alla valorizzazione e alla sostenibilità.

La città storica italiana è ritenuta un ambito privilegiato di applicazione di azioni di valorizzazione che considerano il Patrimonio Culturale non come una statica presenza nella città, oggetto testimoniale di valori consolidati nel tempo e destinatario di onerosi sostegni, ma come il miglior risultato, in costante aggiornamento, delle azioni di trasformazione della città.

Il modello culturale a cui fare riferimento è dunque quello di un continuo sforzo di riconoscimento della città e delle sue trasformazioni come patrimonio e bene comune, affiancando in un flusso senza soluzione di continuità la conservazione e l’innovazione e coinvolgendo permanentemente non solo gli specialisti del patrimonio ma anche tutti gli attori che nella trasformazione urbana sono chiamati a dare il loro contributo, con diversi gradi di responsabilità e consapevolezza, sia attivamente che passivamente.

Il Patrimonio Culturale va allora valorizzato nella sua concezione consolidata, preservandone i valori ma anche incrementando l’integrazione con la vita cittadina. D’altro canto, ci si deve porre l’obiettivo di includere nel valore patrimoniale della città nuovi luoghi e soggetti e, con essi, anche nuovi attori sociali ed economici. Il modello è dunque quello di una integrazione e reciproco rafforzamento tra azioni di memoria e azioni di innovazione.

Tutto è cominciato così

Domenica 27 Gennaio Ho pensato che dovevo fare qualcosa e smetterla di lamentarmi. Non si può accettare la delegittimazione dello studio e della conoscenza che porta con sé il popolare principio “tutto è vero – basta dirlo o scriverlo“.
Io sono entrato nell’Università di Bologna nel 1972 da studente e qui sono. Conosco bene questo mondo, anzi è il mondo che conosco meglio. So quale potenziale intellettuale sia accumulato al suo interno, un potenziale che viene riversato ogni giorno in migliaia di ore di lezione a migliaia di studentesse e studenti. Per non parlare della ricerca e dell’impegno costante che essa richiede, impegno alimentato spesso esclusivamente dalla passione. Una cosa straordinaria.
E’ naturale che abbia pensato per primi a loro, alle tante colleghe e ai tanti colleghi che condividono con me meraviglia e frustrazione. Per questo ho scritto questa mail ad alcuni amici universitari (subject: “una proposta di impegno”)

Care/iScienza e cultura sono in regressione.
Quotidianamente ascoltiamo interpretazioni fantasiose della realtà osservabile e leggiamo sciocchezze scientifiche.
Non solo questo. I giovani ricevono quotidianamente messaggi inquietanti e volgari: studiare non serve, laurearsi non serve.
Per quanto paradossale possa sembrare, la stessa concezione di una società colta è sotto attacco.
Per non parlare dell’Europa. Per noi universitari, da sempre, un “paesone” (UK in primis) dove noi e tutti i nostri studenti possono muoversi liberamente.
Vi propongo di incontrarci per una riflessione sul “che fare?”.  Siamo docenti della più antica università…

Dario
p.s. chi non è interessato, mi perdoni.
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Non mi aspettavo una risposta così ampia. Nell’arco di due mesi, pur tra mille impegni, ci siamo incontrati tre volte ed è nata ParliamoneOra