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Pandemia, infodemia, fobocrazia. Quel nemico invisibile che ha spento e riacceso le luci sugli invisibili

Contributo di Pierluigi Musarò

Il coronavirus è riuscito a imporsi nell’immaginario collettivo come il nemico invisibile, attraverso un linguaggio di guerra che nel giro di pochi giorni ci ha costretto a indossare la mascherina, facendoci docilmente accettare severe misure di confinamento e immobilizzazione. Perché l’emergenza smog o il cambiamento climatico non ci sono (ancora) riusciti? Quale il legame tra la pandemia e le scelte ecologiche ed economiche degli ultimi decenni? E quale il ruolo dei media e della politica nel rendere ipervisibile un’emergenza oscurandone un’altra, fino a pochi giorni prima spettacolarizzata?
Dall’ossessione per la sicurezza al diritto di respirare, dai confini chiusi per i migranti all’identità di una comunità che si immagina chiusa e rischia così di morire di asfissia. L’articolo di Pierluigi Musarò si interroga sul rapporto tra pandemia, infodemia e fobocrazia, proponendo narrative diverse e capaci di aprire nuove possibilità di solidarietà e giustizia sociale.

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Il tempo accelerato della storia e quello lento dell’Europa

Contributo di Fulvio Cammarano

Ci troviamo in uno di quei momenti in cui il tempo – che oggi, all’interno delle case, ci appare immobile – sta accelerando al punto che a breve faremo fatica a riconoscere il paesaggio sociale e politico di pochi mesi fa. La storia conosce repentine accelerazioni che per lo più ci piombano addosso all’improvviso. Rivoluzione americana e francese, Prima guerra mondiale, Rivoluzione russa, solo per fare qualche esempio, sono stati i classici eventi in grado di spostare molto in avanti le lancette dell’orologio della storia. L’accelerazione però non è sempre sinonimo o premessa di rigenerazione. Perché questa ci sia serve un rivolgimento, morale e materiale, che trasformi gli effetti delle straordinarie vicende in corso in un nuovo modo di intendere e organizzare la società. La stratosferica accelerazione causata dalla Prima guerra mondiale, ad esempio, ci ha condotto, a causa della miope conduzione degli accordi di pace a Versailles, all’ecatombe della Seconda guerra mondiale. L’attuale disastro sanitario ed economico provocato dalla pandemia sembra preludere a un diverso criterio di “produzione” del sociale, non solo in termini di merci. Il day after si presenterà come un’insieme di nuovi modi di pensare, organizzare, consumare che solo in parte saranno stemperati dall’arrivo della vaccinazione di massa. Un fenomeno mondiale di questa portata, di cui ogni individuo sulla faccia della terra potrà parlare in prima persona per il resto della sua vita, comporterà, al di là dei lutti e dei danni economici, un’accelerazione negli immaginari e nei comportamenti di tutti. L’angoscia non sarà più solo un sentimento privato, esistenziale, ma la consapevolezza pubblica che l’imponderabile rappresenta un rischio calcolato di un sistema capitalistico, come si sarebbe detto un tempo, che può inviare una sonda su Marte per trapanarne il suolo, ma non sa evitare la morte di migliaia di persone prive di dispositivi sanitari a basso impatto tecnologico, dalle mascherine, alle bombole d’ossigeno e ai ventilatori. Se il tempo storico ne uscirà certamente accelerato, il problema è capire in che modo le istituzioni sapranno cogliere la profondità dei cambiamenti in atto. Un esempio per noi significativo è quello dell’Unione Europea. Siamo tutti consapevoli di essere immersi nell’unica logica che ha ormai senso, quella planetaria a cui è sempre più spesso indispensabile rifarsi per affrontare questioni ormai prive di quell’involucro protettivo che solo 50 anni fa si chiamava distanza spaziale. La distanza, oggi come allora, sembra essere la soluzione: peccato che ormai, sociale o spaziale che sia, sembra difficilmente praticabile. Clima, epidemie, migrazioni, ecologia, informazione sono solo alcuni dei problemi su cui sarebbe divertente, se non fosse tragico, intervenire come italiani, tedeschi o finlandesi, a fronte del moltiplicarsi della presenza e del peso di potenze mondiali o regionali. L’idea di Europa nel secondo dopoguerra era nata dalla prospettiva di mettere fine alle guerre, tagliando l’erba sotto i piedi dei nazionalismi ritenuti colpevoli del disastro, e con l’obiettivo di ridurre l’alea delle catastrofi e l’insicurezza degli individui che vivevano in un continente da sempre dilaniato dai conflitti. “Europeo – ha detto un anonimo dopo il 1945 – è colui il cui Paese è stato occupato da stranieri”. Era l’unica grande utopia rimasta in vita dopo la fine della II guerra mondiale e per quanto imbrigliata all’interno del progetto funzionalista, dei piccoli passi, era sembrato per un momento, dopo l’unificazione monetaria a cavallo tra XX e XXI secolo, potesse dar vita ad una vera unificazione nella speranza che la politica avrebbe seguito l’economia. È stata un’illusione. Oggi possiamo solo constatare che in tutte le politiche mondiali c’è un deserto che si chiama Europa.  Questa “Europa dei governi” sembra così politicamente sterile che, al momento, è l’azione di un organo tecnico, la Banca Centrale Europea, ad essersi sobbarcato il compito di salvare la vita e della dignità di milioni di europei.

il tempo accelerato della storia  e quello lento dell'Europa nel non creare comunità

Però, per non crogiolarsi nel vittimismo, dobbiamo pensare che tutto ciò che sta accadendo – a cominciare dai tempi lunghi di applicazione di politiche economiche incerte – non sia una questione di volontà o di insensibilità, di tedeschi, olandesi e via “nordificando”. La triste verità, al netto delle giuste considerazioni di Pietro Manzini su “ParliamoneOra” del 14 aprile, è che per agire come noi stiamo chiedendo, cioè con spirito di solidarietà, spalmando tra tutti i membri dell’Ue il costo del disastro economico, bisognerebbe far parte di una comunità che al momento semplicemente non esiste. Siamo un’unione, non una comunità. Siamo condòmini all’interno dello stesso stabile, non una collettività o una famiglia. Se chi abita sotto il nostro appartamento chiede, per far fronte ad una situazione difficile, un sostegno all’amministratore, noi daremo l’assenso solo in cambio di garanzie di restituzione, se invece quelle persone fossero una parte della “nostra” comunità, il problema non si porrebbe neppure. Allora, invece di prendercela con olandesi o tedeschi, rinfocolando i soliti reciproci stereotipi nazionalisti, perché non ci interroghiamo su cosa abbiamo fatto per far nascere quella comunità, vale a dire gli Stati Uniti d’Europa? Con chi ce la dobbiamo prendere se l’Europa al momento è solo un’unione, soprattutto economica, tra governi nazionali e come tale soggetta alle leggi e alle gerarchie di valori dettate dal mercato a cui gli “altri” si appellano legittimamente? Come mai, dopo molti anni, nonostante la presenza di tutti gli organi che prefigurano l’esistenza di una nazione (Parlamento, Esecutivo, Tribunale), dipendiamo ancora dalle volontà dei governi nazionali che, in quanto tali, non possono che favorire interessi nazionali? Perché non siamo riusciti a trasformare il rospo intergovernativo nel principe azzurro nazione federale? Cosa ha fatto l’Italia, negli ultimi anni, per dare una spinta in questa direzione? Perché nel Parlamento europeo, accanto agli avatar delle famiglie politiche europee, non esiste una famiglia di “federalisti unitari”? E perché Altiero Spinelli continua in modo forse un po’ ipocrita ad essere ricordato nelle parate e nelle celebrazioni, se la sua idea è morta? E se non è morta, perché ce ne allontaniamo sempre di più?   Il timore è che il virus per quanto potente non riuscirà a scalfire la corazza dell’Europa dei governi. La pandemia da un lato ha messo in evidenza come effettivamente siamo un ‘one world’ dato che la diffusione del morbo non si fa ostacolare dai confini geografici o dalle differenze di razza, etnia, classe e genere. Dall’altro, ha mostrato l’importanza della nazione, l’unica scialuppa di salvataggio che, in un modo o nell’altro, ha cercato, nel nostro momento più buio dal 1945 ad oggi, di fare il suo dovere, quello di disciplinare e rincuorarci. La nazione – strepitosa e rivoluzionaria invenzione che nel bene e nel male da più di due secoli costituisce l’orizzonte del progetto politico occidentale – è un prodotto storico, non un dettato divino, da cui sarebbe necessario partire per costruire, anche in mare aperto e agitato, una scialuppa più adeguata ai tempi, una nuova comunità di destini con cui continuare a navigare nel gurgite vasto della contemporaneità.

Emozioni sonore al tempo del coronavirus.

La musica e il suo mondo migliore

Contributo di Giuseppina La Face

Il tempo affievolisce i ricordi: giova rammentare. Nel settembre 2001 i cittadini statunitensi, sbigottiti di fronte all’immane tragedia delle Twin Towers, intonarono spontaneamente “God bless America”: affidavano a quella preghiera corale il loro dolore e la speranza della ricostruzione.

Oggi anche noi ricorriamo alla musica, di fronte alla guerra scatenataci da un esserino invisibile e malefico, il Sars-Cov-2, meglio noto come Covid-19 o coronavirus. Essa risuona dai balconi e dalle finestre d’Italia: ognuno canta e suona quella che ama, sentendosi però legato agli altri da un rapporto stretto e vicendevole.

È comprensibile, giacché la musica alimenta il senso di comunanza sociale, organizza le emozioni, e può esercitare un’azione consolatoria. Lo diceva Marsilio Ficino che la definiva “consolazione delle fatiche e pegno di vita duratura”; lo proclamava Schopenhauer  che la considerava “panacea di tutti i mali”; lo sapevano gli operisti del Settecento, che alla musica chiedevano di procurare il plaisir des larmes, efficace per stemperare le sofferenze in una dolcissima malinconia.

C’è un aspetto terribile nell’infezione, nella pestilenza, nell’epidemia: anche gli amici, i parenti stretti, figli, genitori, sposi, si trasformano. Appaiono ‘nemici’ in quanto possibili vettori di contagio, malattia, morte. E ciò fa vacillare certezze, mette in crisi sentimenti profondi come l’amore e l’amicizia, fa toccare l’abisso della solitudine esistenziale.

Oggi, di fronte all’angoscia generata da un pericolo invisibile, avvertito al momento come incontrollabile, la musica diventa un mezzo di sopravvivenza. Il ricorso ad essa diventa taumaturgico.

Nella nostra cultura il far musica è strettamente collegato all’ascolto. Se ti si ascolta, significa che ti si presta attenzione, ci si accorge di te. Suonando o cantando – da soli o in gruppo – si instaura un rapporto fra esecutori e ascoltatori: si ricostruisce proprio quel senso di solidarietà, simpatia, comunicazione che l’esserino malefico devasta.

Non importa che tu sia intonato o stonato, professionista o strimpellatore, il suono, il canto producono una corrente sentimentale che fa sentire forti e coesi.  E così, pur nella varietà dei generi musicali, si fronteggia meglio il nemico. Non è un caso che la musica più spesso eseguita sia stata in questi giorni “Il canto degli Italiani”, il cosiddetto Inno di Mameli. Pugnace, intenso, battagliero, risuonando in tutta la penisola ha fatto sentire gli Italiani un popolo unito, una ‘nazione’ impegnata in combattimento per il bene di tutti.

La musica attua un miracolo ulteriore: crea un mondo migliore, in cui si supera il dolore dei giorni tristi. Lo si sperimenta con Bach, Mozart, Beethoven, Rossini, De André, Vasco Rossi, Lady Gaga.

Nel 1817 – aveva vent’anni – Franz Schubert scrisse un Lied stupendo, “An die Musik”, su otto versi dell’amico Franz von Schober. Ne trascrivo qualcuno:

Tu, arte soave, in quante ore desolate
hai acceso il mio cuore al calore dell’amore
e mi hai portato con te in un mondo migliore!
Arte soave, di questo ti ringrazio!

(Du, holde Kunst, in wieviel grauen Stunden | Hast du mein Herz zu warmer Lieb’ entzunden, | Hast mich in eine beßre Welt entrückt! | Du holde Kunst, ich danke dir dafür!).
Ascoltatelo, dura tre minuti ed è meravigliosamente benefico.