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Il mercato degli stupefacenti ai tempi del Coronavirus: tra deep web e criptovalute

Contributo di Michele Protti

Il rapporto dello European Monitoring Center for Drugs and Drug Addiction

A quanto pare, la mancanza di un mercato regolato non ha impedito ai consumatori europei di fare scorte di stupefacenti, soprattutto di Cannabis, a fronte delle misure di social distancing intraprese in questo periodo storico complesso e unico nel suo genere.

In Canada e in molti stati US, il timore per il lockdown messo in atto per contrastare la diffusione del virus durante lo scorso marzo ha spinto molte persone ad accalcarsi presso i loro rivenditori locali (e legali) di Cannabis per farne incetta. Secondo un recente report dello European Monitoring Center for Drugs and Drug Addiction (EMCDDA), nello stesso periodo in Europa si faceva lo stesso, tranne che per il fatto che i canali maggiormente sfruttati per connettersi con i “rivenditori non regolamentati” erano ad appannaggio del deep web. Il deep web è infatti un modo per accedere a internet in modo completamente anonimo, dove non è possibile tenere traccia delle attività illecite come le compravendite di sostanze non regolamentate, ma lo approfondiremo in seguito.

stupefacenti, uno screen del sito Alphabay chiuso e sequestrato nel 2017
Uno screenshot del sito Alphabay (chiuso e sequestrato nel 2017)

Il rapporto dell’EMCDDA ha monitorato tre dei principali mercati di Cannabis sul deep web dell’Unione Europea, Agartha, Cannazon e Versus, per valutare come la pandemia COVID-19 abbia influenzato le loro vendite dal 1° gennaio al 31 marzo 2020. Hydra, che è stimato essere il più grande mercato illecito di stupefacenti in rete, non è stato incluso nello studio perché serve principalmente la Russia e i paesi dell’Europa orientale.

stupefacenti. numero di recensioni di prodotti per sito e per mese (gennaio- marzo 2020)
Numero di recensioni di prodotti per sito e per mese (gennaio-marzo 2020).
Fonte: EMCDDA Special Report COVID-19 and drugs – Drug supply via darknet markets

Le attività di mercato sono aumentate di più del 25% per il periodo considerato, trainate principalmente dalle vendite di Cannazon. I dati di mercato di Cannazon non fanno distinzione tra marijuana (le infiorescenze della Cannabis), hashish (la resina derivata dalla Cannabis) o altri prodotti derivati, afferma il rapporto. Nel corso dei primi tre mesi del 2020, i rivenditori hanno acquistato meno prodotti a base di Cannabis a scopo di redistribuzione al dettaglio, probabilmente perché i protocolli di social distancing renderebbero difficile vendere la Cannabis di persona, afferma il rapporto. D’altra parte, il numero di acquirenti che hanno acquistato Cannabis per uso personale è aumentato, ma sono diminuite le persone che hanno ordinato sul deep web sostanze generalmente utilizzate in occasioni “sociali” e di gruppo, come l’MDMA.

Il più grande dei tre mercati, Cannazon, ha venduto circa 4.3 milioni di euro di Cannabis nell’arco dei tre mesi considerati, pari a circa 1.6 tonnellate di prodotti: il quantitativo più comunemente acquistato si aggirava sui 10 grammi, per un costo medio di 125 euro.

stupefacenti. numero di vendite al dettaglio per formato (gennaio-marzo 2020)
Numero di vendite al dettaglio, per formato (Cannazon, gennaio-marzo 2020).
Fonte: EMCDDA Special Report COVID-19 and drugs – Drug supply via darknet markets.

Nonostante l’aumento delle vendite, nel periodo considerato è stata osservata una diminuzione degli introiti totali, il che indica che le persone hanno iniziato ad acquistare quantitativi inferiori e prodotti meno costosi.

stupefacenti. Valore dei prodotti in vendita (gennaio-marzo 2020)
Valore dei prodotti in vendita (Cannazon, gennaio-marzo 2020).
Fonte: EMCDDA Special Report COVID-19 and drugs – Drug supply via darknet markets.

La maggior parte delle sostanze vendute sul deep web proviene dal Regno Unito (47%), dalla Germania (30%) e dalla Spagna (6%), secondo il rapporto EMCDDA.

stupefacenti. principali prodotti acquistati (gennaio-marzo 2020)
Principali prodotti acquistati (gennaio-marzo 2020).
Fonte: EMCDDA Special Report COVID-19 and drugs – Drug supply via darknet markets

Il coronavirus sta portando gli utilizzatori di sostanze verso il deep web e le criptovalute

Il deep web ha compiuto da poco 20 anni. L’emergenza COVID-19 sta spingendo gli spacciatori e gli utenti lontano dalle strade, in un mercato in rapida evoluzione.

Nelle strade deserte delle più grandi città europee si mormora di spacciatori che “chiudono i battenti”, rifiutandosi di vendere a chiunque tranne che ai loro clienti più affezionati, preoccupati per i loro futuri approvvigionamenti. Infatti, come le imprese di alto livello, anche i cosiddetti “pusher” sono alle prese con la logistica dell’isolamento personale e con il caos provocato dalla crisi portata dal coronavirus sulle catene di approvvigionamento.

Ecco perché, secondo alcuni esperti, molti degli oltre 30 milioni di tossicodipendenti della Comunità Europea stanno ripiegando su un uso smodato e pericoloso di farmaci da prescrizione o si rivolgono ai mercati del deep web. I mercati dislocati sul deep web utilizzano una rete crittografata (Tor) per nascondere la posizione del server di un sito e offrono un modo per acquistare quasi tutto in forma anonima. I prodotti più popolari sono sostanze illecite, spedite poi per posta in cambio di criptovalute, come Bitcoin (BTC).

stupefacenti. uno screen del sito Silk Road, fino a qualche anno fa il mercato illegale più diffuso per acquistare stupefacenti tramite bitcoin
Uno screenshot del sito Silk Road (la Via della Seta), fino a qualche anno fa il mercato illegale
più diffuso per acquistare stupefacenti tramite Bitcoin.

Nel frattempo, gli scambi di criptovalute hanno visto un afflusso di nuovi utenti da quando è iniziato il blocco del coronavirus, alcune delle quali vedono addirittura triplicato il loro tasso di nuove iscrizioni. Ma, allo stesso tempo, i dati suggeriscono che questi nuovi arrivi non stanno commerciando o investendo in criptovalute. Invece, stanno depositando somme per l’utilizzo immediato. Queste somme, almeno in teoria, potrebbero essere destinate ad alimentare il mercato nero, non solo degli stupefacenti illegali, ma anche di altri prodotti scarsamente disponibili a causa della pandemia come mascherine per il viso e alla farmaci.

Comprare stupefacenti sul deep web significa prima acquistare Bitcoin

Il numero di persone in Europa che utilizzano il deep web come canale per l’approvvigionamento di sostanze stupefacenti è più che raddoppiato negli ultimi cinque anni, secondo i sondaggi di Global Drug Survey, a causa della vasta gamma di prodotti offerti, del sistema di recensioni dei fornitori e dei prodotti, della facilità di acquisto e della possibilità di non doversi esporre a situazioni di violenza e pericolo su strada.

Gli utenti pagano per beni acquistati sui mercati nel deep web utilizzando Bitcoin o altre criptovalute. Nel 2019, oltre 700 milioni di Euro in criptovalute sono stati riversati su tali mercati, secondo i dati della società di analisi blockchain Chainalysis.

I dati sono ancora troppo preliminari per poter affermare con certezza che negli ultimi mesi le persone abbiano “sbirciato” nell’abisso del deep web per la prima volta a causa di problemi con i loro fornitori regolari, ma di certo questo momento storico è potenzialmente “propizio” per un ragionamento di questo tipo.

È anche troppo presto per identificare chiaramente le interruzioni nella fornitura “regolare” di sostanze stupefacenti nel mondo reale. Ciò a cui si sta assistendo in termini di risposte da parte dei pusher di prima linea è una vendita più orientata all’ingrosso, applicando prezzi opportunistici o riducendo la purezza e la qualità dei loro prodotti. Risulta particolarmente preoccupante in questo momento la crescente disponibilità sul deep web di Fentanil, il cugino sintetico dell’eroina. Questa sostanza è 50 volte più potente dell’eroina e 100 volte più potente della morfina, risultando quindi in logistiche più semplificate, ma è anche molto più pericolosa per gli utilizzatori meno esperti e anche perché spesso viene utilizzata dai rivenditori al dettaglio per “tagliare” prodotti di scarsa qualità.

Il deep web non è immune ai problemi di approvvigionamento

La pandemia ha evidenziato la fragilità delle catene di approvvigionamento nelle industrie di tutto il mondo e quelle riguardanti la produzione di sostanze stupefacenti non fanno eccezione. Infatti, ci sono già notizie riguardanti aumenti dei prezzi di droghe presenti sul deep web a causa della carenza di prodotti chimici in arrivo dalla Cina: gli ingredienti chimici grezzi utilizzati per la produzione di metanfetamina e Fentanil provengono principalmente da questo paese, che è anche l’epicentro dell’epidemia. A quanto pare, anche le scorte dei cartelli Messicani si stanno esaurendo.

La carenza dei cosiddetti “precursori”, le sostanze chimiche che, miscelate e fatte reagire in laboratori clandestini danno vita a numerose droghe, sta limitando la gamma di sostanze che gli spacciatori ora sono in grado di offrire. E la maggiore instabilità e volatilità di alcune criptovalute sta influenzando anche i rivenditori.

Le interruzioni nelle catene di approvvigionamento globali potrebbero ostacolare la capacità dei venditori nel deep web di fare affari. Tuttavia, mentre la Cina è in fase di recupero da Covid-19, gli acquisti nei mercati sommersi già sembrano iniziare a riprendersi.

Le problematiche dei rifornimenti stanno anche diversificando le tipologie di prodotti in vendita nel deep web. La pandemia COVID-19 sta infatti spingendo i venditori a mettere in vendita clorochina e le introvabili mascherine protettive N95.

Vedendo come si è scatenata la corsa all’acquisto di medicinali come il paracetamolo, di mascherine per il viso e di gel per le mani, si sta inoltre assistendo a un aumento del numero di siti fake che dichiarano di avere accesso alle scorte di tali prodotti.

I pericoli del deep web

Come altri mercati illeciti, i mercati nel deep web sono pieni di rischi.

“Sono sicura che sarebbe allettante per alcuni rivolgersi ai mercati sul deep web e veder recapitate le loro droghe per posta, ma è probabile che molti utenti inesperti cadano vittime di truffe“, ha dichiarato Eileen Ormsby, uno dei massimi esperti di deep web.

Tra le truffe identificate da Ormsby vi sono siti di phishing progettati per replicare noti mercati e le “truffe selettive”, in cui i rivenditori autentici prendono di mira nuovi account, attribuendo a problematiche del servizio postale la mancata consegna della spedizione.

Mentre le forze dell’ordine continuano a limitare il fenomeno e a reprimere i fornitori, alcuni hacker e commercianti di contrabbando si stanno spostando verso sistemi innovativi dettati dalla situazione pandemica in corso e ad app di messaggistica crittografate come Telegram e WhatsApp, che promettono la crittografia end-to-end e includono strumenti per comunicare anonimamente.

Quando ci stringeremo di nuovo la mano?

Contributo di Sara Pini

È una coincidenza fortuita e al contempo amara che ormai sia passato un anno dalla pubblicazione del contributo di Vittorio Sambri, a dir poco lungimirante nell’intitolarlo Lavarsi le mani. Ancora più sorprendente, forse, è la coincidenza delle date: quell’intervento prendeva le mosse dal 5 maggio e quest’anno proprio il 5 maggio sarà il secondo giorno di maggiore libertà dopo una quarantena di quasi due mesi in cui ci è stato ripetuto con ogni mezzo di lavarci frequentemente e a fondo le mani per contrastare la diffusione dell’oramai noto COVID-19. Rifacendomi all’articolo di Sambri, vorrei ripartire proprio da questo, dalle mani, in particolare dal gesto di stringere la mano e da ciò che questo significa per noi.

Talmente parte del nostro quotidiano, solo ora – impossibilitati come siamo su più fronti – ci rendiamo conto di quanto “diamo la mano”: dalla stretta di mano in ambito lavorativo, al segno di pace per alcuni durante le celebrazioni cattoliche, al saluto a parenti e amici, magari accompagnato da un abbraccio. L’atto di offrirsi la mano e stringerla è antichissimo: i Greci identificavano questo atto come dexiosis, approssimativamente, “dare la mano destra”, e si ritrova in molte sculture antiche come “gesture symbolizing connectedness” (Ed Simon, “When Was the First Handshake?”). Ma sembra che le prime tracce si ritrovino ancora più indietro nel tempo:

It probably had its origin among primitive peoples, where the hand was symbolic of strength and power. To extend the hand to a stranger with the palm displayed was to assure him that there was no weapon concealed.

Stringere la mano è ancora oggi per noi un simbolo di affidabilità e buoni propositi, di fiducia verso l’altro e di volontà di relazione. Forse, però, leggere in questo frangente parole così ci porta a un sorriso amaro, dato che siamo soggetti al distanziamento sociale proprio per evitare il contatto fisico. Non a caso ho scelto la citazione di cui sopra non da un articolo di cultura o sociologia, ma da uno dell’American Journal of Nursing e intitolato “The Bacterial Significance of the Handshake”.

Da mezzo per mostrare l’innocuità a veicolo di un’arma invisibile, quindi.

Durante una visita al castello di Edimburgo la guida intratteneva i turisti con vari aneddoti e racconti sulle usanze del passato, tra cui quella di togliersi il guanto per stringere la mano in modo da stipulare un accordo. Era necessario togliersi l’indumento in questione perché era comune che alcuni indossassero degli anelli con sottili aghi rivolti verso il palmo così da pungere il presunto alleato durante la stretta di mano, uccidendolo con il veleno di cui erano intinti. Oggi lo stringersi la mano ha recuperato in un certo senso tale pericolosità e giustamente non vediamo l’ora di tornare alle nostre abitudini quotidiane in cui abbracciare, stare vicini, salutare con la mano e parlare siano di nuovo consentiti senza limitazioni o restrizioni di alcun tipo. Recuperare la possibilità di un gesto che ci viene così naturale, perché parte nelle nostre abitudini socio-culturali, è di per sé il segno di una riacquistata libertà e di una vittoria contro un pericolo invisibile per la nostra salute.

Tuttavia, mi domando se questa voglia di ricominciare la quotidianità nei suoi piccoli gesti durerà anche dopo i primi mesi dal termine dell’emergenza, quando il virus se ne sarà andato e saremo tornati a una situazione “come prima del coronavirus”. Sembra che lo strascico delle conseguenze di questa pandemia si farà sentire per molto tempo, a livello economico. Penso all’ambito lavorativo, ai posti di lavoro in particolare. Tema molto caro ai giovani, perenne problema in Italia, ora si prospetta una situazione davvero complicata, se prima non lo era già abbastanza, e non solo a livello organizzativo. Cosa ci sarà per tutti coloro che avevano un lavoro e che sono stati costretti a rimanere a casa in queste settimane? Per i giovani, se le prospettive non erano rosee prima del COVID-19, cosa ci sarà dopo la pandemia?

Alcuni articoli parlano di imprenditori che cercano di tenere tutto il personale, altri riferiscono con le pinze ipotesi di esuberi, quasi si avesse paura ad affrontare l’argomento. Perché per vivere, per tornare a quella quotidianità che tanto ci manca, dopo l’imperativo della salute individuale e pubblica – ma già in concomitanza adesso, per molti – il secondo imperativo è la salute economica. Perché, inutile dirlo, per sopravvivere nella post-pandemia serve un lavoro. Dopo i primi e a lungo attesi incontri, abbracci, strette di mano, ritrovi con amici e familiari, colleghi e non, inebriati dalla libertà riacquisita, dal sollievo dello scampato pericolo, finalmente autorizzati a condividere il dolore per le perdite, riusciremo davvero a “ridare la mano” con fiducia e slancio?

Mi domando se ci ammasseremo gli uni sugli altri, in quel “dopo”, calpestandoci, se ci sarà la diffusione del virus del panico, dell’esigenza, della necessità, di emozioni di pancia che faranno prevalere una visione distorta, auto-alimentata, egocentrica della situazione generale. Situazione in cui la paura che ora c’è verso un nemico invisibile e il contatto con l’altro continuerà sotto nuova forma, forse perfino più subdola, in un contesto in cui la vicinanza fisica è stata recuperata ma nulla si può fare per la barriera invisibile di plexiglass emotivo che ci fa vedere qualcuno ma non ci permette di avvicinarci alla sua umanità. Nel proteggere il bene proprio e dei propri famigliari, riusciremo a mantenere una mano tesa in solidarietà e in riconoscimento dell’altro nella post-pandemia?  O metteremo in atto una sorta di scala del dolore in cui ognuno si sente ai primi posti, alimentando alla base diffidenza e supponenza, sfiducia e chiusura? Riusciremo a stringere di nuovo le mani a qualcuno senza nascondere non in un anello, ma dentro di noi, il veleno del confronto?

Ricordiamoci di stringere la mano non solo perché potremo, non solo come segno di riacquistata libertà, ma con cognizione di causa come gesto di umanità nel post-coronavirus.

COVID-19, dipendenze e informazione

Contributo di Laura Mercolini, Roberto Mandrioli

In questi giorni di lockdown, ci siamo abituati a un flusso costante di informazioni riguardanti gli argomenti più svariati, non solo strettamente sanitari, nell’ottica della loro correlazione con la pandemia di COVID-19 che si sta vivendo. Certe situazioni, invece, rischiano quasi di sparire dall’orizzonte degli eventi, dimenticate. Una di queste situazioni è rappresentata dalle dipendenze.

dipendenze da stupefacenti e alcool è un problema durante la pandemia e il lockdown

Si potrebbe dire: “Nient’affatto! Ogni giorno si legge delle Forze dell’Ordine che hanno multato persone uscite in cerca di stupefacenti, o fermato lo spacciatore in violazione del lockdown (oltre che della legge, ça va sans dire): sono tra le notizie più frequenti!” Certo. Ma, a nostro avviso, non si tratta di notizie che riguardino a giusta ragione la relazione più pericolosa tra dipendenze e pandemia; si tratta invece di notizie che hanno a che fare più che altro con l’ordine pubblico. Le dipendenze sono molto spesso trattate da queste specifiche angolazioni anche in tempi “normali”, a volte lasciando in secondo piano gran parte dei risvolti sociali, familiari, personali del dramma di chi soffre di questo problema. Ma oggi, quando tutto è rapportato alla pandemia, si rischia forse di dimenticare del tutto le dipendenze?

Ci fa forse un po’ sorridere la notizia del soggetto poco raccomandabile che viene multato per essere uscito a comprarsi stupefacenti, perché questa attività non è considerata indifferibile e si colloca all’interno della sfera della criminalità. Va tuttavia posta grande attenzione al fatto che la dipendenza da sostanze (e in generale, qualunque tipo di dipendenza) è a tutti gli effetti una patologia, riconosciuta come tale anche da tutti i più recenti manuali di psichiatria, ivi incluso il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM–5) [1] elaborato dall’American Psychiatric Association. Molti dei soggetti dipendenti da sostanze sono vittime del diffuso preconcetto che il consumo di sostanze illecite e la tossicodipendenza siano una libera scelta e che quindi sia per queste persone necessario sopportarne le conseguenze. Ciò ha ben poco a che fare con la nozione scientifica, più sopra ricordata, di dipendenza come malattia psichiatrica.

le dipendenze durante la pandemia di Coronavirus non sono facili da gestire

La normativa “d’emergenza” sulla pandemia di COVID-19 mantiene aperti i tabaccai e in libera vendita tutti gli alcolici, con le consuete limitazioni d’età. Ma giova forse ricordare che proprio alcool e tabacco, sommati, causano ogni anno in Italia un numero di vittime circa trecento volte più alto rispetto a tutte le altre sostanze d’abuso messe assieme [2,3,4]. Analogo andamento si osserva in altri Paesi industrializzati [5]. Nel frattempo, càpita di leggere notizie di questo tenore: “Boom di alcolici in quarantena, vendite che toccano il +250%” [6]. Sarebbe interessante intraprendere un’analisi più approfondita di questo fenomeno: il maggior consumo di alcool è dovuto anche allo stress dell’isolamento forzato? Chi ha problemi di dipendenza si sta forse orientando a usare anche alcool come surrogato delle sostanze stupefacenti, avendo difficoltà ad approvvigionarsi di queste ultime, ed essendo gli alcolici invece facilmente reperibili?

Ci sono poi svariate problematiche correlate alle dipendenze, comunque drammatiche, come la maggiore difficoltà, in questo periodo, nell’accesso ai servizi di assistenza per le dipendenze. Come i problemi generati dalla convivenza forzata, ventiquattr’ore su ventiquattro, di familiari o amici e persone con problemi di dipendenza, magari in difficoltà a causa del craving e dei sintomi d’astinenza. Come la maggiore suscettibilità alle infezioni (compresa COVID-19), dovuta all’immunosoppressione conseguente al consumo di sostanze d’abuso. Ancora peggio si trova, non ci sarebbe bisogno di sottolinearlo, chi è anche senza fissa dimora [7].

C’è poi chi scopre a causa del lockdown che un proprio familiare soffre di una dipendenza, ma a causa dell’isolamento non sa come agire, non sa come chiedere aiuto, ha paura di subire violenza; come sempre, le situazioni di indigenza e gli spazi in casa estremamente ridotti acuiscono tutti questi problemi [8]. Quest’ultima informazione ha un’origine piuttosto particolare: la presidentessa di Federcasalinghe. Tali associazioni raccolgono sempre più spesso le richieste d’aiuto dei cittadini in difficoltà, a maggior ragione durante questa pandemia.

E i ludopati, le persone con dipendenza da gioco d’azzardo? Qui, al contrario dell’alcool, i consumi sono apparentemente scomparsi, visto che le sale da gioco sono chiuse e nelle tabaccherie le macchine da gioco sono spente (comprese quelle per lotto e superenalotto). Purtroppo, però, chiunque può procurarsi la propria “dose” di gioco, comodamente da casa, sul web attraverso pc, tablet e smartphone! A dire il vero, però, il gioco online segnava + 27% sull’anno precedente già a febbraio 2020 [9], quindi prima di ogni lockdown. Figuriamoci adesso.


Note
[1] American Psychiatric Association, Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders Fifth Edition (DSM-5). American Psychiatric Association Publishing, Washington, 2013.
[2] Ministero della Salute, Rapporto 2018 sulla prevenzione e controllo del tabagismo. http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2851_allegato.pdf; 2018.
[3] QuotidianoSanità.it, Alcol. In Italia 435mila morti in 10 anni. Ecco l’identik dei bevitori, delle motivazioni e degli effetti in una ricerca Eurispes-Enpam. http://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=66797; fonte: Indagine Eurisper-Enpam, 2018.
[4] Truenumbers.it, Quante sono le vittime della droga in Italia. https://www.truenumbers.it/morti-droga-italia/; fonte: Relazione annuale della Polizia di Stato, 2015. 
[5] Peacock, A., et al. (2018) Global statistics on alcohol, tobacco and illicit drug use: 2017 status report. Addiction, 113: 1905– 1926. https://doi.org/10.1111/add.14234. 
[6] Altarimini, Boom di alcolici in quarantena, vendite che toccano il +250%. https://www.altarimini.it/News133845-boom-di-alcolici-in-quarantena-vendite-che-toccano-il-250o.php; fonte: Istituto Superiore di Sanità, 2020.
[7] Next Quotidiano, Lo spaccio di droga con l’emergenza coronavirus (e la bomba dei tossicodipendenti in quarantena). https://www.nextquotidiano.it/spaccio-di-droga-coronavirus-tossicodipendenti/amp/; 2020.
[8] Leggo, Coronavirus, il dramma di molte famiglie: «In quarantena ho scoperto che mio figlio si droga». https://www.leggo.it/italia/cronache/coronavirus_dramma_molte_famiglie_quarantena_ho_scoperto_figlio_si_droga-5152918.html; fonte: Adnkronos, 2020.
[9] Gioconews, Casino games, a febbraio la spesa cresce del 27 per cento. https://casino.gioconews.it/online-2/51475-casino-games-a-febbraio-la-spesa-cresce-del-27-percento%20, 2020.

Didattica online: quale riconfigurazione del nostro lavoro di insegnanti?

Contributo di Amina Crisma

Da tredici anni insegno come prof. a contratto Filosofie dell’Asia orientale al Dipartimento LILEC, corso di Laurea LMCA; la riflessione che tento di proporvi in queste brevi righe non ha l’ambizione di offrire risposte, ma intende semplicemente porre all’attenzione di tutti alcuni problemi e alcune domande. Credo sia importante – più importante che mai – il pubblico e condiviso interrogarsi, come irrinunciabile esercizio di democrazia, in un momento in cui la tragica emergenza in cui stiamo vivendo ci costringe tutti quanti in un inevitabile stato di eccezione che sospende molte delle nostre prerogative costituzionali. Quando e come ne usciremo, non è già scritto, ma determinate tendenze generali che in varie e diverse sedi si esprimono  mi appaiono piuttosto inquietanti; mi preoccupa molto, ad esempio, assistere sui media a enfatiche celebrazioni della presunta efficacia di un modello autoritario di gestione della pandemia, quando invece, mi sembra, gli esempi migliori in tal senso ci vengono da alcuni paesi di democrazia rappresentativa (la Corea del Sud, Taiwan, la Germania) fra i quali appare particolarmente interessante, per la sua valorizzazione della medicina territoriale e di base, l’esempio tedesco. Noto en passant che agli apologeti del “dispotismo asiatico” andrebbe ricordato che sono meccanismi autoritari quelli che hanno ritardato di ben due mesi un’adeguata cognizione della natura dell’epidemia, che un medico eroico di Wuhan che ne restò vittima quale Li Wenliang fu il primo a denunciare.

È questo drammatico contesto lo sfondo in cui avviene la radicale riconfigurazione del nostro lavoro in termini di didattica online. Una riconfigurazione dettata dall’emergenza, appunto, dallo stato d’eccezione; ma siccome si tratta di uno stato d’eccezione di cui ignoriamo la durata, e che potrebbe perfino diventare per un periodo indeterminato una sorta di “anomala normalità”, credo convenga farne oggetto di una considerazione adeguata e di un dibattito condiviso.

Questo mio discorso si basa sull’esperienza personale di didattica online che sto facendo, su confronti e conversazioni con colleghi e interlocutori, e attinge inoltre agli spunti contenuti in un articolo di Renata Pepicelli “L’Università senza corpi” apparso su Il lavoro culturale del 14 aprile, di cui consiglio a tutti vivamente la lettura.

didattica a distanza, online

A mio parere, è un testo esemplare, che tematizza in modo articolato la questione della didattica a distanza: ne riconosce determinati pregi (è indiscutibile che essa ci ha permesso di proseguire l’insegnamento in una situazione di eccezionale difficoltà), ma ne sottolinea al contempo le molteplici e non irrilevanti implicazioni problematiche. A cominciare dal fatto che essa accentua le differenziazioni e le disparità: fra gli studenti (non tutti hanno accesso a connessioni affidabili) e fra i docenti (ad esempio, come sono stata resa edotta da personale esperienza, i docenti a contratto non hanno l’accesso free a risorse quali Office 365 di cui liberamente fruiscono tutti i docenti strutturati: una discriminazione davvero incomprensibile, soprattutto in questa temperie di emergenza nazionale e sovranazionale). Ulteriori versanti controversi, che rivestono anche implicazioni giuridiche non irrilevanti, riguardano l’uso dei dati e il controllo dei medesimi, la privacy, la proprietà intellettuale, la libertà di insegnamento e molto altro ancora (non appare in tal senso questione di poco conto il fatto che per effettuare la didattica online dobbiamo servirci di piattaforme di proprietà di una grande corporation). Tutti questi aspetti sono rilevanti e meritano attenta considerazione, ma risultano in qualche modo accessori rispetto al problema cruciale che riassumerei così:

in quale misura e in quali modalità la didattica online ristruttura e riconfigura il nostro ruolo di insegnanti, e la natura della nostra interazione dialogica con gli studenti?

Non si tratta di un passaggio irrilevante, scontato e per così dire “ovvio e normale”. Si tratta di un transito dalle dense implicazioni problematiche, di cui credo occorra essere pienamente consapevoli. Nelle parole di Renata Pepicelli, che sottoscrivo toto corde:

è estremamente pericoloso pensare a una dematerializzazione dell’insegnamento e dell’apprendimento. La tecnologia è un mezzo che può essere potente e molto utile, ma non può sostituire i corpi, la forza dell’alleanza dei corpi, per dirla con Judith Butler. La didattica, anche quella universitaria – non solo quella scolastica -, è fatta di corpi, di sguardi, di interazioni comportamentali. Una buona didattica la si fa insieme docenti e studenti mettendo in campo non solo i cervelli, ma anche i corpi. I corpi parlano e sostengono la circolarità dei saperi e il loro apprendimento. Non ci può essere un’università senza corpi, dove il sapere è dematerializzato e il suo apprendimento decontestualizzato, trasportato in luoghi falsamente neutri. L’università è contatto, contaminazione, trasmissione di conoscenze, emozioni e passioni.

Ricordare tutto questo non equivale a demonizzare la didattica online; significa soltanto dichiararne i limiti, non farne un’acritica celebrazione, non ideologizzarla quale presunta onnipotente e onnipresente soluzione a ogni problema; significa usarla laicamente, e non dogmaticamente. C’è un bel motto di un celebre classico cinese, il Zhuangzi, che ben si presta a riassumere quanto intendo dire: “dobbiamo usare le cose, e non farci trasformare a nostra volta in cose da esse”. In base a quella che è finora la mia esperienza, intravedo una strutturale ambivalenza di potenzialità nella didattica online: da una parte, un suo uso attentamente contestualizzato che valorizzi la soggettività dei docenti e degli studenti può offrire fertili possibilità dialogiche, di reciproca interazione, di creativa esplorazione di percorsi di lettura e di ricerca; dall’altra, una sua utilizzazione reificata e reificante potrebbe ridurre il nostro ruolo a mera erogazione meccanica di schemi decontestualizzati, semplificati e standardizzati, da cui sarebbe cancellata ogni percezione della problematica complessità del mondo: una percezione forse oggi più che mai necessaria, a fronte degli scenari distopici in cui oggi ci troviamo a vivere.

La rivincita dei social in tempi di quarantena

Contributo di Manuela De Vivo

Da quando i social network si sono affacciati nell’universo connesso, internet e il mondo sono radicalmente cambiati. Il web 2.0 ha rivoluzionato la nostra quotidianità, indirizzandoci nella dimensione virtuale di una connessione continua. Negli ultimi dieci anni i social hanno dato una svolta importante al complessivo sistema della comunicazione, privata e pubblica. Spesso sottovalutati e disprezzati, considerati il veicolo della diffusione di contenuti approssimativi e per stringere o mantenere vive relazioni superficiali.

Le nuove generazioni, i cosiddetti nativi digitali o millenials, sono sicuramente quelli maggiormente coinvolti in questa trasformazione; e probabilmente è vero quando si dice di loro, anche rispetto ai più immediati e ancora giovani predecessori: un livello dell’attenzione decisamente basso, modalità di scrittura semplice e non sempre grammaticalmente corretta. È stato più volte puntato il dito conto i social network, anche per la mancanza di regole, al profilare delle fake news e alla scarsa possibilità di controllo e verifica.

Ma cosa succede quando l’intero paese, o meglio il mondo, si ferma per una pandemia? Si riscrivono le regole della comunicazione, social network compresi. Il digitale e la rete diventano il perno intorno cui si riorganizzano le giornate. Sono stati cercati nuovi modi di fare lezione all’Università e nelle scuole, nuove modalità di tenere le riunioni di lavoro e persino le conferenze. Qualcuno sostiene che si è diventati molto più puntuali e, sicuramente, è moltiplicato il tempo libero grazie alla mancanza di spostamenti casa – lavoro e all’impossibilità di incontrarsi per una cena o un weekend fuori porta.

È così che il web e i social network hanno preso il sopravvento e sono diventati la piazza dove incontrarsi, dove organizzare aperitivi, visitare musei, ascoltare concerti. Le iniziative in grado di accontentare i più svariati interessi sono davvero numerosissime. Sono moltiplicate le sessioni di cucina online. Cantanti e band più o meno famose in mancanza dei tour, danno appuntamento ai fan in diretta Instagram per regalargli live che diventano delle occasioni intime di condivisione. Così come gli attori, gli influencer e i blogger che raccontano la quarantena in modo ironico. Per non parlare di #iorestoacasa che oltre ad essere stata una campagna di incoraggiamento è diventato un modo di condivisione delle attività giornaliere in casa. Oppure i flashmob sui balconi di casa, o le dirette Facebook di sindaci e governatori per le ultime informazioni sul Coronavirus.

Le Passeggiate del Direttore: Formule magico-funerarie (S.1 E.10)

LE PASSEGGIATE DEL DIRETTORE S.1 E.10 “Le formule magico-funerarie”Ogni giovedì e sabato Christian Greco vi guiderà nelle sale del museo per raccontarvi la storia delle collezioni, gli artefatti più significativi o meno noti e i loro contesti archeologici.Seguiteci, si parte per l’antico Egitto. #laCulturaCuraSostieni il Museo Egizio anche da casa e contribuisci anche tu alla ricerca e alla divulgazione di un patrimonio dell’umanità.https://tag.satispay.com/MuseoEgiziohttps://www.paypal.me/museoegizio*THE DIRECTOR’S WALKSS.1 E.10, “Magic-funerary spells”Every Thursday and Saturday, Christian Greco will guide you through the museum rooms to tell you about the history of the collections, the most significant or lesser-known artifacts, and their archaeological contexts.Follow us, we are leaving for ancient Egypt.#laCulturaCuraSupport the Museo Egizio from home and contribute to the research and the sharing of a world heritage treasure. https://tag.satispay.com/MuseoEgiziohttps://www.paypal.me/museoegizioLE PASSEGGIATE DEL DIRETTORE

Pubblicato da Museo Egizio, Torino su Venerdì 17 aprile 2020

Non ci si può annoiare e si continua a viaggiare anche solo con la fantasia. I musei stanno conoscendo una rinascita grazie ai social network: sono numerosissimi i contenuti video in cui direttori o esperti raccontano le collezioni dei musei, le condivisioni di tour virtuali o le challenge lanciate per raccontare le opere d’arte.

È un periodo in cui nessuno ne può fare a meno, anche in un paese come l’Italia in cui la percentuale di chi utilizza Internet è ancora bassa. Nessuno può rinunciare alle videochiamate in direct, anche i nonni che hanno dovuto adattarsi per poter condividere un po’ di tempo con i loro nipotini. Si dedica più tempo agli amici, si ha il tempo anche di contattare persone che non si sentiva da tempo e che grazie a Facebook si è ritrovato il contatto. 

Bisognava che il mondo si fermasse perché i social network finalmente avessero la loro rivincita. In questo periodo forse impareremo a usarli meglio. E magari anche a scoprire che le Fake-News circolavano già quanto meno ai tempi in cui Balzac scriveva le Illusioni perdute. Tra il 1837 e il 1843 narrava di come l’ambizioso Lucien apprendesse dal direttore del giornale con cui collaborava a scrivere deliberatamente il falso e iniziare così una  carriera di grande successo. Per chi non ha a portata di mano o non conosce questo romanzo, la relativa voce in Wikipedia – l’apoteosi del social network – è a disposizione; viceversa per quanti lo hanno amato e studiato, le stesse pagine sono pronte per essere modificate, aggiustate, arricchite. In barba al distanziamento sociale, la condivisione, sharing, anche del sapere è a portata di mano, anzi di mouse o di touch.

Etica e diritti nel commercio online ai tempi del Coronavirus

Contributo di Massimiliano Baroni

È ormai indubbio che l’attuale stato di crisi – sanitaria, nonché economica – abbia evidenziato ed esacerbato le preesistenti criticità del sistema giuridico italiano, inevitabilmente dispiegando i propri effetti sulle fasce più deboli della popolazione (con ciò intendendosi una debolezza fisica, dovuta all’età avanzata; ovvero psicologica – ed il pensiero non può che correre a coloro, sovente donne, per cui il lockdown è divenuto sinonimo di permanenza “h24” in una situazione famigliare particolarmente difficoltosa quando non addirittura indesiderata – o, infine, una debolezza puramente reddituale: l’elevatissimo numero di domande presentate dai liberi professionisti per il c.d. “reddito di ultima istanza” ne è una triste testimonianza).

Siamo di fronte, insomma, a una crisi dotata di un’estensione certamente geografica ma anche – e soprattutto – sociale, che indubbiamente si pone quale occasione per rispolverare l’annosa questione del “primato dell’etica” sull’economia (Einaudi, 2004).

Invero, in tale situazione è possibile notare come vi sia una categoria di soggetti sulla cui attività il Covid-19 ha impattato con modalità ed effetti assolutamente sui generis, spesso determinando (non tanto una diminuzione, quanto piuttosto) un aumento esponenziale della relativa mole di lavoro (pur con effetti, parziali e ciononostante rilevanti, indesiderati): così è avvenuto, infatti, per la massa dei lavoratori a diverso titolo impiegati nella supply chain del commercio online, siano essi impiegati nei centri Amazon – che nell’ultimo periodo ha potuto assistere ad un’impennata del proprio volume di vendite – o free riders per le piattaforme di food delivery.

corrieri, etica e diritti del commercio online

È nota, ormai, la politica lavorativa del gigante americano dell’e-commerce (che – non a caso – è stata sovente causa, negli anni passati, di scioperi e proteste di vario tipo e genere), come è nota altresì la condizione lavorativa dei riders, costituenti una categoria ormai numericamente ingente (secondo le ultime stime, circa 1 milione di lavoratori sono impiegati annualmente nella gig economy) ed il cui difficile inquadramento (nonostante la recentissima sentenza della Corte d’Appello di Torino, infatti, la vicenda appare tutt’altro che giunta ad un punto fermo) li eleva al ruolo di indesiderati protagonisti di un limbo caratterizzato dall’indeterminatezza – quando non dall’assenza – di adeguate tutele.

Oggi, tuttavia, al primo profilo problematico – quello lavorativo appunto, culminato in tempi recenti con la firma della “Carta dei diritti fondamentali del lavoro nel contesto urbano” – se ne accosta un secondo, ovverosia – come anticipato – quello sanitario (e non è un caso che l’ultimo sciopero dei dipendenti Amazon abbia avuto quale causa scatenante il timore di diffusione del virus nei luoghi di lavoro, dovuto principalmente alla mancata distribuzione da parte dell’azienda dei DPI “anticontagio”).

Ed allora, se è vero che un discorso giuridico sulla situazione attuale necessariamente implica – a maggior ragione in ottica costituzionale – che venga dedicata particolare attenzione alle ripercussioni della crisi sulla sfera dei diritti individuali, appare logico chiedersi se possa dirsi eticamente corretto, in tempi di pandemia, effettuare acquisti online. Domanda che può prima facie apparire non di estrema rilevanza, ma che in realtà rivela un tema non più suscettibile di essere ulteriormente ignorato e, comunque, dotato di risvolti pratici non indifferenti, anche solo ponendo mente alla frequenza con cui si è soliti ordinare online.

corrieri, etica e diritti del commercio online

In quel momento, stiamo scegliendo di aggravare il pericolo che qualcun altro dovrà inevitabilmente sopportare? I primi dati sul pericolo di contagio per i corrieri iniziano ad arrivare, e non sono per nulla confortanti sul punto. All’atto dell’acquisto stiamo comprimendo – magari, per un’esigenza superflua – l’altrui diritto alla salute (e, con esso, quello della collettività, come tratteggiato dalla Corte costituzionale)?

Dall’altro lato, tuttavia, non v’è chi non veda che se il mercato online per assurdo si fermasse, chi ne risulterebbe maggiormente danneggiato sarebbero i lavoratori, ed anzi proprio quei lavoratori costituenti le fila del precariato e delle tutele inadeguate cui poco sopra si accennava, in quello che diverrebbe dunque un vero e proprio cortocircuito della precauzione.

La piattaforma Deliveroo ha recentemente aggiunto alle opzioni di consegna la possibilità di evitare il contatto tra cliente e fattorino, ma è evidente che la questione, più profonda e complessa, non possa ridursi a questo, e pur essendo un tema che richiederebbe teoricamente ben altro spazio è comunque possibile affermare come la nostra impronta umanistica ci imponga – prendendo in prestito un’espressione altrui – di ragionare “non per profitto” (Nussbaum, 2011).

Similmente, è del pari necessario ricordarsi che una decisione basata unicamente su interessi e considerazioni egoistiche (semplicisticamente, “ordino online perché mi è consentito farlo”), così come una decisione collettiva che assuma l’elemento economico quale fattore determinante e primario (ancora semplicisticamente, “lasciamo liberi i riders di assumersi il rischio di contagio, se dipende da una loro scelta individuale”), sono entrambe destinate a fallire davanti alla prova dell’etica (Bowen, 2004).

Per questo, assumendo come ancora valido il brocardo per cui ex facto oritur ius, la crisi in atto dovrebbe necessariamente (o, quantomeno, auspicabilmente) fungere da leva per riportare l’attenzione sulla portata unitaria del diritto garantito dall’art. 32 Costituzione (nel caso specifico, al di là dei formalismi contrattualistici del caso; ben potendo il lavoro in quanto tale assumere differenti forme di manifestazione, Luciani 2010), nonché – ed a priori – sul significato di dignità individuale, declinata in tutte le sue possibili sfumature (ivi comprese, dunque, quelle attinenti l’attività economica e lavorativa), con le quali il diritto deve necessariamente confrontarsi, anche nonostante un Parlamento che – proprio nel momento di massimo stress-test delle libertà costituzionali – risulta spesso e volentieri assente.


Suggerimenti bibliografici:
Bowen, S. Organizational Factors Encouraging Ethical Decision Making: An Exploration into the Case of an Exemplar, in Journal of Business Ethics, Springler, 2004;
Einaudi, L. Lezioni di politica sociale, Torino, Einaudi, 2004;
Luciani, M. Radici e conseguenze della scelta costituzionale di fondare la Repubblica democratica su lavoro, in ADL, 3, 2010;
Nussbaum, M. C. Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Bologna, il Mulino, 2011.

L’impossibilità di essere normale

Contributo di Bruno Giorgini

L’uomo libero a nessuna cosa pensa meno che alla morte e la sua sapienza è una meditazione non della morte, ma della vita. (Baruch Spinoza)

L’epidemia covid 19 è ancora robusta, seppure in flessione.

Intanto ascolto e percepisco intorno a me un desiderio e/o aspirazione per il ritorno alla normalità, quando si può uscire di casa e camminare in piena libertà, e d’altra parte come c’insegna Aristotele e l’intera nostra antropologia, la libertà di movimento è la madre di tutte le libertà.

Epperò c’è una normalità largamente nociva per lo stato di salute dei viventi, uomini e donne, altri animali, piante e erbe. La normalità di un inquinamento dell’atmosfera, dell’acqua, della terra che impesta tanto per dire la pianura padana, le sue città e le sue campagne, le sue strade e i suoi fiumi, i litorali e le onde marine, l’aria che respiriamo e il cibo che mangiamo. Camera a gas, a cielo aperto.

inquinamento atmosferico nelle città

Questa normalità ha certamente predisposto l’ambiente allo sviluppo baldanzoso della pandemia in corso d’opera, pur senza esserne la causa diretta.

La normalità figlia del paradigma del dominio dell’uomo sulla natura che informa l’intero sviluppo della civiltà occidentale, tecnico, scientifico, economico, sociale. Questo paradigma che è stato fondamentale per l’evoluzione e il progresso dell’umanità fino a ieri, oggi si ribalta nel suo contrario, un paradigma di inquinamento e distruzione dell’habitat dove gli umani sono cresciuti e hanno progredito.

Dalla frantumazione – che è qualcosa in più della semplice distruzione – degli ecosistemi nasce la pandemia attuale. Lo schema, almeno dall’ebola in poi, appare essere sempre lo stesso. I virus e batteri contenuti e trattenuti in equilibrio nell’ecosistema, si spargono e diffondono nell’ambiente circostante. Se si vuole: lo infettano. O lo predispongono all’infezione.

Quando tagli una foresta tropicale devasti l’habitat di pipistrelli e altri animali (che ospitano virus e batteri), i quali sono costretti a cercarsi un altro rifugio,sovente  vicino agli allevamenti intensivi e/o alle periferie urbane, gli slums, portandosi appresso tutta la panoplia di microrganismi, compresi quelli patogeni. E qui diventa possibile, se non probabile, un salto di specie, e quindi la zoonosi, cioè il passaggio delle malattie dall’animale alla specie homo.

deforestazione e inquinamento atmosferico

Il ciclo comincia con la deforestazione, che produce la perdita se non lo sterminio dei predatori, quindi la crescita quasi senza limiti delle specie serbatoio (ospitanti), avviene poi il prelievo e traffico illegale di queste specie, vendute nei mercati più o meno legali dell’intero mondo sempre col loro corredo di microrganismi al seguito, fino al salto di specie e voilà l’epidemia è pronta per essere servita.

Se ne deduce che la salvaguardia dalle malattie pandemiche è, nè più nè meno, che la conservazione degli habitat naturali, a cominciare dalle foreste tropicali, soprattutto quelle del sud est asiatico.

E comunque nell’attesa di una transizione ecologica, bisogna attrezzarsi per fare fronte alle epidemie, assai probabili. Per esempio Bill Gates ha di recente proposto l’istituzione di un sistema sanitario globale specificamente dedicato al contrasto di questi fenomeni., che non pare una idea peregrina. Se si fa mente locale per esempio al semplice problema in Italia di reperire mascherine per il viso a protezione individuale, che sono state per alcuni giorni introvabili, e i cui costi hanno lievitato in modo quasi scandaloso prima  che il mercato venisse rifornito.

Certamente il tempo attuale che viviamo, sospeso tra il prima e il dopo, potrebbe essere utilmente impiegato a definire progetti di transizione ecologica su vari fronti. Da quello produttivo, laddove le fabbricazioni nocive di merci debbano essere dismesse in favore di produzioni ecologicamente sostenibili, a quello agricolo, quando agricoltura e allevamenti intensivi, micidiali per l’ambiente e gli individui sia animali che umani, vengano interrotti, a favore di coltivazioni e allevamenti biologici, senza dimenticare la necessità impellente di avere fonti di energia svincolate dal ciclo del petrolio e del carbone. Fonti di energia rinnovabili e pulite. Che è questione decisiva, se non vogliamo morire gassati per un verso, oppure surgelati per l’altro.

Molte altre questioni potremmo tirare in ballo. Ma non si tratta di fare una lista. Piuttosto di definire a stretto giro di posta un ventaglio di progetti nella società e nel governo che, coscienti di quanto l’antica normalità non sia riproponibile, trovino e organizzino forze per ridefinire la nostra vita sul pianeta ecologica e libera, in una società che non potrà essere altro che di donne e uomini eguali per un contratto di equità con la natura, ritrovando il vecchio senso marxiano, se si vuole comunista, del lavoro come ricambio organico tra uomo e natura. Coscienti che altra strada non c’è, salvo l’autodistruzione non del pianeta non della vita, ma più semplicemente della umana civiltà.

L’epidemia dell’anno senza estate

Contributo di Maurizio Ascari

Si sentono spesso persone lamentarsi della globalizzazione e c’è chi vede l’attuale pandemia come l’ultimo frutto di questa accresciuta mobilità di merci e persone. Senza negare l’impatto che la globalizzazione ha a più livelli sull’ambiente e sugli umani, vorrei però offrire uno sguardo al passato per ricordare che siamo sempre vissuti in un mondo profondamente interconnesso.

esplosione del vulcano Tambora che portò di conseguenza un anno senza estate

Il 1816 è passato alla storia come l’anno senza estate per le pessime condizioni climatiche. In molti paesi dell’emisfero settentrionale la perdita dei raccolti provoca carestie e disordini sociali, anche perché in Europa la cattiva annata agricola va a incidere su popolazioni già provate dalle campagne napoleoniche, da poco concluse. All’origine del fenomeno troviamo l’eruzione, nell’aprile 1815, del vulcano Tambora, in quelle che sono all’epoca le Indie olandesi, ora Indonesia. Le ceneri proiettate nell’aria si sommano ad altri fattori ambientali con un impatto spaventoso.

Le conseguenze di questa anomalia stagionale sono tante. In Svizzera e Germania c’è chi fa il pane con la segatura e con la paglia, chi mangia topi e gatti (Patrick Webb, “Emergency Relief during Europe’s Famine of 1817 Anticipated Crisis-Response Mechanisms of Today”)

Eppure, per uno dei paradossi della vita, il cattivo tempo e la sedentarietà che ne consegue stimolano la vena creativa. Proprio in quell’estate di piogge e nevicate, a Villa Diodati, sul Lago di Ginevra, Mary Shelley, il compagno Percy, l’amico Byron e altri della loro cerchia si sfidano nel comporre un racconto gotico. Ne nasce Frankenstein, le cui ambientazioni artiche riflettono l’angoscia climatica del momento.

Il clima contribuisce poi a scatenare l’epidemia di tifo petecchiale che imperversa tra il 1816 e il 1817 in varie parti d’Italia e d’Europa, poiché la stagione fredda porta la gente a lavarsi di meno e a vivere più al chiuso, ma la propagazione si lega anche al movimento delle persone.

Nella Gazzetta di Milano del 14 aprile 1817 (n. 50, p. 98) leggiamo:

La petecchiale che attualmente affligge e spaventa oltre il convenevole molte popolazioni della Lombardia e del Piemonte, ha fatto nascere in molti la curiosità di sapere dove abbia incominciato … Nel marzo del 1816 un prigioniero reduce dalla Russia s’ammalò nel luogo di Capriata (provincia di Alessandria); sei individui componenti la famiglia del milite furono sorpresi dalla stessa malattia, la quale in pochi giorni comunicandosi ad altri, passò pur anche nel villaggio vicino di Fresonara.

l'esplosione del vulcano Tambora portò ad un anno senza estate, con nevicate e carestie

A Bologna i primi a essere colpiti, nella primavera del 1816, sono i carcerati, e ben presto diventa necessario realizzare un lazzaretto nell’ospedale dell’Abbadia, già monastero dei Santi Naborre e Felice. Gli ammalati vengono isolati, gli ambienti purificati con vapori d’aceto, ginepro e altre erbe o ancora fumigandoli con sali di manganese. I medici si proteggono con tele cerate. I morti, nella sola Bologna, sono migliaia, tra cui molti medici e sacerdoti.

Passano i mesi. Nell’estate del 1817, James Augustin Galiffe è in viaggio sull’Appennino da Bologna a Firenze. Quando si ferma a Pietramala vorrebbe visitare il famoso ‘vulcano’ (un’attrazione dovuta a esalazioni naturali di metano), ma è costretto a rinunciare perché non si sente bene. Quando l’ostessa si informa sulla sua salute, dalla risposta del viaggiatore nasce questo dialogo, riportato in Italy and its Inhabitants; An account of a tour in that country in 1816 and 1817 (London, Murray, 1820, pp. 415-16):

“Un terribile mal di testa,” dissi io. “Buon Dio,” esclamò subito lei. “Come la compatisco! È proprio così che comincia per quelli che muoiono nell’epidemia! Se ne è portati via così tanti in questo periodo! Non può immaginare come se ne vanno in fretta! E comincia sempre con un mal di testa come il suo. Ahimè, povero signore!” Sembrava esser così certa della mia morte da considerare che non valeva più la pena darmi retta, così fece mangiare il vetturino con noi, malgrado le mie proteste.

Questi brevi aneddoti ci parlano di un mondo passato che siamo tentati di figurarci in toni rassicuranti, ma in cui la vita era precaria e in cui l’individuo non era certo al riparo dalle conseguenze di eventi lontani. Un mondo meno globalizzato del nostro, ma pur sempre interconnesso, in cui il clima mutava, la gente viaggiava, e in assenza delle misure sanitarie e dell’organizzazione sociale rese possibili dal progresso scientifico e tecnologico le malattie si propagavano con grandissima rapidità.

Oltre due secoli ci separano ormai dal 1816, la cui realtà appare al contempo così lontana e così vicina. Non dimentichiamo il nostro passato nel vivere il nostro presente.

L’incremento dell’incertezza economica provocato dalla pandemia COVID-19

Contributo di Maria Elena Bontempi

Il COVID-19 ha innescato uno shock negativo senza precedenti che sta mettendo a dura prova le economie mondiali. Si tratta, infatti, di uno shock che colpisce contemporaneamente domanda ed offerta del mercato e che sta determinando un aumento senza precedenti dell’incertezza economica, politica e del nostro stile di vita.

Le famiglie sono disorientate, volenti o nolenti hanno modificato la propria propensione al consumo e le proprie abitudini; molte persone probabilmente tenderanno a risparmiare il più possibile in vista della maggiore incertezza sul proprio reddito futuro. Allo stesso tempo, le imprese si trovano ad affrontare un’enorme riduzione degli ordini, gli effetti negativi dei blocchi attuati per evitare la diffusione del virus e, cosa più importante, un aumento senza precedenti dell’incertezza, un fattore che molta letteratura ha evidenziato essere in grado di fermare gli investimenti, con effetti perversi soprattutto su quelli innovativi (Bloom, 2014). A questo si aggiungono le difficoltà della politica nell’affrontare la sorpresa e l’incertezza sulle conseguenze e sul perdurare di questa nuova situazione. Tutti questi eventi negativi avranno un impatto sull’andamento dell’economia, nel brevissimo, breve e lungo periodo.

Possiamo usare una base dati open source per calare lo shock all’incertezza dovuto al COVID-19 in una prospettiva storica? L’Economic Uncertainty Related Queries (EURQ) Index è un indice di incertezza, esplicitamente un indicatore che misura il volume delle ricerche su Internet di una lista di termini legati all’incertezza economica e politica. La lista è composta da 184 termini forieri di incertezza specifici per gli Stati Uniti e da 136 termini specifici per l’Italia. L’indice EURQ è stato sviluppato per gli Stati Uniti e l’Italia da Bontempi, Frigeri, Golinelli e Squadrani (2019)  dell’Università di Bologna. EURQ è disponibile, a livello mensile, da gennaio 2004 a marzo 2020, viene aggiornato ogni mese ed è scaricabile dal sito relativo all’Economic Policy Uncertainty index creato da Steven Davis (Chicago University), Nick Bloom (Stanford University) e Scott Baker (Northwestern University).

La costruzione di EURQ poggia sull’assunzione che l’incertezza alimenti la necessità di maggiori informazioni su questioni di interesse strettamente collegate all’incertezza economica e politica, classificabili in base a diversi argomenti quali, ad esempio, la politica fiscale e monetaria, l’assistenza sanitaria, i programmi di diritto, la sicurezza nazionale, l’ambiente, il commercio ed il debito sovrano. Maggiore la ricerca su Google di tali termini chiave, maggiore l’incertezza stimata. È importante evidenziare che termini quali COVID-19, pandemia e virus sono ovviamente non inclusi nella lista dei termini di ricerca utilizzati per costruire l’indice EURQ.

I due grafici che seguono, il primo per gli Stati Uniti ed il secondo per l’Italia, mostrano che i livelli di EURQ hanno raggiunto nuovi, impensabili, record per entrambi i paesi.  

Per gli Stati Uniti, l’indice destagionalizzato al 31 marzo è del 12% oltre il picco raggiunto nel settembre 2008, dopo il crollo della Lehman Brothers. Aumenti dell’incertezza per gli Stati Uniti sono rilevati anche da altri indicatori di incertezza, quali la volatilità dei mercati finanziari o l’indice EPU, un indicatore di incertezza basato sul conteggio di specifiche parole nei quotidiani, si vedano Baker, Bloom, Davis e Terry (2020).

incertezza economica relativa alle queries degli Stati Uniti
incertezza economica relativa alle queries dell'Italia

Nel marzo 2020, dopo che il COVID-19 aveva iniziato a interessare l’economia statunitense, EURQ mostra che le ricerche di termini quali “buoni alimentari”, “indennità di disoccupazione” e “assicurazione contro la disoccupazione” sono aumentate. Molti lavoratori, trovandosi senza lavoro, hanno iniziato a cercare informazioni sui programmi di assistenza e sui pagamenti governativi. Nello stesso periodo, viene prestata molta attenzione alle risposte politiche per COVID-19. A titolo di esempio, la ricerca in Internet della frase “tassi di interesse” raggiunge il picco il 16 marzo – dopo che la Federal Reserve ha ridotto gli interessi a quasi zero – ed arriva, incredibilmente, a superare il numero di ricerche relative ad una parola estremamente popolare negli Stati Uniti, la parola “baseball”.

comparazione delle incertezze economiche

Possiamo anche dare un’occhiata alla distribuzione geografica delle ricerche su Internet e metterla a confronto con la distribuzione tra stati del reddito mediano delle famiglie, utilizzando la mappa tratta da U.S. Census Bureau, 2018 American Community Survey.

incertezze economiche, comparazione termini di ricerca su google  trends
incertezze economiche, comparazione termini di ricerca su google  trends

La query “tassi di interesse” sembra essere maggiormente rilevante negli stati con un alto reddito mediano, quali Washington, California, Alaska, Utah, Colorado e Virginia, mentre le ricerche della frase “buoni alimentari” prevalgono negli stati sud-orientali.

Con riferimento all’Italia, la serie temporale dell’indice EURQ mostra un chiaro break strutturale in corrispondenza della crisi del debito italiano, nel 2011, in seguito alla quale l’incertezza non è mai tornata ai livelli precedenti ma, piuttosto, ha mostrato una tendenza globale all’aumento. L’effetto del COVID-19 è, purtroppo, fin troppo chiaro: a marzo 2020 l’indice EURQ presenta un incremento del 49% rispetto a marzo 2019 ed un incremento del 47% rispetto a febbraio 2020. Questi aumenti sono più del doppio di quello osservato nel 2009, quando l’indice della produzione industriale registrò una caduta del 25% rispetto all’anno precedente.

Gli ordini di grandezza sono indubbiamente preoccupanti e, per questo motivo, in molti stiamo lavorando per anticipare l’evoluzione economica del nostro paese. Certamente, maggiore sarà il perdurare della pandemia, più elevata diventerà l’incertezza e più forti gli effetti moltiplicativi negativi sull’economia globale.

Tuttavia, ricollegandomi al contributo di Luca Lambertini, forse il virus-shock ci sta anche insegnando qualcosa. Una speranza per non vanificare il grande dolore che ha colpito tantissime persone. Probabilmente il sistema economico passato andrà almeno parzialmente ripensato, dando maggiore priorità alla cultura, alla ricerca, all’innovazione, ai servizi sociali, ad una più equa distribuzione del reddito, piuttosto che spingere verso la mancanza di rispetto e lo sfruttamento incontrollato delle risorse del pianeta, in preda alla miope ricerca del profitto ad ogni costo.


Approfondimenti bibliografici
Baker S. R., Bloom N., Davis S.J. and Terry S. J. (2020) “COVID-Induced Economic Uncertainty”.
Baker, S. R., Bloom N. and Davis S. J. (2016), “Measuring economic policy uncertainty”, The Quarterly Journal of Economics, Vol.131, No. 4, pp. 1593-1636.
Bloom, N. (2014), “Fluctuations in uncertainty”, Journal of Economic Perspectives, Vol. 28, No. 2, pp. 153-176.
Bontempi M.E., Frigeri M., Golinelli R. and Squadrani M. (2019) “Uncertainty, Perception and the Internet.” Quaderni – Working Paper DSE (1134), University of Bologna.
EPU index website: http://policyuncertainty. com/index.html

La vita quotidiana durante il lockdown: primi risultati di una ricerca sociologica

Contributo di Antonio Francesco Maturo

È difficile fare ricerca sociale durante al tempo del Covid-19. A essere un po’ drastici potremmo dire che, come ricercatori, scontiamo tre difficoltà. La prima è terminologica (bias semantico). Come possiamo ‘dire’ il Covid-19 e i suoi effetti?

Crisi? No, troppo generico e inflazionato. Evento? No, non è un accadimento con un tempo limitato. Fenomeno sociale? No, è di più. Fenomeno biologico? No, è molto di più.

Pandemia va abbastanza bene invece. Ironicamente, la migliore etichetta ci viene dalla medicina anziché dalle scienze sociali. La medicalizzazione del linguaggio è, spesso, necessaria anche per le la sociologia.

La seconda difficoltà riguarda l’oggetto di studio. Mai come in questo momento siamo parte del fenomeno che stiamo studiando (bias epistemologico). Se per molti aspetti, la “riflessività” una volta riconosciuta può diventare un vantaggio metodologico, a costo di essere positivistico ritengo che per fare ‘auto-etnografia’ si debba essere testimoni unici di eventi eccezionali (si veda nel nostro caso, il toccante reportage intimo e sociologico del collega bergamasco Lorenzo Migliorati, Un sociologo nella Zona Rossa, Angeli, 2020).

Di conseguenza, la terza difficoltà ha a che fare con l’aspetto temporale. Come possiamo delimitare l’oggetto di studio mentre esso sta accadendo? Arriveranno norme giuridiche che ci diranno quando è finito il lockdown, ma probabilmente gli effetti dureranno molto a lungo (bias metodologico).

Consapevoli di queste difficoltà, io e Veronica Moretti, assegnista presso il Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Università di Bologna, abbiamo svolto uno studio esplorativo, basato su venti colloqui in profondità via Skype con giovani adulti di entrambi sessi residenti nel Nord Italia. Inoltre, essi non hanno figli e in media hanno un elevato titolo di studio.  Il nostro studio si è focalizzato sulla vita domestica durante il lockdown: nuove abitudini, pratiche, opinioni. Riassumiamo qui alcuni aspetti emergenti, certo non rappresentativi, ma che tuttavia possono essere utilizzati per la costruzione di un framework teorico da validare con ricerche più estese.

vita domestica al tempo del lockdown per coronavirus

La prima cosa che emerge è come molte persone si siano costruite nuove routine e nuovi “regimi” di vita domestica. Nuove abitudini seguite rigidamente: il tempo del fitness, il tempo del lavoro, le pause, il giorno della spesa. Come diceva una canzone degli anni Novanta: “Batti il tuo tempo…”. Non è un caso che la stragrande maggioranza dei nostri intervistati dichiari di bere meno col lockdown. Questo è un dato abbastanza sorprendente visto che i consumi di alcol degli italiani sono raddoppiati. Sembra quindi che qualcuno abbia combattuto questa situazione anomica con l’edificazione di nuove routine e con un’organizzazione “tayloristica” delle giornate.

La seconda cosa di un qualche interesse è la forte adesione alle restrizioni imposte dal lockdown. Anzi, gli intervistati mostrano segni di insofferenza verso coloro che a loro detta non seguono scrupolosamente le regole. La possibilità che venga incrinato il loro diritto alla privacy, ad esempio attraverso dispositivi digitali, coerentemente non viene considerata un problema. A tre settimane dal lockdown il consenso verso le misure biopolitiche governative è altissimo.

Un dato abbastanza omogeneo riguarda il disorientamento mentale. Si vive una situazione ambigua: un certo ritmo intenso di lavoro accanto a momenti di estrema lentezza; apericene digitali con tanti amici che spariscono improvvisamente dopo un click; bellissime giornate di sole con l’obbligo di stare a casa pur essendo in perfette condizioni di salute.

Un termine particolarmente adatto per descrivere questa situazione ambigua ci viene fornito dalla psicanalisi: Unheimlich. Si tratta del “perturbante”: un misto di famigliarità e estraneità. Con un esempio grossolano potremmo dire che è la sensazione che abbiamo noi italiani quando andiamo a Lugano la prima volta: siamo a casa, ma non del tutto: ci sono segnali stradali differenti, si paga in franchi,  i poliziotti hanno divise mai viste. Non è un caso che il termine contenga la parola heim, casa, ma anche un prefisso che la nega: Un. Con spregio dei linguisti che hanno avuto la forza di leggere l’articolo fino a qui potremmo dire che il termine denota l’indomestico.

Oltre a essere uno studio homemade con pochi casi, va sottolineato come le persone da noi ascoltate sono per alcuni versi abbastanza “privilegiate”. Verosimilmente, famiglie numerose costrette a vivere in pochi metri quadri o persone con poche risorse culturali e in difficoltà economica organizzerebbero la loro vita domestica in modo diverso.

Economia di guerra: ma che vuol dire?

Contributo di Alberto De Bernardi

Stato e destino

La più ricorrente delle similitudini storiche diffuse nei media e nel dibattito pubblico e quella che paragona il Covid-19 a una guerra. Le parole più ricorrenti sono infatti tratte dal lessico militare –  trincea, prima linea, campo di battaglia, armi ecc – che evocano una lotta senza esclusione di colpi: una guerra, appunto lascia sul terreno morti e feriti. Ma le guerre, soprattutto quelle mondiali, che hanno caratterizzato il XX secolo, non sono solo eventi militari, ma fenomeni storici molto più complessi che comportano una trasformazione profonda del rapporto tra individui, società e nazione. Per essere combattuta una “grande guerra” deve diventare “un destino comune” al quale vanno subordinati gli interessi individuali e la possibilità di poter disporre liberamente della propria esistenza – cioè perseguire il proprio destino individuale –  non solo per quelli che vengono “mandati al fronte” come soldati, ma anche per quelli che continuano a svolgere la loro vita civile. Anche chi non combatte e vive nelle retrovie è chiamato a una serie di obblighi: nelle guerre “vere” il razionamento del cibo, il coprifuoco, i divieti di spostamento, il silenzio; in questa “guerra al virus” l’obbligo di stare a casa e di portare la mascherina, il distanziamento sociale, le quarantene.

La creazione di un destino comune chiama in causa lo stato come effettivo  promotore, amministratore e controllore   dei sacrifici imposti da quella scelta, che non sono solo materiali, ma che molto rapidamente si dilatano ad altre sfere della vita collettiva e che chiamano in causa la libertà di pensiero e le scelte politiche: nelle guerre vere contestare le scelte statali fino a negarne la loro legittimità,  era assimilato al tradimento, all’intendenza con il nemico e quindi punibile persino con la morte, con cui si è combinata  una progressiva asfissia del parlamento trasformato in una macchina acritica utile solo ad approvare le scelte del governo., perché  anche la dialettica tra i partiti era considerata un pericolo per l’unità “organica” della nazione.

Ma il perseguimento del destino comune cozza immediatamente con la democrazia, che è lo spazio politico dove si alimenta il pluralismo delle idee e il conflitto tra differenti destini collettivi: le guerre hanno sempre chiuso i parlamenti, impedito le elezioni, soppresso molte libertà civili.

Nella lotta alla pandemia questo non accade in termini così radicali, ma indubbiamente si assiste a una marginalizzazione del parlamento e a un ottundimento del ruolo dell’opposizione e del dibattito parlamentare: i pieni poteri concessi ai presidenti dell’Ungheria e della Slovenia costituiscono un esempio, lampane, anche se estremo, di questa tendenza. Parallelamente si assiste al diffondersi  nell’opinione pubblica un atteggiamento di condanna e  di discredito nei confronti di chi mette in dubbio le scelte governative e si permette di criticare l’operato della macchina organizzativa disposta dallo stato per fronteggiare la pandemia.

Guerra e democrazia

Come scrisse nel 1917 una famoso sociologo tedesco, Johann Plenge, la Prima guerra mondiale aveva messo in soffitta le parole d’ordine della Rivoluzione francese – libertà, fraternità, eguaglianza – sostituendole con la triade, “dovere, ordine, giustizia”. Seppur non nei termini che si verificarono un secolo fa per ampiezza e profondità anche oggi nella lotta al Covid-19 riemerge un ripiegamento verso la delegittimazione del pensiero critico, sia che  invochi la centralità del parlamento, sia che  revochi in dubbio la strategia seguita per combattere l’epidemia o metta in guardia dalla necessità di evitare che  il “tutti a casa” diventi un messaggio securitario. In sostanza come  nella guerra vera anche in questa “metaforica” si ripresenta  quella tendenza alla diffusione dello “spirito gregario” – cioè quella  “sete di obbedienza”  tra le masse di fronte all’irruzione dell’imprevisto  – su cui Freud ha scritto pagine memorabili proprio dopo la guerra del ’14 -’18 (Psicologia delle masse e analisi dell’io, 1921) –  che fa sembrare Conte l’erede di Churchill e fa perdere di vista la tutela dei principi dello stato di diritto e della democrazia liberale.

L’economia di guerra

Ma dove la centralità dello stato si è affermata con maggior forza durante le guerre è stato nel campo dell’economia, tal punto che è stata elaborata l’espressione “economia di guerra”. Lo stato, attraverso enti costruiti ad hoc,  si mette al centro del processo produttivo facendosi promotore dello sviluppo delle forze produttive, attraverso la crescita abnorme della domanda pubblica, centralizzando così il mercato e annullando al concorrenza: enormi investimenti pubblici stimolarono lo sviluppo industriale e la ricerca tecnologica per la produzione bellica  affidata al sistema delle imprese private, obbligate a produrre per conto dello stato, in un quadro di rigoroso protezionismo. Molti stati, tra cui l’Italia, divennero paesi industriali proprio per il balzo in avanti produttivo che lo “stato imprenditore” impose all’economia nazionale sacrificando tutto quello che non era immediatamente utile all’ “obbiettivo supremo” della guerra.

In questo campo le similitudini tra la pandemia e la guerra si complicano: la guerra novecentesca, pur all’interno di un quadro distruttivo di uomini e cose, è stata uno straordinario fattore di sviluppo industriale, mentre l’attuale pandemia come quelle che l’hanno preceduta, ci configura come un blocco forzato delle attività economica, perché la quarantena di massa di miliardi di persone, chiuse nelle proprie case, paralizza l’economia. Ciò che accomuna i due fenomeni è da un lato il loro carattere eccezionale e abnorme, dall’altro che è lo stesso ente promotore, lo stato, a decretare in un caso un aumento forsennato della produzione e la trasformazione di donne e di uomini in operai della guerra, e nell’altro il blocco totale del lavoro, la chiusura delle aziende e la dissoluzione delle capacità produttive.

Guerre e modelli di sviluppo

Ma l’economia di guerra non è stata solo un grande sforzo produttivo, perché la realizzazione  del  processo di centralizzazione statale dell’intero sistema economico ha comportato una profonda alterazione del capitalismo di matrice liberale, fondato sulla concorrenza e sull’auto-organizzazione degli interessi contrapposti, perché ha modificato radicalmente il rapporto tra stato e mercato, creando una sorta di capitalismo senza mercato interamente dipendente dallo stato, divenuto supremo organizzatore della produzione, ma anche rigido controllore del conflitto sociale e della libera dialettica degli interessi  ritenuti  fenomeni dissipatori di risorse e di energie economiche.  La guerra di fatto aveva generato un modello economico statalista e corporativo che ebbe un lungo itinerario nel XX secolo.

L’eredità della “nazione in armi”, dunque, non fu solo una economia interamente piegata alle logiche del conflitto, la cui riconversione ad una economia di pace fu lunga e dolorosa, ma anche un modello di sviluppo statalista e monopolista nei confronti del quale nei due dopoguerra – quello degli anni 19-21 e quello degli anni 45-48 –  si generarono esiti molti diversi.

Negli anni ’20 quel modello venne proposto da economisti e forze politiche come la chiave di volta per uscire dall’economia liberale e dare vista a una nuova proposta corporativista – un intreccio di «produttivismo» e di «disciplina sociale» – che trovò nel nazionalismo prima e poi nel fascismo i suoi più convinti sostenitori. In nome degli «interessi nazionali»,  lo stato infatti si assumeva l’onere di costruire – e di imporre, se necessario – l’«ordine» nel quale potessero dispiegarsi le forze produttive, favorendo non solo la combinazione degli interessi, ma anche i processi di riorganizzazione di modernizzazione del sistema produttivo; il mercato, liberato da conflitti e concorrenza, poteva ritornare a funzionare come spazio dell’iniziativa privata, sottoposta però anch’essa ai dettami dell’interesse della nazione in mano al decisore politico. Dietro i pugnali e i moschetti degli squadristi, tra il 1921 e il 1922, si delineò questo progetto politico che  ebbe un notevole potere di attrazione nei confronti delle classi dirigenti imprenditoriali e delle classi medie e che dilago a macchia d’olio nell’Europa tra le due guerre.

Nel secondo dopoguerra la costruzione dell’egemonia americana nell’Occidente significò invece il rifiuto di quel modello che era diventato componente essenziale dei fascismi, e il ritorno al libero mercato e all’iniziativa privata, ma in un contesto nel quale lo stato, attraverso il welfare e la redistribuzione dei redditi che esso comportava, rimaneva al centro dei processi di organizzazione e di riproduzione sociale.  Inoltre in alcuni paesi, tra cui l’Italia, i lasciti dello “stato imprenditore” entrarono prepotentemente nella definizione del modello di sviluppo che si impose negli anni del miracolo economico,  con il persistente ruolo di indirizzo di alcuni enti – tra cui l’IRI – che erano una potente eredità  del fascismo,

Economia di guerra e economia di pandemia

Dietro l’espressione “economia di guerra” si nascondono dunque fenomeni molteplici che attengono essenzialmente al rapporto tra stato e mercato che la guerra altera in maniera significativa. E possibile rintracciare la stessa alterazione nel caso del Coronavirus che giustificherebbe la comparazione tra guerra e pandemia?  Abbiamo già visto come questi due fenomeni si comportino in maniera opposta in rapporto allo sviluppo delle forze produttive, ma come emerge dal quello che sta accadendo in questi giorni in tutto il mondo, la pandemia impone allo stato il sostegno massiccio delle economie colpite dalle politiche di quarantena  messe in atto per fermare il contagio. Se con la guerra lo stato promuoveva una crescita forsennata delle capacità produttive per poi distruggere bombe e cannoni nei combattimenti, con la pandemia lo stato deve sostenere le imprese, alle quali chiede di bloccare la produzione, e la forza lavoro  a cui impone di non lavorare. Ma è evidente che questo processo trasforma lo stato in effettivo organizzatore del sistema economico sostituendosi alle autonome dinamiche del mercato. E come nelle guerre questo intervento si trasforma in debito pubblico, cioè accollando alle future generazioni i costi di questa catastrofe: sia che essi siano buoni del tesoro nazionali, come quelli che tutti gli stati emisero per fare fronte alle spese di guerra, durante la Prima e la Seconda guerra mondiale, o che siano eurobond o interventi della BCE a sostegno del sistema bancario, non cambia la loro natura di debiti che lo stato contrae per fare fronte all’emergenza.

Dalla pandemia si uscirà, dunque, con più debito pubblico, come accadde dopo le due guerre mondiali, e con un prepotente ritorno dello stato nell’economia, abbandonando i rigori antistatalisti del neoliberismo.

La risorsa europea

Ma cose emerge dall’esperienza bellica l’apparato statale messo in campo per reggere l’impatto dell’evento straordinario ebbe una evoluzione ben diversa nei due dopoguerra: nel primo caso quell’apparato fu messo al servizio di una progetto politico autoritario di matrice panstatalista, che assunse la guerra come modello di ridefinizione dell’identità collettiva; nel secondo venne sostanzialmente smantellato per ridare spazio all’economia di mercato all’interno della quale si collocò l’intervento pubblico con finalità sociali di stampo egualitario. La prima soluzione dell’alternativa, anche se nello scacchiere internazionale non esistono forze che esplicitamente si rifacciano a modelli corporativisti  fa parte comunque della tradizione politica del  nazionalismo, anche nella sua attuale variante sovranista,  e del populismo,  laddove evoca il ritorno dello stato dispensatore di sussidi e nazionalizzatore, che per “salvare la nazione” si sostituisce al mercato. La storia insegna inoltre che questo approccio sta in piedi in un sistema di scambi internazionali dominato dal protezionismo, come negli anni trenta.

La seconda soluzione invece evoca l’europeismo e una società aperta,  laddove lo stato  nell’emergenza  sostiene l’impresa perché ritorni a produrre ricchezza e a dare lavoro e protegge i lavoratori soprattutto attraverso politiche pubbliche che ne favoriscano la reimmissione nel mercato del lavoro: date le dimensioni del cataclisma l’Unione europea si rivela la principale risorsa a disposizione per non precipitare nel vuoto, perché nessuno degli stati europei è in grado di governare la ricostruzione postpandemica da solo e men che meno l’Italia. Era già accaduto nell’immediato secondo dopoguerra: per fare la pace, metter al sicuro il ritorno alla democrazia  e uscire dal baratro economico della guerra l’unica ancora di salvezza era l’Europa come avevano previsto quei giovani visionari imprigionati nel carcere di Ventotene.

Che cosa ci suggerisce la natura ai tempi della pandemia

Contributo di Gloria Isani

In questi giorni di forzata permanenza in casa ho osservato a lungo la natura. Forse per cercare una distrazione dalle occupazioni quotidiane che a lungo andare diventano troppo ripetitive. Forse per avere conferma che la vita biologica continua, nonostante tutto. Sicuramente, per un inestinguibile bisogno di trovare una cura dell’anima.

E poi perché nel frattempo è arrivata la primavera. Questa stagione mutevole e impaziente (A. Vanoli, Primavera. La stagione inquieta, Bologna: Il Mulino Editore, 2020) sorride di primo mattino fuori dalle finestre e sembra rendere ancora più insopportabile la nostra reclusione. Ed è tornato anche aprile, il più crudele dei mesi (T.S. Eliot , La terra desolata, 1922), la cui forza vitale è assolutamente fuori luogo in questo periodo carico di morte. Eppure, basta uno sguardo all’esterno per capire che la contemplazione della natura attorno a noi può essere fonte di consolazione e ispirazione.

L’ape che vedo volare sui fiori appena sbocciati del tarassaco ha già trascorso circa metà della sua breve vita di insetto adulto confinata all’interno dell’alveare (come se noi trascorressimo circa i primi 40 anni chiusi in casa), operando per il bene della colonia. Adesso, giorno dopo giorno, compie il lavoro più pericoloso di ape bottinatrice, sempre per il bene della colonia. Ed è stato così per milioni di anni. Le giovani api di casa si occupano di mantenere efficiente e in salute la comunità, mentre le api più anziane escono per procurare il cibo. Come possiamo lamentarci per qualche settimana trascorsa a casa?

la natura al tempo della pandemia

Grazie alla riduzione del traffico, mi sono resa conto di quanti uccelli abitino nel mio giardino. Tortore, colombacci, merli, gazze, cince, storni, picchi, allocchi. Alcuni li sento cantare, soprattutto al mattino o al tramonto. Molti sono impegnati nella costruzione dei nidi ed è meraviglioso vederli muovere con estrema perizia alla ricerca di ramoscelli e radici che vengono sapientemente intrecciati fino a formare un rifugio dove deporre le uova e far crescere i piccoli. Sul tiglio davanti al mio terrazzo, una coppia di tortore ha appena terminato la costruzione del nido. Le foglie, di colore verde intenso e cuoriformi, sono spuntate soltanto da pochi giorni; per fortuna, non sono ancora troppo grandi e posso seguire i movimenti dei due uccelli. Sicuramente, la femmina ha già deposto le uova e per circa due settimane non abbandonerà più il nido.

la natura al tempo della pandemia

Visto che ci troviamo più o meno alla stessa altezza, spesso ci guardiamo. Ammiro la sua pazienza e la sua resistenza. Anche se dovesse venire freddo, tirare vento forte, piovere a dirotto, lei farà di tutto per non abbandonare il suo nido. Fa parte dell’ordine delle cose, è scritto nel suo DNA.

L’evoluzione ci ha insegnato a resistere. Si possono mettere in atto varie strategie, magari occupando nicchie ecologiche particolari, ancora poco popolate e quindi meno rischiose, come fecero i nostri progenitori, mammiferi ancestrali dai grandi occhi e dall’olfatto finissimo, abituati a vivere di notte durante il predominio dei dinosauri e in grado di sopravvivere alla loro estinzione. Ora, noi dobbiamo evitare la probabilità (alta) di contagio e una strategia vincente è quella di isolarci, vivendo per più tempo possibile in nicchie ecologiche (le nostre abitazioni) caratterizzate da un minor livello di rischio. Vivi nascosto (Lathe biosas) consigliava Epicuro nella Lettera a Meneceo.

Vita nascosta, vita rallentata, vita sospesa. Sono numerosi gli esempi in ambito biologico. I parassiti endocellulari, come il plasmodio della malaria che vive all’interno dei globuli rossi. Gli animali in ibernazione, capaci di rallentare il metabolismo fino alle soglie della vita. Le spore che rimangono latenti, sospese in un limbo di non-vita anche per molti anni, per poi riprendere a vivere qualora le condizioni ambientali ritornino favorevoli. Ora tocca a noi, dobbiamo nasconderci, sottrarci al virus. Restare a casa.

Per nostra fortuna, l’evoluzione ci ha insegnato anche la resilienza, cioè la velocità di ritornare alla condizione iniziale dopo una perturbazione, la capacità di modificare la propria vita per superare una situazione sfavorevole. Questo è il momento giusto per imparare ad essere resilienti. E aspettare con pazienza, pensando al futuro.

la natura al tempo della pandemia

Alcune riflessioni sulla qualità dei dati statistici e sul rispetto/rilassamento della normativa attuale sulla privacy

Contributo di Sergio Brasini

Mai come in questi giorni la comunità degli statistici e, più in generale, dei ricercatori di numerose aree disciplinari si sta prodigando nella messa a punto e condivisione di modelli e strumenti di analisi, per poter essere di aiuto nella comprensione dei ritmi di diffusione della pandemia da Covid-19 e per elaborare previsioni sulla sua probabile evoluzione. Siamo riconoscenti a Protezione civile per aver adottato una politica trasparente e lungimirante di messa a disposizione degli studiosi di dati aggiornati su base giornaliera e già predisposti in formato machine readable. Al tempo stesso, ritengo opportuno fare una riflessione sulla qualità intrinseca di questi dati, perché sappiamo bene che è ormai ampiamente condiviso il cosiddetto principio del garbage in, garbage out.

In una recente intervista Monica Pratesi, Presidente della Società Italiana di Statistica, ha sottolineato come i dati attualmente comunicati da Protezione civile denotino una “assenza di progettazione concettuale” che sia in grado di guidarne poi la comprensione e l’interpretazione, sia da parte del pubblico più vasto dei cittadini, sia soprattutto da parte dei decisori pubblici. La lettura dei molti dati a disposizione è – ricorrendo di nuovo le parole di Pratesi – “spesso confusa, contraddittoria e disorientante”. Vorrei fare a questo proposito alcuni esempi concreti.

Ogni giorno Protezione civile comunica di quanto siano aumentati i pazienti attualmente positivi, lasciandoci presumere che questo dato corrisponda al numero dei nuovi contagiati. Ma non è esattamente così. Per determinare quanti siano davvero i nuovi contagiati del giorno è necessario partire dalla differenza tra pazienti attualmente positivi del giorno medesimo e del giorno precedente, sommando poi le variazioni giornaliere dei deceduti e dei dimessi/guariti. Si tratta di un punto di ambiguità molto rilevante. Proprio sulla base dei numeri parziali relativi ai nuovi contagi giornalieri sono state realizzate nelle ultime settimane molte analisi – talvolta da parte di studiosi di grande autorevolezza – che anche per questo motivo hanno prodotto però esiti modesti.

Una seconda ambiguità riguarda il dato sul numero dei tamponi complessivamente effettuati: non è mai stato chiarito da Protezione civile se anche i tamponi che indicano l’avvenuta guarigione di un paziente (due negativi consecutivi a distanza di 24 ore l’uno dall’altro) siano computati o meno nel conteggio giornaliero. È evidente come per ogni paziente dapprima contagiato e poi guarito vengano eseguiti quindi almeno tre tamponi. Di conseguenza, se davvero anche i tamponi che servono ad accertare la guarigione fossero compresi nel dato comunicato quotidianamente, il numero di persone realmente sottoposte a controllo diverrebbe di molto inferiore rispetto al numero totale dei tamponi effettuati.

Un terzo problema, portato di recente all’attenzione della pubblica opinione da Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione Gimbe, riguarda il conteggio dei dimessi/guariti totali: da questo dato andrebbero eliminati i casi con status di guarigione non noto, ed inoltre sarebbe opportuno distinguere le guarigioni cliniche da quelle virologiche. La categoria dei dimessi/guariti è al momento eterogenea, perché include in realtà quattro tipologie di situazioni:

a) pazienti virologicamente guariti (mediante realizzazione di due tamponi negativi a distanza di 24 ore);

b) pazienti dimessi in via di guarigione virologica (cioè con primo tampone negativo, ma in attesa del risultato del secondo);

c) pazienti dimessi guariti clinicamente (cioè non sottoposti a tampone);

d) pazienti dimessi da un set ospedaliero senza alcun corredo di informazioni sul loro stato di guarigione, sia essa clinica o virologica.

dati statistici coronavirus

Questa situazione deriva da un problema di mancata uniformità della modalità con la quale le Regioni comunicano i dati a Protezione civile, a causa dell’assenza di un modello informatizzato univoco. Da questo punto di vista è emblematico il caso della Regione Lombardia, che nel suo bollettino quotidiano non cita mai il numero delle guarigioni, ma riporta solamente il numero dei pazienti dimessi dall’ospedale o dal pronto soccorso e inviati in isolamento domiciliare. Questi casi confluiscono poi nella voce dimessi/guariti dell’analogo bollettino quotidiano di Protezione civile, determinando un’evidente sovrastima del tasso di guarigione.

Problemi ancora maggiori vanno emergendo per quanto attiene al conteggio del numero dei deceduti per Covid-19. Un recentissimo studio dell’Istituto Cattaneo per i comuni dell’Emilia-Romagna ha chiarito bene i termini del problema (è possibile che non siano state attribuite al virus morti di persone in casa propria, in casa di riposo o in hospice, non essendo mai stato eseguito il test di positività). Analoghe considerazioni sono state proposte da un’indagine promossa nei comuni della Provincia di Bergamo dal quotidiano L’Eco di Bergamo in collaborazione con l’agenzia di ricerca e analisi dei dati InTwig (la differenza rispetto ai dati ufficiali sarebbe legata anche alla sottile distinzione terminologica tra morti “per” oppure “con” Coronavirus). La conseguenza ultima è quella di una probabile fortissima sottostima del dato di Protezione civile.

Un ulteriore aspetto che merita di essere sottolineato è quello relativo alla stima dell’effettivo numero dei contagiati, a causa dei mancati accertamenti diagnostici tramite tampone faringeo per la grande maggioranza dei pazienti asintomatici o paucisintomatici. Questa situazione giustifica di per sé gli attuali valori dei tassi ufficiali di letalità da Covid-19 in alcune Regioni italiane, in primis la Lombardia, molto più elevati di quelli riscontrati in Cina e in altri Paesi occidentali, e da ritenersi assai poco realistici, in quanto sia il numeratore (pazienti deceduti) sia soprattutto il denominatore (pazienti contagiati) risultano largamente sottostimati.

Il tema della qualità e dell’affidabilità dei dati statistici, soprattutto di quelli messi a disposizione da Protezione civile, è cruciale per chi voglia compiere analisi sull’andamento della pandemia in Italia. Come è noto la cosiddetta “curva dei contagiati” non è in generale simmetrica. All’inizio vi sono pochissimi contagiati, poi con il passare del tempo si riscontra un grandissimo numero di persone contagiate, che possono a loro volta divenire veicolo di trasmissione del virus per altri individui sani. Dopodiché l’efficacia dei meccanismi e dei provvedimenti di separazione/distanziamento tra pazienti positivi e persone sane diviene essenziale, al fine di scongiurare nuovi contagi e quindi un forte ritardo nella discesa per così dire naturale della “curva dei contagiati”. Proprio sulla previsione del tempo necessario a raggiungere il momento nel quale ci saranno zero contagi si sono concentrate negli ultimi giorni alcune ricerche (ricordo a titolo di esempio quella promossa dall’Einaudi Institute for Economics and Finance che ha trovato ampia diffusione nel mondo dei media). In un recente intervento Roberto Battiston, già Presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, ha ricordato che “l’approccio di usare i dati già raccolti per estrapolare direttamente il momento in cui ci saranno zero nuovi contagiati rischia di essere molto impreciso e di generare false speranze. Per esempio la curva dei nuovi contagi che viene estrapolata risulta sostanzialmente simmetrica, cosa che è difficilmente comprensibile in un modello epidemiologico”. Dunque le analisi statistiche di tipo puramente estrapolatorio non modellano le modalità con cui procede l’epidemia e mal si prestano all’obiettivo di studiarne l’andamento. Certamente è del tutto condivisibile la famosa massima di George E. P. Box, uno dei numi tutelari della Statistica, secondo la quale “all models are wrong, but some are useful“. Nel caso in questione l’obiettivo appena citato andrebbe perseguito piuttosto mediante l’impiego di modelli epidemiologici, rappresentabili sotto la forma di una serie di equazioni differenziali che collegano tra loro i numeri relativi alle persone sane, alle persone contagiate ma ancora in fase di incubazione, alle persone contagiate e tuttora contagiose, ai guariti e ai deceduti. Cioè proprio le variabili desumibili dai bollettini giornalieri di Protezione civile e sull’attendibilità delle quali ho richiamato in precedenza l’attenzione.

Vorrei soffermarmi infine su un ultimo punto. Di recente ho avuto l’opportunità di leggere suggerimenti e proposte per attività di ricerca in tema di Covid-19 veicolati dal forum della Società Italiana di Statistica. Mi ha colpito in modo particolare un’ipotesi. Cosa accadrebbe se Istituto Superiore di Sanità e Protezione civile, nell’attesa di valutare la reale diffusione del contagio in Italia attraverso un’indagine campionaria da realizzare su scala nazionale mediante la somministrazione di test (a tampone o sierologici) – peraltro assai impegnativa dal punto di vista organizzativo -, fornissero a Istat i codici identificativi di tutti i contagiati in deroga alle norme vigenti sulla privacy? Ebbene, tali codici potrebbero essere collegati all’enorme patrimonio informativo in dotazione a Istat. E di conseguenza potrebbero essere effettuati studi approfonditi sulla condizione occupazionale e professionale dei contagiati stessi, in modo da disporre di importanti indicazioni su quali settori/comparti produttivi riavviare prima di altri, quando giungerà al termine l’attuale fase di distanziamento/contenimento. Inoltre, grazie alla conoscenza dei luoghi di residenza, di lavoro e di studio di ciascun contagiato, potrebbe essere possibile geolocalizzare queste informazioni e aggregarle ad un livello di dettaglio molto fine (ad esempio a livello di sezione di censimento), mettendole a disposizione di tutta la comunità dei ricercatori esterni e ponendo così le basi per la stima di modelli “spazio-temporali” ad elevata capacità predittiva sull’andamento della pandemia. Il tutto potrebbe avvenire a costi assai ridotti se paragonati a quelli di un’indagine campionaria da coordinare sul territorio con il coinvolgimento di personale medico e sanitario. Ma sarebbe un’operazione eticamente sostenibile quella di derogare rispetto alla normativa vigente in tema di privacy? Fino a che punto potrebbe spingersi la “contrazione” di diritti fondamentali della persona, al fine di perseguire la tutela della salute pubblica, anch’essa sancita dalla Costituzione?

Su un fronte del tutto analogo, si discute molto in questi giorni dell’opportunità di tracciare i contatti e gli spostamenti delle persone potenzialmente contagiose, secondo il cosiddetto “modello coreano”, nonché di quella di valutare la risposta della popolazione italiana – in quanto a comportamento – rispetto alle misure di contenimento adottate per contrastare la diffusione dell’epidemia. Il Governo italiano sta coinvolgendo un gruppo di esperti per mettere a punto soluzioni che potrebbero consentire l’impiego e l’analisi – tra gli altri – dei dati di geolocalizzazione, delle celle telefoniche e dei movimenti delle carte di credito. Il problema più serio da affrontare riguarderebbe anche in questo caso la compatibilità di qualsiasi soluzione con la normativa vigente sulla privacy. I dati in questione proverrebbero da una pluralità di fonti; ma al tempo stesso alcune categorie di dati aggregati non dovrebbero essere disaggregate ulteriormente fino al tracciamento del singolo individuo, pena la violazione del diritto alla riservatezza. Di nuovo si imporranno a breve decisioni che prospettano la soluzione di questioni di rilievo sotto il profilo etico e normativo.

Epidemia e filosofia

Contributo di Alberto Artosi

“La paura è una cattiva consigliera”. Sarà anche un luogo comune, ma sulla bocca di Giorgio Agamben fa un certo effetto, tanto più quando ci s’accorge che a essere stato mal consigliato è proprio quello che è considerato uno dei maîtres à penser di questa generazione. Nel caso di Agamben, però, non si tratta della paura del Coronavirus – ché infatti Agamben, almeno all’inizio, non credeva nell’epidemia – ma della paura che l’emergenza possa innescare una nuova forma di quella aggregazione proteiforme e a costante minaccia di ritorno che Umberto Eco chiamava “Ur-Fascismo” o “fascismo eterno”.  

Fino ad ora si contano quattro interventi di Agamben sul tema “rischio deriva Ur-Fascista”. Nel primo, comparso su “Il manifesto” del 26 febbraio e contemporaneamente nella sua rubrica sul sito della casa editrice Quodlibet (qui con il titolo del tutto esplicito di L’invenzione di un’epidemia), Agamben denuncia le misure di emergenza varate dal governo per la “supposta epidemia” come espressione della “tendenza crescente a usare lo stato di eccezione” per giustificare l’imposizione di “gravi limitazioni della libertà” facendo leva sullo “stato di paura che in questi anni si è evidentemente diffuso nelle coscienze degli individui” e sul “desiderio di sicurezza che è stato indotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarlo”.

Gli interventi successivi (Contagio, 11 marzo; Chiarimenti, 17 marzo e Riflessioni sulla peste, 27 marzo) non fanno che ribadire quanto si era andato delineando nel primo, con l’aggiunta di alcuni tocchi decisivi (la trasformazione di “ogni individuo in un potenziale untore“; la creazione della perniciosa “figura del portatore sano o precoce”) fino al completamento del quadro: la compiuta realizzazione di quello che è sempre stato il sogno di “chi ci governa”: chiusura delle scuole e dell’università con conseguente telematizzazione delle lezioni, coprifuoco culturale e politico, digitalizzazione dei contatti umani, e via cantando.

Nell’ultimo intervento Agamben ci rivela pure qual è la scaturigine ultima della nuova forma di Ur-Fascismo: l’atavica paura di perdere la vita sulla quale “si può fondare solo una tirannia, solo il mostruoso Leviatano con la sua spada sguainata”, soprattutto se a servirlo, quale nuovo instrumentum regni, è “la religione del nostro tempo: la scienza” che, “come ogni religione, può produrre superstizione e paura o, comunque, essere usata per diffonderle”.

Se questo è ciò che ha prodotto la filosofia di Agamben, diciamocelo francamente, povera filosofia. Ma, diciamo anche questo francamente, non è che altri abbiano poi prodotto tanto di meglio.

filosofia, scuola di Atene, dipinto di Raffaello Sanzio

Nella sua replica alle “farneticazioni di Giorgio Agamben” (in “MicroMega”, 16 marzo 2020), Paolo Flores D’Arcais, oltre ad auspicare “che per la filosofia si inauguri una stagione in cui stella polare torni ad essere l’amore di sapere/saggezza”, invita a “mettere da parte il bon ton corporativo” e a “non temere di cominciare a pronunciare qualche modesta verità, ad esempio riconoscere intanto che la filosofia dell’untore e della ‘invenzione di un’epidemia’, propinataci dal filosofo Giorgio Agamben il 26 febbraio e l’11 marzo, è”, per dirla in termini inequivocabili, anche se non molto eleganti, “una filosofia del cazzo”.

Nel suo incisivo intervento (Eccezione virale, in “Antinomie”, 27 febbraio 2020) Jean-Luc Nancy, filosofo tra i più autorevoli e sodale di Agamben, dopo averci avvertito, con una blanda tirata di orecchi al “vecchio amico”, che “esiste una sorta di eccezione virale – biologica, informatica, culturale – che ci pandemizza” e che i “governi non ne sono che dei tristi esecutori e prendersela con loro assomiglia più a una manovra diversiva che a una riflessione politica”, passa senz’altro a ricordare: se trent’anni fa avesse dato ascolto ad Agamben che gli consigliava di non sottoporsi al trapianto di cuore, sarebbe già morto da un pezzo. Con tutto questo, “Giorgio resta uno spirito di una finezza e una gentilezza che si possono definire – senza alcuna ironia – eccezionali”.

Che dire? Il filosofo, sociologo e politologo Slavoj Žižek (altromaître à penser di questa generazione) segue di giorno in giorno l’evolversi della situazione in un e-Book che viene costantemente aggiornato. Il libro si intitola Virus. Catastrofe e solidarietà. Speriamo bene.

I malintesi sulla “solidarietà europea”

Contributo di Pietro Manzini

In Italia il dibattito sulla cosiddetta “solidarietà europea” è incredibilmente superficiale. Tutti la evocano, molti ne lamentano l’assenza, nessuno (o quasi) si chiede che cosa voglia dire. Proviamo allora individuare qualche punto fermo.

Anzitutto andrebbe ricordato che, sul piano sociale, la solidarietà è un’idea molto impegnativa, perché si riferisce all’ipotesi che un individuo, sostenendo degli oneri, aiuti  un altro o altri individui sulla base della sola considerazione che tutti appartengono ad una medesima comunità. Ma già questa osservazione presenta degli elementi di incertezza: quanti oneri una persona deve essere disposta a sostenere in virtù di un sentimento di fratellanza? Come viene definita in senso qualitativo e quantitativo una ‘comunità’ verso la quale si deve solidarietà?

Nel mondo del diritto, poi, la solidarietà non esiste, salvo che non sia prevista da un contratto (un’impresa può assumersi contrattualmente la responsabilità degli obblighi assunti da un’altra), oppure sia stabilita dalla legge. È peraltro indicativo che anche laddove la solidarietà è più scontata, ossia in mare, il diritto non la preveda indefettibile e gratuita. Basti pensare che il nostro codice della navigazione, per un verso, prevede l’obbligo di soccorso in mare quando sia possibile senza grave rischio della nave soccorritrice, del suo equipaggio e dei suoi passeggeri, e per l’altro, stabilisce che il soccorso dia diritto, quanto meno, al risarcimento dei danni eventualmente subiti e al rimborso delle spese incontrate (artt. 489-491 cod. nav.).

La solidarietà inoltre, è un’idea completamente antropomorfa. Può emergere (augurabilmente) in seno ad una comunità di persone, ma è del tutto estranea ai rapporti tra Stati.  Siamo abituati, per convenzione e semplicità, a riferirci – ad esempio – alla Germania e all’Italia come se fossero persone fisiche, ma dovremmo ricordarci che esse sono piuttosto “persone politico-giuridiche”, le quali ragionano e operano in base a dinamiche completamente diverse da quelle che connotano l’azione umana.  Le relazioni tra tali entità si basano tradizionalmente su rapporti di dare e avere, alieni ai sentimenti di generosità e disinteresse che muovono la condotta solidale tra individui. Quando la Cina invia all’Italia mascherine (che peraltro ancora non arrivano), lo fa per ragioni di accrescimento del suo soft power, non per sentimento di solidarietà. 

Nei trattati su cui si fonda l’Unione europea la solidarietà tra Stati è più volte evocata, ma sostanzialmente per escluderla  o per limitarne l’ambito di applicazione alle situazioni emergenziali. Un esempio della prima ipotesi è la clausola di no bail-out che nel quadro della politica economica dispone che né l’Unione né gli altri Stati membri si facciano carico degli impegni finanziari assunti da uno Stato membro. Più disponibili sono gli Stati in caso di emergenza. I trattati prevedono infatti “assistenza e aiuto” reciproco nel caso di aggressione armata, ovvero qualora uno Stato membro sia oggetto di attacco terroristico o vittima di calamità naturale o provocata dall’uomo  oppure anche quando sussiste una “situazione di emergenza caratterizzata da afflusso improvviso di cittadini di paesi terzi”.

Di questi elementi bisognerebbe tener conto quando si sostiene che l’Europa dovrebbe mostrare più solidarietà attraverso l’emissione di titoli congiunti da parte di tutti gli Stati, i famosi euro-bonds. Il senso di questi titoli, come è ben noto, è che essendo garantiti da tutti, il tasso di prestito sarebbe molto basso e ciò aiuterebbe a ri-finanziare l’economia dopo la crisi del coronavirus. Tuttavia va notato che questo tasso, incorporando il rischio anche dei paesi molto indebitati, come l’Italia, si collocherebbe ad un livello intermedio tra il tasso di interesse dei titoli italiani, e quello dei titoli tedeschi o olandesi. Pertanto dato che il rischio è coperto da tutti, si chiede, in sostanza, ai cittadini tedeschi o olandesi di farsi garanti, con le loro tasse, di un tasso di interesse che è superiore a quello che sarebbe se il titolo fosse esclusivamente tedesco o olandese. E ciò per aiutare l’economia italiana.   

Perché dovrebbero farlo, tenendo conto che anche la Germania e l’Olanda nella presente crisi avranno bisogno di fare debito pubblico? Certo, una buona motivazione è quella che fa riferimento alla necessità di salvaguardare il mercato europeo, che è importante per tutti. È ciò a cui si riferisce, metaforicamente, Romano Prodi quando si chiede a chi venderanno i tulipani gli olandesi, se l’Italia entra in crisi.  Tuttavia è un argomento che, nel mezzo della attuale tempesta sanitaria ed economica, non può veramente convincere; senza dimenticare che ad esso si potrebbe rispondere che i tulipani saranno venduti su altri mercati.

Perciò, da italiani, occorre essere favorevoli agli euro-bonds, ma bisogna anche essere pronti a comprendere perché altri sono decisamente contrari.  Con due vantaggi certi: il primo è che potremmo operare per ottenere più solidarietà con consapevolezza e senza stracciarci le vesti tutte le volte non ne arriva nella quantità sperata; il secondo è  che riusciremmo ad evitare di intonare la solita litania “e allora l’Europa che serve”, che in questi tempi di clausura è veramente insopportabile.  

Correre o non correre, questo è il problema…!?

Contributo di Alessandro Bortolotti

L’attuale periodo di quarantena da Pandemia, oltre ad essere associato ad un notevole consumo di notizie veicolate dal sistema informativo tecnologico (e ai conseguenti rischi di Infodemia segnalati da Pina Lalli), è senza dubbio caratterizzato da numerosi dibattiti.

Uno piuttosto appassionante per gli sportivi (ma non solo), ha visto come protagonisti cultori e detrattori del Jogging. Le discussioni intorno alla pratica della corsa all’aperto emergono subito dopo le prime restrizioni, quando in linea di massima gli esperti interpellati si esprimono piuttosto favorevolmente sullo svolgimento di attività motoria all’aperto.

Col passare del tempo, invece, prevalgono atteggiamenti maggiormente orientati al sacrificio e al rispetto delle disposizioni sintetizzate dall’hashtag “iorestoacasa”, tenendo presente che viene specificato come i decreti concedano di muoversi tutt’al più nelle vicinanze dell’abitazione.

La tematica appare intrigante perché le considerazioni che suscita possono andare ben al di là di questioni meramente tecniche, ponendosi al crocevia tra temi di natura diversa. Studiando l’attività motoria e sportiva come “tecnica del corpo” (Mauss, 1934; Bordieu, 2003), si apre la strada a una serie di analisi che vanno al cuore delle organizzazioni sociali e delle culture. L’attività motoria, da questo punto di vista, corrisponderebbe a un percorso d’iniziazione sociale, attraverso il quale le persone apprendono pratiche, norme e valori profondi della proprio mondo sia concreto che simbolico (Geertz, 1987; Parlebas, 1999).

Tornando alla questione se sia lecito correre o meno ai tempi del coronavirus ma il ragionamento potrebbe essere allargato ad ogni altra forma di movimento outdoor; di recente è stata ufficialmente assegnata l’etichetta di “attività motoria all’aperto” anche al camminare, possiamo notare come si debba tenere presente pressoché ogni aspetto dello scibile umano, per esempio di tipo giuridico, dato che per la salvaguardare la salute pubblica è momentaneamente limitato il diritto alle libertà individuali di movimento (Piero Ignazi); della salute individuale (l’attività motoria svolge un ruolo fondamentale nella regolazione di processi fisiologici e nei ritmi circadiani e nel sonno (Giovanna Zoccoli); psicologico, sia intrapsichico che interpersonale (in questo momento, la maggioranza dei corridori abituali non si sentono nemmeno di fare attività perché, sentendosi considerati dall’opinione pubblica come “untori”, hanno smarrito ogni motivazione, mentre i più accaniti escono perlopiù nella penombra…); formativo, dato che la cura del corpo ha evidenti ricadute sullo sviluppo globale – e se non c’è dubbio che la pandemia ci abbia “presi in contropiede” in generale, i suoi effetti si sentono maggiormente negli ambienti organizzati in modi tradizionali e poco innovativi, di cui la scuola fornisce purtroppo un caso esemplare (Ira Vannini); etico, perché essendosi spostati i confini della morale, le decisioni ne devono tenere conto (e l’eventuale mancanza può quindi assumere connotati politici). In questo quadro non va poi dimenticato l’aspetto economico: si calcola che l’industria sportiva abbia un impatto diretto stimabile tra l’1.7 e il 2% del PIL, circa il doppio valutando l’indotto (anche se Malagò sta ripetendo gli stessi numeri da anni).

uomo vitruviano, Leonardo da Vinci

In definitiva, ogni analisi delle pratiche corporee deve tenere conto del contesto complessivo in cui esse hanno luogo. Come nella classica metafora dell’Iceberg, le attività come la corsa appaiono solo l’aspetto visibile di un fenomeno ben più ampio, ma che difficilmente riusciamo a cogliere a prima vista. Mi sembra che le vicende qui analizzate, ad esempio, mostrino piuttosto bene alcune peculiari caratteristiche della nostra cultura nazionale, quali la suddivisione più o meno faziosa tra “pro” e “contro”, e il pressapochistico “fai da te”. In altre parole, l’attività motoria e sportiva riflette i processi sociali, ne è parte integrante e li rafforza nel bene o nel male.

In definitiva, oltre a tenere presente che svolgere una qualche forma di attività dovrebbe essere un diritto fondamentale dal punto di vista biomedico, non solo nelle giovani generazioni, occorre essere consapevoli che le “pratiche del corpo” costituiscono veri e propri percorsi d’iniziazione e rituali sociali. Le esperienze corporee permettono di esperire e dunque portare alla luce le condizioni esistenziali, quindi domandare “cosa può un corpo” equivale a cogliere le intersezioni che le discipline pratiche e scientifiche disegnano tra le “pieghe” del corpo (Donato, Tonelli, Galak, 2019).

In conclusione possiamo chiederci: cosa posso fare ora? Andare a correre fuori forse no (benché qualcuno riesca ancora a farlo… ma sicuramente altre attività fisiche domestiche sì, tenendo presente che l’offerta formativa tramite tutorial di attività motorie in rete pullula di proposte d’ogni tipo (a tale proposito consiglio di dare un’occhiata a questo canale: https://www.youtube.com/channel/UCvFN1gwZUFseMG_808CfrYw ).

Anche al termine della pandemia, infine, capire se sarà possibile “correre o non correre” fornirà una risposta immediata e sintetica alle nostre condizioni psicofisiche e alla situazione globale in cui siamo immersi, e non di certo solamente alla condizione fisico-motoria.


Suggerimenti bibliografici
Bordieu, P. (2003). Il senso pratico. Roma: Armando (Edizione originale: 1980).
Donato A., Tonelli L. & Galak E. (2019) (a cura di). Le pieghe del corpo. Milano-Udine: Mimesis.
Geertz, C. (1987). Interpretazione di culture. Bologna: Il Mulino (Edizione originale: 1973).
Mauss, M. (2017). Le tecniche del corpo. Pisa: ETS (Edizione originale: 1936).
Parlebas, P. (1999). Jeux, sports et sociétés. Lexique de praxéologie motrice. Paris : INSEP.

Free-Rider, Untore, Sceriffo

Contributo di Anna Soci

Il dilagare del Covid-19 e le sue mortali conseguenze ci hanno imposto comportamenti che mai avremmo pensato di dover assumere, e la situazione che stiamo vivendo in tema di restrizioni non è leggera, lo sappiamo bene. Tuttavia, pur con tentennamenti, alcuni passi falsi, e un non completo allineamento tra governo centrale e locale, sono state prese delle decisioni al cui rispetto il cittadino è dovuto.

Tali decisioni sono elencate nel d.l. 25 Marzo, No. 19: «Misure urgenti per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da COVID-19», sono pienamente recepite dall’ultimo d.p.c.m. del 1 Aprile (che pesce di Aprile … non è!) e tutti le conosciamo bene, anche se qualche ambiguità comunicativa può aver ingenerato incertezza (cosa si configura come comune attività motoria?).

L’ormai divenuto ben noto #iorestoacasa, con varianti sul tema del tipo #restate a casa, non è però accettato e seguito come si dovrebbe, sul filo di ragionamenti di vario ordine volti in realtà a schermare la banale mancanza di senso civico, per usare una sintetica pennellata. La principale argomentazione è: io esco quando voglio e vado dove voglio, vicino o lontano da casa, devo semplicemente stare distante dagli altri e indossare una mascherina. Una argomentazione più sofisticata rimanda invece al bisogno di ribellarsi a ciò che richiama, allude, fa presumere, che questa obbedienza ci assuefaccia a più dittatoriali futuri. Le due argomentazioni sono involontariamente legate.  

Cartoon Illustration of Cowboy Sheriff  Character

L’ovvia obiezione è: mio caro/a, la condizione a che la tua uscita da casa quando vuoi per andare dove vuoi possa essere innocua è banalmente … che gli altri non lo facciano. Se tutti lo facessimo, nemmeno la distanza precauzionale potrebbe essere rispettata. Qualche migliaio (decine, centinaia di migliaia) di persone tutte fuori fanno …ressa? Come minimo. Mio caro/a, questo è il classico comportamento del free-rider: stai cavalcando senza pagare.

Ma non è finita qui. Il free rider – che sa benissimo di essere tale – manifesta disapprovazione verso chi lo chiama, con lessico meno poliglotta, untore (non penserai per caso che io possa contribuire alla diffusione del virus??), figura storicamente antipatica che lo giustifica a non sentirsi toccato dalla disapprovazione della collettività nei suoi confronti.

E nemmeno qui finisce. Dimentica, il free rider, (o finge di dimenticare), che se è necessario contenere fenomeni pericolosi per la salute pubblica – bene primario – proprio chi se ne cura, cioè lo Stato che agisce in nome della collettività, dovrà intervenire quando si creino condizioni che la minacciano. Dunque, si inaspriranno i controlli (come proprio oggi viene richiesto dal Sindaco di Milano) e aumenteranno…. gli sceriffi? Il free rider, vera causa di questa evoluzione, potrà sentirsi così anche vittima. E potrà dire che le limitazioni di cui (come tutti) è stato oggetto sono pericolose, e che la ribellione a queste è sana, perché ci si può assuefare ad un sistema così poco liberale. Le libertà personali sono minate, più che minacciate. Potremmo non goderne più perché ci potremmo assuefare al loro indebolimento, limitazione, svuotamento.

Il contesto, ahimè, è scomparso. Mentre da questo contesto non si può prescindere. Non sono un giurista, ma l’Art. 16 della Costituzione è chiarissimo: “ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di   sanità o di sicurezza”. E l’Art. 2 è adamantino laddove, dopo aver riconosciuto e garantito i diritti inviolabili dell’uomo, “richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà … sociale”. Se il free rider vuole rispettare la Costituzione, sa cosa fare. E tutti saremmo più sicuri (o meno in pericolo).

Forse si sarebbe potuto… (a proposito di Covid-19)

Contributo di Leardo Mascanzoni 

    Fra le tante cose che questa diffusione planetaria del virus ci sta insegnando, una mi sembra fondamentale: essere più umili e meno presuntuosi e falsamente sicuri. Leggo e sento da dire da più parti, ma non appartenendo al settore sanitario potrei essere passibile di correzione, che gli organismi internazionali preposti alla tutela della salute pubblica avrebbero indirizzato i singoli paesi, dagli anni Ottanta-Novanta del secolo scorso, a ritenere ormai quasi vinte le grandi malattie infettive e a concentrare gli sforzi soprattutto su quelle degenerative, cardiovascolari e neoplastiche.

    Se è così ritengo si sia commesso un non lieve errore di valutazione. Un errore, qualora vi sia stato, germogliato tuttavia in un più generale humus culturale le cui coordinate di fondo sono però, stavolta senza ombra di dubbio, chiare a tutti. Un contesto cioè, quello grosso modo sviluppatosi negli ultimi tre decenni, in cui è avvenuta una massiccia omologazione mondiale a più livelli nel segno di una pervasiva ideologia tecnicistico-aziendalistica che ha avuto come unica pietra di paragone il mercato e il successo economico in barba alla cosiddetta e sbandierata “morte delle ideologie”.   

   Un’unica ideologia, in verità, un pensiero unico totalizzante e globalizzante ha avvolto il mondo intero (escluse le aree più povere e arretrate), dalla Cina agli Stati Uniti dall’Australia al Canada, nella rete delle sue lusinghe efficientistiche e consumistiche.

covid-19, cosa si sarebbe potuto fare

   Questa cultura di importazione anglosassone, da cui anche il nostro mondo universitario è stato capillarmente penetrato perdendo spesso di vista il suo basilare statuto di entità “umanisticamente”, oltreché professionalmente, formativa, ha esaltato le tecnicalità, la produttività rapida e spesso fine a sé stessa, la concorrenzialità, il risultato da esibire sempre comunque e ad ogni costo, il feticcio del successo misurato in termini di quantificazione marginalizzando al contempo, depotenziando ed estromettendo il più lento e presuntivamente inefficiente e improduttivo sapere “umanistico”, storiografico, filologico e filosofico e i suoi poco promozionali e graduali momenti di effettivo e sedimentato apprendimento ed elaborazione quasi alla stregua di un materiale inerte, residuato di un’epoca ormai superata e definitivamente situata alle spalle di un dinamico e performante presente; ciò senza considerare che queste discipline “pure” e non “applicate” sono indispensabili per avviare basi preparatorie a successivi sviluppi della ricerca e per costruire processi metodologicamente formativi e valutativi in grado di mettere i soggetti nella condizione di poter ragionare in modo critico su ciò che si sta facendo, sul perché lo si fa, su quali scopi si vogliono conseguire, su dove si sta andando, su quali siano le ricadute di ciò che si sta mettendo in atto, se ciò che si attua sia giusto o meno ed altre cose simili; tutti elementi di una riflessione complessa di cui la comparazione col passato e la sua restituzione il meno approssimata possibile attraverso una corretta pratica filologica costituiscono una componente fondamentale.

covid-19, cosa si sarebbe potuto fare

   La vicenda del Covid-19, in sostanza, non è che l’altra faccia della angosciosa questione climatico-ambientale frutto anch’essa di una mentalità autoreferente, miope e predatoria incapace di avvicinare natura e altro da sé se non in termini funzionalistici ed economici di resa e di profitto immediati in nome delle “superiori” ragioni della speculazione e dell’accumulo. Ecco perché credo che la grave crisi internazionale del Covid-19 debba spingere, nel cosiddetto “mondo che verrà dopo”, ad una profonda considerazione sul recupero di saperi e valori che la società cosiddetta “turbocapitalistica”, a cui tutti abbiamo avuto il torto di esserci piegati senza opporre resistenza, ha relegato in secondo, in terzo e in quarto piano come inutile ciarpame.

   Si fosse stati più prudenti e meno presupponenti, si fosse considerato con attenzione la vicenda storica umana coi suoi successi ma anche con le sue rovinose cadute sull’arco della lunga durata temporale, si fosse studiato disinteressatamente di più, si fosse sorvegliato e tentato di indirizzare il processo di crescita esclusivamente e fittiziamente finanziaria, si fosse ragionato sul fatto che la “globalizzazione” comportava anche enormi rischi, si fosse cercato di contrapporre qualche valida alternativa al dominante pensiero “unico” e così via, forse non si sarebbe caduti con tanta pesantezza nel peccato di hybris contro gli esseri umani e contro la natura che inevitabilmente, prima o poi, chiama una nemesis. E questo non è teleologia della storia ma semplice e modesta constatazione di ciò che accade in quella lunga catena di problemi e di eventi che chiamiamo “storia” e che ormai troppi ritengono inutile, o tutt’al più esotico o folkloristico, studiare e provare a conoscere. In sostanza, non ci si sarebbe fatti cogliere così impreparati da una pandemìa “medievale” che teoricamente non sarebbe più nemmeno dovuta accadere, ritenendosi che nel 2020 simili evenienze fossero ormai state del tutto vanificate e superate da una scienza onnipotente e da una sfavillante tecnologia. E invece, purtroppo, stiamo vedendo che le cose non stavano così.

Il virus totale

Contributo di Isacco Turina

nella bassura dove s’affondava
una primavera inerte, senza memoria.
(Montale, Dora Markus)

La diffusione del coronavirus è in sé un fatto crudo e in parte ineluttabile, storia naturale che irrompe nella storia umana. Ma le sue conseguenze sul corso degli eventi politici e sociali non sono una fatalità, bensì l’effetto congiunto di circostanze e rapporti già esistenti, delle nostre scelte e delle nostre aspettative. Vorremmo qui analizzarla come un fatto totale, intendendo con ciò che l’epidemia manifesta e accelera convergenze e interconnessioni che già erano in opera a diversi livelli.

Ciò che ha rivelato, è in primo luogo la commistione fra sopravvivenza, autorità, scienza e accesso ai media. Senza l’allarme e le raccomandazioni dell’OMS non ci sarebbe stata una tempestiva allerta del pubblico così come dei governi nazionali. Più che le loro esitazioni, inevitabili in una crisi dall’evoluzione imprevedibile, ci sembra sia da notare la prontezza con cui hanno reagito in modi tutto sommato coerenti con le indicazioni degli organismi internazionali. Un ordine nella condotta di centinaia di milioni di persone può realizzarsi solo attraverso un coordinamento globale fra autorità dall’alto, e, dal basso, attraverso un accesso costante ai media che ne veicolano e ne spiegano le decisioni al pubblico. Da queste connessioni dipende, in frangenti del genere, la sopravvivenza delle persone. Le critiche al famigerato individualismo non dovrebbero far dimenticare che gli individui sono tanto più dipendenti dai media, dagli esperti e dalle autorità quanto meno sono abituati a costituire “comunità naturali” fatte di contatti diretti e frequenti.


L’individualismo non genera dunque indipendenza ma, al contrario, una crescente dipendenza dall’organizzazione sociale. Nel contesto attuale, non chi è solo, ma chi è privo della guida delle istituzioni e dei media è perduto. Solo da essi è possibile apprendere quali comportamenti siano più adatti alla conservazione della vita propria e altrui.

Ciò solleva il problema dell’autonomia del soggetto. A noi sembra che, allo stato attuale, sia illusorio parlare di autonomia: il soggetto può sopravvivere solo nella misura in cui è in collegamento con una massa di altre persone, con le autorità, con gli esperti e con i mezzi di comunicazione che mediano questi rapporti. La sua autonomia è relativa e si muove all’interno di questo recinto, il che suscita interrogativi sulla congruenza fra gli ideali liberali e la realtà dei fenomeni. Questi ci parlano di una sostanziale dipendenza dell’individuo da strutture che non può controllare ma che anzi lo sovrastano e lo guidano, nel bene e nel male. La distinzione etica e politica fra il bene e il male del soggetto, lungi dall’essere un residuo di morali antiquate, è anzi più che mai cruciale per giudicare le decisioni che coinvolgono i cittadini.

Un secondo livello è quello della compenetrazione fra salute, politica, economia e organizzazione. I commenti sulla crisi sottolineano la difficile conciliazione tra protezione della salute e mantenimento dell’economia, ma anche le frizioni che si possono creare tra l’esigenza di bloccare il contagio e quella di garantire il normale funzionamento di una nazione. Non tutte le pratiche possono essere eseguite a distanza. L’assistenza alle persone in difficoltà (senzatetto, anziani soli, carcerati) richiede in diversi casi la compresenza, così come non tutti i servizi possono essere svolti assicurando sempre e comunque il rispetto delle misure di sicurezza. Se il contenimento del contagio diventa la priorità assoluta, è inevitabile che altre istanze vengano penalizzate. Ma anche affermare il valore assoluto della salute è niente più che un auspicio, una volta che si tenga conto delle deroghe che quotidianamente accettiamo a questo principio: più di centomila vite umane potrebbero essere risparmiate ogni anno in Italia se si ponessero rigidi vincoli alla circolazione del traffico, alla vendita di tabacco e alcolici e all’inquinamento, per non parlare degli infortuni sul lavoro. Di fatto, in nome delle libertà individuali e dell’iniziativa economica tolleriamo gravi perdite sul versante della salute.

Nel caso dell’epidemia di coronavirus si è scelta una strada alternativa, dando invece priorità alla salvaguardia di vite umane, anche se è lecito supporre che il punto di vista dello stato non coincida con quello del pubblico. Quest’ultimo è preoccupato soprattutto della propria incolumità, mentre le istituzioni devono in primo luogo preservare la funzionalità delle strutture sanitarie. Forse ciò che spaventa di più il pubblico in questa morte non è tanto la malattia in sé, quanto il modo in cui si propaga. Il contagio fra estranei è inaccettabile per le nostre abitudini a stabilire rapporti personali solo sulla base di esplicito consenso e a fronte di precise garanzie. Altre cause di morte non prevedono quel contatto umano diretto e casuale al quale siamo ormai allergici e risultano quindi più tollerabili. Comunque stiano le cose, possiamo anche accogliere la priorità data alla salute come un saggio ravvedimento; ma dobbiamo essere consapevoli che si tratta di un’eccezione terminata la quale si tornerà alla regola, ossia al bilanciamento spesso sfavorevole fra tutela della salute e promozione dell’economia, e a libertà come quella di assumere comportamenti individuali lesivi del bene pubblico (uso indiscriminato dell’auto, attività produttive inquinanti, consumi eccessivi, perseguimento esclusivo del proprio interesse e comodità). Alcuni autori fra i più profondi del Novecento – Simone Weil e Gandhi fra gli altri – hanno ricordato l’importanza dei doveri verso la comunità a completamento di un discorso esclusivamente concentrato sui diritti individuali. È uno spunto che potrebbe portarci lontano.

La terza totalità è quella dell’attenzione: la cronaca relativa al virus monopolizza l’interesse dei media, del pubblico, delle autorità e delle organizzazioni. Un nemico invisibile è straordinariamente adatto ad animare uno spettacolo totale: possiamo immaginarlo ubiquo, imprendibile, terribile e quindi spostarci continuamente da una scena all’altra senza uscire mai dalla stessa recita. Il protagonista non può smentire; tanto più le nostre attese, propensioni e timori hanno libero corso. Il virus, in quanto bersaglio assente, rivela in quale direzione puntano le nostre volontà congiunte: quella di un isolamento mediato in cui ciascuno, nella propria cellula, riceve informazioni e istruzioni, produce, consuma e gestisce rapporti interpersonali – in sostanza, si relaziona con il mondo – attraverso dispositivi in collegamento a distanza.

L’assorbimento completo dell’attenzione fa sì che le energie vengano sottratte ad altre attività e concentrate sul virus, con netta divisione del lavoro tra iperattività di chi è chiamato ad agire in prima linea e immobilità di tutti gli altri. L’emergenza ha pressoché paralizzato in poche settimane lavoro, sanità, politica, istruzione, trasporti, commercio, socialità. Assieme alle occupazioni, ha sigillato gli orizzonti. Quel mondo che sembrava tanto vasto, poliedrico e complesso si è condensato in un unico punto, come in un big bang alla rovescia. Politiche, relazioni e mete da lungo tempo perseguite – prime fra tutte la competitività e la globalizzazione – sono state interrotte da un giorno all’altro, a quanto pare senza troppo sforzo o rimpianto.

Il virus totale

Difficile sottrarsi alla conclusione che la vita di prima, la famosa vita normale che sembrava tenerci tanto impegnati, in fondo avesse perso di senso, e non solo per i decisori ma anche per i cittadini. Si è parlato di guerra contro il virus e di economia di guerra. Ma dietro tutto questo si dovrà forse scorgere un desiderio di guerra. Non diretto, nel senso dell’intenzione di innescare un conflitto violento, ma indiretto: ossia della guerra in quanto sospensione di una quotidianità le cui diverse attività non contano più molto nemmeno per chi le svolge o per chi, nella lotta partitica, le difende con vigore.

C’è qualcosa di incongruo e di stonato in questa improvvisa crociata per la salute pubblica che sospende e inverte le politiche degli scorsi anni. Soprattutto perché la crociata è condotta in un’atmosfera alterata di psicodramma ipnotico e di frenesia. Soprattutto perché non è affatto evidente che questa virata sia dovuta a un’inversione di valori, per cui ciò che fino a ieri era sacrificabile – le vite umane, la salute pubblica – oggi sarebbe diventato l’idolo del giorno. Più che a un rinsavimento delle coscienze, forse ci troviamo di fronte a una schizofrenia del sistema.

Vi contribuisce anche l’impressione di una specie di populismo dall’alto. La lotta contro il virus – e sarà la nostra quarta convergenza – è un tema adatto a radunare opinioni di destra e di sinistra. Sembra cioè capace di raccogliere quel consenso che iniziative recenti quali il reddito di cittadinanza o le campagne contro l’immigrazione non hanno incontrato. Il populismo dall’alto permette alle autorità un migliore controllo della popolazione. Il prospettato uso di droni e dati di telefonia per tracciare gli spostamenti dei contagiati o per monitorare e disperdere assembramenti, configura addirittura un’efficienza ingegneristica nell’incanalare i movimenti dei cittadini. Difenderli contro sé stessi e contro connazionali benintenzionati ma pericolosi è il movente perfetto per introdurre nuove tecniche di sorveglianza. Ecco allora uno scopo progressista – la difesa della salute – che trova un sostegno dall’alto nei pareri degli scienziati e dal basso nell’elettorato populista e che viene realizzato con modalità autoritarie nel quadro formale di una democrazia rappresentativa. Ciascuno può trovarvi elementi di proprio gusto. La convergenza politica si mescola qui con l’indistinzione ideologica e con l’innovazione tecnologica, costituendo un apparato inedito.

Tutti guardiamo la stessa cosa, eppure ciascuno vede ciò che più lo interessa: le previsioni della scienza, la difesa della salute, i rischi per l’economia, i vantaggi per l’ambiente, il rallentamento della globalizzazione, il risveglio della solidarietà, le strategie dei partiti, le reazioni del pubblico, la tragedia nazionale, le acrobazie delle istituzioni, le possibilità della tecnica e così via. La storia tuttavia non è la somma delle soggettività, bensì quello sviluppo imprevisto che le rivela a sé stesse. Occorre quindi sforzarsi di leggere il presente non in base ai propri auspici o paure, ma cercando di riconoscere e anticipare il percorso che disegna.

Il quinto livello che vorremmo analizzare è la convergenza internazionale nelle risposte. Sappiamo che la Cina, dopo averci inviato il male, ci ha fornito anche il rimedio: le misure adottate in Italia fanno esplicito riferimento a quelle praticate nello Hubei. Quello che ci interessa non è discuterne l’efficacia, quanto notare come questa convergenza sia coerente con altri avvenimenti nel panorama politico recente. Si è spesso preteso che la Cina diventasse come l’occidente, nel senso di accoglierne i valori liberali. Da qualche anno a questa parte si ha invece l’impressione di assistere, di fatto, a uno spostamento degli uni e degli altri verso un regime intermedio, provvisoriamente definito in Europa come populismo, sovranismo o democrazia illiberale, e che in Cina prende l’aspetto di una grande impresa di miglioramento dei livelli di vita della popolazione con conseguente aumento dei consumi, intento compatibile con gli obiettivi delle democrazie capitaliste. Una forma ibrida di semi-autoritarismo o di liberalismo a intermittenza sostenuto da media, mercato, scienza e tecnologia potrebbe essere l’effetto a lungo termine di un incontro sempre più stretto fra ciò che resta dei due blocchi della Guerra fredda. Il virus, pericolo per l’intera umanità privo di connotazione ideologica, potrebbe diventare il simbolo di questo movimento che sta modellando il ventunesimo secolo. In questo senso, nonostante sembri rompere con la normalità, l’epidemia non demolisce l’edificio della storia in corso, ma anzi vi aggiunge un mattone. L’occidente reagisce con la chiusura e le restrizioni a eventi che sono in parte l’esito di processi di apertura – nel senso della liberalizzazione e della globalizzazione – avviati dall’occidente stesso.

A livello dei singoli, l’emergenza sanitaria sancisce il trionfo dell’impotenza e dell’isolamento: l’unica possibilità di agire è non fare nulla e chiudersi in casa, affidandosi al soccorso delle autorità, degli specialisti e dei media. Guardare gli altri fare è la tipica postura dello spettatore. Il corpo sociale, immobilizzato, osserva sugli schermi i chirurghi operare su di lui. In questa congiuntura, il cittadino responsabile è quello che non valuta in base alla propria coscienza e ragione, ma si attiene strettamente ai decreti delle autorità. Questi decreti gli insegnano che la sua solidarietà si esprime attraverso l’isolamento e l’inazione: gli insegnano insomma la sua impotenza e lo relegano al ruolo di spettatore. Non è detto che questo sia ingiustificato, se si tratta di un periodo limitato e se produce benefici dimostrabili. Ma è comunque significativo che un esecutivo notoriamente debole come quello italiano riesca meglio a far rispettare decisioni draconiane in periodo di emergenza che le normali leggi del parlamento in tempi di piena libertà. Anche in alcuni paesi esteri è possibile – e in certi casi altamente probabile – che la crisi sia stata accolta come un surrogato di soluzione a problemi che la classe al potere non è in grado di gestire (dissidi interni, leader sotto attacco, economie precarie, pianificazione miope). Per una politica disorientata, un’epidemia o qualunque altra calamità non è necessariamente una maledizione, almeno nel breve periodo: tiene occupata la popolazione, sospende le proteste di piazza, legittima manovre impopolari, rinfocola la coesione nazionale.

I problemi veri, naturalmente, si aprono sul lungo periodo. La spinta alla totalità ha raggiunto nei giorni scorsi un’ulteriore soglia: quella che era iniziata come un’emergenza sanitaria in alcuni comuni del nord Italia, sta diventando un bivio cruciale per l’Unione Europea. Il nodo era noto da tempo: il ferreo patto di stabilità difeso dalla Germania andava stretto a diversi stati membri, primi fra tutti Italia e Francia. La crisi innescata dal virus ha accelerato e amplificato in modo drammatico una tensione che da anni serpeggiava, mettendo allo scoperto fragilità e rigidità di un’integrazione incompiuta. Riletto oggi, il nome del programma europeo Horizon 2020 rischia di apparire come una beffa del destino.

Comunque andranno le cose, da questo trauma la democrazia non potrà uscire immutata: potrà soltanto migliorare o deteriorarsi. Il percorso di ristabilimento non sarà omogeneo: all’interno del nostro paese le realtà più solide avranno maggiori probabilità di riprendersi, mentre quelle già vulnerabili ne usciranno ancora più indebolite. La prova in ogni caso riguarda tutti. L’Europa e in particolare l’Italia hanno almeno tre carte da giocare nel dopo-emergenza: perseguire con decisione gli obiettivi della parità di genere, della salvaguardia dell’ambiente e della partecipazione, la quale richiede coraggiose politiche infrastrutturali, lavorative e redistributive. Sarebbe anche, crediamo, il modo più coerente di ricordare i morti. Nel corso dell’epidemia, i cittadini hanno sperimentato in vivo quale potrebbe essere altrimenti la vita sotto un regime paternalista, mediocratico e chiuso nei propri confini, una sorta di semi-dittatura post-ideologica che non ha nulla da promettere se non un tentativo disperato di portare in salvo qualche privilegio dal naufragio delle democrazie consumistiche.

Alla base delle politiche che fino a ieri limitavano la libertà dei migranti – la “loro” libertà – e oggi, per tutt’altro motivo, limitano la “nostra” costringendoci a rimanere in casa e a rischiare sanzioni per comportamenti abituali come uscire a fare un giro, vi è una comune richiesta di sicurezza e di riduzione dell’incertezza. Ma siamo costretti a constatare che la paura del virus non ferma il virus, così come la paura delle migrazioni non ferma le migrazioni. La storia non attende rispettosamente fuori dalle porte chiuse. Ciò che possiamo e dobbiamo pretendere da istituzioni, media, economia e scienza sono politiche avvedute, informazioni attendibili e giustizia sociale. Il resto fa parte del rischio connesso al cambiamento e dovremmo accettarlo se a quel cambiamento intendiamo partecipare. Pretendere dalle autorità, dai mezzi di comunicazione e dagli esperti garanzie assolute e rassicurazioni costanti non renderà la nostra vita più protetta: alimenterà soltanto l’ansia e quella dipendenza che tutti loro sono ben disposti a concedere, in cambio della nostra libertà e autonomia.

Oltre i confini dell’emergenza. Diritto di mobilità, giustizia sociale e necessità di cercare nuove narrazioni.

Contributo di Pierluigi Musarò

Un organismo minuscolo, invisibile e inodore, attraversa le frontiere e costringe individui e stati-nazione a tracciare nuovi confini dentro cui trincerarsi, per ritrovarsi comunque sempre più indifesi. Un essere infimo che agisce come un attore superiore, capace di imporre la sua volontà su quanti credevano di possedere poteri enormi e dispositivi all’avanguardia. Fossimo religiosi o solo di altri tempi lo avremmo definito un segno di Dio o una divinità esso stesso. Ma la nostra iper-moderna arroganza antropocentrica lo riduce a nemico da combattere in quella che da più parti viene definita come una guerra: la prima vera guerra mondiale. E come fossimo davvero in guerra attendiamo ogni sera il bollettino dei morti e dei sopravvissuti, descriviamo il fronte del virus e la trincea negli ospedali, in attesa che arrivino presto nuove armi per abbattere il nemico, o almeno limitarne i danni.

Ma questo linguaggio bellico, che riduce la sicurezza a controllo e incornicia la realtà perpetuando la dicotomia amico/nemico, rinforza l’idea muscolare di odio invece che privilegiare la protezione, la condivisione e la cura. E soprattutto ci fa perdere l’occasione di ascoltare i segnali (di allarme, senza dubbio) che da più parti giungono, di osservare un fenomeno nuovo e sforzarsi di trovare parole diverse per descriverlo. Un’occasione per riflettere sulla fragilità di questo sistema capitalistico globale e sulla necessità di agire verso un cambiamento sistemico del nostro stile di vita, a partire dalle relazioni tra esseri umani e tra noi e il pianeta. Un’occasione per re-immaginare tutto, compreso il grande lavoro che ci toccherà fare una volta passata l’emergenza. Perché passerà. E allora bisognerà tornare a ciò che ora abbiamo lasciato sullo sfondo, l’ordinaria amministrazione oggi sospesa, con tutti le questioni sociali, politiche ed economiche oscurate dal monopolio che la diffusione del coronavirus esercita sulla politica e nei media.

In questo scenario di confinamento forzato nella propria sovranità casalinga è scomparsa dal dibattito pubblico, tra le altre, la pressione sui confini di quanti tentano di entrare irregolarmente in Europa. Non che non ci siano sempre migliaia di persone costrette a rischiare la morte nel Mediterraneo per cercare asilo sull’altra sponda: la media dei 50 sbarchi al giorno nell’ultimo periodo pre-coronavirus si è ridotta a circa 8, ma comunque continua; mentre lungo il confine tra Turchia e Grecia si contano ancora circa 20.000 persone che hanno seguito la dichiarazione del presidente turco Erdogan di “apertura” delle frontiere verso l’Europa.

Ma i tempi sono cambiati e lo sbarco in Europa del nemico invisibile ha oscurato ogni altra emergenza. In primis quella dei migranti e richiedenti asilo.

Chi ricorda le parole dei tre “presidenti europei” – von der Leyen (Commissione), David Sassoli (Parlamento) e Charles Michel (Consiglio europeo) – che solo poche settimane fa sono volati in Grecia per portare la loro solidarietà al governo di Atene il quale, a sua volta, aveva appena deciso di sospendere per un mese il diritto di presentare domanda d’asilo?

“La nostra priorità in Grecia è preservare l’ordine ai confini esterni dell’Ue”, aveva detto la presidente della Commissione europea. La stessa von der Leyen che era ministro della Difesa nel governo Merkel quando nei mesi caldi del grande esodo del 2015 – con un milione di migranti e richiedenti asilo in viaggio verso l’Europa – aveva pronunciato quel famoso “possiamo farcela”.

Chi ricorda le immagini raccapriccianti degli abitanti dell’isola di Lesbo che impedivano l’attracco dei gommoni carichi di persone (molti bambini) in fuga dalla guerra? E quelle dell’incendio nel campo profughi più grande d’Europa, a Moria, sempre a Lesbo, dove vivono 21mila persone in una struttura che è stata costruita per ospitarne meno di tremila? Sono trascorse due settimane appena, ma sembrano secoli addietro o l’eco di un altro pianeta.

Sconvolto dall’emergenza coronavirus, il Vecchio continente ha deciso di blindare (ancora con più forza) i confini, dimostrando ancora una volta la propria inflessibilità e indifferenza con i potenziali rifugiati al di là della frontiera. Una risposta in linea con il collasso della solidarietà intraeuropea e le politiche securitarie che da decenni caratterizzano il fronte migratorio.

Le stesse politiche alla base dello sconvolgimento semantico, oltre che etico, a cui abbiamo assistito negli ultimi anni: dall’iper-visibilità dei salvataggi in mare durante la missione militare-umanitaria Mare Nostrum del 2014 sino ai porti chiusi con i decreti sicurezza e la criminalizzazione delle ONG del 2018. Ben 18 le inchieste a carico delle ONG che operavano nel Mediterraneo, di cui quattro sono state archiviate prima di giungere a un processo e una ha condotto a un’assoluzione. Tutte le altre sono ancora aperte, ma nessuna di queste è ancora sfociata in un processo. Inchieste che hanno fatto eco alla chiusura identitaria e alla retorica sovranista, facendo annegare l’afflato solidale del cosmopolitismo e cancellando una storia di comuni contaminazioni (!). Al punto che la solidarietà con chi cerca rifugio viene oggi guardata con sospetto, perseguita come reato. E il male riconfigurato come normalità. Banalità.

Oggi a cercare rifugio siamo noi, italiani “untori” e indebitati, così vulnerabili e bisognosi di aiuto da accogliere con le fanfare i medici cinesi, cubani e albanesi appena giunti per supportare i tanti connazionali in prima linea.

Con la diffusione del nuovo nemico, infimo e invisibile, quei muri edificati dalla paura con la promessa di difendere i cittadini dai pericoli esterni appaiono in tutta la loro inconsistenza. Meri spettacoli mediatici che hanno fatto del migrante il perfetto capro espiatorio in una società dove chi ha perso reddito e futuro rischia di diventare la maggioranza.

Che sia l’occasione buona per vedere in questa “nostra” emergenza un segnale non solo negativo? Un invito a ripensare la nostra comune appartenenza ad un pianeta finito, per rimettere al centro l’ospitalità come prima regola di condotta etica dell’umanità (come scriveva Kant già nel 1795 nel suo Progetto di Pace perpetua). Ripensando il diritto alla mobilità – tra i maggiori fattori di stratificazione e gerarchizzazione sociale – proprio oggi che ne sperimentiamo i limiti sulla nostra pelle.

Partendo da casa nostra, dai diritti da garantire a tutti, in primis a quanti soffrono maggiormente le conseguenze della crescente disuguaglianza sociale, senza distinzione di nazionalità: dai senza dimora ai carcerati, dai richiedenti asilo nei centri di accoglienza sovraffollati e con carenze igieniche ai braccianti sfruttati dai caporali che vivono nella stessa baracca di pochi metri, senza nessuna possibilità di mantenere le distanze di sicurezza.

Circola in questi giorni una petizione lanciata da Meltingpot che chiede una sanatoria generalizzata per i circa 700 mila stranieri sprovvisti del permesso di soggiorno, e quindi deprivati dei diritti fondamentali, in primo luogo di quello alla salute, a causa delle politiche di chiusura delle frontiere praticate dai diversi governi. Una sanatoria che vada oltre lo strumento dell’espulsione – tra l’altro impossibile da eseguire dato il numero così ingente – e che permetta di aprire le porte ad una futura regolarizzazione individuale a regime. Utopia? Il governo del Portogallo lo ha appena fatto, probabilmente leggendo nella diffusione del coronavirus la prova che di fronte alla malattia siamo tutti uguali e tutti dobbiamo aver eguale diritto alle cure mediche.

L’emergenza sanitaria passerà, e probabilmente non sarà l’ultima. Lascerà molte vittime sul campo, per le quali occorre nutrire profondo rispetto. Ma starà a chi resta il compito di rimboccarsi le maniche e re-immaginare il lavoro da fare. In primis inventando narrative diverse per definire quel che è accaduto, sperimentando schemi e discorsi capaci di aprire nuove possibilità di solidarietà e giustizia sociale, senza più ignorare un comune destino di vulnerabilità. Un destino, volenti o nolenti, senza frontiere.

Tutte le immagini del post sono foto di Noemi Usai, i diritti di riproduzione sono riservati.

Il “compleanno” di Manzoni, più attuale che mai

Contributo di Fabio Marri

Accanto alle recenti celebrazioni dantesche, appoggiate sulla data simbolica ma fittizia del 25 marzo, è utile ricordare che in questi stessi giorni ricorreva un altro ‘compleanno’, di un letterato che alla lingua e alla cultura italiana ha dato non meno di Dante, ed il cui contributo è tornato d’attualità nelle presenti contingenze: Alessandro Manzoni, nato il 15 marzo 1785. Molti hanno ricordato le sue pagine sulla peste milanese del 1629-30, contenute in particolare nei capitoli XXXI e XXXII dei Promessi sposi.

Sull’attualità dell’opera basterebbe dire che una delle parole più ricorrenti in questi mesi, untore, nel significato in cui la si usa, di ‘chi propaga l’epidemia’, è stata lanciata proprio da Manzoni, il quale la ripropose  dalle cronache seicentesche: già molto prima di questo 2020 circolavano nella conversazione comune almeno due modi di dire prelevati dai Promessi sposi e connessi al medesimo contesto: dagli all’untore e va va, povero untorello, non sarai tu quello che spianti Milano.

È nota la pagina sulla morte dell’erudito don Ferrante, quel suo monologo del cap. XXXVII nel quale dimostra ‘scientificamente’ come il contagio non esista; e, «su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione» e morì di peste «prendendosela con le stelle». Ma questa pagina discende da una spietata potatura del primo getto dell’opera, cominciato il 24 aprile 1821, non pubblicato dall’autore e passato alla storia col nome di Fermo e Lucia: qui, il ragionamento era svolto all’interno di un dibattito pubblico tra don Ferrante e un certo signor Lucio, che rappresenta bene le due tendenze individuate da Dario Braga in uno dei primi contributi di questa serie (Pseudo-scienza e Fake News): «atteggiamenti di rifiuto delle conoscenze e di sfiducia verso la scienza (“oscurantismo di ritorno”)» e «populismo scientifico», impiegati contro il medico e docente Lodovico Settàla, tra i primi a rendersi conto del contagio e a sollecitare misure energiche per ridurne la forza.

A difendere la scienza si fa avanti don Ferrante: intento nobile, ma purtroppo vanificato dal riferirsi solo a una scienza libresca, non sperimentale (lo si potrebbe paragonare al personaggio di Simplicio, che nel Dialogo dei massimi sistemi galileiano – scritto in quello stesso 1630 della peste – si oppone ai ritrovati della nuova scienza appellandosi ai libri aristotelici).

Manzoni, Fermo e Lucia

Don Ferrante non chiude gli occhi di fronte alle diagnosi dei medici («tutte cose belle e buone, tutte parole rispettabili»), che però trova di «superficie», e bisognose di essere organizzate in una filosofia (ovvero una «scienza»: le parole erano intercambiabili) che ha già classificato tutto: e ciò che non ha incasellato, non esiste. Nella «scienza» è inclusa l’astrologia, sulla quale si trovano tutti d’accordo: e fa sorridere il ragionamento finale riferito alla ‘casta medica’: «Confessano che il male è causato dalle influenze, e dicono poi: state lontani dagli infermi, non toccate le robe infette, e schiferete il male», se pensiamo al doppio senso del termine influenza, che ai nostri giorni intendiamo nel senso medico di ‘contagio’ ma don Ferrante usa per ‘influsso degli astri’, negando dunque l’utilità delle misure precauzionali.

Vi lascio al brano del Fermo e Lucia (IV, 3) che per esigenze di spazio devo a malincuore ridurre.

L’autore del manoscritto riferisce una disputa occorsa in una brigata signorile tra il nostro Don Ferrante, e un Magnifico Signor Lucio, del quale l’autore, tacendo il cognome, accenna alcune qualità.
Era costui professore d’ignoranza, e dilettante d’enciclopedia; si vantava di non aver mai studiato, e ciò non ostante, anzi per questo appunto, pretendeva decidere d’ogni cosa; «perché i libri» diceva egli «fanno perdere il buon senso». Ammetteva bene una scienza che si poteva acquistare colla esperienza, e comunicare per mezzo della parola: teneva che si possano scoprire verità; anzi non è da dire quante verità egli credesse di conoscere; ma nei libri, non so per quale raziocinio, supponeva che non si potesse consegnare altro che bugie.
Si strepitava in quella brigata contra i regolamenti della Sanità, che divenendo di giorno in giorno più risoluti cominciavano a non far distinzione di persone, e assoggettavano anche i potenti ad una vigilanza incomoda.
«Tutto questo» diceva il Signor Lucio, «in grazia dei libri, dei sistemi, delle dottrine, che hanno scaldata la testa d’alcuni i quali per nostra sciagura, comandano. Non è ella cosa che fa rabbia, e pietà nello stesso tempo, il vedere quel buon vecchio di Settala, che potrebbe fare il medico con giudizio, e servirsi della sua buona pratica acquistata in sessant’anni, e del buon senso che gli ha dato la natura, vederlo, dico, perduto dietro sogni ridicoli, incaparbito contra il sentimento d’un pubblico intero, innamorato di quella sua idea pazza del contagio; perché? perché l’ha trovata nei suoi autori. Scienziati, scienziati; gente fatta a posta per creare gl’impicci».
«Piano, piano» disse Don Ferrante, il quale benché occupato a dissertare in un altro crocchio aveva intesa quella scappata del Signor Lucio. «Piano, piano; se si tocca la scienza son qua io a difenderla».
[…]
«Don Ferrante, con tutto il suo ingegno, non mi potrà sostenere» rispose il Signor Lucio, «che tutte quelle belle ragioni che si dicono da alcuni per far credere che vi sia la peste, il contagio, che so io, non sieno cavate dalla scienza».
«Dica dalla superficie, Signor Lucio, dalla superficie» rispose Don Ferrante. «Anzi la scienza, chi la scava un po’ al fondo, dice tutto il contrario, e insegna chiaramente che il contagio è una cosa impossibile, una chimera, un non-ente».
[…]
«La materia è un po’ spinosa» disse Don Ferrante; «ma vedrò di renderla trattabile. Dico dunque che in rerum natura non vi ha che due generi di cose; sostanze e accidenti: ora il decantato contagio non può essere né dell’uno né dell’altro genere; dunque non può esistere in rerum natura. Le sostanze… prego di tener dietro al filo del ragionamento… sono semplici o composte. Sostanza semplice il contagio non è; e si prova in due parole: non è sostanza aerea; perché se fosse, volerebbe tosto alla sua sfera, e non potrebbe rimanersi a danneggiare i corpi; non è acquea, perché bagnerebbe; non è ignea, perché brucierebbe; non è terrea, perché sarebbe visibile. Sostanza composta, né meno; perché tutte le sostanze composte si fanno discernere all’occhio o al tatto; e fra tutti i signori medici non vi sarà quell’Argo che possa dire d’aver veduto, non vi sarà quel Briareo che possa dire di aver toccato questo contagio. Oh benissimo; vediamo ora se può essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori che il contagio si comunica da un corpo all’altro; sarebbe dunque un accidente trasportato. Ah! ah! un accidente trasportato: due parole che cozzano, che ripugnano, che stanno insieme come Aristotele e scimunito; due parole da fare sgangherar dalle risa le panche delle scuole, da fare scontorcere la filosofia, la quale tiene, insegna, pone per fondamento che gli accidenti non possono mai mai passare da un soggetto all’altro. Mi pare che la cosa sia evidente».
«Intanto» disse il signor Lucio, «senza tutti questi argomenti, col semplice buon senso, tutti i galantuomini, e il popolo stesso sanno benissimo che questo contagio è un sogno».
«Non lo sanno; perdoni» rispose Don Ferrante, «lo indovinano, a caso, come atomi senza cervello che girando senza sapere dove, concorressero a comporre una figura regolare. Mi dica un po’ di grazia, se sapranno poi dire la cagione vera di questa mortalità».
«Oh bella!» disse il signor Lucio; «la cagione è chiara: in tutti i tempi si muore; in alcuni le morti sono più frequenti perché v’ha più malattie; e questo è il caso nostro».
«Sì» disse Don Ferrante; «ma le malattie, la cagione prima delle malattie?».
«Né qui pure c’è sotto gran misterio» rispose il signor Lucio: «la carestia, la mala vita hanno cagionate le malattie».
«Tutto bene» disse Don Ferrante, «ma la cagione prima?».
«Io non so che cosa ella intenda per cagione prima» disse Don Lucio.
«Ora, vede ella se bisogna poi ricorrere alla scienza» disse Don Ferrante. «Per trovare la cagione prima delle malattie, della carestia, di tutti questi infortunj, quella che spiega tutto e che fa tutto, bisogna andar molto in fondo, anzi molto in alto, bisogna cercarla negli aspetti dei pianeti. Perché non si vuol fare come il volgo, che guarda in su, vede le stelle, e le considera come tante capocchie di spilli confitti in un torsello: ha bene inteso dire che le stelle influiscono, ma non va poi a cercare né come né quando. Abbiamo il libro aperto dinanzi agli occhi, scritto a caratteri di luce; non si tratta che di saper leggere. Ed ecco che due anni fa comparve quella gran cometa causata dalla congiunzione di Saturno e di Giove. […] Ed ora, a furia di osservare, e di calcolare, da quella congiunzione funesta si è ricavata un’altra predizione egualmente chiara; così non fosse! […] Ecco la cagione prima della mortalità, ecco dove sta l’errore di questi pochi medici che voglion fare il singolare, e resistere all’evidenza, e credono di spaventarci con un grande apparato di dottrina, come se alla fine, avessero a fare soltanto con gente che non abbia mai toccato il limen della filosofia. Non basta parlare, a proposito e a sproposito, di vibici, di  esantemi, di antraci, di buboni violacei, di foruncoli nigricanti: tutte cose belle e buone, tutte parole rispettabili: ma che non fanno niente alla questione…».
«Eppure» disse il Signor Lucio, risolutamente, perché gli pareva di avere alle mani una buona ragione, «eppure anche quei medici non negano che l’aspetto dei pianeti presagisca malanni…».
«E qui li voglio» interruppe Don Ferrante; «qui dà in fuora lo sproposito. Confessano questi signori, perché a negare un tal fatto ci andrebbe troppo coraggio, confessano che tutto il male è causato dalle influenze maligne, e poi, e poi vengono a dirci che si comunica da un uomo all’altro. Chi ha mai inteso che si possano comunicare le influenze? in quel caso gli uomini sarebbero gli uni agli altri come tanti pianeti. Confessano che il male è causato dalle influenze, e dicono poi: state lontani dagli infermi, non toccate le robe infette, e schiferete il male: come se le influenze discese dai corpi celesti in questo mondo sublunare potessero schifarsi: come se quando le stelle inclinano al castigo si potesse declinare la loro potenza con certe precauzioni ridicole; come se giovasse sfuggire il contatto materiale dei corpi terreni, quando chi ci perseguita è il contatto virtuale dei corpi celesti. Per me, credo che anche questo accecamento dei medici, e appunto dei medici che hanno la mestola in mano, sia un effetto di quella costituzione maligna che domina in questo anno sciagurato, accioché per giunta di tanti mali ci tocchi anche il flagello dei regolamenti».
Tutti quegli uditori erano persuasi fin da prima che il male non era contagioso, sapevano che era comparsa quella cometa, avevano inteso dire che l’aspetto dei pianeti in quell’anno era funesto; ma da tutte queste idee non avevano mai pensato a cavare quel sugo che Don Ferrante espresse nella sua bella argomentazione. Uscirono tutti di quivi più atterriti di prima, e nello stesso tempo più irritati contra i regolamenti, e più disposti a trascurare, come inutili, tutte le cautele. Lo stesso contraddittore signor Lucio partì da quella disputa più pensoso; perché le predizioni astrologiche erano di quelle cose ch’egli riponeva non nei sogni della scienza, ma nei canoni del buon senso.

La “ricomparsa” delle telecomunicazioni.

Contributo di Roberto Verdone

Il nostro Paese da molti anni non considera le telecomunicazioni un asset strategico. Non solo non investe; ritarda nell’affrontare scelte politiche importanti che impattano sulla capacità industriale e sui servizi al cittadino. Vi sono reti per l’Internet delle cose, disponibili in ogni Paese Europeo, che in Italia ancora non possono essere accese (rete LoRaWAN). Vi sono decisioni che devono sbloccare il mercato della “banda larga” arenate da molti mesi (vertenza OpenFiber vs TIM).

Il nuovo petrolio, come si dice, è l’informazione. Oggi, ai tempi del coronavirus, appare tragicamente evidente un ulteriore elemento: l’informazione è un bene primario.

In questi giorni di emergenza COVID-19, occorre rivedere la priorità assegnata da Maslow ai bisogni essenziali delle persone: subito dopo i fisiologici (salute, alimentazione, etc.), tra i primari si deve includere la Rete. Per chi è stato costretto a casa, pratica smart working o si affida alla Rete per mantenere socialità o distrarsi, essa costituisce un bene primario.

La Rete è Internet. La connessione dalle nostre residenze domestiche richiede due componenti: 1) il cosiddetto backbone, ovvero la spina dorsale che attraversa tutta la penisola ed è mantenuta da aziende private ed enti pubblici; 2) la rete d’accesso, su cavo, fibra ottica o collegamento wireless, che connette il nostro salotto con il backbone. Dal 20 febbraio la Rete ha visto il traffico incrementare del 70%. Le reti di accesso mobili, di circa il 30%. Le reti stanno reggendo (per fortuna).

In Italia la rete d’accesso (spesso indicata come la rete “a larga banda”) è quasi esclusivamente in mano a privati. Seguendo logiche commerciali, non ha visto lo sviluppo desiderato e promesso; molta parte del territorio non dispone ancora di un accesso ad Internet di qualità, una buona connettività. Chi ne è responsabile?

Esattamente venti anni fa Roberto Saracco, manager di CSELT, il prestigioso laboratorio di ricerca di Telecom Italia, preconizzò la “scomparsa” delle telecomunicazioni: presto nessuno se ne curerà, disse, tutti le daranno per scontate. Con la conseguenza drammatica della mancanza di investimenti.

Venti anni dopo, la profezia di Saracco si presta a numerose considerazioni: la più importante è quella che averla data per scontata in tutti questi anni è stato certamente un errore. La scarsa lungimiranza della nostra politica ha prodotto una situazione per cui dipendiamo, per un bene primario, da altri. Come per il petrolio; salvo che il petrolio, come il coraggio per Don Abbondio, uno se non ce l’ha, mica se lo può dare; le reti, invece, le si costruisce dove si vuole.

Già a partire dagli anni ’80 questo Paese ha dismesso ogni impegno industriale nel campo delle telecomunicazioni. Prima Telettra, poi Italtel, infine Telecom Italia. Aziende che sono state smembrate o cedute a proprietà straniere.

Oggi tutti gli operatori mobili sono posseduti da holding straniere. I nostri dati, la nostra sicurezza ed ora il nostro salvagente in tempi di emergenza sono in mani straniere.

telecomunicazioni

In questi giorni si parla di tracciamento delle persone positive al coronavirus, per meglio determinare la mappa evolutiva del contagio. I nostri operatori mobili stanno offrendo il supporto richiesto, ci mancherebbe. Ma è tutto in mano a privati stranieri.

La responsabilità di tutto ciò è della politica industriale Nazionale, dagli anni ’80 in poi.

Il declino industriale del Paese nel settore delle telecomunicazioni è stato, curiosamente e per motivi che sfuggono a molti, affiancato da una costante capacità scientifica del sistema Universitario. In altre parole, le risorse in termini di competenze non le abbiamo perse.

Forse è giunto il momento di rivedere la politica Nazionale in merito a quali asset strategici debbano essere mantenuti da un Paese che vuole esser indipendente e sicuro delle proprie forze. Occorrono alcune azioni immediate:

1) il Governo deve concludere la partita da troppo tempo aperta a riguardo della partnership TIM-OpenFiber, perché un solo operatore con incentivi di Stato offra accesso a larga banda su fibra ottica in tutte quelle aree non appetibili commercialmente, ma che ospitano aziende e cittadini Italiani che hanno i diritti di tutti gli altri;

2) occorre mettere in campo tutte le politiche di incentivazione verso il 5G, tecnologia che può, oltre a sostenere lo sviluppo dell’Industria 4.0, offrire accesso a larga banda in modalità Fixed Wireless Access (FWA), a complemento dell’uso della fibra ottica;

3) le autorità devono assumere un atteggiamento proattivo e scientificamente colto riguardo ai temi connessi alla salvaguardia della salute rispetto ai campi elettromagnetici; si tratta di un refrain che torna in auge senza base scientifica ogni volta che si palesa una nuova generazione (ora la quinta, il 5G) delle comunicazioni radiomobili.

Occorrono decisioni, occorre cultura digitale. Magari avvalendosi del grande potenziale in termini di competenze offerto dal serbatoio dell’Università. Il Paese ha bisogno della “ricomparsa” delle telecomunicazioni. Per combattere la depressione da coronavirus, per consentire di riavviare il Paese garantendo la salute dei cittadini, per agevolare il sistema produttivo industriale nel momento di maggiore crisi dal dopoguerra.

Solidarietà in azione per il domani

Contributo di Silvia Nicodemo

“Osservo”, attraverso uno schermo nero e chat, i nostri studenti. Ho un corso di Istituzioni di diritto pubblico, per studenti di primo anno.

Hanno voglia di mettersi in gioco. Ho fatto lezione da remoto subito dopo la prima settimana di sospensione.  Ho cercato di stimolarli, incuriosirli. Ho proposto tesine scritte, approfondimenti. Molti hanno reagito attivamente. Ho sperimentato una esercitazione scritta (a partecipazione facoltativa). All’esercitazione ho attribuito un punteggio. Ho detto che avrei valutato che peso dare al risultato, in base alla loro serietà nello svolgimento. Ho precisato che c’era poi possibilità di ridiscuterla oralmente, o con approfondimenti scritti e che mi riservavo di verificare le loro conoscenze con colloqui orali. 

La partecipazione alla esercitazione è stata importante. Ho corretto 113 testi. Molti l’hanno fatto per sondare la loro preparazione, altri con maggior convinzione. I quesiti (6 domande aperte) erano particolarmente difficili, perché richiedevo ricerche pratiche (anche utilizzando il web, non potendo impedirglielo!) e riflessioni basate sulle loro conoscenze teoriche. Il risultato è stato: punteggi congrui e testi originali e non copiati. Li ho corretti: dando indicazioni su come migliorarsi e stanno lavorando, approfondendo. Si mettono in gioco.

Ecco, loro sono il presente ed il futuro.

Non credo che si possano rinviare alla fine dell’emergenza progetti per stimolare la crescita. Credo che fin da oggi si deve agire per riprogettare il futuro, su valori che, spesso, abbiamo messo da parte.

È emersa, con forza prorompente, l’esistenza di un “bene di interesse comune” a tutela prioritaria: la salute pubblica. Risolvere la pandemia è prioritario, ma è necessario progettare interventi che vadano oltre l’emergenza: non solo imprescindibili investimenti in sanità, ma anche un intervento globale sull‘ambiente ed infrastrutture, limitando al massimo i fattori lesivi della salute umana. Ripensiamo alle grandi opere, alle infrastrutture: ci vuole il coraggio di abbandonare progetti obsoleti, antichi che non tengono conto dell’impatto sull’ambiente, sulla salute, progetti che procedono il loro iter su VIA superficiali, senza VIS e senza VAS.

La cultura come bene di interesse comune ha indotto ad offrire prodotti on line, a trovare una continuità nel servizio di istruzione.  È stato scelto di terminare l’anno scolastico, mediante apprendimento a distanza.

Si potevano fare altre scelte. Fermarsi, fare ripetere l’anno a tutti e posticipare il momento di accesso alla scuola primaria, inserendo un ultimo anno di scuola dell’infanzia obbligatorio e di passaggio. Forse soluzione poco praticabile, non fosse altro per la mancanza di licenziati e diplomati per l’accesso al lavoro ed alla formazione superiore. Si poteva pensare di riprendere la scuola in aula appena possibile e proseguire fino a fine luglio. Ciò avrebbe forse, favorito anche le famiglie e coloro che dovranno fare innumerevoli sforzi per riprendersi; ci avrebbe allineato al tempo scuola in Europa. Anche questa soluzione, forse in Italia è politicamente poco condivisa. Si poteva pensare di fermarsi al programma del primo quadrimestre e modificare i contenuti dei programmi scolastici. Proporre, contestualmente, attività intese ad acquisire competenze.

Si è scelto di proseguire. Si sono “rimboccati” tutti le maniche, prima i dirigenti e gli insegnanti, poi i ragazzi e le famiglie.

Ci si è scontrati con la realtà.

Sono tutti sotto pressione. Si assiste alla corsa all’informatizzazione. I mezzi non sono adeguati, manca la formazione, soprattutto nell’apprendimento a distanza. Progressivamente viene a mancare il significato della comunità scolastica, seppure già ci siano alcune iniziative intese a ricostruire la comunità.

La scuola, tuttavia, oggi è sempre più esclusiva, a vantaggio di chi ha possibilità economiche; esclude i ragazzi che vivono in famiglie che ora devono pensare a sopravvivere: ed in Italia sono tante, non solo nel sud. L’insegnamento scolastico contraddice le politiche di inclusione, comunque già deboli in ogni settore (disabili, stranieri, ma anche ragazzi con capacità superiori). È insufficiente perché non può, oggettivamente, trasmettere le conosce adeguate. Espone all’ignoranza. Il diritto all’istruzione ed allo studio, nella nostra carta costituzionale, deve essere non solo formale, ma sostanziale.

Sono già stati disposti investimenti per acquisto di mezzi. Manca qualcosa però: in assenza di una formazione di base, potrebbe pensarsi alla figura dell’educatore in generale ed oggi, in particolare, di educatori digitali scuola, per gli alunni ma anche per gli insegnanti che ne avvertano la necessità. Altresì, potrebbe essere l’occasione per l’introduzione di figure quali i pedagogisti, che medino tra scuola e famiglia. Fin da oggi, diventa necessario ripensare ad una scuola della inclusione e della partecipazione.

In questo momento di attesa, si deve, altresì, pensare a promuovere lo sviluppo economico perché non muoiano le PMI.  Nella carta costituzionale è stato introdotto il principio di sussidiarietà orizzontale, il codice degli appalti ha dedicato un titolo alla Public-Private Partnership, ma le collaborazioni, spesso sono rallentante. L’amministrazione è scettica, il privato teme, difficili sono i finanziamenti e l’accollo del rischio.

Su tutto questo, aleggiano – dall’alto – i vincoli di bilancio. La situazione di emergenza sanitaria potrà legittimare scostamenti dal raggiungimento dell’OMT (art. 6 l. n. 243/12), ma è necessario fin da ora trovare le modalità per ritornare verso una politica finanziaria sana e sostenibile. Questo non tanto per il timore della “tirata d’orecchi” dell’Europa, né per litigi, legati a manovrine al limite. Questo in ragione di quanto scrive la corte costituzionale: l’equilibrio di bilancio è un bene (di interesse) comune, per oggi e per generazioni future, nell’ottica di un impegno solidaristico concreto.

Corpi e immagini ai tempi del COVID

Contributo di Emilio Tagliavini

Non ho molte competenze professionali per parlare di virus, infezioni, patologia o valutazioni statistiche. Sono un chimico organico e, fra l’altro, ho finora imparato poco sulla struttura molecolare di questo oggetto, quindi le poche competenze che ho servirebbero comunque a poco.

Proverò allora ad abbozzare qualche considerazione “spuria”, purtroppo anche qui senza competenza specifica. Spero di sollecitare qualcuno che ne sa più di me e più di me ha famigliarità col ragionare, a dire le cose giuste, o almeno quelle significative.

Corpi e schermi. Le mie considerazioni nascono della duplice sensazione di straniamento e, al contempo, di una certa onnipotenza che ho provato nel fare lezione on-line a una vasta platea di studenti. Ci sono riuscito inaspettatamente molto meglio di quanto mi aspettassi, almeno per quel che può valere un auto-giudizio. Io non vedevo dei miei studenti che una coppia di iniziali e loro vedevano di me, al massimo, che una testa, due spalle e un paio di occhiali in un piccolo riquadro. Eppure, si riusciva ad avvertire comunque una parvenza di comunicazione; un flusso di informazioni e forse anche un pochetto di empatia passava tra il microfono e gli altoparlanti.

Queste sono le domande che ho dovuto farmi:

  1. Come mi percepivano realmente gli studenti? Come un corpo e una mente che, mentre pompavano sangue, metabolizzavano il cibo ingerito, avvertivano fastidio alle natiche per il troppo tempo passato a sedere, stavano elaborando informazioni e comunicando con altri corpi e menti?
  2. Come percepivo io quelle poche voci che giungevano negli auricolari, e le altre che non udivo? Come proiezioni di altri corpi e menti, che pure non avevo mai visto, o come bersagli di un tiro a segno a cui cercavo di indirizzare i miei proiettili virtuali? O più semplicemente non c’erano, erano solo bandierine nell’elenco dei partecipanti?
  3. Se fossi sparito, se al mio posto ci fosse stato l’algoritmo “Prof. di Chimica organica 1”, sicuramente più preciso e meno propenso a commettere imprecisioni di me, sarebbe stato meglio o peggio?
  4. E’ rilevante o irrilevante condividere uno spazio fisico? O è lo stesso condividerne uno virtuale, poiché la mente non ha bisogno di un corpo? Se mai mi ammalerò di COVID-19, che empatia potranno mai generare i miei polmoni asfittici in persone che mi conoscono virtualmente ma non mi hanno mai visto camminare (non sanno nemmeno se ho o non ho le gambe)? O forse ci sarà empatia per la mia mente, che andrà man mano evaporando, ed è questo ciò che conta davvero?

Schermi e poi ancora corpi. Le risposte non ce le ho, ovviamente. I corpi spariscono, diventando sempre più icone o fantasmi. Facciamo smart working, teleconferenze, on-line teaching e perfino Lauree on-line; siamo immagini fisse, o voci narranti estranee a un qualsiasi ambiente (o inserite in un ambiente fuori contesto, straniato).

Eppure, mai come ora avvertiamo la presenza dei corpi. Quelli che abbiamo visto soffrire nei reparti di Terapia Intensiva, o affacciarsi dalle finestre delle Zone Rosse. Quei corpi infettati e infettanti, malati ed appestati che ci fanno tanta paura e ci costringono alla reclusione. Forse i corpi sono diventati una maledizione, forse sono diventati il peccato originale che ancora ci tiene fuori dal Paradiso virtuale entrando nel quale potremmo essere felici?

E’ stato scritto che gli organismi sono algoritmi (Y. N. Harari Homo Deus, Breve storia del futuro, Milano, Bompiani 2019, pp.  373-428). Certo, è sicuramente così. Sono algoritmi in grado di modificare il proprio ambiente e di produrre altri algoritmi migliori (o peggiori) di essi.

Ma possono essere algoritmi senza corpi? Senza un supporto biologico? Io credo di no. Sarebbe la fine dell’evoluzione darwiniana e quindi della vita nel suo senso più profondo. Ma la mia risposta potrebbe essere errata e altri, spero, sapranno darne una più convincente.

Corpi dopo il COVID. Il COVID-19 passerà e noi impareremo a convivere con il SARS-CoV-2, come abbiamo fatto con altri virus e altre pestilenze.  Forse un giorno (lontano) un’epidemia distruggerà la specie Homo sapiens, ma non per questo distruggerà la vita.

Fra un paio di mesi, verosimilmente, riprenderemo una vita più “normale”. Certamente avremo le ossa rotte. Certamente saremo un po’ diversi; avremo imparato cose nuove e interessanti; avremo abbandonato abitudini desuete; se saremo stati saggi, saremo più umili.

Ma in questa diversità, migliore o peggiore che sia, non mettiamo il disprezzo per i nostri corpi e l’adorazione dei nostri schermi; non svalutiamo l’idea di essere insieme, con la nostra fisicità, in un luogo fisico comune, occupando uno spazio che è esclusivo, ma contiguo allo spazio occupato dagli altri: guardarci per intero, poterci toccare, incontrarci e separarci totalmente, corpo, mente, voce, pelle, emozioni. Non solo sullo schermo.

I numeri del rischio al tempo del Coronavirus

Contributo di Umberto Cherubini

Oggi ho terminato il corso sulle tecniche di misurazione del rischio a studenti che non ho quasi mai visto in faccia, ma che per qualche strano motivo ho sentito più vicino che se fossi stato su una cattedra. Mia moglie invece affronta un rischio diverso ogni giorno che va a fare il suo dovere all’ospedale COVID-19 della Maremma. E la sera, a debita distanza, discutiamo di numeri, i suoi. Sono numeri di rischio diversi da quelli di cui parlo con i miei studenti. Su questi numeri, sui numeri di cui non si parla, è forse il caso di fare una riflessione pubblica.

Io insegno misure di rischio monetarie. Parto con la notazione matematica: misure invarianti alla traslazione. Poi scendo dalla matematica alla realtà. Misure che hanno la proprietà che, se al rischio aggiungete una costante, e la costante è denaro, si riducono di quello stesso ammontare. E poi da sempre chiarisco con un esempio: pensate se il rischio si misurasse in numero di vite, come in una guerra. Nessuna moneta e nessuna costante potrebbe ridurre il rischio. Questo esempio sembrava desueto e lontano, come un ordigno di guerra disinnescato, e mai avrei pensato che quest’anno l’esempio avrebbe preso vita. E sono i numeri di cui la sera parlo con mia moglie.

Come si fa a ridurre un rischio non monetario? Si può aggiungere alla perdita di una vita una costante che riduca quella perdita? La matematica di chi ritiene che questo non sia possibile attribuisce un valore infinito alla vita, e nessun capitale può assorbirne la perdita. E mentre ciascuno di noi ritiene che questo principio sia così cristallino da essere banale – la vita non ha prezzo – abbiamo scoperto ancora oggi che per una parte della politica la vita ha un valore monetario.

Abbiamo letto sui libri di storia di un Mussolini che aveva bisogno di qualche migliaio di morti in guerra per sedersi al tavolo della pace, e sappiamo com’è finita. Pensavamo che fosse roba del passato. Lo stesso principio invece ha ispirato le posizioni di Boris Johnson, di Donald Trump, persino della Svezia. Il cinismo della ragion di stato è lo stesso, ma la democrazia ha richiesto che la posizione fosse giustificata da una scienza cui i leader dei giorni nostri vogliono credere per “wishful thinking”.  C’è una profonda ironia in questo, ed è veramente un contrappasso che i leader di una destra sovranista che ha guidato il proprio gregge nel dispregio della scienza (il famoso “enough of experts”), sia costretta a nascondersi dietro le sottane della scienza quando si tratta di sacrificare vite umane. E il contrappasso massimo è che questo criterio scientifico si chiami proprio “immunità di gregge”.

Sebbene la politica da operetta abbia fatto precipitosamente marcia indietro di fronte alla realtà, ha riportato alla ribalta il problema della commensurabilità dei rischi. I numeri del rischio monetario non si parlano con quelli del rischio fisico. Di questa difficoltà di convivenza avevamo già avuto avvisaglie nel dibattito sul cambiamento climatico, ma qui il confronto era mediato ed offuscato dallo sfasamento temporale. Perdite fisiche in un futuro lontano contro perdite di valori monetari oggi. E’ la questione che gli esperti di economia del cambiamento climatico chiamano: “il problema del fattore di sconto”. Come attualizzare ad oggi il rischio di un futuro catastrofico lontano.

rischio monetario al tempo del coronavirus

Oggi la realtà ha tolto di mezzo la distanza temporale tra rischi fisici e rischi monetari e li ha messi a confronto a distanza di mesi o giorni, e a livelli estremi, come in una economia che opera in un periodo di guerra. La differenza è chiara: le misure monetarie si possono assorbire, il rischio della perdita di vite umane no. Quando si tratta di perdite fisiche insostituibili si può soltanto ridurre la probabilità di perdita: non la si può reintegrare o risarcire. 

Quindi misure monetarie di rischio e misure fisiche fanno parte di specie diverse. Ma quando vengono a contatto in momenti come quello in cui stiamo vivendo creano attriti profondi, e corti circuiti che possono mettere a rischio la stabilità di una compagine sociale. Come i virus, anche le misure di rischio possono aver il loro spillover,  il “passaggio  di specie”.  La storia delle guerre, insieme ai goffi tentativi di qualcuno dei leader di oggi di fronte al virus, ci offre il facile esempio di come il rischio fisico possa essere impiegato per fini di prosperità economica. E ci rende facile schierarci. Ma il problema è più complesso, perché anche le misure monetarie possono fare il “salto di specie”, e diventare perdite fisiche: vite umane e riduzione della speranza di vita. Anche questo abbiamo visto nelle grandi depressioni economiche. E su questo è più difficile schierarsi: il dibattito sull’austerità che ha accompagnato la storia della crisi del debito sovrano in Europa ne è un esempio.

Per concludere, le misure di rischio monetarie e fisiche hanno sempre convissuto nella storia dell’uomo. Oggi notiamo la loro difficoltà di convivenza perché entrambe le misure di rischio sono estreme. Per questo siamo come in una guerra: un rischio estremo di perdita di vite, e un rischio estremo di perdita di capitale. E mentre le perdite fisiche possono essere solo contenute, il rischio monetario può essere assorbito con l’iniezione di capitale. Iniettare capitale in famiglie e aziende finché il corpo dell’economia possa riprendere a respirare in autonomia. E’ la mia interpretazione della proposta comparsa sul Financial Times da parte del mio maestro, Mario Draghi, alla luce, e alla fine, di un corso on-line di misure di rischio.

Una riflessione sul sentimento della nostalgia

Contributo di Miranda Occhionero

La nostalgia ha per oggetto la miseria dell’irreversibile
V. Jankélévitch

Il termine nostalgia, nonostante l’etimo della parola possa trarre in inganno, è piuttosto recente nella cultura europea.  Esso è un neologismo derivato dalla fusione dei termini greci nòstos ritorno e àlgos dolore.

La storia di questo neologismo è piuttosto singolare e vale la pena ricordarla. Nel XVII secolo uno studente di medicina alsaziano di nome Johannes Hofer indicò con questo termine una complessa sindrome psichiatrica che colpiva i soldati svizzeri mercenari che erano costretti ad allontanarsi per lunghi periodi dai loro villaggi di montagna in zone lontane e vissute come ostili per cultura e lingua.

 I sintomi principali associati a questa patologia erano il pensiero persistente e ossessivo di far ritorno in patria, associato ad episodi ripetuti di pianto, anoressia e insonnia. Questo quadro patologico nei casi più gravi poteva condurli addirittura alla morte. Per molto tempo quindi questo termine è stato utilizzato in ambito medico, e precisamente psichiatrico, con diverse sfumature che lo avvicinavano in parte alla melancholia o comunque a forme gravi di angoscia e depressione in coincidenza con l’esperienza di lontananza. Al di fuori del contesto clinico il termine si affermerà solo molto più tardi in ambito letterario come una condizione dell’animo.

In realtà la nostalgia è un’emozione molto complessa e nell’accezione psicologica rientra nell’ambito delle emozioni cosiddette retrospettive, strettamente legata alla nozione di tempo vissuto e di un passato che in qualche misura diviene persistente e attraverso il ricordo si riattualizza.

Quando pensiamo alla nostalgia il riferimento più comune è relativo ad un luogo, un luogo dell’infanzia o della giovinezza che non abbiamo più possibilità di vedere, la nostalgia della patria per l’esule che non può più farvi ritorno (nella cultura occidentale il mito di Ulisse ne è certamente la rappresentazione più complessa). 

Giorgio De Chirico, Nostalgia del poeta (1914)
Giorgio De Chirico. Nostalgia del poeta (1914) 

Sappiamo però che tornare in un luogo che ci suscita un vissuto nostalgico può essere molto rischioso sul piano psicologico. Tutti abbiamo avuto l’esperienza di cocente delusione che si prova quando si ritorna in un luogo che suscitava in noi grande nostalgia, ma anche se immutato dal punto di vista fisico, non lo si ritrova come era rappresentato nel ricordo. In realtà il sentimento di delusione non è solo legato ai cambiamenti che sono subentrati nel tempo; l’aspetto più rilevante è quello legato al fatto che quel luogo rimanda ad un tempo che è passato e che è impossibile recuperare

È la consapevolezza che noi siamo cambiati e che non potremo recuperare un tempo vissuto, quel che non si riproporrà mai più. In questa accezione la nozione di irreversibilità del tempo viene ad essere centrale nel sentimento della nostalgia.

La dimensione del tempo passato diventa quindi l’autentico oggetto della nostalgia, il rapporto tra la coscienza di essere hic et nunc e il desiderio di quello che è stato. In questa accezione non è più tanto rilevante l’aspetto dei contenuti legati al sentimento nostalgico.

Come afferma Jankélévitch in “L’irréversible et la nostalgie”:

Il vero oggetto della nostalgia non è l’assenza contrapposta alla presenza, ma il passato in rapporto al presente; il vero rimedio per la nostalgia non è il ritorno indietro nello spazio ma la retrogradazione verso il passato nel tempo.

L’elemento caratterizzante è quindi dato dalla relazione tempo presente-tempo passato. È forse l’unico sentimento che è legato in modo esclusivo alla dimensione spazio-tempo intesa come luogo/tempo non più “rivivibile”. Essa serve a ricordarci che abbiamo un passato e che questo passato ha un effetto riverberante sul presente.

Il desiderio di un tempo che non c’è più e che è impossibile recuperare rende la nostalgia molto vicina ad un sentimento apparentemente distante e forse in qualche misura opposto che è la “speranza” ovvero il desiderio che il futuro possa consentirci l’accadere di eventi che al momento attuale non sono possibili, ma che riempiono la nostra rappresentazione temporale futura. In entrambe queste situazioni l’elemento cruciale è dato dalla assenza (e dal desiderio) di un tempo: che non può più ritornare nella nostalgia e che non sappiamo se arriverà nella speranza (Prete, 1992). Per assurdo possiamo avere anche nostalgia del futuro quando sentiamo venir meno un’aspettativa che avevamo creduto possibile e che invece vediamo svanire.

Sicuramente il sentimento che esprime con maggiore adeguatezza questo legame tra nostalgia e speranza è quello di “saudade”, intraducibile termine portoghese, non a caso presente in una cultura di grandi viaggiatori. Nel concetto di saudade è racchiusa la sensazione di mancanza e di desiderio del tempo passato accanto ad un malinconico desiderio di un futuro al quale si guarda con speranza.

…E in questi tempi lenti e lunghi di permanenza a casa vi segnalo due letture (e credo per molti riletture) che in qualche misura hanno ispirato questa breve riflessione:
Saramago J. (1984). L’anno della morte di Ricardo Reis. Torino, Einaudi, 2006.
Saramago J. (1999). Il racconto dell’isola sconosciuta. Torino, Einaudi, 2003.

Secoli bui. La peste del XIV secolo a confronto con l’epidemia del XXI

Contributo di Tommaso Duranti

Oggi, 27 marzo 2020, a mezzogiorno le campane di Bologna – quelle delle sue chiese, ma anche quella dell’Arengo, la campana civica che dall’età comunale chiamava a raccolta i cittadini – hanno rintoccato nelle strade e piazze rese silenziose dalla mancanza di traffico automobilistico, per chiamare, questa volta, a un momento di riflessione e di saluto alle vittime di COVID-19. Un rito, si dirà, che non porta certo a sconfiggere la malattia, ma che, come i canti alle finestre nei primi giorni di isolamento, offre la possibilità di sentirci comunità, di scandire un tempo collettivo, di affiancarci, come communitas, a coloro che hanno perso qualcuno.

La prima pandemia globale a scuotere gli animi occidentali e a lasciare traccia nella memoria storica e letteraria fu, si sa, la peste che colpì Asia, Europa e Africa settentrionale a metà del XIV secolo, e che da allora conosciamo come Peste Nera.

Le conoscenze biologiche, mediche e tecnologiche dell’epoca erano semplicemente (e, per noi, fortunatamente) incomparabili rispetto a quelle che, oggi, sono messe in campo da una società mondiale che – pur nelle ancora drammatiche e troppe differenze – poggia il proprio sapere sul metodo scientifico.

Eppure, lo sguardo corre spesso, specie in questi giorni, alle epidemie nella storia, alla ricerca forse di una comunanza che trascende i secoli, o della magari inconsapevole consolazione nel trovare che, malgrado tutto, la società umana riuscì ad andare avanti, “addirittura” nonostante l’impossibilità della medicina del tempo di offrire non solo soluzioni terapeutiche, ma persino una spiegazione per un fenomeno che, lo si ricorda, causò probabilmente la morte di una fetta tra il 40 e il 60% della popolazione europea e del bacino mediterraneo in pochi anni.

Sono proprio le strategie politiche e terapeutiche e le reazioni sociali, emotive e psicologiche, percepite così lontane e superate, a suscitare la curiosità. Quelle donne e quegli uomini furono colpiti da una pandemia nel bel mezzo di quei “secoli bui” connotati – secondo uno stereotipo duro a morire e che colpisce, nella vulgata, solo il millennio che continuiamo a definire Medio Evo – da una religione oppressiva, da una superstizione pseudomagica, da un’ignoranza che sfociava in cattiva fede e ciarlataneria.

Tutto ciò è, intendiamoci, in parte fondato.

Mi colpisce sempre la raccomandazione di molti medici del Tre e del Quattrocento di mantenere il più possibile lo spirito lieto, attraverso canti, musica e attività che servono a distogliere l’attenzione dalla paura e dalla disperazione: la motivazione era, per loro, spiegabile da un punto di vista fisiologico. Ma chi potrebbe negare che in questi giorni di isolamento nelle nostre case siamo spesso alla ricerca di qualcosa che ci distragga?

I rimedi raccomandati dalla medicina erano sostanzialmente preventivi; in qualche caso si prescrivevano pozioni e intrugli, a volte coerenti col modello farmaceutico e fisiologico del tempo, altre derivati da tradizioni empiriche e dalla ricerca di rimedi fai da te: possiamo, oggi, ricordare le mascherine fatte con carta da forno (e sottolineare che questo aspetto non si limita certo ai soli periodi di epidemia).

peste nera del 1350 durante la quale morì più della metà della popolazione mondiale

Le voci che si levarono a tuonare contro i peccati dell’umanità, interpretando la pandemia come punizione divina e causando movimenti penitenziali, furono la riposta emotiva di una società credente: ma non provennero dai medici, né dalle istituzioni pubbliche. Anzi, costoro tentarono spesso di limitare o vietare manifestazioni religiose collettive che erano intese come “assembramenti” e, dunque, potenzialmente pericolose per quel contagio che, seppur senza saperselo spiegare chiaramente, era empiricamente sotto agli occhi di tutti; il Giubileo del 1350 fu, con ogni probabilità, causa di una maggiore diffusione del bacillo di Yersinia pestis che, oggi, sappiamo provocare la peste, e tutti ricordiamo le drammatiche scene iniziali del “Settimo Sigillo” di Ingmar Bergman.

Stupiscono, quindi, alcune voci odierne, anche di noti studiosi, che lamentano la chiusura (non sempre rispettata) dei luoghi di culto, perché “una volta” le epidemie si combattevano pregando, mentre oggi “ce lo vietano”; o di personaggi in cerca di visibilità che proclamano ai quattro venti che l’acqua santa guarisca più della medicina. Atteggiamenti, si badi, quasi mai percorsi dalle istituzioni religiose, e che non implicano alcun giudizio su fede e preghiera (che può essere svolta individualmente) o sulla capacità rassicuratrice di praticarla insieme ad altri.

La caccia all’untore di manzoniana memoria, che si è concretizzata in questo 2020 in una quasi ridicola caccia al runner, rimanda a ben più sconvolgenti ricerche di capri espiatori nel passato. Si sa che la peste trecentesca fu causa, specie in alcune aree del continente europeo, di una recrudescenza (e non dell’inaugurazione) delle persecuzioni nei confronti delle comunità ebraiche. La leggenda dell’ebreo avvelenatore di pozzi, che agiva per sovvertire l’ordine (cristiano) della società, fece leva su paure e pregiudizi della popolazione, con scopi, però, piuttosto ben individuati dalla storiografia: distrarre il nervosismo su “bersagli di serie B” serviva a sfogare gli animi e, soprattutto, a liberare spazi economici e commerciali, a perseguire, dunque, obiettivi politici che erano già percorsi prima dello scoppio della epidemia.

Anche in questo caso, come non pensare alle accuse verso la Cina scagliate da alcuni leader mondiali, alle reazioni xenofobe verso cinesi e asiatici che si sono susseguite specie nei primi tempi dell’epidemia anche in Italia (dalle aggressioni in strada alle affermazioni di politici locali sulle abitudini alimentari e igieniche), e, oggi, a un atteggiamento analogo verso italiani ed europei in Paesi africani o sudamericani? O alla recente accusa, da parte di un alto prelato ortodosso, che ha considerato la pandemia di COVID-19 la punizione divina contro i gay (peraltro, in anni non lontani, già accusati da uno studioso italiano con responsabilità istituzionali di avere causato persino la caduta dell’impero romano) e i matrimoni tra persone dello stesso sesso (un’evidente critica, dunque, alle politiche liberali che, seppur in ritardo, hanno connotato negli ultimi anni larga parte dei paesi democratici)?

Oggi come allora (fatte le debite differenze), l’espandersi dell’epidemia è favorito da un mondo interconnesso, in cui persone e merci circolano (si imparava a scuola come furono delle navi genovesi a portare il morbo in Europa, nel 1347): come gli esperti non mancano di sottolineare, esso necessita e merita una risposta globale. Ma nel microcontesto locale, va sottolineato che lo sviluppo di, seppur discontinui, tentativi di politiche sanitarie pubbliche furono una conseguenza, specie nell’Italia settentrionale del tempo, delle prime ondate epidemiche di peste: empiricamente, sulla base delle conoscenze riguardanti il problema dell’igiene e nell’alveo di un modello aerista di spiegazione dell’eziologia e della trasmissione del morbo, iniziarono a essere sperimentate forme di quarantena propriamente detta (con l’individuazione di spazi appositi), di isolamento domestico, di chiusura delle frontiere e di limitazione alla mobilità, nonché di partecipazione dei medici alle politiche sanitarie e di sviluppo di istituzioni ospedaliere. La storiografia, specie nel passato, ha spesso sottolineato (a ragione) la debolezza di queste misure, anche per la loro incapacità di essere controllate e garantite in una popolazione che, si pensa, non le comprendesse (il che, però, non inficia il tentativo fatto).

Queste righe non vogliono essere l’invito a un facile (ed errato) paragone “positivista” tra ieri e oggi, né indurre all’errore di ritenere che “tutto resti uguale”: al contrario, al di là delle analogie, proprio le differenze ci servono, credo, a mantenere più saldi gli spiriti e le emozioni. Oggi la medicina, la sanità (specie quella pubblica che abbiamo la fortuna di avere ancora in Italia, nonostante tutto) e la tecnologia ci offrono uno scenario nemmeno lontanamente paragonabile a quello di anche solo un secolo fa. Non si deve cadere, come alcuni hanno giustamente scritto, in una deificazione della scienza: la medicina non è onnisciente, tanto meno onnipotente, nemmeno oggi.

Al netto degli errori, dei ritardi, delle difficoltà (e delle sacrosante critiche), stiamo però facendo fronte all’emergenza con gli strumenti più razionali e più efficaci che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto.

Per questo, ancora più gravi sono le derive irrazionali, pretestuose, veicolate da fake news e da affermazioni volutamente destabilizzanti.

Siamo – non solo in Italia, naturalmente – un popolo di allenatori quando si giocano i Mondiali di calcio. Cerchiamo, almeno, di non essere ancora uomini e donne dei “secoli bui”.

Gli alimenti ai tempi del coronavirus. Buone regole per fare la spesa e mantenere in ordine il frigorifero

Contributo di Maria Caboni, Tullia Gallina Toschi

Tempi difficili ci hanno strappato alla nostra vita e costretto a ritmi e convivenze inedite, per intensità e durata. La cultura e la vita privata giocati prima con gli amici nei teatri, nelle sale cinematografiche, nelle mostre e in tante altre occasioni, vengono ora fruite da soli e da sole, con il supporto dei libri e della rete. L'”out of home” riguardava anche il consumo di pasti, che rifletteva i mutamenti della società italiana, sempre meno legata alla vita in famiglia e ai suoi riti e sempre più influenzata da modelli importati, con stili di vita e ritmi di lavoro frenetici. Il tutto arricchito da un’offerta del mercato della ristorazione sempre più vasta e varia, adatta quasi ad a ogni portafoglio.

Ora è tutto cambiato; siamo legati e legate alle necessità materiali di produzione e consumo di pasti per tutta la famiglia e l’approvvigionamento del cibo che sta diventando occasione di sortite, di scelte e di riflessioni in queste giornate innaturali di libertà condizionata.

Possiamo (e dobbiamo) uscire poco e questo ci costringe a organizzare una spesa che soddisfi i gusti personali, le esigenze di una dieta salutare e variata, che ci consenta di evitare sprechi, che sia compatibile con le possibilità di spesa e che renda gradevole la forzata convivenza della famiglia per, addirittura, due o forse tre pasti al giorno. Un’avventura da paura, considerando la frequenza con la quale eravamo abituati a consumare almeno il pranzo fuori casa in una veloce pausa di lavoro o di studio!

Occasione o condanna?

fare la spesa con criterio, soprattutto in tempo di emergenza coronavirus. I legumi, come i fagioli, possono essere un pasto molto ricco ed elaborato

Partiamo dal carrello della spesa: abbiamo assistito a svuotamenti di scaffali in alcune giornate “calde” nelle quali dopo code interminabili, nei carrelli sono finite provviste da guerra. A detta dei media, ad andare a ruba sono stati, prima di tutto, i beni di prima necessità; tra gli alimenti, soprattutto i prodotti a lunga conservazione: patate, biscotti, latte, zucchero e chili di farina, pasta, pane, riso, pelati, tonno in scatola acqua, e cibo per animali. A chi si occupa di alimenti sorge un dubbio: ma veramente nelle case italiane in questi giorni la dieta si fonda su questi alimenti o invece, passata la paura di morire di fame, questi prodotti a lunga scadenza rischiano di essere lasciati scadere? Vale la pena di cogliere questa occasione per capire e approfondire il senso della conservabilità, nota come “shelf life”, degli alimenti, anche per organizzare il prossimo carrello della spesa in modo equilibrato.

Con un po’ di attenzione e di programmazione, dato che la capienza del frigorifero è limitata, possiamo formulare una lista della spesa che potremmo definire a “gradiente di shelf life”. Il frigorifero, se ben organizzato e impostato correttamente, può garantire una buona conservazione anche degli alimenti più deperibili: la refrigerazione, infatti, rallenta tutti i processi biologici e chimici e, coi giusti materiali è anche possibile rallentare i fenomeni di appassimento. Un frigorifero strapieno, peggio se mal organizzato rischia però di essere il primo passo verso gli sprechi alimentari.

A questo proposito ci sono due azioni da svolgere almeno una volta al giorno: 1) sistemare l’interno del frigorifero per scovare ipochini” (mini avanzi dimenticati), i prodotti in scadenza, per ricordarsi cosa contiene, per mettere tutto bene in vista e buttare (riflettendo…) ciò che è deperito; 2) mettere in ordine secondo la logica FIFO (first in first out, in inglese), ossia ordinare sulla base dell’acquisto e mettere estremamente in vista i prodotti che scadono prima.

Ci sono diverse App che possono aiutare, una delle più famose è PucciFrigo, semplice ed abbastanza utile, ma in effetti non tutti/e hanno il tempo, tra bambini che piangono, gatti che miagolano, studenti o colleghi sulle piattaforme per le videoconferenze, di essere così rigorosi da registrare ogni cosa (di fatto è richiesto un caricamento ed un aggiornamento costante delle giacenze). Lo sguardo fotografico al frigo e il ripasso di cosa c’è, e dove sta, è già un gesto quotidiano sufficiente ed efficace.

Ma tornando al nostro carrello emozionale, abbiamo aggiunto le verdure? Solo patate? Si può senz’altro fare di meglio. Per cominciare consideriamo i legumi: fagioli, piselli, ceci, lenticchie, soia e fave, sia secchi che conservati e anche in forma di farina: sono tra i prodotti più versatili anche per una cucina ricercata sana e creativa, dato l’apporto di fibre, sali minerali, di pochi grassi e, soprattutto, l’alto contenuto in proteine (dal 25 al 44%).

Fusti e radici come il sedano rapa, il topinambur, le carote e le rape possono essere utilizzati sia a crudo, che in preparazioni molto ricercate ed hanno un’ottima conservabilità, anche in luogo fresco fuori dal frigo. Cavolo cappuccio, verde e rosso, sono ulteriori proposte per preparazioni saporite e colorate con ottime shelf life e molto ricchi di molecole bioattive. A seguire carote, finocchi, cavolfiori per arrivare alle cime di rapa o ai radicchi, certamente meno serbevoli dei vegetali precedenti.  La lista della spesa fin qui fatta, oltre che ad offrire una proposta di scorta di prodotti che si conservano ragionevolmente a lungo, offre anche lo spunto per esplorare gusti ed abbinamenti ai quali non siamo abituati e che possono rompere la monotonia.

fare la spesa con criterio, soprattutto in tempo di emergenza coronavirus. I legumi, come i fagioli, possono essere un pasto molto ricco ed elaborato

Con il grande vantaggio di mantenere un equilibrio calorico ridotto. Stare in casa fa correre a tutti il rischio di mangiucchiare tutto il giorno e quindi è importante che chi tiene le redini della spesa progetti bene cosa acquistare, cosa cucinare, cosa lasciare in giro, cosa nascondere, cosa evitare di acquistare in questo periodo.

La conservabilità delle verdure e dei prodotti vegetali elencati è legata alla loro composizione e alle tecniche di conservazione. Per i legumi secchi, ma anche per riso, orzo, semi di chia, grano saraceno, la conservabilità è dovuta al fatto che sono quasi privi di acqua libera e quindi poco attaccabili da muffe e batteri. I prodotti in scatola o in brick sono invece già pronti per il consumo, cotti e confezionati in condizioni asettiche, in modo da garantirne la sterilità commerciale e quindi la stabilità a temperatura ambiente, fino all’apertura della confezione.

Per alcuni i prodotti freschi citati, invece, la stabilità è dovuta al fatto che si tratta di fusti e radici caratterizzati da una protezione (buccia esterna) che ne consente la funzione fisiologica in campo e che determina una scarsa perdita di umidità in dispensa. Le verdure invernali, poi, contengono alcune molecole bioattive a carattere antiossidante e antinfiammatorio, che costituiscono una difesa naturale nei confronti degli attacchi microbici e che sono responsabili anche di caratteristiche sensoriali marcate, come per esempio l’amaro.

Il suggerimento è di selezionare e acquistare alimenti e ingredienti semplici, ottime sono le cassette di verdura che possono essere consegnate a domicilio, da combinare con sapienza per sperimentare piatti appetitosi, sempre diversi, con abbinamenti che possono essere sorprendenti.

Si può così accontentare tutti, essedo creativi, si può puntare su una portata principale e tante verdure, crude anche da sgranocchiare (dalle carote, ai ravanelli) e cotte, da condire con olio extravergine preferibilmente nazionale (c’è bisogno di sostenere le nostre produzioni in questo momento), magari dosato in una ciotolina per ciascuno/a commensale per non esagerare con le calorie. La tavola sarà colorata, il suo allestimento semplice ma curato alimenterà, anche tre volte al giorno, la ritualità del riunirsi per combattere l’incuria, la tristezza e la compulsione.

E se si è soli? A maggior ragione la tavola deve essere allestita con cura, per alimentare un gioco delle parti che ci vede sia protagonisti che vigili del nostro benessere. 

I pericoli dell’infodemia. La comunicazione ai tempi del Coronavirus

Contributo di Nicola Grandi e Alex Piovan

L’infodemia da COVID-19

Nelle ultime settimane, il COVID-19 ha stravolto le nostre abitudini, ha drasticamente modificato le nostre priorità e anche la nostra percezione della realtà. Il mondo, visto dalla finestra di casa e dal monitor del PC, ha un aspetto diverso. Questa vicenda, si dice, segnerà una generazione in modo irreversibile, come è accaduto per i nostri nonni con la guerra (o le guerre, in qualche caso). C’è però un aspetto che distingue la situazione che viviamo attualmente dalle poche situazioni paragonabili verificatesi negli scorsi decenni: alla pandemia, oggi, si associa quella che viene definita un’infodemia, cioè la diffusione di una quantità di informazioni enorme, provenienti da fonti diverse e dal fondamento spesso non verificabile. Esattamente come i virus, oggi le notizie si diffondono in modo rapidissimo e attraverso canali molteplici. Il ‘contagio informativo’ ha l’effetto di rendere assai più complessa la gestione dell’emergenza, in quanto pregiudica la possibilità di trasmettere istruzioni chiare e univoche e di ottenere, quindi, comportamenti omogenei da parte della popolazione. Ciò marca una differenza epocale rispetto alle emergenze globali, non solo sanitarie, del passato, quando la maggior lentezza di trasmissione delle notizie e il numero limitato di mezzi di comunicazione permettevano di reagire in modo più ordinato.

Il COVID-19 ci pone di fronte a due situazioni di difficoltà inattese, entrambe legate al progresso culturale e tecnologico che ha caratterizzato la vita dell’uomo sulla Terra: una, dai risvolti drammatici, legata alla difficoltà di arginare il contagio e bloccare la diffusione del virus; l’altra determinata dalla difficoltà di contrastare la proliferazione di notizie e informazioni che spesso deformano la realtà. Se la prima emergenza richiede uno sforzo immediato enorme, in quanto ne va della salute e della vita delle persone, la seconda impone una riflessione che ci permetta di capire come sviluppare gli ‘anticorpi’ necessari per orientarci nel bombardamento mediatico cui siamo sottoposti. Comprendere la comunicazione al tempo del COVID-19 non è irrilevante per gestire in modo più efficace gli interventi pratici e concreti che l’emergenza impone.

Oggi la complessità della comunicazione è talmente articolata da rendere velleitario il tentativo di descriverla in modo esaustivo. Tra tutte le prospettive possibili, almeno due paiono significative per una prima ricognizione. La prima è quella del mittente. In questo quadro, pare legittimo distinguere tra figure istituzionali (tra le quali, oltre a Governo, Istituto Superiore di Sanità, Protezione Civile, ecc. potrebbero essere annoverati anche esponenti del mondo medico-scientifico), professionisti della comunicazione (giornalisti e, forse, divulgatori) e una terza macrocategoria ‘altro’ nella quale far confluire gli autori di tutto ciò che ‘fa comunicazione’ e che non rientra nelle due precedenti (quindi, ad esempio, gli autori di video, meme, messaggi vocali, post, ecc.).

La seconda prospettiva riguarda, inevitabilmente, il mezzo utilizzato. Anche in questo caso si distinguono almeno tre possibilità: mezzi di comunicazione istituzionali (il sito del Governo, del Ministero della Salute, ecc.), organi di stampa (quotidiani, trasmissioni televisive, ecc.) e social media e social network (nell’accezione più ampia: Facebook, Twitter, Whatsapp, ecc.). Questi ultimi, che rappresentano la grande novità rispetto al panorama della comunicazione che ha fatto da sfondo alle precedenti emergenze globali, si collocano su un piano leggermente diverso rispetto alla comunicazione istituzionale e agli organi di informazione, in quanto, rispetto ad essi, giocano anche, spesso soprattutto, il ruolo cruciale ora di filtro, ora di cassa di risonanza.

Queste due prospettive sono inevitabilmente intrecciate, anche se in modo diverso. Ad esempio, un intervento del Presidente del Consiglio può essere diffuso sia dal sito istituzionale del Governo, sia dagli organi di stampa, sia dai social media e dai social network. Al contrario, un post su Facebook di una figura non istituzionale o professionale difficilmente uscirà dai confini dei social. Ma questo non significa che avrà una diffusione inferiore. Anzi…

Per avere un quadro più chiaro, conviene trattare separatamente le tre forme di comunicazione e limitarsi, per ora, a quella scritta, più facilmente analizzabile rispetto a quella parlata.

Per la comunicazione istituzionale, occorre prendere le mosse da un dato particolarmente eloquente: in Italia, la percentuale di utenti abituali del web che fanno riferimento prioritariamente ai canali di comunicazione istituzionale è sensibilmente inferiore a quella di altri paesi europei, come la Germania o la Francia. Questo significa che l’italiano medio ricorre in modo sistematico a fonti di informazione alternative a quelle ufficiali. In Italia, cioè, l’infodemia trova terreno particolarmente fertile e attecchisce più che altrove. Questo, di per sé, è già uno spunto di riflessione utile. Le spiegazioni di questa propensione possono ovviamente essere molteplici. Dal punto di vista strettamente linguistico, l’analisi della comunicazione istituzionale restituisce qualche risultato utile a comprendere il quadro.

Occorre, tuttavia, una premessa: le parole di una lingua non sono tutte uguali e non sono accessibili allo stesso modo. Tutti i parlanti di una lingua hanno la sensazione che alcune parole siano più facili e frequenti di altre. E tutti si imbattono, talora, in una parola di cui ignorano il significato, che rappresenta dunque un ostacolo alla comprensione di un testo. Tullio De Mauro ha cercato di quantificare questa ‘stratificazione’ del lessico dell’italiano e ha mostrato come circa il 96% delle produzioni linguistiche quotidiane degli italiani sia occupato da poco meno di 7.000 parole. Le altre 193.000 occupano appena il 4% della nostra attività comunicativa. Insomma, un parlante mediamente istruito conosce decine di migliaia di parole, ma di fatto usa quasi sempre poche migliaia di parole, sempre le stesse.

Le 7.000 parole più ricorrenti rappresentano il vocabolario di base della nostra lingua, quella porzione del lessico comprensibile praticamente a tutti i cittadini, senza alcuna distinzione. Le altre parole, invece, hanno gradi di comprensibilità e accessibilità in media molto più ridotti: sono parole spesso ‘di nicchia’, legate in modo esclusivo a particolari argomenti o a situazioni molto formali. Sulla base di questi calcoli, attraverso alcuni software (ad esempio Corrige o READ-IT) è possibile valutare il grado di leggibilità di un testo, cioè capire quanto un testo possa essere compreso dai destinatari a cui si rivolge. Il grado di comprensibilità di una produzione linguistica dipende, tra le altre cose, dalla percentuale di vocabolario di base da cui è composto: più è alta, più il testo è comprensibile.

Nel giro di tre giorni, tra l’8 e l’11 marzo, sono stati emanati tre DPCM. L’indice di leggibilità media dei tre decreti è molto basso, attorno al 38%. Non dissimile è il livello di accessibilità dei comunicati presenti sul sito del Ministero della Salute e dell’Istituto Superiore di Sanità, a cui tutti siamo invitati a fare riferimento in via preferenziale. Questo significa che i testi redatti da figure istituzionali sono quasi pienamente accessibili a chi ha la laurea, sono comprensibili con qualche difficoltà per chi ha frequentato un liceo e sono pressoché illeggibili per chi ha un titolo di studio diverso o inferiore. Se pensiamo che siamo una delle popolazioni d’Europa (e non solo) con il minor tasso di laureati si comprende perfettamente la assai limitata efficacia comunicativa di questi interventi istituzionali. E, di conseguenza, l’inevitabile migrazione dei cittadini verso canali di informazione alternativi e non verificati. Da cosa dipende questa scarsa leggibilità? Ad esempio, dall’uso di termini come assembramento (in luogo, ad esempio, di gruppo o folla), di dimora in luogo di casa; da costrutti sintattici complessi come l’uso pervasivo dalla forma passiva al posto dell’attiva.

Un caso emblematico è il ricorso a dispnea nei primissimi elenchi ufficiali di sintomi del virus, prodotti o ospitati anche dal sito del Ministero della Salute (ad esempio qui). Su Twitter in particolare, il ricorso ad un termine così specifico e tecnico ha suscitato più di una reazione di rabbia e l’invito a ricorrere ad espressioni più trasparenti, come difficoltà a respirare o addirittura fama d’aria.

Più alti sono invece i valori di accessibilità dei post Facebook del Premier (ad esempio questo o questo): in questo caso, evidentemente, la natura del mezzo ha determinato la scelta di uno stile meno complesso e di un lessico meno tecnico e un conseguente allargamento della base dei lettori potenziali. La conseguenza indiretta di ciò, però, è un aumento della diffidenza verso la sede ufficiale della comunicazione istituzionale e la legittimazione dei social come contenitore e, quindi, anche del loro contenuto. Qualunque esso sia. E questo, di certo, non ostacola l’infodemia, ma la rafforza.

Messaggi espliciti e messaggi ‘nascosti’

Se per quanto riguarda la comunicazione istituzionale non ci sono un prima e un dopo contagio in Italia, gli organi di stampa hanno cominciato ad occuparsi del COVID-19 quando ancora il virus sembrava un problema della Cina, quindi assai lontano da noi e non in grado di condizionare pesantemente le nostre vite. Proprio il confronto tra la comunicazione pre-Codogno e post-Codogno offre spunti di grande interesse. L’analisi di un campione di articoli relativi al coronavirus pubblicati online da Repubblica, dal Corriere della Sera e dal Fatto Quotidiano rivela come prima dell’individuazione del focolaio in Lombardia, l’indice di leggibilità degli articoli si attestasse, in modo uniforme, su valori attorno al 50%, decisamente superiori a quelli osservati per la comunicazione istituzionale, ma non ancora sufficienti a raggiungere la quasi totalità dei cittadini: il destinatario ideale di questi testi è in effetti un lettore abbastanza istruito e competente. Negli articoli compaiono di frequente tecnicismi, che non vengono spiegati o glossati. Insomma, si dà per scontata, nel lettore, una certa quantità di conoscenze pregresse, anche specialistiche. Siamo più o meno nella prima parte del mese di febbraio. L’idea di fondo è probabilmente che il tema, a quell’epoca, potesse coinvolgere solo chi aveva qualche legame, di natura professionale o per interessi personali, con la situazione che si stava delineando in Cina. Fino a quando il virus non valica i confini nazionali l’argomento non è presentato e gestito come se fosse di utilità generale. E non emerge la necessità di dover preparare ‘il grande pubblico’ ad un evento imminente di portata così traumatica.

Dopo l’esplosione del focolaio lombardo, il quadro cambia in modo netto e repentino soprattutto per il Corriere della Sera: l’indice medio di leggibilità degli articoli sul COVID-19 balza quasi al 65%, con una crescita nettissima. Ciò significa, concretamente, che gli articoli vengono redatti con uno stile completamente diverso e diventano leggibili per un pubblico potenzialmente molto più vasto. Inoltre, i tecnicismi vengono ora spiegati e parafrasati, in modo sistematico: il profilo del lettore ideale, dunque, non è più chi ha conoscenze pregresse o interessi sul tema, ma diviene il comune cittadino. Insomma, la questione è ora di interesse pubblico e la comunicazione del Corriere si adegua. Non quella di Repubblica e del Fatto Quotidiano, la cui leggibilità resta sostanzialmente invariata. Questo drastico mutamento di stile, per altro, viene premiato dagli accessi, che, stando ai dati di Google, aumentano in modo molto significativo solo per il Corriere (in modo lieve per il Fatto; non subiscono invece cambiamenti di rilievo per Repubblica).

Ma l’aspetto della comunicazione giornalistica che più colpisce, nel confronto tra il prima e il dopo Codogno, è quello delle informazioni trasmesse in modo esplicito e, soprattutto, implicito. Perché sono le informazioni implicite, più di quelle esplicite, a orientare l’opinione pubblica e, quindi, a innervare le infodemie. Una frase può attivare, in chi la legge o la ascolta, una serie di immagini mentali e di collegamenti che vanno ben oltre il suo significato letterale, anzi che si nascondono dietro ad esso. Si tratta, appunto, di significati impliciti, che, per così dire, entrano surrettiziamente nella mente di chi legge o ascolta. L’analisi dei contenuti nascosti ci permette di comprendere meglio l’effetto che la comunicazione ha avuto nelle reazioni dei cittadini rispetto a questa emergenza.

Per quanto riguarda i contenuti impliciti, possiamo ricorrere a due categorie: le presupposizioni e le implicature. Queste strategie comunicative sono quotidiane e intuitive: le adottiamo perché ne riconosciamo empiricamente l’efficacia; e sono pervasive quando parliamo di pubblicità e propaganda politica, nelle quali sottrarre un contenuto al vaglio critico può essere utile per spingere all’acquisto di un prodotto o convincere l’elettorato.

Le presupposizioni consistono nell’esprimere un contenuto come già noto all’ascoltatore. Per esempio, se un amico vi dicesse «la bellezza di questo libro sta nello stile», non vi starebbe dicendo esplicitamente di ritenere bello il libro, ma lo darebbe per scontato e condiviso: in questo modo un’informazione soggettiva viene veicolata come se fosse oggettiva. L’efficacia delle presupposizioni è dovuta al fatto che esimono l’emittente dall’assumersi la responsabilità del contenuto, che, dato per scontato, è messo al riparo dal vaglio critico.

Le implicature, invece, consistono nel meccanismo di ricostruzione di un messaggio da parte del destinatario. Se chiedessimo a un amico: «Lucia è a casa?» e lui ci rispondesse: «Ho visto la Panda azzurra sotto il suo palazzo», noi – magari aiutati dal sapere che Lucia ha una Panda azzurra e che di solito si sposta in macchina – ne implicheremmo che Lucia è a casa, anche senza sentirlo esplicitamente. L’efficacia delle implicature è dovuta a quello che in psicologia si chiama egocentric bias, ovvero la tendenza ad affidarsi con maggior tenacia e convinzione al proprio punto di vista e alle proprie idee e deduzioni. Ciò significa che se non è una pubblicità ad asserire, poniamo, la qualità di un prodotto alimentare, ma siamo noi a implicarla, ci sarà più difficile vagliare criticamente questa informazione, e la accoglieremo con più facilità. Per approfondire questi aspetti, rimandiamo il lettore al sito dell’OPPP, Osservatorio Permanente sulla Pubblicità e la Propaganda.

Un’ulteriore strategia usata spesso per rendere più comprensibile un contenuto complesso è la metafora. Le metafore, come insegna George Lakoff, uno dei più noti linguisti cognitivi, nonché autore dei saggi Moral Politics e Don’t think of an elephant!, entrambi relativi all’analisi del discorso politico, attivano delle ‘cornici mentali’ (dei frame), cioè un insieme di informazioni che ruotano attorno a un dato elemento. Quando usiamo una metafora, quello che facciamo è riversare su un elemento le informazioni che caratterizzano un altro elemento.

La comunicazione sulle epidemie ha maturato, negli anni, alcuni elementi costanti, che tornano anche nel caso del COVID-19. In un articolo pubblicato nel 2005 sulla rivista Social Science & Medicine, Patrick Wallis e Brigitte Nerlich hanno analizzato i frame attivati in 1153 articoli di cinque quotidiani inglesi, pubblicati tra la comparsa del virus SARS nel marzo del 2003 e la fine dell’epidemia a luglio dello stesso anno. Senza entrare troppo nel dettaglio, l’analisi rileva che i giornali usarono per lo più due metafore: quella del killer e quella del controllo. Vedere il virus come un killer significa quindi attribuirgli caratteristiche quali intenzionalità, alta letalità, pianificazione, imprevedibilità. Questo cosa comporta? Che anche le reazioni nei lettori saranno, almeno in parte, dovute a questo frame metaforico: un killer va identificato, tracciato, inseguito, catturato. Il frame del controllo, invece, è attivato da espressioni come investigazione, contenimento, misure, reazioni e, concretamente, si traduce nella legittimazione sociale dei metodi di gestione dell’emergenza, per esempio sul piano politico ed economico.

Per raccontare le epidemie sono molto frequenti anche le metafore della piaga (con echi biblici) e quella bellica. Quest’ultima, benché diversa, si sovrappone in parte a quella del killer, almeno per quanto riguarda l’idea di un’entità esterna – all’individuo o allo Stato – da combattere e sconfiggere. Già Susan Sontag analizzò criticamente l’uso di queste metafore in alcuni saggi sulla tubercolosi, il cancro e l’HIV/AIDS, ripresi nell’introduzione del paper di Wallis e Nerlich e raccontati anche in un articolo pubblicato il 22 marzo su Internazionale.

Immagini ricorrenti nella comunicazione sul COVID-19

Nella comunicazione relativa al COVID-19 incontriamo più o meno tutti questi frame metaforici, seppur con diversa frequenza e in diversi momenti. Sempre restando agli articoli delle tre testate nazionali citate sopra (Il Corriere della Sera, la Repubblica e Il Fatto Quotidiano) emerge una netta differenza tra i frame attivati prima e dopo che il virus si diffondesse in Italia.

Prima del focolaio lombardo, i frame attivati più frequentemente dalle scelte lessicali dei quotidiani rimandano alle dimensioni ‘locali’ del problema e sono sistematicamente associate alla Cina. Espressioni come il virus di Wuhan o il virus cinese e la descrizione del mercato di Wuhan attivano idea legate ai concetti di esotico e selvaggio e una diffidenza nei confronti dei viaggi da e per quella zona del mondo e, poi, per chi da quella zona proviene.

Dopo l’esplosione del contagio in Italia, il quadro delle informazioni nascoste cambia. Emerge, prevedibilmente, la metafora bellica, sia nei media ufficiali che nella comunicazione informale, in espressioni come “il fronte”, “la trincea”, “i soldati”, e fino alle dichiarazioni più esplicite come “siamo in guerra”. Questa metafora ha certamente lo scopo di creare coesione e di unire idealmente il popolo contro un nemico. Ma quando il nemico è invisibile, come in questo caso, è quasi inevitabile riversare la rabbia contro un obiettivo tangibile. Associando l’iniziale frame Cina e la successiva metafora bellica non era difficile aspettarsi qualche rigurgito razzista nei confronti della comunità cinese in Italia. (Questo aspetto è stato approfondito anche da Federico Faloppa e Vera Gheno, qui e qui).

L’evoluzione della metafora bellica è però particolarmente significativa, in quanto, successivamente, focalizza non tanto l’immagine del nemico (che, appunto, è invisibile), quanto, in modo più costruttivo, quella dei ‘soldati’ e dei ‘feriti’: i primi, sono i medici e gli infermieri; i secondi, i malati. Medici e infermieri, in particolare, appaiono sempre in divisa e portano sul volto le ‘cicatrici’ metaforiche, i segni della mascherina e dei dispositivi di protezione, come nel video diffuso da FNOPI. Tutto ciò, per altro, determina un forte e ritrovato senso di coesione sociale attorno a queste figure, che si manifesta esplicitamente nelle molte manifestazioni di solidarietà cui abbiamo assistito.

Compare anche l’immagine della resistenza, che sostiene e legittima l’invito a nascondersi, quindi a restare a casa. Ed appare, con nesso quasi causale, anche il frame del controllo, di cui si è detto sopra. L’associazione di questi frame concorre a delineare un contesto in cui si accettano o addirittura si invocano misure che altrimenti sarebbero percepite come al limite della tollerabilità

Queste immagini ritornano anche nelle più recenti comunicazioni istituzionali. Non nelle ordinanze, ovviamente, ma nei video messaggi e nei post sui social, soprattutto del Premier.

Sugli organi di stampa e nelle dichiarazioni dei politici esse hanno tuttavia un legame sistematico più forte con una profonda emotività: il dramma, la paura, l’emergenza, la minaccia, la crisi, anche economica. Ovviamente, queste immagini e questi frame possono essere veicolati anche in modo strumentalmente implicito, come si è detto sopra. Per esempio, un titolo come «Prove tecniche di strage», in prima pagina su Libero il 23 febbraio, attribuisce implicitamente una responsabilità – morale, politica – al Governo. «Il Nord nella paura» (Repubblica, 22 febbraio) descrive uno stato di cose dandolo per condiviso anziché asserirlo in modo esplicito. Altri, come «Vade Retro, virus» (Libero, 22 febbraio) o «Contagi e morte: il morbo è tra noi» (Il Resto del Carlino, 22 febbraio) suggeriscono invece un elemento soprannaturale, misterioso, senza offrire alcuna informazione oggettiva (si sconfiggerà il virus intimandogli “vade retro”? Chi sono di preciso i “noi” tra i quali è il morbo?).

In questa sede non abbiamo preso in esame la comunicazione ‘altra’, quella dei social media e dei network, dove informazioni nascoste e implicite proliferano in modo pressoché incontrollato e particolarmente nocivo.

Cosa possiamo concludere?

Che certamente la pandemia ci ha colti di sorpresa e che lo Stato ha dovuto affrontare una situazione di emergenza non preventivata e del tutto nuova, con effetti a ricaduta su molti aspetti della vita dei cittadini. Tra gli effetti collaterali di questa situazione, l’infodemia è stata forse sottovalutata. Ciò che le recenti vicende dell’Italia insegnano è che gestire l’informazione è cruciale per l’effettiva applicazione dei provvedimenti. Gli atti comunicativi, specie nelle situazioni emergenziali, sono fondamentali. Un primo punto fermo da porre in evidenza è che esiste un legame di causalità diretta tra la scarsa ‘leggibilità’ della comunicazione istituzionale e l’infodemia, cioè la proliferazione e la diffusione di notizie che spesso alterano la realtà e ne danno un’immagine parziale o distorta. Questa infodemia colpisce di preferenza proprio chi fatica ad accedere ai canali ufficiali di comunicazione (istituzionali e scientifici, primariamente), che sono lo strumento per verificare la veridicità delle notizie. Chi non capisce è più fragile e vulnerabile. Perché una comunicazione scorretta crea dissonanze, le dissonanze creano panico e il panico spesso genera reazioni e comportamenti controproducenti. Ragionare sui meccanismi linguistici che accompagnano la comunicazione di istituzioni e stampa nell’emergenza può essere uno strumento utile per affrontare in modo più efficace, in futuro, situazioni complesse come l’attuale e per contribuire direttamente all’ecologia del discorso pubblico.

Questo contributo è il risultato di un laboratorio organizzato (in streaming) nell’ambito dell’insegnamento di Sociolinguistica dei corsi di laurea in Lettere e Scienze della Comunicazione dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna. La raccolta e l’analisi dei dati sono il frutto del lavoro di Adriana Barbato, Augusto Bovesi, Ilaria Brocero, Nella Califano, Francesca Cappelli, Lorenzo Cavaliere, Melissa Capanni, Emanuela De Vita, Irene Falchini, Fabio Farina, Maddalena Ghiotto, Alessia Marras, Alessia Sulioti, Chiara Taiariol, Virginia Toccafondi, Luigia Tricase, Riccardo Varveri e Giorgia Zantei.

Il testo è stato pubblicato Micromega il 26 marzo 2020 e viene qui riprodotto con l’autorizzazione della Rivista.

Un provvidenziale ultimo avviso. Più che aver paura del corona virus, oggi dobbiamo avere paura che cessata l’emergenza sanitaria si torni alla situazione di prima

Contributo di Vincenzo Balzani

In una famosa fotografia, scattata dall’astronauta della NASA William Anders il 24 dicembre 1968 durante la missione Apollo 8, si ammira lo straordinario spettacolo del sorgere della Terra visto dalla Luna. Contemplando la scena che stava fotografando, Anders disse: «We came all this way to explore the Moon, and the most important thing is that we discovered the Earth». Da questa e altre simili foto della Terra prese da lontano ci si rende conto di quale sia la nostra situazione: viaggiamo nell’infinità dell’universo su un’astronave. Un’astronave che non potrà mai “atterrare” da nessuna parte, non potrà mai attraccare a nessun porto per caricare risorse o scaricare rifiuti. Le risorse su cui possono contare i quasi otto miliardi di passeggeri sono i materiali che costituiscono l’astronave e la luce del Sole.

Da qualche mese sull’astronave Terra è in circolazione un virus pericoloso e molto contagioso, il Covid-19. In attesa di combatterlo con un vaccino, ci difendiamo alla meglio con l’odiosa arma del distanziamento sociale. Secondo gli scienziati il virus è passato da animali selvatici all’uomo a causa di uno o più dei seguenti errori nel nostro rapporto con la Natura: esagerato uso delle risorse, degradazione dell’ambiente, cambiamento climatico, crescente consumo di prodotti animali, esagerata  antropizzazione del suolo, perdita di biodiversità e ricerca di cibo selvatico da parte delle popolazioni più povere. I virus sono in qualche modo “profughi” della distruzione ambientale causata dalla nostra aggressività. Stavano bene nelle foreste e nei corpi di alcuni animali, gli abbiamo offerto l’occasione di moltiplicarsi.

Molti fra i cittadini dei ricchi paesi dell’Occidente sono preoccupati per la crisi sanitaria, ma sembra non si siano mai accorti delle crisi ecologica e sociale. Sono terrorizzati da qualche decina di migliaia di morti causati dal virus nel mondo, ma forse non sanno che a causa dall’inquinamento atmosferico ogni anno muoiono circa un milione di persone in Cina, 650.000 nell’Unione Europea e 80.000 nella sola Italia.

Già da parecchi anni gli scienziati ammoniscono che non stiamo custodendo il pianeta e i sociologi avvertono che le enormi disuguaglianze economiche e sociali stanno diventando insostenibili. Il vigente modello di sviluppo, il consumismo, basato sull’usa e getta, ha instaurato una cultura dello scarto che porta al degrado ambientale e si estende alla vita delle persone. Nell’enciclica Laudato si’ qualche anno fa papa Francesco aveva scritto

Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale che va affrontata con una visione unitaria dei problemi  ecologici ed economici.

E nella benedizione Urbi et orbi impartita il 18 marzo nella spettrale Piazza San Pietro deserta il papa ha aggiunto: “Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sani in un mondo malato”.

Stiamo vivendo, dunque, uno dei peggiori periodi della nostra storia, attanagliati da una crisi che ha tre aspetti fra loro intrecciati: ecologico, sociale e sanitario. Ma non dobbiamo perderci d’animo: la storia stessa insegna che ogni crisi offre l’opportunità di un cambiamento verso una situazione migliore. Poiché l’astronave Terra è l’unico luogo dove possiamo vivere, non possiamo farci sfuggire questa occasione. Dobbiamo vedere nel Covid-19 un provvidenziale ultimo avviso. Più che aver paura del virus, oggi dobbiamo avere paura che cessata l’emergenza sanitaria si torni alla insostenibile situazione di prima. Tutti dobbiamo adoperarci perché ciò non accada.

Perché il cambiamento avvenga nella direzione giusta, per prima cosa dobbiamo far capire a politici e economisti che una crescita illimitata è impossibile. Non possiamo pretendere che il pianeta Terra si adatti alla nostra megalomania; dobbiamo essere noi ad adattarci alla sua realtà. L’unico obiettivo che forse possiamo raggiungere, non senza difficoltà, è quello della sostenibilità: cioè vivere lasciando un pianeta vivibile anche per le prossime generazioni.

Perché ciò accada dovremo utilizzare in modo più saggio le limitate risorse dell’astronave Terra e sfruttare il più possibile l’abbondante energia che ci viene dal Sole. Dovremo diminuire l’estrazione di materiali dalla Terra (92 miliardi di tonnellate all’anno, pari a 35 kg al giorno per ciascuno degli abitanti del pianeta) e abbandonare l’uso dei combustibili fossili per abbattere l’inquinamento atmosferico e ancor più le emissioni di CO2 (37 miliardi di ton all’anno), il gas serra che provoca il cambiamento climatico.

Aerial view industrial of opencast mining quarry with lots of machinery at work - view from above. Extraction of lime, chalk, calx, caol

Dovremo sostituire i motori a combustione con motori elettrici alimentati dall’energia del Sole. La scarsità delle risorse non ci permetterà più di possedere le “macchine” che utilizziamo (ad esempio, l’automobile); dovremo accontentarci di usare “macchine” condivise. Dovremo capire bene cosa ci serve e cosa non ci serve. Se ci avessimo pensato prima, ad esempio, non avremmo speso 14 miliardi per gli F-35 (aerei da guerra che, per fortuna, non useremo mai), ma avremmo investito questo denaro nella sanità e nell’istruzione.

Più in generale, dovremo sostituire il verbo consumare col verbo risparmiare. Per ridurre i consumi, studi scientifici dimostrano che non serve molto “agire sulle cose”, cioè aumentare il rendimento dei processi di produzione e l’efficienza dei vari tipi di macchine che usiamo; bisogna “agire sulle persone”, sollecitarle cioè a praticare stili di vita ispirati alla sobrietà.

C’è ancora parecchio da fare, ma sappiamo bene quale è la strada per raggiungere la sostenibilità ecologica. Siamo invece molto lontani dall’obiettivo della sostenibilità sociale che richiede, anzitutto, una ridistribuzione della ricchezza. Non può esserci sostenibilità sociale in un mondo dove i duemila più ricchi posseggono più di 4,6 miliardi di persone e neppure un paese come l’Italia dove l’1% più ricco possiede quanto il 70% della popolazione. Non può esserci sostenibilità sociale se, come scrive papa Francesco nell’enciclica Laudato si’:

non ci accorgiamo più che alcuni si trascinano in una miseria degradante, mentre altri non sanno nemmeno che farsene di ciò che possiedono.

Dobbiamo fare in modo che la pandemia del Covid-19, dalla quale stiamo faticosamente uscendo, porti in primo piano il problema della sostenibilità. Sarà necessario utilizzare con cura le risorse del pianeta e l’energia del Sole e anche sviluppare la scienza e la tecnologia nelle direzioni opportune. Ma sarà ancor più importante sfruttare le nostre preziose fonti di energia spirituale: saggezza, creatività, responsabilità, collaborazione, amicizia, sobrietà e solidarietà. Quando avremo fatto tutto questo, ricorderemo questa pandemia come una salutare lezione impartitaci dalla Natura.

Il virus del volo – cosa sta accadendo e cosa accadrà al trasporto aereo

Contributo di Luca Mantecchini

Il mondo dell’aviazione, come molti altri settori produttivi, è duramente messo alla prova da quanto sta succedendo in queste settimane. Nelle poche righe che seguono proverò a riflettere su alcuni semplici dati che fotografano le dimensioni di un fenomeno di massa, quello della mobilità aerea, che è molto più di un comparto industriale, o un segmento di servizi, ma piuttosto un condensato di opportunità e paradigmi che ha profondamente influenzato lo sviluppo della società globale negli ultimi decenni.

Il trasporto aereo è indissolubilmente legato all’idea di velocità: velocità di spostamento, annullamento delle distanze spazio-temporali tra luoghi del mondo, velocità nel cambiamento. E ora, proprio nel momento in cui siamo costretti a un grande “slow-down” di massa, è la stessa velocità a diventare arma a doppio taglio: velocità di trasmissione del virus – moltiplicata nelle scorse settimane anche grazie alla facilità di spostamento offerta dal trasporto aereo – e velocità di diffusione di misure sempre più restrittive, che hanno reso di fatto reale uno scenario quasi impensabile solo pochi giorni or sono. Il trasporto aereo delle persone è, in queste condizioni, impossibile oltre che dannoso.

L’analisi di alcuni semplici dati può aiutarci a capire quanto il trasporto aereo sia cresciuto in questi anni, crescita che può essere intesa come risposta alle esigenze di mobilità espresse dalla nostra società, oppure che è essa stessa strumento volto a stimolare nuove esigenze di mobilità.

Nel 2018 hanno volato circa 4,3 miliardi di persone nel mondo, con un incremento medio rispetto all’anno precedente del 6,4%. L’Asia genera poco più di un terzo del traffico, Europa e Nord America circa un quarto ciascuno, secondo i dati dell’ICAO, International Civil Aviation Organization. Per trasportare questa imponente mole di passeggeri sono stati programmati ed effettuati nel 2018 circa 42 milioni di voli, operati da poco meno di 24.000 aeromobili a uso commerciale, secondo la Aviation Benefits Beyond Borders. Il sito specializzato Flightradar24 ci informa che la media di aeromobili costantemente in volo sopra le nostre teste, nel mondo, è stata nel 2018 di circa 10.000 velivoli, con punte di oltre 15.000

trasporto aereo

Per i prossimi vent’anni gli stakeholder più accreditati (Boeing e Airbus, produttori di aeromobili; ICAO e IATA, enti regolatori) sono stati fino a ora concordi nel prevedere un aumento medio annuo globale del traffico aereo pari al 4,3%. L’industria si aspettava una domanda di circa 39.000 nuovi aeromobili nello stesso periodo, di cui più del 60% per soddisfare nuova domanda e il resto per sostituire velivoli obsoleti.

Lo scenario, fino a qualche settimana fa, era quello di una crescita solida e costante. D’altra parte, il trasporto aereo – inteso come industria nel suo complesso – ha mostrato, da quando la deregulation del mercato (iniziata nel lontano 1978 negli Stati Uniti grazie al presidente Carter) lo ha progressivamente trasformato in fenomeno di massa, una straordinaria resilienza rispetto ai pur non infrequenti momenti di crisi globale che ne hanno potenzialmente minato la sussistenza.

Se osserviamo con attenzione i dati degli ultimi trent’anni circa, vediamo che nel periodo 1988-2003 (15 anni), nonostante momenti di grande tensione globale come la crisi del Golfo e gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, il trasporto aereo è cresciuto di un fattore 2 (ovvero in un quindicennio i volumi di traffico globali sono raddoppiati). Allo stesso modo, nel quindicennio 2003-2018, nonostante la pesante recessione economica globale e l’epidemia di SARS (questa di oggi non è effettivamente la prima epidemia che il mondo deve fronteggiare in tempi recenti), i volumi sono aumentati ancora di un fattore 2. È molto difficile ipotizzare ciò che accadrà nel quindicennio appena iniziato; la cosa che possiamo brevemente tentare è l’incrocio di alcuni dati, anche di carattere finanziario, per comprendere se i modelli di crescita del sistema di trasporto aereo fin qua sviluppati e messi in atto dagli stakeholder industriali (produttori di aerei, compagnie, aeroporti) siano in grado di garantire una ripresa.

Come primo elemento, mettiamo in luce che nel 2019 gli introiti complessivi delle compagnie aeree commerciali nel mondo ammontano a circa 850 miliardi di dollari con un profitto medio del 5%, dato in contrazione, visto che nel 2018 il profitto medio è stato pari al 6,3. Considerando che, nello stesso biennio, il numero di posti-km offerti dalle compagnie a livello globale è aumentato del 6,6%, possiamo affermare che il sistema ha scelto di andare incontro a un aumento di offerta (generato da una crescente richiesta di voli, a sua volta stimolata dal proliferare dei collegamenti offerti) sostenuto da margini di guadagno sempre più ristretti. È del tutto evidente che una strategia di questo tipo può assecondare, anzi promuovere, la crescita del traffico, esponendo però le compagnie a rilevanti rischi finanziari nel momento in cui si dovesse fare fronte a crisi di liquidità causate da radicali e forzate riduzioni dell’operatività, come quella in atto.

Per questo motivo, nel momento in cui le misure per il contenimento del contagio da coronavirus si sono fatte più stringenti e quasi tutti gli Stati europei hanno imposto misure restrittive alla mobilità collettiva delle persone, le reazioni delle compagnie aeree – tutte, dalle forti e solide compagnie di bandiera fino alle aggressive e dinamiche compagnie low-cost – sono state immediate e radicali.

Ryanair ha sospeso ogni attività dal 2 marzo fino a giugno. Gli stipendi dei dipendenti sono stati ridotti del 50% ed è stata dichiarata liquidità disponibile per meno di un anno. Lufthansa ha atterrato 700 aeromobili su 763 in flotta, garantendo sostanzialmente solo alcuni collegamenti di lungo raggio e, ovviamente, il cargo. Air France ha ridotto l’offerta del 70-90% e così tutte le principali compagnie europee. Anche Emirates, colosso dei cieli, ha annunciato una sospensione praticamente totale delle operazioni a partire dal 25 marzo e una contestuale riduzione degli stipendi dei suoi dipendenti dal 25 al 50%. La lista sarebbe lunga e decisamente monotona, dato che l’unica opzione per una compagnia aerea, in tali condizioni, è sospendere l’operatività.

trasporto aereo, Alitalia

La situazione non è migliore per gli aeroporti: il traffico è sostanzialmente azzerato, a meno di qualche residuo collegamento e, naturalmente, l’attività cargo, fondamentale più che mai in questo momento di aumentato fabbisogno di approvvigionamenti. Le fonti di guadagno per un aeroporto sono rappresentate dagli introiti aeronautici (tasse pagate dalle compagnie ai gestori) e dagli introiti di natura commerciale non direttamente collegati al traffico di aeromobili (quindi, introiti da attività commerciali presenti nei terminal, parcheggi, altri servizi…). Come si può facilmente comprendere, entrambe queste fonti sono fortemente contratte o in via di azzeramento. Per questo motivo, molti aeroporti in Italia hanno fatto ricorso a cassa integrazione e ad ammortizzatori sociali per i loro dipendenti.

L’aspetto più rilevante, ora, è comprendere cosa accadrà quando l’emergenza sarà alle spalle e si potrà tornare alla libertà di movimento. Il primo nodo da sciogliere è comprendere cosa significhi esattamente avere l’emergenza alle spalle. Infatti, il trasporto aereo è, per sua natura, “globale”. Conseguentemente, non basta che alcuni Stati superino la fase acuta dell’epidemia per garantire un progressivo ritorno alla regolarità delle operazioni aeronautiche; occorrerà necessariamente che la situazione sia risolta a livello quanto meno continentale per assicurare un ripristino dei collegamenti esente da rischi di nuove attivazioni del contagio. Il secondo, e più delicato, aspetto da considerare è quello della resilienza sul piano finanziario dei soggetti industriali coinvolti (compagnie aeree e aeroporti). Come abbiamo evidenziato poco fa, la contrazione dei margini di guadagno delle compagnie ha supportato una crescita dell’operatività per andare incontro alla domanda crescente, generando, però, situazioni di maggiore vulnerabilità. Quante di esse riusciranno a superare più o meno indenni il blocco delle operazioni? E soprattutto, quelle che riprenderanno a volare, a quale nuovo modello di sviluppo faranno riferimento?

È verosimile ipotizzare una ripresa non particolarmente rapida, modulata su un medio termine e in grado di recuperare i volumi gradualmente, sostenendo incrementi progressivi delle frequenze a partire dai collegamenti da/per le città principali. Verosimilmente a farne le spese maggiori potrebbero essere le compagnie low-cost, non solo per la ristrettezza del mercato di riferimento (sostanzialmente continentale), ma anche perché molti collegamenti sono basati su piccoli aeroporti secondari che potrebbero non riprendere le operazioni in tempi rapidi, anche dopo la fine dell’emergenza.

La crisi del settore aereo è globale e impatta, come sta succedendo in modo generalizzato in questo periodo, su milioni di persone. Si pensi che l’industria del trasporto aereo genera 65,5 milioni di posti di lavoro nel mondo, di cui 10,2 milioni direttamente impiegati nel settore, 18 milioni indotti e il rimanente frutto dell’impatto catalitico sul turismo e la ricettività in generale

2,7 trilioni di $ è la quota di PIL globale movimentata dal trasporto aereo e dai suoi effetti economici, di questi circa un trilione è relativo al comparto turistico e ricettivo. L’impatto non è però solamente quello che si sta ripercuotendo su tutti ora; l’impatto sarà quello generato, a medio termine, dalle incertezze sulla ripresa dei voli con capacità offerte paragonabili a quelle precedenti alla crisi e che hanno garantito la crescita dell’intero settore con numeri come quelli appena considerati, tanto sul piano occupazionale quanto sugli effetti indiretti e catalitici indotti su attività complementari come il turismo.

L’ultima, doverosa, considerazione è sul piano energetico e ambientale. Il trasporto aereo è, per sua intrinseca natura, energivoro e insostenibile. Può bastare, per rendere un’idea del peso che ha questo sistema di trasporto a livello globale sul piano energetico e ambientale, considerare che nel 2017 sono stati consumati 341 miliardi di litri di jet fuel (circa il 10% del totale di combustibili liquidi consumati nel mondo nello stesso anno www.theglobaleconomy.org). In altre parole, per far volare alcune decine di migliaia di aerei viene impiegato, quotidianamente, il 10% delle risorse disponibili in termini di combustibili fossili sul pianeta.

Le compagnie aeree hanno pagato questo combustibile, nello stesso anno, 149 miliardi di dollari.

Gli aerei ora non stanno volando e possiamo stimare che il perdurare di questa situazione generi circa 400 milioni di dollari al giorno di mancato introito del settore dei combustibili. Le riflessioni su ciò che questo può implicare ci porterebbero lontano; il dato certo che possiamo sottolineare, in questo momento, è che l’aviazione è stata responsabile, suo malgrado, di circa il 2,5% delle emissioni globali di CO2 energy-related (circa 900 milioni di tonnellate, di cui l’80% dovuto ai voli a lungo raggio) e che questo dato è in preoccupante crescita (+32% negli ultimi 5 anni), secondo le stime di ICCT – International Council on Clean Transportation

Questo trend emissivo è stato bruscamente interrotto, come in modo altrettanto traumatico sono stati azzerati tutti i trend di crescita di questo incredibile sistema di trasporto. Difficile immaginare ora il modo in cui la nostra vita riprenderà al termine di questa difficile parentesi. Potremo continuare a dare per scontato di poter sempre raggiungere in qualche ora qualunque luogo nel mondo per lavoro o svago? Potremo nuovamente prendere un aereo per un weekend “fuori porta”?

Potremo continuare ad acquistare online merce da un altro continente facendo affidamento sulla possibilità di riceverla a casa in pochi giorni? Le sempre più incerte risposte a queste domande influenzeranno, non necessariamente in negativo, ma in modo sostanziale e decisivo le nostre esistenze in futuro.

Risate virali in tempi di virus

Contributo di Ilaria Porciani

Viviamo in tempi oscuri, di cui non abbiamo ancora capito la durata e l’estensione nello spazio.

Pensiamo di continuo con preoccupazione al virus. Il cuore si fa pesante di fronte alla sofferenza dei malati, e alla fatica di medici e infermieri nella sfida rischiosa per la difesa della vita. Restiamo sbalorditi di fronte a quanti trasgrediscono norme necessarie a far sì che il sistema sanitario non collassi: ragazze e ragazzi che giocano con il fatalismo pericoloso, maschi alfa e matriarche che mettono alla prova la propria onnipotenza. Cerchiamo di convincerli a restare a casa. Cerchiamo di portare aiuto, almeno per telefono, a chi sappiamo più fragile. Cominciamo, soprattutto, a pensare ai morti. Non solo ai numeri tragici di una statistica in continua evoluzione, ma a quanti per noi  rappresentavano sorrisi, esperienze condivise, e il timbro inconfondibile di voci che non ci sarà più dato di ascoltare.

All’improvviso la nostra percezione della temporalità si è contratta al niente e si è dilatata all’infinito. Vivevamo in un presentismo che rifiutava le grandi narrative e si immergeva negli oggetti e nelle icone dei consumi. D’improvviso neppure il presente sembra più esistere: si sgrana con un effetto di moviola e ci è più difficile collocare noi stessi nel tempo. Il nostro mondo globale si è disgregato d’un tratto, e quello vicino è fatto di impreviste distanze.

Isolati e vulnerabili, abbiamo bisogno di sentirci vicini. Riallacciamo conversazioni per le quali a lungo nella pressione del quotidiano non c’era tempo, si parla di cose profonde o semplicemente ci si fa compagnia. Nei primi giorni di lockdown i cellulari non tacevano – lo sappiamo – neppure per un attimo.

Poi è accaduto qualcosa di apparentemente incongruo e che è invece assolutamente normale: aiutati dai social abbiamo cominciato a scambiarci battute, immagini e video che cercano di esorcizzare la paura con una risata.

andrà tutto stretto, risate, umorismo al tempo del coronavirus

All’inizio – mi pare – si rideva dell’isolamento. Mentre le mura sottili dei condomini cominciavano a far filtrare inevitabili litigi di gente compressa in pochi metri quadrati si è cominciato a ridere su chi magnificava lo stare a casa tra cani impazziti e bambini urlanti. Ci ha strappato una risata il video dell’afroamericano che – confrontato con l’alternativa di essere messo in quarantena con la moglie e il figlio –  sceglie senza esitare il piano B. Si è riso sul pericolo di mangiar troppo e di uscire dalla clausura forzata con rotoletti e cellulite (ma perché parlando di pancia si devono ritrarre solo le donne?). E’ rimbalzato da aree lusitane l’uomo che cosparge il pavimento di cucina di olio per farne un tapis roulant e quello che trasforma i fornelli in una consolle da DJ. Si è proposto il giro turistico della casa: “Domani visita guidata in salotto. …. Rientro in serata.”

risate liberatorie in tempo di coronavirus

L’ humour sul quotidiano si tinge di dialetto. A Firenze un lenzuolo porta la scritta: ”siamo nelle mani dissignore. Speriamo unn’applauda”. E’ livornese il rap sulle note di Nel blu dipinto di blu che mette in ridicolo chi vuole uscire a ogni costo. Parla veneto il gatto che dice al topo “Vien fora”. E quello gli risponde: “No…Conte ga dito de star in casa”. Poi c’è la coppia che porta a spasso un cane finto pur di uscire di casa, o l’uomo che cala il cane dalla finestra. Da Londra arriva il ragazzo che brinda con se stesso facendo tintinnare il bicchiere contro lo specchio del bagno. Si rispolverano parodie, falsi doppiaggi, e frammenti di film, come il virale Alberto Sordi che resiste in cantina.

Subito dopo gli scherzi sull’isolamento è partita la satira politica, specie anglosassone, tra le battute sul principe Carlo e la regina Elisabetta che giocano sui doppi sensi tra la corona e il coronavirus e le tre foto che ritraggono il passaggio del virus dall’animale all’uomo avvicinando un pollo spennacchiato e giallastro ai due campioni del negazionismo della prima ora: Boris Johnson e Donald Trump. C’è l’umorismo involontario di alcuni politici meridionali, e quello della sequenza delle dichiarazioni rilasciate da Trump giorno dopo giorno. Un lungo video che mima una comunicazione istituzionale colpisce con spietato humour britannico le sottovalutazioni della prima ora.   

Gli storici – ce lo ha insegnato Jacques Le Goff – sanno che il riso era bandito dalla chiesa del medioevo che lo contrapponeva al salvifico pianto. Ma sanno anche che il sovvertimento, il carnevale, il mondo alla rovescia e la risata costruiscono meccanismi importanti di comunicazione sociale e di reazione al trauma. Sanno che si sono raccontate barzellette nelle trincee della prima guerra mondiale (il grande pubblico lo ha visto quest’anno nel bel film 1917), e persino nei ghetti, in tempi terribili.

Quando tornati alla normalità ricominceremo a studiare capiremo meglio anche come erano possibili quei fenomeni, che ci apparivano lontani ma che allora ricorderemo di aver sperimentato al tempo della pandemia.

umorismo, risate al tempo dell'isolamento da coronavirus

L’umorismo passava di bocca in bocca, con le inevitabili varianti, o si diffondeva con la carta stampata. Pare che i primi jokes legati a un tragico evento e circolati sulla rete – allora per il tramite della posta elettronica – siano stati quelli seguiti alla morte della principessa Diana. Si sono fatte battute – di assai dubbio gusto – anche sull’esplosione del Challenger. Subito dopo la tragedia delle Torri Gemelle Bill Ellis aveva previsto che sarebbero emersi jokes di ogni tipo, e che si sarebbero rapidamente diffusi per mail. A un anno di distanza poteva confermare la sua ipotesi, e la tipologia che aveva proposto. L’interrogativo – allora – era se il fenomeno avrebbe avuto dimensioni globali o meno.La forte visualità di molte di queste storie – come di quelle che stiamo sperimentando oggi – rendeva loro facile varcare i confini linguistici. Una ricerca fatto con Google identificò almeno 82.000 freddure in inglese.

Oggi una ricerca su Google impostata su ‘coronavirus jokes’ dà già 410,000,000 risultati.

E’ presto per capire come si costruisce una reazione di riso liberatorio alla pandemia e come si indirizzerà la satira anche politica mentre i contagi si allargano in nuovi paesi.

Psicologi, antropologi, semiologi e storici della cultura stanno forse già raccogliendo queste fonti per capire come sta funzionando la nostra mente di fronte a questa grande paura, e quanto diverse possono essere le reazioni nei vari contesti linguistici e culturali.

Oggi, intanto, di fronte al rischio del sovraccarico di una rete che è tanto necessaria per l’emergenza è forse meglio non inondarla con video inutili, anche se ci aiutano a non stare troppo male.


Per saperne di più
Georges Minois, Storia del riso e della derisione, Bari, Dedalo, 2004.
Lajos Csaszi, World Trade Center Jokes and Their Hungarian Reception ‘Journal of Folklore Research’, 40, No. 2 (May – Aug., 2003), pp. 175-210.

Raccontare la ricerca. Divulgare le scoperte scientifiche non è mai cosa semplice, ma alcuni riescono meglio di altri.

Contributo di Patrizia Selleri

Durante la pausa natalizia ho letto il Sillabario di genetica per principianti di Guido Barbujani (Firenze: Giunti Editore, 2019). Nel capitolo sugli OGM vi è un esempio in grado di porre un profondo dilemma morale nel lettore, che prende vita come tale solo se si capisce almeno un po’ di che cosa si stia parlando. Il golden rice è una varietà di riso OGM ricca di betacarotene, che riduce i danni da mancanza di vitamina A e per questo è utile ad evitare la morte e la cecità nei bambini nelle zone più povere del Sud-est asiatico, dove si coltiva riso bianco e lo si consuma decorticato.

Il golden rice, risultato della ricerca scientifica, è da anni al centro di diatribe politiche, economiche e sociali: è contro natura, si dice di lui, perché costruito in laboratorio; è una nuova forma di colonialismo economico da parte delle multinazionali; è uno strumento per ridurre la biodiversità e creare un impoverimento complessivo degli agricoltori di quelle zone, tesi sostenuta in modo appassionato anche da Vandana Shiva, certo non l’ultima arrivata sulla scena internazionale.

Barbujani prima si premura di fare in modo che il lettore abbia un quadro del problema, seppure non esaustivo, ma sufficiente perché, leggendo, si costruisca il dilemma: non coltivare il golden rice per tutti i motivi di cui si è detto oppure coltivarlo per migliorare la salute e la qualità della vita di tanti bambini? Se viene data una risposta in termini di opinioni (secondo me si deve coltivare, oppure non si deve coltivare), lo sforzo del sillabario non sarà servito a nulla, ma se qualcuno, dopo aver letto, cercherà altri argomenti per capire meglio quale soluzione adottare, allora questa conoscenza di base sarà servita come starter per avviare un percorso di curiosità, di interesse e di approfondimento.

ricerca scientifica, Rabdo passato da volpe morente a cane

Poi a gennaio sono arrivate le prime notizie sul COVID-19 ed in febbraio è uscito il nuovo instant book di Roberto Burioni e Pier Luigi Lopalco, dal titolo Virus. La grande sfida. Il secondo capitolo si intitola” Contatto e contagio” e racconta lo sforzo di sopravvivenza di Rabdo che, passato da una volpe morente al cane Whiskey nell’attimo di un disperato ultimo morso, spinge il cane a mordere il suo padroncino ed a consentire a Rabdo di trovare un nuovo ospite temporaneo. Rabdo, il virus della rabbia, sembra un Rambo infinitesimamente piccolo ma altrettanto determinato. E poi si prosegue con il racconto di epidemie, di ratti e dei loro pidocchi, che sulle navi riescono a decimare tutti i marinai con drammatiche epidemie di peste (e qui consiglio di rivedere Bandiera gialla di Elia Kazan, 1950, uno dei miei incubi di bambina, dopo averlo visto in televisione!).

Ma non è finita: i virus sono praticamente degli zombie, perché se trovano il loro ospite possono essere paragonati ad esseri viventi, come le mucche (quindi sono vivi), ma se l’ospite non c’è restano solo piccolissime particella di materia inanimata, inanimata come una bistecca (quindi un non vivi) e il culmine si tocca quando, per spiegare in modo ancora più vivido il machiavellismo dei virus, vengono chiamati in causa i dinosauri: un virus di questi bestioni (p. 63):

rimasto infettivo nell’ambiente del Giurassico fino ad oggi, non è un virus, ma qualcosa di completamente inanimato perchè i dinosauri sono estinti,…ma se riapparissero i dinosauri, come è accaduto in qualche film di fantascienza, tornerebbe magicamente virus

Un vero Jurassic park, altro che lo zoo safari dietro casa!

Appassionante, senza dubbio, ma oltre a questo cosa accomuna i due volumi? Di certo lo scopo degli autori è quello di divulgare le conoscenze scientifiche, offrendo al lettore le informazioni che gli permettono di prendere posizione, come nel caso degli OGM, o di decidere, come nel caso delle epidemie, quali siano i comportamenti corretti da seguire per evitare che il virus si diffonda, perché più carte del mazzo si possiedono e più è facile comprendere anche le ragioni di scelte di salute pubblica che altri prendono per noi.

 Però, quello che veramente hanno in comune i due volumi, è una divulgazione che ha imboccato la strada della narrazione e del racconto, senza il timore di scegliere esempi non convenzionali, se questi ultimi sono in grado di suggerire collegamenti tra i risultati della ricerca scientifica e la nostra esperienza quotidiana, dove tutto ciò che facciamo è un compito reale, con un significato diretto nelle nostre vite. La comunità scientifica potrebbe riflettere sul fatto che si può ridere delle scoperte scientifiche (su questo consiglio la lettura, o la rilettura, di Lascia stare i santi, sempre di Barbujani) e fare lo sforzo di abbandonare, passo dopo passo, la sicurezza che ci viene dall’indossare l’abito da cerimonia dei numeri che parlano al posto nostro, dell’aderenza ortodossa alle teorie ed ai metodi, dalla pretesa che siano gli altri ad avvicinarsi a noi, consegnando la loro fiducia nelle nostre mani come se fosse un assegno in bianco.

Proviamo invece a raccontare “buone storie” nell’ambito delle nostre discipline e sono sicura che il pubblico, lentamente, ci darà fiducia e ci chiederà di raccontare ancora.

Coronavirus e Greta Thunberg: sei gradi di separazione? (o forse meno…)

Contributo di Alessandra Bonoli

Fra le decine e decine di video, immagini, vignette da cui siamo bombardati in questi giorni, una arrivata ieri mi ha colpito particolarmente e fornito lo spunto per scrivere queste poche righe.  L’immagine, umoristica, ritrae Greta Thunberg in veste di analista di laboratorio, con provette in mano, che con sguardo sarcastico e compiaciuto esclama “ce l’ho fatta!”

Ce l’ho fatta… cosa? Procediamo appunto per gradi.

Greta Thunberg e Cambiamento Climatico

Greta ha avuto l’indiscusso merito di lanciare un accorato grido d’allarme, coinvolgendo i giovani e parlando con estrema durezza e convinzione ai grandi della terra (che spesso sulle tematiche ambientali tanto grandi non sono, ma anzi spesso meschini e pavidi). Intervenendo pochi giorni fa al Parlamento Europeo in merito al Green Deal, Greta ha chiesto semplicemente che i politici ascoltino quanto gli scienziati sostengono da anni: il cambiamento climatico si origina dal riscaldamento globale dovuto alle crescenti concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera a causa prevalentemente del carico antropico sul Pianeta e specificatamente all’uso dei combustibili fossili e che è urgente contenere l’innalzamento di temperatura, adottare strategie di adattamento e mitigazione. E l’Europa ha l’obbligo morale di adottare una seria e radicale politica sul clima da diffondere negli altri Paesi del mondo.

Cambiamento climatico e attività antropiche

L’IPCC, l’International Panel on Climate Change, che raggruppa scienziati di chiara fama a livello internazionale, da decenni pubblica i report sullo stato di salute del Pianeta, sulla base della più ampia e qualificata letteratura scientifica in materia. Nel 2018, lo Special Report sul Riscaldamento Globale sottolineava l’urgenza di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C, attraverso trasformazioni profonde e urgenti, lungimiranti e senza precedenti in tutti gli aspetti della società. Nell’ultimo report (2019) si legge ancora in merito alla forte interconnessione esistente fra cambiamento climatico, flussi di gas climalteranti e desertificazione, degrado dei territori e degli ecosistemi naturali e relativi rischi per la sicurezza alimentare. E vengono suggerite le stringenti azioni necessarie per un adattamento ai cambiamenti climatici e per il raggiungimento di una società più sostenibile ed equa.

Attività antropiche, inquinamento atmosferico e salute

Coronavirus, cambiamento climetico e Greta Thunberg

Anche questa connessione non ha più bisogno di essere confermata perché universalmente riconosciuta. Nel rapporto La sfida della qualità dell’aria nelle città italiane  redatto dalla Fondazione sviluppo sostenibile di Edo Ronchi in collaborazione con Enea (2017), si legge che che in Italia si hanno circa 91.000 morti premature all’anno per inquinamento atmosferico, di cui 66.630 per le polveri sottili PM2,5, 21.040 per il disossido di azoto e 3.380 per l’ozono e che per le polveri sottili PM2,5 si contano nel nostro Paese 1.116 morti premature all’anno per milione di abitanti. La zona più inquinata in assoluta da micropolveri è la Pianura Padana.

Anche l’Agenzia europea per la protezione dell’ambiente (EEA) sottolinea come l’esposizione all’inquinamento atmosferico possa portare a effetti negativi sulla salute, comprese le malattie respiratorie e cardiovascolari. E in questo periodo, numerose autorità sanitarie hanno avvertito che quei cittadini affetti da determinate patologie respiratorie preesistenti potrebbero avere una maggiore vulnerabilità a COVID-19.

Inquinamento atmosferico e diffusione del corona virus

Un interessante position paper dal titolo “Relazione circa l’effetto dell’inquinamento da particolato atmosferico e la diffusione di virus nella popolazione”, pubblicato qualche giorno fa a firma di stimatissimi colleghi dell’Università di Bologna, dell’Università degli Studi di Bari e di ricercatori della Società Italiana Medicina Ambientale, ipotizza l’esistenza di una stretta correlazione fra inquinamento atmosferico, in termini di particolato solido, e la diffusione del coronavirus. Più precisamente, si evidenzia come la specificità della velocità di incremento dei casi di contagio che ha interessato in particolare alcune zone del Nord Italia potrebbe essere legata alle condizioni di inquinamento atmosferico: le microparticelle presenti nell’aria, infatti, eserciterebbero una devastante azione di vettore e amplificazione del virus. Gli autori concludono suggerendo di tenere conto di queste considerazioni sollecitando misure restrittive di contenimento dell’inquinamento atmosferico.

Coronavirus e Greta Thunberg

Fermatevi!” aveva gridato Greta con emozione alla Cop 24 di Katovice, sollecitando azioni e politiche concrete da parte dei Paesi firmatari dell’accordo di Parigi.

E il mondo si è fermato. Improvvisamente.

Annullati i trasporti aerei, chiusa la maggior parte delle industrie, spente le auto nelle città, sospesi i cantieri…. Non per scelta strategica, certo.  Bensì per emergenza sanitaria, determinata dal corona virus.

Obiettivo prioritario: salvare la vita e tutelare la salute di miliardi di cittadini in tutto il mondo. Effetti collaterali e secondari: la natura sembra risorgere.

Immagini satellitari della Nasa e dell’Agenzia Spaziale Europea evidenziano una drastica riduzione delle emissioni di biossido di azoto nelle principali città cinesi tra gennaio e febbraio. Una foto dell’Italia mostra la pulizia dell’aria su tutta la penisola. Secondo un articolo dell’Internazionale, sulla base di studi degli ultimi giorni, rispetto allo stesso periodo del 2019, a febbraio le misure adottate dalla Cina hanno provocato una riduzione del 25 per cento delle emissioni di anidride carbonica rispetto allo stesso periodo del 2019.

Nei canali di Venezia tornano i pesci e l’acqua è limpida, alla banchina del porto di Cagliari e ancora in laguna veneta si avvicinano i delfini per giocare[1], cinghiali indisturbati per le strade di Sassari[2], aria più pulita e animali selvatici dal Friuli al Piemonte.

Un articolo intitolato “COVID-19 reduces economic activity, which reduces pollution, which saves lives” sostiene che le limitazioni imposte ormai da tutte le principali economie del mondo per fermare la diffusione della pandemia hanno evitato la morte per inquinamento di migliaia di vite nel mondo. Ovviamente nessuna affermazione che la pandemia sia favorevole alla salute e un toccasana per l’umanità, ma un fortissimo monito a riflettere su come un cambiamento profondo dei nostri stili di vita possa concorrere a ridurre l’inquinamento e in cascata a favorire il benessere e la salute dell’umanità.

Ma ancor più scientificamente attendibili i dati dell’Agenzia europea dell’ambiente (EEA) che mostrano un quadro accurato del calo dell’inquinamento atmosferico, soprattutto a causa della riduzione del traffico nelle città.

Tuttavia, affrontare i problemi di qualità dell’aria, di inquinamento, di cambiamento radicale nell’uso dell’energia e dei nostri stili di vita a lungo termine richiede politiche ambiziose e investimenti lungimiranti. Volendo dare una chiave di lettura costruttiva, l’attuale crisi e i suoi molteplici impatti sulla nostra società forse possono almeno far intravedere ciò che la maggior parte degli scienziati impegnati su questi temi sostengono da anni, ovvero che è ormai necessaria e urgente una transizione giusta e ben gestita verso una società resiliente e sostenibile.

Per non essere più costretti a fermarci ancora in futuro. E forse in modo irreversibile.


[1] fonte: Marevivo
[2] fonte: Unione Sarda

Le relazioni non pericolose. Vita di coppia al tempo del coronavirus

Contributo di Luigi Balestra

I tempi del Coronavirus hanno decretato la nascita, con inusitata rigidità, di un antagonismo tra plurimi interessi, condensati attraverso variegate articolazioni in libertà, diritti e obblighi, che in tempi normali convivono senza che il perseguimento dell’uno rappresenti motivo di pregiudizio dell’altro (solo per fare alcuni esempi: libertà di movimento, diritto di riunione, diritto d’iniziativa economica; diritto al lavoro, tutela della salute di ciascun individuo, salute pubblica). 

 Il varo di prescrizioni dal contenuto altamente proibitivo indirizza la riflessione innanzitutto sulla tendenza, tipicamente contemporanea, a non attribuire peso adeguato – di talché sottovalutandoli – agli interessi fondamentali che nutrono la personalità degli individui mediante il riconoscimento in capo a ciascuno delle relative libertà; capsule, queste ultime, che servono a rivestirli di forma e a dotarli di consistenza al cospetto dell’ordinamento giuridico.

 La percezione di quel che significhi poter godere di libertà, delle implicazioni alle medesime sottese ai fini del pieno sviluppo della personalità umana, dello stato di benessere che sono in grado di generare, si ha solo nel momento in cui esse, per ragioni legate alla salvaguardia di interessi altrettanto fondamentali, risultano, seppur per motivi contingenti, soccombenti.

Ricorrendo allegoricamente al pensiero di Nietzsche sulla felicità, ben potrebbe dirsi che la libertà non ha volto ma spalle, la si vede solo quando se ne è andata.

 La compressione della libertà di movimento, l’obbligo di rimanere a casa – ancorché con tutte le deroghe ispirate pur sempre dalla logica del ragionevole contemperamento rispetto ad altri interessi astrattamente meritevoli tutti di tutela – ha annientato dinamiche relazionali vissute sino a ieri alla stregua di componenti rilevanti, alle volte imprescindibili, dell’esistenza di ognuno. Al tempo stesso ne ha potenziate altre, da cui potranno scaturire nel medio periodo, e all’esito della crisi in atto, conseguenze in parte dirompenti, non tutte facilmente prevedibili e comunque non catalogabili sulla scorta delle acquisizioni maturate ad oggi sul piano delle dinamiche comportamentali. Dinamiche che meritano, anche perché non v’è dubbio che diverranno osservatorio privilegiato per coltivare quell’anelito quasi utopistico della ricerca e dell’individuazione di valori condivisi, l’attenzione di più di un genere letterario, dovendosi dar per scontato che la riflessione dovrà orientarsi in senso pluridisciplinare.

 Un rapido riferimento, conscio della necessità che un tema di tal portata venga affrontato attraverso la concessione di ben altro spazio, deve essere riservato al fenomeno delle relazioni sentimentali in tempi di restrizione della libertà di recarsi all’esterno.

 Molti romanzi, anche di recente, hanno frequentemente focalizzato l’attenzione sull’unione coniugale e, più in generale, sulle unioni fondate sull’amore di coppia, proscenio privilegiato per osservare un intreccio sovente inestricabile di sentimenti che si dipanano secondo dinamiche irriducibili a schemi. Riflettere su ciò che accade nell’ambito delle relazioni affettive offre una chiave di lettura, di non secondaria importanza, per analizzare gli andamenti di una realtà socio-economica fluttuante, in cui gli stili di vita condizionano e, a loro volta, risultano condizionati in primo luogo dall’ambiente di appartenenza e, poi, dal contesto generale, sempre più vissuto in una prospettiva globalizzante.

 L’obbligo di rimanere a casa, se ha posto le coppie non conviventi in una forzosa situazione di distacco, ha per converso, in relazione a molti ambienti domestici, dato luce e volto nuovi al dovere di coabitazione tra coniugi, gravante parimenti sui componenti le unioni civili e, quanto meno sotto il profilo morale, sui conviventi more uxorio. Si sta dunque assistendo a una sorta di standardizzazione dei comportamenti nei contesti familiari i quali, ormai da lungo tempo, risultavano informati a logiche tipicamente individuali, tese a privilegiare dinamiche di permanenza all’esterno. La coabitazione, effetto immediato del divieto di non varcare l’uscio di casa, se non per il tempo strettamente necessario a soddisfare bisogni imprescindibili e, ogni caso, in luoghi contigui all’abitazione, è diventata il dirompente substrato lungo il quale i ritmi della quotidianità, totalmente mutati, sono scanditi nella loro inquietante ripetitività. Ragion per cui viene da chiedersi, ma il lettore avveduto penserà immediatamente a una domanda di stampo retorico, in quale condizione verseranno le relazioni di coppia nel momento in cui ci si avvierà verso il ritorno alla normalità.

 Forse, e in ciò – non desidero certo nasconderlo – per certi versi una boutade, l’unica possibilità per uscire indenni da un periodo come quello che stiamo vivendo consiste nell’abbandonare la visione idealizzata dell’amore, così come esaltata attraverso la sua collocazione in una dimensione sacrale, per concepire con Montaigne il matrimonio in termini di alleanza e di amicizia.

(articolo già pubblicato in Giustizia civile.come qui riproposto con l’autorizzazione della rivista)

Noi, il SARS-CoV-2 e molto altro: storie di prede e predatori

Contributo di Luca Lambertini

Scrivo queste note per unirmi agli interventi La Salute è Unica di Alessandra Scagliarini, Previsioni, profezie e modelli ai tempi del Coronavirus di Ignazio Drudi e Reazioni a catena diEmanuele Ghedini. In breve, cercherò di spiegare come e perché mi sono inserito nella loro scia.

La Natura ci ha regalato il pianeta che abbiamo, e per ora non sappiamo se un evento del genere sia stato, è o sarà possibile anche altrove, essendo troppi gli interrogativi che attendono ancora una risposta.

Tuttavia, la Natura è anche un killer dotato di una creatività eccezionale, e dispone di un’urna di enormi dimensioni piena di palline di tutti i colori. E ogni colore (ad esempio, il grigio) può avere non 50 ma infinite sfumature, e questo vale anche per le palline dipinte per non-colori come il bianco e il nero. Stavolta la Natura ha estratto una pallina decisamente nera, per quanto non la più nera di tutte.

Cosa c’entriamo noi? Be’, la stiamo sfidando a farlo da decenni, in particolare dalla ricostruzione iniziata dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, che ha segnato un’accelerazione e un’intensificazione dei nostri maltrattamenti all’indirizzo del pianeta, iniziati due secoli e mezzo fa abbondanti, con la prima rivoluzione industriale.

L’estrazione delle palline è sempre avvenuta, ma quello che stiamo facendo aumenta la probabilità che (a) la Natura ne estragga una nera, (b) il nero di cui è dipinta sia più intenso, e (c) questo tipo di estrazione diventi più frequente.

In questi anni – ma sarebbe stato meglio iniziare molto prima – stiamo discutendo di ciò che dovremmo fare per realizzare i contenuti programmatici dell’Accordo di Parigi affinché tra ottant’anni non accada qualcosa di irreparabile. Come dire che sappiamo – e con “sappiamo” mi riferisco alle conoscenze scientifiche di cui siamo in possesso, non a qualcosa che “crediamo sia vero” – a cosa andiamo incontro, e abbiamo tre decenni per rimediare. Quello che stiamo vivendo ora è un evento diverso, perché a una data qualsiasi una pandemia ha una probabilità molto bassa di verificarsi, ma è quasi certo che si verifichi nel lungo periodo (a patto che sia sufficientemente lungo).

Ed è una risposta probabilistica della Natura al nostro atteggiamento ingrato e anche scandalosamente miope, considerando appunto che collettivamente non pensiamo praticamente mai al fatto che possa aumentare la probabilità di cui sopra. Tutto questo vuol dire che la nostra posizione politica, scientifica ed economica nei confronti della pandemia che ci sta colpendo fa parte integrante del volume di riflessioni e azioni che dobbiamo sviluppare per affrontare e risolvere il problema del mutamento climatico, sotto il cui ombrello rientrano la governance di un sistema economico globale, il progresso tecnico, le migrazioni, la siccità, la carestia, la diseguaglianza

Non siamo disarmati. In particolare, sappiamo rappresentare la dinamica di un’epidemia o di una pandemia con strumenti matematici analoghi a quelli che, oltre a descrivere la reazione a catena in un reattore o la crescita di una popolazione biologica limitata solo dalla capacità di sostentamento del suo habitat naturale, catturano anche la diffusione di innovazioni e dei messaggi pubblicitari in una popolazione di consumatori.

E fanno anche di più, perché con piccole variazioni descrivono anche l’interazione ostile tra popolazioni biologiche, in quello che è noto come modello “preda-predatore” a partire dai lavori di Alfred Lotka (1925) e Vito Volterra (1931), basati sul lavoro di Verhulst (1838) citato da Ignazio Drudi. Il modello di Lotka e Volterra nasceva per descrivere l’interazione tra (ad esempio) leoni e gazzelle, ma spiega anche il nostro sfruttamento delle risorse naturali.

Con una differenza: mentre i leoni smettono pro tempore di uccidere, noi non smettiamo di sfruttare il pianeta, comportandoci sistematicamente come i cacciatori di bisonti in Nord America e i balenieri nei sette mari, spingendo troppo spesso le specie biologiche oltre l’orlo dell’estinzione.

Il punto è che nel racconto di queste vicende noi siamo i predatori e il resto della vita sulla terra è una lunga serie di prede. In questo momento ci troviamo a ricoprire il ruolo della preda, e il SARS-CoV-2 è il predatore, che ha come unico scopo la propria riproduzione tramite noi.

La variazione sul tema Lotka-Volterra che descrive l’andamento di una epidemia è noto (che io sappia) almeno a partire da Kermack e McKendrick (1927), e contempla una malattia infettiva (il predatore) che percorre come un’onda che prende la forma di un gruppo di individui infetti una popolazione di individui suscettibili (le prede), che possono restare sani (o essere immuni, in piccola percentuale), diventare positivi ed eventualmente guarire, cronicizzarsi o perdere la vita.

La curva logistica al modo di Verhulst, Lotka e Volterra che appare nel primo grafico mostra l’andamento della popolazione suscettibile (S), percorsa dal fronte d’onda infettivo (I). La z sull’asse orizzontale può rappresentare il tempo o lo spazio, o entrambi (perché entrambe le popolazioni evolvono nel tempo ma sono distribuite nello spazio: non voglio tediarvi con dettagli formali).

Il punto (z, S) in cui cambia l’andamento della curva, che da convessa diventa concava (e quindi “rallenta”) è il punto (di flesso) in corrispondenza del quale la logistica raggiunge il massimo tasso di crescita. Poi la popolazione suscettibile continua a crescere, ma, appunto, più lentamente, fino a stabilizzarsi a lungo termine in corrispondenza di una dimensione massima Smax il cui volume può dipendere da molti fattori (tra cui l’intensità e la frequenza delle connessioni interpersonali locali e internazionali, si badi bene). Siccome spesso si discute del “picco”, di cosa si tratta? Non è altro che lo specchio della Figura 1 tradotta in altri termini, quelli che appaiono nel secondo grafico.

Nella Figura 2 appare la curva del tasso di crescita istantaneo dS/dt che caratterizza la logistica della Figura 1, e il tasso massimo viene raggiunto in corrispondenza di S, che è la stessa S corrispondente al flesso della logistica.

Passare per il flesso o raggiungere e poi oltrepassare il picco sono due affermazioni equivalenti, che però non significano che poi il problema sia risolto, perché stabilizzare la dimensione della popolazione aggredita dall’epidemia o pandemia è un processo che richiede tempo. Non sappiamo ancora se stiamo scollinando oppure no, ed è per questo che dobbiamo rimanere in casa il più possibile, perché qualsiasi rilassamento potrebbe avere l’effetto di rimettere in moto la dinamica della pandemia.


Approfondimenti bibliografici

Lotka, A.J. (1925), Elements of Physical Biology, Philadelphia, Williams and Wilkins.
Kermack, W.O. e A.G. McKendrick (1927), “Contributions to the Mathematical Theory of Epidemics”, Proceedings of the Royal society of London, A, 115, 700-721.
Verhulst, P.H. (1838), “Notice sur la loi e la population poursuit dans son accroissement”, Correspondences Mathématique et Physique, 10, 113-121.
Volterra, V. (1931), “Variations and Fluctuationsof the Number of Individuals in Animal Species Living Together”, in R.N. Chapman (a cura di), Animal Ecology, New York, McGraw-Hill.

La cura. Evoluzione biologica dell’uomo e cooperazione come fattore evolutivo

Contributo di Maria Giovanna Belcastro

In una strofa della bellissima canzona “La cura” di Franco Battiato

E guarirai da tutte le malattie
perché sei un essere speciale
ed io, avrò cura di te

c’è quella speranza di vita e di lotta contro tutti i mali fisici e morali che affliggono l’uomo.

Oggi siamo attoniti di fronte al COVID-19 (Corona Virus Disease 2019) che ci sferza e ci piega come mai avremmo immaginato, se non in qualche proiezione teorica sulle catastrofi da pandemia o nelle parole premonitrici di Bill Gates che in una TED conference nel 2015 prefigurava il drammatico scenario di un’epidemia in tempo di globalizzazione, allertando sulla necessità di non farci trovare impreparati. La realtà con cui oggi ci stiamo misurando mostra mezzi ancora inefficaci e insufficienti ma anche una strenua passione e dedizione nell’affannoso tentativo di resistenza al virus. Colpiscono infatti la volontà e l’impegno straordinari e a tratti eroici di tanti operatori sanitari che si prendono cura dei malati cercando di scongiurarne la morte ma anche costretti a scelte drammatiche (cura vs. morte) e i soli a poter dare l’ultima carezza – moderni sciamani.

La compassione verso l’altro, intesa come partecipazione al dolore e alla sofferenza, ma anche come attitudine a prendersi cura degli altri (vivi e morti) non è prerogativa esclusiva di Homo sapiens perché presente anche in altri animali sociali, come alcuni Primati non umani (van Leeuwen et al., 2017).

Nell’uomo tuttavia cooperazione, cura e assistenza evolvono precocemente come parte di un peculiare sistema cognitivo e come specializzazione socio-culturale che diventa strategia di controllo delle malattie (Kessler et al., 2018). La cooperazione, appunto, come fattore di evoluzione. È un concetto espresso già da tempo e che si adatta non solo alla specie umana (Novak, 2006) ma che nell’uomo rappresenta la base dell’organizzazione sociale, così articola e complessa sempre in equilibrio tra individualismo e senso di appartenenza alla collettività.

Cooperare significa, quindi, anche prendersi cura del malato per scongiurarne la morte, ma anche del morto per gestire quel permanente conflitto tra l’evento naturale e la sua accettazione (De Martino, 1958) e per evitarne l’oblio. I riti funerari hanno questa funzione.

Quando possiamo trovare traccia di queste attitudini?

L’uomo compare poco meno di 3 milioni di anni fa in ambienti di savana africana, difficili per la sopravvivenza. Vita dura e strenua competizione per questi sparuti gruppi di ominidi (scarsi corridori, con denti da onnivoro e con un ventre esposto agi attacchi dei predatori, perché non protetto da alcuna struttura ossea)! Le mani libere di manipolare l’ambiente esterno, di produrre la prima tecnologia litica per difendersi e per procacciarsi il cibo, ma anche per curare e rassicurare, un cervello sempre più efficiente, hanno rappresentato strategie adattive biologiche e comportamentali efficaci rispetto a quelle di altri ominidi, che pure abitavano gli stessi ambienti. La tecnologia come efficace e rapida risposta a supporto e a favore di quella biologica (nettamente più lenta). In questi ambienti, in gruppi così piccoli e in lotta per la sopravvivenza, la scomparsa di un componente, se da una parte poteva essere vantaggiosa per l’economia di questi primi scavengers-gatherers-hunters, dall’altra poteva causare una ridotta capacità di organizzarsi e di reagire agli insulti esterni, più efficace se non lasciata alla risposta del singolo.

Non sappiamo quando cura e assistenza si manifestino per la prima nella storia dell’uomo (e se vi fosse un ruolo dedicato a svolgere queste funzioni) perché il record fossile è frammentario ma soprattutto perché ci sfugge tutto ciò che è distante dai nostri sistemi culturali. Circa 400 000 anni fa, nel Pleistocene medio, appaiono manifestazioni legate alla cura del morto in Africa e in Europa (segni di trattamenti e manipolazioni del corpo peri mortem, primi ricoveri di cadaveri).

Tra i Neandertaliani, vissuti tra circa 200 e 40 000 anni fa in Europa, in Asia centrale e nel Levante, e di cui si conserva un ampio record fossile e parte del loro mondo simbolico, questi segni sono più tangibili. I Neandertaliani praticavano azioni terapeutiche per curare i vivi (es. amputazioni, cure dentistiche e forse i primi tentativi di trapanazioni del cranio), accettandone la diversità e le menomazioni fisiche (es. il Neandertaliano di Shanidar nel Kurdistan iracheno che aveva perso un braccio, era zoppo ed affetto da sordità; Trinkaus et al., 2019) e seppellivano i morti. Queste pratiche dovevano coinvolgere le comunità dando la misura di quanto fosse complesso (e necessario) allora come oggi dare senso alla vita e alla morte.

Vere e proprie epidemie che hanno plasmato l’evoluzione umana recente compaiono con i fenomeni migratori dell’uomo moderno (Comas et al., 2013; Donoughe et al., 2015) e dall’aumento demografico che con la transizione neolitica si accentua, incrementando la promiscuità tra uomini e tra uomini e animali e l’insorgere di infezioni zoonotiche da parassiti, batteri e virus.

Oggi siamo in tanti (oltre 7 miliardi) ma soli (unica specie Homo sapiens), dominiamo tutte le nicchie ecologiche, e siamo distribuiti in modo ampio e ubiquitario, e con noi quei microrganismi e parassiti nostri ospiti. Occasionalmente questi o altri microrganismi si sono manifestati e si manifestano ancora in tutta la loro aggressività producendo effetti drammatici, devastanti e più difficilmente arginabili nel mondo globalizzato.

Ci scopriamo fragili di fronte a questa pandemia che tutti ci accomuna e bisognosi di cure. Le terapie mediche e i funerali partecipati in cui prendere il tempo necessario per poter abbracciare per l’ultima volta i propri cari, non sono più assicurati e scontati in tempi di COVID-19. Nel tempo e nelle società più moderne ci siamo adattati all’idea che l’accompagnamento alla morte avvenga quasi sempre negli ospedali ma si vacilla di fronte a questo sconosciuto senso di incompiutezza.

Ripercorrendo la nostra storia evolutiva lontana e recente e quando tutto questo sarà un ricordo, dovremo ricordarci della compassione e della solidarietà che oggi proviamo per i nostri parenti e amici colpiti da questa oscura e terribile malattia. Quando tutto questo sarà un ricordo dovremo ricordarci di coltivare gli stessi sentimenti anche verso quelli che vivono nella disperazione e nella solitudine a cui non sono assicurati né cure né luoghi di sepoltura in cui i congiunti possano piangerli. Verso questi uomini dobbiamo provare la stessa compassione perché ognuno di noi è un essere speciale.


Approfondimenti di lettura

Comas I, Coscolla M, Luo T, Borrell S, Holt KE, Kato-Maeda M, Parkhill J, Malla B, Berg S, Thwaites G, Yeboah-Manu D, Bothamley G, Mei J, Wei L, Bentley S, Harris SR, Niemann S, Diel R, Aseffa A, Gao Q, Young D, Gagneux S (2013) ‘Out-of-Africa migration and Neolithic coexpansion of Mycobacterium tuberculosis with modern humans’. Vol. 45, 10, Nature GeNetics doi:10.1038/ng.27441176-1182

De Martino E (1958) Morte e pianto rituale nel mondo antico: dal lamento pagano al pianto di Maria, Einaudi, Torino.

Kessler SE, Bonnell TR, Setchell JM, Chapman CA (2018) ‘Social Structure Facilitated the Evolution of Care-giving as a Strategy for Disease Control in the Human Lineage’. Scientific Reports 8:13997. DOI:10.1038/s41598-018-31568

van Leeuwen EJC, Cronin KA, Haun DBM (2017) ‘Tool use for corpse cleaning in chimpanzees’. Scientific Reports, 7:44091. DOI: 10.1038/srep44091

Nowak MA (2006) ‘Five Rules for the Evolution of Cooperation’. Science 314, 1560. DOI: 10.1126/science.1133755

Spikins P, Needham A, Wright B, Dytham C, Gatta M, Hitchens G (2019) ‘Living to fight another day: The ecological and evolutionary significance of Neanderthal healthcare’. Quaternary Science Reviews 217 (2019) 98e118. https://doi.org/10.1016/j.quascirev.2018.08.011

Trinkaus E, Samsel M, Villotte S (2019) ‘External auditory exostoses among western Eurasian late Middle and Late Pleistocene humans’. PLoS ONE 14(8): e0220464. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0220464 Donoghue HD, Michael Taylor G, Marcsik A, Molnár E, Pálfi G, Pap I, Teschler-Nicola M, Pinhasi R, Erdal YS, Velemínsky P, Likovsky J, Belcastro MG, Mariotti V, Riga A, Rubini M, Zaio P, Besra GS, Oona Y.-C. Lee OY-C,

E se domani… tutto tornasse come prima? Comunicazione, informazione e valore della conoscenza prima e dopo il Coronavirus

Contributo di Silvia Mei

E se domani, io non potessi rivedere te… Mai più profetiche potevano essere le parole dell’evergreen cantato da Mina, tornata in questi giorni sui nostri schermi in occasione dei suoi 80 anni. Stefano Massini, nel dossier dedicato da «Robinson» sabato 21 marzo, interpreta il “metaforico” titolo alla luce della nostra storia politica, correva l’anno 1964: “Non v’era abbastanza per dubitare del poi?”, commenta. Quella canzone mutatis mutandis riafferma oggi la sua attualità.

Con l’epidemia in corso possiamo infatti liberarci a immaginare l’utopia del “giorno dopo” mentre stiamo vivendo la distopia ipermoderna dell’isolamento, della solitudine, dell’autoreclusione che ci interfaccia col mondo solo attraverso uno schermo – la finestra da tavolo da cui sporci sulle news, anche quelle fake – ma che ci fa sentire stranamente vivi e più prossimi nella disgrazia. O forse sempre meno umani?

Il bisogno di relazione, di sentirsi parte unitaria di un tutto è quanto ci spinge fuori, ad aprire la finestra, quella vera di casa, e a cantare – come molti in vari quartieri e città del Paese – per cercare la vita intorno, per invocare l’umanità circostante, per trovare una eco alla nostra nostalgia, per resistere all’isolamento e alla chiusura vagheggiati fino a qualche mese fa dalle destre. È a suo modo, questo canto strozzato, straziato e liberatorio una forma di preghiera, di resistenza, di comunicazione profonda e sincera (esibizionismi a parte).

È però sul piano della comunicazione e dell’informazione di massa che si sta giocando la terribile partita che stringe le nostre esistenze. Ed è proprio su questo punto che dovremmo immaginarci migliori. Faccio riferimento a due dossier diffusi quasi contemporaneamente tre mesi prima dell’allarme coronavirus: A world at risk, prodotto dall’OMS e dalla Banca Mondiale, e lo studio americano Global Health Security Index, pubblicato dalla John Hopkins School (si veda il rapporto compilato per “L’Espresso” da Emiliano Fittipardi nel n. 11 dell’8 marzo 2020, pp. 18-27).

Se il primo ammoniva l’UE di essere impreparata a fronte di un imprevisto come un’emergenza sanitaria, il secondo riconosceva come politicamente strategico, in caso di crisi, un punto cruciale: “comunicazione del rischio alla popolazione”. E l’Europa, messa subito alla prova dei fatti, ha confermato i profetici esiti dell’inchiesta, mostrandosi fallace proprio sul versante dell’efficacia comunicativa.

Nelle prime settimane di emersione del contagio, ma anche in questi giorni di “bollettino di guerra delle 18”, gli organi di informazione italiani (oltralpe non è stato molto diverso), dimenandosi tra trasparenza, political correctness e posizioni discordanti sul virus infettante, non hanno realmente contribuito a informare – parola altamente scivolosa e ambigua, per altro – e a fornire con la giusta efficacia indicazioni indispensabili per arginare il contagio.

L’incisività dell’informazione misura la temperatura del consenso e dell’obbedienza civile e contribuisce, tanto più oggi, alla regolamentazione dei rapporti sociali. Comunicare il rischio significa saperlo gestire; usare l’arma dei media denota capacità di controllo interno e garanzia di sicurezza nazionale.

Confusione, incertezza, emergenza hanno di conseguenza portato a usare una comunicazione imperativa e ossessiva nelle raccomandazioni e nei divieti, volta ben poco a tranquillizzare bensì piuttosto a incrementare fattori di stress emotivo. Il quadro apocalittico che ogni giorno viene composto contribuisce ad alterare la percezione di una realtà che non è possibile comprendere se non attraverso le narrazioni che di essa ci vengono fornite (basti pensare alle gravi reazioni scatenate la sera del 7 marzo dalla fuga di notizie attraverso i media sull’imminente DPCM).

Se i media generalisti continuano a essere seguiti dalla maggior parte delle persone per informarsi, è però nel patchwork mediale, attingendo cioè a più canali e strumenti messi a disposizione dal digitale, che ciascuno, a suo modo, ricostruisce la propria versione della realtà: rassicurante (con l’apotropaico “Andrà tutto bene”, che colora d’arcobaleno finestre e balconi, e che è diventato un hashtag), catastrofica (quarantena lunga un anno e mezzo), complottista (con e senza il ripescaggio del servizio di Rai-Leonardo nel 2015 sull’ipotesi artificiale della Sars Cov 2), etc.

È allora in questo stato di eccezione che possiamo e dobbiamo aprire un dibattito serio sulle forme e i modi della comunicazione e del suo inestricabile intreccio con l’informazione, e su come soprattutto nell’ultimo decennio la politica nostrana ne abbia fatto uso, de-medializzando vecchi e nuovi media per virtualizzare il confronto sui social e premere sui fattori emotivi e viscerali del cittadino-elettore. L’attuale condizione potrebbe d’altra parte portare a riequilibrare le perversioni della nostra società della disinformazione, dove tutti producono notizie depotenziando il valore delle fonti e dell’autorevolezza di un intervento.

Nei talk show dell’ultimo mese sono tornati (finalmente!) a parlare esperti seri e accreditati contribuendo a riconfigurare i toni dei dibattiti, odierni e, si spera, futuri. Finalmente ad accademici e scienziati viene ridata voce, riconsegnato uno spazio degno di una comunicazione civile. Forse questi mesi ci porteranno a riconoscere il valore della conoscenza, la necessità della ricerca, la crucialità di alcune strutture e servizi e il rispetto del personale che vi lavora. Ci riferiamo a quei settori messi in sofferenza dalle spending review degli ultimi anni e invece prioritari in un paese che voglia continuare a figurare nel primo mondo del terzo millennio. Come sbagliarsi, stiamo ovviamente parlando di scuola, ricerca, sanità!

E se domani, e sottolineo se…

L’evoluzione dell’epidemia e la stima degli scenari futuri

Contributo di Antonio Barletta e Beatrice Pulvirenti

Ogni volta che si cerca di modellare un fenomeno complesso, il rischio è quello di banalizzare. Tuttavia, in fisica e in ingegneria, un approccio basato su poche ipotesi, purché chiare, è spesso molto utile per cercare di catturare i tratti più importanti di un fenomeno.

Un semplice modello della crescita epidemica può essere formulato decidendo di controllare il numero N(t) di persone infette ad un certo tempo t. La popolazione, supponiamo, sia Nmax. La popolazione può riferirsi a una regione, a una nazione o all’intero pianeta.

Se facciamo l’ipotesi che, in un tempo Δt, la variazione ΔNdel numero di persone infette cresca in modo proporzionale al numero di persone infette, allora la crescita del numero N(t) sarà esponenziale. Questo regime di crescita è plausibile in uno scenario in cui ciascuna persona infetta è capace di infettare un numero di persone sane pari a aΔt, dove a è una costante che rappresenta il tasso di crescita esponenziale.

Tuttavia, quando il numero degli infetti N(t) diventa abbastanza grande allora la disponibilità di persone sane da infettare all’interno della popolazione tende a diminuire, cosicché l’evento per cui un infetto contagia una persona sana tende a diventare progressivamente più improbabile. Naturalmente, questa osservazione potrebbe dare luogo a diversi scenari nel caso in cui una persona infetta può guarire dall’infezione ed essere nuovamente infettata. Supponiamo che il tipo di infezione che studiamo non consenta una recidiva e andiamo avanti con il ragionamento. La diminuzione della probabilità di infezione di individui sani da parte di un singolo individuo infetto corrisponde ad avere un coefficiente a che diminuisce all’aumentare di N(t),

a = α – β N(t).

Questa diversa caratterizzazione del coefficiente a di fatto cambia la natura della crescita esponenziale in favore di una crescita logistica. La crescita logistica, su tempi lunghi, dà luogo ad una sorta di stato di equilibrio che, in termini strettamente matematici, è asintotico cioè ottenuto per un tempo t infinitamente grande. Lo stato di equilibrio corrisponde a una popolazione di individui infetti costante data dal rapporto α/β.

Grafico che indica l'evoluzione epidemia. La linea arancione indica la crescita esponenziale mentre la linea blu indica la crescita logistica
La linea arancione indica la crescita esponenziale mentre la linea blu indica la crescita logistica

Pur nella semplicità, al limite della faciloneria, del modello logistico di evoluzione epidemica, è sorprendente come, con un’opportuna determinazione dei parametri α e β, si possa ottenere un buon accordo con i dati provenienti dalla Protezione Civile italiana. Dobbiamo precisare che i dati disponibili si riferiscono alle persone cui è stata diagnosticata l’infezione (i famosi tamponi) e non le persone infette. Assumere un trend logistico sulla prima tipologia di contagiati assumendo la validità di un modello ragionevole per la seconda tipologia è decisamente una forzatura. Tuttavia, possiamo sempre ipotizzare che esista un fattore moltiplicatore costante che leghi la prima tipologia di contagiati alla seconda. In altre parole, l’ipotesi è che il rapporto tra il numero di contagiati e il numero di contagiati diagnosticati sia una costante, in larga parte ignota, ma una costante.

Altro aspetto metodologico, non di poco conto, è legato alla mancanza di riferimenti alla situazione territoriale del caso italiano. Si controlla l’evoluzione di N(t) sapendo che quel numero si riferisce all’intera Italia, pur con una distribuzione fortemente non uniforme. Quindi, ogni predizione circa l’evoluzione di N(t) avrà necessariamente significati estremamente diversi da regione a regione e da città a città. È come dire che in alcune regioni se ne uscirà prima mentre in altre se ne uscirà dopo, ma puntiamo a capire quando i numeri saranno favorevoli su scala nazionale.

Un tema che dovrà essere sviluppato nella modellistica dell’evoluzione epidemica è proprio quello della diffusione territoriale e la sua variazione nel tempo. Occorre introdurre la variabile spazio oltre alla variabile tempo. Occorre modellare realisticamente i flussi di persone nel territorio sapendo che, inevitabilmente, le persone tendono a spostarsi verso zone in cui il contagio è meno virulento. Accade come nel modello della trasmissione del calore in un mezzo materiale: il calore fluisce nella direzione in cui la temperatura ha valori più bassi. Analogamente, durante un’epidemia, le persone tendono a spostarsi nella direzione in cui il numero dei contagi è più basso.
Senza divagare troppo su ulteriori possibili sviluppi del modello matematico, ritorniamo alla curva logistica che descrive l’evoluzione di N(t), al caso italiano e ai dati della Protezione Civile.

Grafico che indica l'evoluzione dell'epidemia. Evoluzione dell’epidemia di Covid-19 in Italia con i dati reali forniti dalla Protezione Civile (cerchietti) fino al 29 Marzo 2020. La curva in rosso è la curva logistica che interpola i dati
Evoluzione dell’epidemia di Covid-19 in Italia con i dati reali forniti dalla Protezione Civile (cerchietti) fino al 29 Marzo 2020. La curva in rosso è la curva logistica che interpola i dati

I parametri che caratterizzano la curva logistica che caratterizza l’evoluzione epidemica in Italia sono:

α = 0.2066,             β = 0.001695,

o meglio, questi sono i valori numerici da usare misurando il tempo in giorni. Con questa stima dei parametri del modello logistico il numero di individui infetti, N, raggiunti asintoticamente ovvero per tempi lunghi, α/β, sarebbe circa 122000. Ricordiamo che, basandoci sui dati della Protezione Civile, questo numero si riferisce ai contagiati diagnosticati e non al totale dei contagiati. Sempre secondo il modello logistico, non si dovrebbe superare questo numero. Quando l’evoluzione dell’epidemia approssimerà questi livelli, sarà plausibile aspettarsi un numero di nuovi contagi prossimo a zero. Se è vero che N = α/β è una condizione asintotica, cioè ottenuta in un tempo infinito, può avere senso chiedersi quando questa condizione di stasi dell’epidemia sarà raggiunta a meno del 5%. Se chiamiamo T il tempo richiesto per raggiungere lo stato di equilibrio entro un’approssimazione del 5%, si può stimare T sulla base dei valori di α e β. Il calcolo fornisce T = 40 giorni. Quindi possiamo concludere che dopo 40 giorni, a partire dal 27 febbraio, sarà tutto finito? Difficile dare una risposta. Il modello usato è semplice, addirittura semplicistico, però si basa su ipotesi che ad oggi potrebbero apparire anche realistiche. Occorre tenere in considerazione la grande disomogeneità dell’epidemia nel territorio nazionale con dinamiche locali anche fortemente differenti. Bisogna anche riconoscere che la stima dei parametri logistici è ancora affetta da un grande errore, perché l’evoluzione si discosta ancora troppo poco da un’esponenziale. Tuttavia, immaginiamo che le modalità del contagio, largamente dipendenti dalla natura dell’agente patogeno, non cambino nel tempo. Immaginiamo che non ci siano i cosiddetti casi di ritorno, ovvero recrudescenze dell’epidemia dovute all’ingresso di individui infetti provenienti da altri paesi. Insomma immaginiamo una sorta di best case scenario e, forse, con tanto ottimismo verso la metà di Aprile potremmo cominciare a vedere la luce in fondo al tunnel.


Consigli per letture sull’argomento:
Drazin, P.G. Nonlinear Systems. Cambridge University Press 1992.
Drudi, I. Previsioni, profezie e modelli ai tempi del Coronavirus, www.parliamoneora.it, 2020.

Diseguaglianze, classi sociali e diritto alla salute. La giustizia secondo Platone al tempo del coronavirus

Contributo di Giorgio Tassinari

Nel bel contributo pubblicato qualche giorno fa su questo blog, La sfera pubblica al tempo della pandemia,  Mario Neve riprende il Protagora di Platone, ricordando che Zeus donò agli uomini, affinché non si autodistruggessero per via della loro ferinità, la politica, ovvero aidos (il rispetto) e dike(la giustizia). Ora, prosegue Neve, la reclusione domestica imposta dall’epidemia di Covid-19, ci restituisce il silenzio, ci protegge dall’aggressività dei social media ed in qualche modo anche la distanza, che è appunto presupposto del rispetto.

Concordo con Neve per quanto riguarda aidos, ma cosa dire per quanto riguarda dike, la giustizia. Innanzitutto come la concettualizziamo? Programma vasto! Accontentiamoci della concezione aristotelica di giustizia commutativa o regolatrice , ovvero quella che fa perno sul concetto di eguaglianza tra individui. Assumendo questa chiave di lettura, non possiamo non riflettere sul fatto che la letalità del virus è più elevata tra coloro che hanno già patologie in atto. Sono queste patologie diffuse in modo  casuale tra la popolazione? Ovviamente le persone anziane sono più interessate alla morbilità cronica, ma, come è noto da tempo, lo stato di salute di un individuo è connesso anche  alla classe sociale di appartenenza, come argomenta l’ampia letteratura  in merito.

Possiamo renderci conto di questo fatto già osservando il grafico e la mappa di questa figura che mostrano la speranza di vita alla nascita nel 2016 per regione e provincia (fonte Osservatorio Nazionale della Salute nelle Regioni Italiane, con sede a Roma all’Università Cattolica, ideato dal professor Walter Ricciardi, con un focus dedicato alle disuguaglianze di salute in Italia).

diseguaglianze, giustizia secondo Platone al tempo del coronavirus

Ulteriore conferma la  si ottiene   osservando le curve di sopravvivenza secondo la posizione nella professione (durante la vita attiva), tratte dalla Tesi di Dottorato di Carlo Lallo (La Sapienza) di questa seconda figura

diseguaglianze, giustizia secondo Platone al tempo del coronavirus

Vi è poi l’aspetto del rischio professionale, particolarmente alto dove i luoghi di lavoro sono ancora popolati (gli ospedali in primo luogo) le probabilità di contagio sono più elevate. Se dobbiamo imparare dalla Cina (e la Cina è vicina, lo diceva già Marco Bellocchio nel suo bel film del 1967) allora dobbiamo tener presente che là il contagio è stato fermato perché la provincia di Huabei è stata completamente “blindata”, tutti gli  uffici e le fabbriche erano  chiusi.

C’è ben poca dike nella vicenda del COVID-19 in Italia. Parchi chiusi (sacrosanto) e fabbriche aperte. Una stima della Fondazione Di Vittorio asserisce che nelle 80 classi di attività economica in cui l’ultimo decreto governativo autorizza a continuare la produzione sono impiegate circa 12 milioni di persone.

Un’altra situazione assai difficile è quella dei “bambini perduti”(ovvero quelli con cui l’istituzione scolastica ha perso i contatti) nella scuola dell’infanzia e nella scuola dell’obbligo, perduti perché non hanno né connessione ad internet né computer, né smartphone. E si potrebbe continuare a lungo. La crisi sanitaria provocata dal Coronavirus, palesemente una crisi di salute pubblica, ha esasperato le diseguaglianze economiche e sociali che già affliggevano l’Italia, ed è stata così grave proprio in ragione di quelle disuguaglianze

Riprendendo il registro neoplatonico, se aspiriamo a superare la stasis (ovvero la situazione di disordine distruttivo in cui ci troviamo) dovremmo cercare di realizzare una nuova homonoia, ovvero  una comunanza di visione, di concezione del mondo. E questo obiettivo, a mio parere, si può raggiungere solo restaurando la dike.  E in questi giorni e in queste ore, restaurare la dike significa primo luogo restaurare la giustizia sociale. Appare evidente che solo con il rafforzamento delle funzioni dello stato in economia sarà possibile approntare quei provvedimenti e quelle iniziative necessarie ad affrontare ed attenuare le conseguenze economiche e sociali della crisi sanitaria.

Proiettata sulle dimensioni della  politica economica e della politica tout court, ciò sta a significare il superamento definitivo (la rottamazione!) dell’apparato ordoliberista che costituisce la struttura profonda dell’Unione Europea, dal trattato di Maastricht al Patto di Stabilità alle politiche di austerity in senso lato.

I denominatori sono importanti! Tasso di letalità e tasso di mortalità per capire l’impatto epidemiologico del Coronavirus

Contributo di Davide Gori

In Palombella Rossa di Nanni Moretti, un ottimo regista italiano,  vi è una scena molto nota e incredibilmente attuale nella quale il protagonista, un ex-funzionario di partito rimasto senza memoria, se la prende con una giornalista schiaffeggiandola ed urlandole: “Ma come parla? Le parole sono importanti!”

Credo che ora più che mai, come sta accadendo in questa epidemia da Coronavirus, questa scena immortali un problema con cui noi tutti ci stiamo confrontando. Affidandoci alla grande informazione sentiamo tranquillamente parlare o leggiamo scritto di mortalità in Italia al “7 o 10%” per il COVID-19, senza effettivamente mai vedere esplicitato che cosa sia il “100” della percentuale.

Questo errore semantico, che è stato compiuto da moltissimi giornalisti in questi giorni (davvero chi è senza peccato scagli la prima pietra!), non può che generare (in coloro che magari masticano i numeri un po’ a fatica) paura e confusione. Fare una distinzione del genere non è, come direbbe Woody Allen, una “questione di semantica prepuziale” da epidemiologi, ma una questione davvero sostanziale per poter chiarire, sia per gli addetti ai lavori che al grande pubblico, quale sia l’impatto attribuibile e vero di un evento sanitario sulla popolazione e che porti all’adozione di misure di Sanità Pubblica efficaci.

In questi giorni siamo tutti sommersi da una mole infinita di dati dell’epidemia, che provengono dalle casistiche ufficiali. Molti di noi, con maggiore o minore competenza, si stanno quindi esercitando nel tentativo di far “cantare” (come si dice nei romanzi polizieschi) i numeri.

La criticità attuale resta nel fatto che, mentre di alcuni dati è molto chiaro il denominatore (come ad esempio nelle misure di letalità) per altri, al momento, il denominatore è sconosciuto, oppure va approssimato sulla base di conoscenze empiriche che stanno solo adesso, e molto a fatica, emergendo da altre esperienze, come quella cinese. Il denominatore, che nel caso di COVID-19 rappresenterebbe il vero numero di persone contagiate, continua a rimanere ignoto o stimato. Guardate ad esempio cosa ha detto Borrelli alcuni giorni fa: ”Troviamo un caso su 10”. Si tratta, tuttavia, di stime. Credibili, ma stime. La virologa Ilaria Capua, qualche giorno fa, in un’intervista a “La Stampa” ha detto che i veri numeri del contagio potrebbero essere, a suo modo di vedere, fino a cento volte superiori.

Cosa sono quindi letalità e mortalità? Perché sono importanti entrambe e perché è importante distinguerle?

epidemia tasso di mortalità

Il “Tasso di mortalità dei casi”, chiamato anche “rapporto di mortalità dei casi” o più banalmente “tasso di letalità” è quello che in epidemiologia si definisce come la percentuale di persone che muoiono per una specifica malattia tra tutti gli individui a cui è stata diagnosticata la malattia in un determinato periodo di tempo.

Il tasso di letalità viene generalmente utilizzato come misura della gravità della malattia ed è spesso usato per la prognosi (ovvero per predire il decorso o l’esito della malattia), dove tassi non molto elevati sono indicativi di esiti non molto gravi. Stante i dati attuali, con il 10.13% del 27 Marzo, l’Italia ha il tasso di letalità peggiore al mondo.

Tuttavia c’è da dire che questo tasso non rispecchia esattamente la gravità vera e “purificata” della malattia. Questa misura infatti non è costante, può variare molto geograficamente tra le popolazioni e nel tempo, a seconda dell’interazione tra l’agente causale della malattia, l’ospite e l’ambiente. Inoltre i trattamenti disponibili e la qualità dell’assistenza al paziente influenzano molto questa misura (in questo caso migliorandola). Parte della variazione potrebbe essere inoltre spiegata dalla diversa composizione della popolazione (ad esempio per età e genere).

Da ultimo l’affidabilità della diagnosi (per ora l’unica che abbiamo al momento validato, ovvero il tampone) potrebbe allo stesso modo essere fonte di variazione. In particolare risulta quanto mai importante non avere troppi falsi positivi – ovvero persone che rientrano erroneamente nel numeratore poiché risultano positive al tampone senza esserlo – o falsi negativi – ovvero persone che NON rientrano erroneamente nel numeratore poiché risultano negative laddove invece sono positive al Coronavirus. Tutte queste misure sono ovviamente influenzate dal numero di tamponi che vengono fatti e soprattutto dalla logica con cui vengono prelevati in campioni di popolazione. Inoltre la questione tamponi è particolarmente spinosa poiché è un’analisi che richiede dei laboratori specializzati per essere fatta (non è un test rapido che può essere condotto da chiunque anche al fuori di un ambiente protetto), misurando la presenza del virus, ma nulla ci dice sullo stato immunitario dei soggetti, argomento che riprenderò fra poco.

Su questa misura dobbiamo inoltre ragionare sul fatto che i numeri che oggi osserviamo sono sempre come un programma televisivo in differita. Ci forniscono la visione ritardata di quanto è accaduto negli ultimi giorni o nelle ultime settimane. Facendo un altro esempio molto semplice, il dato dei nuovi contagi giornalieri ci dice quante persone, più o meno cinque giorni fa (stante le ultime pubblicazioni l’incubazione media della malattia è 5.5 giorni), si sono contagiate e hanno iniziato a sviluppare la malattia.

Il calcolo della letalità differisce quindi estremamente dal calcolo della mortalità. “Tasso di mortalità”, questa locuzione, che come vi sto dicendo dall’inizio viene usata molto più facilmente forse perché sembra più familiare anche nel lessico giornalistico, indica però in epidemiologia una cosa ben precisa e differente dalla letalità. Per tasso di mortalità si intende una misura del numero di decessi (in generale o dovuti a una causa specifica) nella popolazione, e ridimensionato o adattato in base alle dimensioni di quella popolazione, per unità di tempo. In questo senso il tasso di mortalità è, ad esempio, generalmente espresso in unità di decessi per 1000 individui all’anno. Esistono vari tipi di tassi di mortalità:

  1. tassi di mortalità specifici per età: un tasso per una specifica fascia di età;
  2. tasso di mortalità infantile ovvero il numero di decessi nei bambini di età inferiore a 1 anno diviso per il numero di nati vivi nello stesso periodo, in una popolazione specifica;
  3. il tasso di mortalità perinatale ovvero la somma dei decessi neonatali e dei decessi fetali (nati morti) per 1000 nascite.

Nel nostro caso, il numero magico che noi dovremmo calcolare sarebbe un tasso di mortalità specifico. Ma specifico per cosa? Ovviamente per patologia, per COVID-19. E raffrontarlo al tasso di mortalità generale della popolazione nel periodo di tempo considerato, oppure raffrontandolo ad un periodo simile (per esempio al rischio di morire in quella popolazione in quel periodo di tempo, ma in anni precedenti) oppure raffrontandolo ad una popolazione simile. Questo quindi non ci permetterebbe soltanto di misurare un “rischio” di morire, ma anche quanta parte di questo “rischio” sia effettivamente attribuibile alla specifica patologia considerata, vale a dire  COVID-19. Quello che in epidemiologia viene definita una misura di impatto.

Ma a noi, purtroppo ancora, cosa manca? Esatto, manca proprio quello! Un denominatore affidabile. Il sistema di notifica per come sta funzionando adesso, ci sta facendo vedere solo la punta dell’iceberg. Perché quello che non sappiamo è il numero delle persone che, pur essendo venute a contatto con il virus, non hanno sviluppato la malattia  oppure hanno avuto sintomi molto blandi che hanno consentito loro di superare la malattia in tranquillità, magari bollandola come un banale raffreddore e continuando la loro vita in modo inconsapevole (questi soggetti sono chiamati rispettivamente asintomatici e paucisintomatici).

La necessità che in epidemiologia si ha di conoscere questo numero sarebbe impellente. Ma come detto prima, purtroppo, per ora rimane nel libro dei sogni. Perché gli oramai celeberrimi tamponi che tutti noi conosciamo individuano la presenza del virus (ovvero i soggetti infetti al momento del prelievo del tampone) ma nulla ci dicono sugli anticorpi e sulla effettiva immunizzazione del soggetto (ovvero ci darebbero la fatidica riposta non solo sul fatto che il soggetto si sia contagiato ma anche se il suo sistema immunitario abbia risposto e sconfitto il nemico e quindi conservi, almeno per un po’, la famosa memoria).

A seconda dei numeri che vi ho snocciolato prima, quelli di Borrelli o della Capua, capite quindi adesso bene perché il tasso di letalità (che abbiamo detto si calcola dividendo il numero dei decessi per il numero dei casi e poi moltiplicandolo per 100) si trasformerebbe dal 10,13% ad un tasso di mortalità del 1,01% (stante le stime del Capo della Protezione Civile) o del 0,10% (stante le stime della collega Ilaria Capua). Ragionando anche sulle altre misure, esse cambierebbero drasticamente, spostando sempre di uno o due posizioni la virgola, le percentuali di soggetti che richiedono cure ospedaliere o un ricovero in terapia intensiva raffrontate all’intera popolazione suscettibile.

Ma, e questo mi ricorre l’obbligo etico di dirlo, per quanto l’1,01% o lo 0,10% come tassi di mortalità possano anche sembrarci numeri piccoli e rassicuranti, se calcolati sulla Lombardia, che al 31/10/2019 contava 10.085.021 residenti (Fonte dati ISTAT) vuol dire 100.850 o 10.085 morti. In Emilia Romagna invece vorrebbe dire 44.594 morti o 4.459 morti. Questi numeri sono ovviamente qualcosa di assolutamente inaccettabile.

In un caso o nell’altro, capite bene che la diffusione del virus è stata molto più rapida di quanto abbiamo finora ipotizzato. E molti nemmeno si sono accorti di averlo incontrato. In linea o, stante alcuni articoli recentemente pubblicati, 2 o 3 volte più velocemente di quanto accade con l’influenza stagionale. Portando, in alcune zone, alle situazioni estremamente critiche che stiamo osservando e, come Nazione, patendo.

Frenare la corsa del virus fino ad arrestarlo, questo rimane l’obiettivo e il massimo auspicio di noi tutti. E ognuno può contribuire, eroicamente, nel suo piccolo, rispettando le regole che sono state più volte ripetute: lavarsi spesso le mani, stare a distanza di un metro quando si è obbligati ad uscire, stare in casa e spostarsi solo in condizioni di necessità.

Quindi, in sostanza e riassumendo, sebbene il numero di decessi serva da numeratore per entrambe le misure di cui abbiamo discusso, il tasso di letalità viene calcolato dividendo il numero dei decessi per le persone positive alla patologia mentre quello di mortalità viene calcolato dividendo il numero di decessi per la popolazione a rischio in un determinato periodo di tempo (in questo caso la totalità della popolazione, che di per sé è a rischio essendo tutti noi suscettibili all’infezione di questo nuovo Coronavirus). Le due misure forniscono informazioni molto diverse che vanno capite e interpretate con il pensiero epidemiologico e mediato dalla Statistica Medica.

Tutte queste cose possono risultare un po’ ostiche a chi non mastica molto i numeri. Purtroppo nel mondo epidemiologico non sono (come nella clinica) le persone a parlare. Ma sono i numeri, come vi dicevo all’inizio con la similitudine del romanzo poliziesco, a dover “cantare”. Ma proprio come accade nei polizieschi e nei thriller “se li maltratti abbastanza a lungo, i numeri ti confessano tutto quello che vuoi”.

Per cui, se vorrete leggere consapevolmente i dati, ricordatevi che mai come ora, parafrasando Nanni Moretti in Palombella Rossa: “I denominatori sono importanti!”

La Scuola in emergenza rivela l’emergenza educativa

Contributo di Ira Vannini

Questa drammatica situazione di pandemia nel nostro Paese ha messo a nudo, in queste settimane, le enormi difficoltà del nostro sistema sanitario. Decenni di disinvestimenti sulla Sanità Pubblica si stanno riversando su decine di migliaia di malati e sulle spalle di medici e operatori sanitari tutti, richiedendo loro sforzi e sacrifici incredibili.

Certo è principalmente su questo che oggi orientiamo giustamente le nostre attenzioni, ed è ancora sulle politiche sanitarie future che dovremo indirizzare le nostre preoccupazioni ed energie quando inizieremo a ri-costruire; e, speriamo, a ricostruire in una prospettiva democratica.

Da qui tuttavia il pensiero corre veloce ad altre riflessioni sulle istituzioni chiave della democrazia del Paese, in primo luogo la Scuola.

D’improvviso in Italia più di 7 milioni di bambine e bambine, ragazze e ragazzi, il 24 febbraio si sono ritrovati “senza scuola”, senza quella comunità educante che garantisce ai giovani una crescita intellettuale e umana all’interno di contesti reali, di scambio quotidiano, di attenzioni reciproche e sguardi mescolati continuamente a sapere e cultura. Restare “senza scuola” è faccenda davvero grave, inaudita, e dunque le scuole e moltissimi insegnanti si sono “attrezzati per l’emergenza” grazie alle tecnologie che consentono la comunicazione a distanza; grazie alla loro professionalità, che consente tutto il resto.

Anche qui, la situazione emergenziale ha messo a nudo quattro decenni di progressivi disinvestimenti dei nostri governi sulla Scuola Pubblica, una scuola che è ben lungi dall’avere prima di tutto il problema delle tecnologie. La scuola italiana purtroppo ha in primis il problema di una forte dispersione del capitale intellettuale del Paese e di disequità nei risultati di apprendimento degli studenti e delle studentesse (disparità geografiche, di genere, … e soprattutto di ceto socio-economico-culturale di provenienza) dovuta a un insieme complesso di elementi della scuola stessa che “non funzionano”, a livello prima di tutto di struttura complessiva del sistema scolastico (che appunto “strutturalmente” orienta e suddivide gli alunni per classe sociale di appartenenza) e a livello di singole scuole e singoli contesti dove si realizza la didattica (o la si realizza in modi inadeguati).

scuola a distanza. Docente fa la didattica a distanza attraverso il computer

Ecco, la didattica, o meglio la buona didattica; quell’altro insieme complesso di molteplici elementi che rendono efficace il rapporto tra insegnamento e apprendimento, e che poggiano su solide competenze dei docenti nei diversi campi disciplinari, nella progettazione curricolare, nella gestione della classe, nella scelta di appropriate strategie di inclusione, nella valutazione formativa e ri-progettazione. Docenti che dovrebbero essere parte attiva – e non precaria – all’interno dei contesti organizzativi delle scuole, dove si possano esercitare processi decisionali di tipo collegiale e collaborativo.

Purtroppo è proprio su tutto questo che si è disinvestito negli ultimi quarant’anni: sul creare le condizioni istituzionali e fornire le competenze opportune affinché gli insegnanti potessero esercitare reale professionalità dentro le scuole, di ogni ordine e grado.

Oggi moltissime e moltissimi insegnanti, dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di II grado, si stanno mettendo alla prova con le tecnologie che consentono la didattica a distanza; in fondo l’uso propriamente tecnico del mezzo tecnologico è semplice o quasi banale: è tuttavia solo nelle mani sapienti dei docenti che, dentro le tante nuove classi virtuali italiane, possono ricrearsi – seppur in piccolissima parte – quelle condizioni di scambio reciproco fra chi apprende e chi insegna che danno efficacia alla didattica e promuovono il raggiungimento di obiettivi fondamentali di apprendimento.

 Tutto ciò è ovviamente molto più probabile laddove l’insegnante già abbia solide competenze sui meccanismi cognitivi e socio-affettivi che regolano e supportano l’apprendimento degli studenti, sulle scelte possibili di trasposizione didattica dei contenuti, sull’uso di mediatori e la messa in campo di strategie di valutazione e di feedback formativo; oltre che laddove l’insegnante si senta davvero parte integrante e attiva di un sistema istituzionale coerente. Tutto questo purtroppo non si inventa sull’attimo e nemmeno lo si compensa con veloci corsi-ricette sulla didattica online.

Una grande parte di docenti, dentro la contingenza, sta mettendo in campo le proprie risorse migliori, con enormi sforzi e sacrifici, attraverso un mezzo tecnologico che offre tantissimo ma che, allo stesso tempo, sottolinea costantemente la pena di non poter stare fisicamente dentro la relazione educativa reale, nelle classi e fra le menti e i corpi che apprendono insieme.  Molti insegnanti lo sanno che è proprio in questi giorni (e nelle prossime settimane che purtroppo abbiamo ancora davanti a noi) che si gioca la partita degli alunni con maggiori difficoltà, quelli più emarginati socialmente, con minori mezzi e supporti familiari (e ancora non conosciamo i numeri degli alunni che al momento non possono nemmeno fruire delle lezioni online per mancanza di mezzi tecnologici in famiglia). Quelli per cui un intero quadrimestre perduto significa una perdita enorme, per il loro apprendimento futuro e per tutta la nostra società.

Occorre un pensiero serio e lungimirante sulla Scuola, che insieme alla Sanità, possa aiutarci – come collettività – a ri-costruire un progetto di Paese democratico.

Come uscire dalla crisi ? Ripensare le regole dell’economia globale

Contributo di Massimiliano Marzo

La gravissima crisi economica che da ora in avanti interesserà il mondo necessita di risposte non standard.  Le previsioni economiche ci prospettano un futuro assai fosco: per l’Italia -8%, un po’ meno per US e Europa.  L’elemento negativo è la sincronizzazione della crisi che colpisce tutto il mondo occidentale allo stesso tempo, con la stessa intensità. 

In questa figura osserviamo l’evoluzione del tasso di crescita annualizzato (in variazione trimestre su trimestre).

La linea che fa preoccupare è la linea azzurra che mostra un picco negativo attorno al  -12 per cento (a livello globale) con una ripresa altrettanto rapida attorno alla fine del terzo trimestre.  Recessione breve, ma molto, molto intensa.

Sono diversi i piani sui quali la crisi si rifletterà: sulle famiglie, le imprese e lo Stato.

 Per quanto riguarda le famiglie, i rischi più gravi riguardano la disoccupazione, il mantenimento del salario, dei livelli essenziali di vita.  Ciò soprattutto riguarda il futuro: quando la crisi sarà passata, chi potrà riprendere il lavoro? La classe media è rimasta schiacciata da politiche fiscali pesantissime ed inique.  E questa recessione mette ancora di più a rischio questo segmento di popolazione i cui bilanci sono ingessati da debiti e da tasse.  Senza continuità di reddito le famiglie smettono di consumare, la domanda aggregata si contrae e ciò non fa altro che aggravare la recessione causata dallo shock del COVID-19. 

Dal lato delle imprese la situazione è altrettanto grave, specialmente se si guarda alle piccole e medie (PMI):  lo stop alla produzione e al commercio, con la conseguente impossibilità di onorare debiti con le banche genera un forte potenziale rischio di default, in assenza di iniezioni di liquidità.  Scenario, questo che può provocare rischi di stabilità anche sui bilanci bancari o perlomeno, senza modifiche in materia di garanzie, una forte restrizione del credito (derivante da accresciuti rischi di default sia per prestiti alle imprese che per quelli alle famiglie), con un’ulteriore spinta recessiva.  Le grandi imprese hanno maggiori possibilità:  esse attingono alla cassa (che è mediamente elevata) e possono finanziarsi sul mercato delle obbligazioni corporate.  Se i livelli di default arrivassero oltre un livello fisiologico (e sopportabile dagli accantonamenti delle banche), si aprirebbe uno scenario apocalittico: la fusione del nocciolo sarebbe vicina, con un rischio per la ripresa irreversibile. 

Infine, lo Stato, o meglio, il suo bilancio.  E’ chiaro che in una situazione del genere, l’unico attore del sistema in grado di fermare il contagio è lo Stato, attuando manovre espansive che, in varie forme, possano dare un minimo di sollievo ai bilanci delle famiglie e delle imprese.  Date le proporzioni della crisi, però, tale manovra avrà un impatto sul bilancio dello Stato davvero non trascurabile.  Si può ipotizzare un incremento del rapporto debito/PIL può andare da un minimo del 10 ad un massimo del 40 per cento.  Tutti i bilanci pubblici subiranno questo effetto.  Se pensiamo all’Italia ciò potrebbe tranquillamente comportare una crescita del rapporto debito/PIL dal livello attuale del 135% ad un potenziale che può collocarsi attorno al 160% – 170% del PIL. 

Come uscirne?  E qual è la compatibilità delle soluzioni con le regole Europee ? 

Per uscirne ci sono pochi dubbi: c’è bisogno di denaro e garanzie.  Denaro per far fronte all’emergenza sanitaria, per sostenere le famiglie e imprese con sgravi fiscali (temporanei), che permettano un supporto alla grave crisi di liquidità che si sta preparando.  Ma è anche necessario fornire garanzie sia alle imprese che alle famiglie: lo Stato, in un contesto così grave, deve necessariamente intervenire.  Ma la risposta deve anche venire da un complessivo coordinamento delle politiche fiscali a livello globale

Fino ad oggi, la politica monetaria era vista come separata da quella fiscale.  Oggi, proprio perché la politica monetaria possa avere efficacia, è assolutamente necessario che sia accompagnata da manovre fiscali espansive, non solo a livello europeo, ma globale. 

La politica monetaria deve essere pronta a garantire tutta la liquidità al sistema economico.  La BCE – dopo il passo falso iniziale – ha garantito un’iniezione straordinaria di liquidità: ha potenziato il quantitative easing (acquisto di titoli pubblici e non, mantenendoli in bilancio fino a scadenza) inserendo la possibilità di fare acquisti senza limiti dei titoli di Stato dei paesi dell’area dell’Euro. 

E’ un passo in avanti molto importante, ma a questo va associato con urgenza la possibilità di allentare i vincoli che le banche devono rispettare nell’erogazione del credito, altrimenti le iniezioni di liquidità rischiano di non canalizzarsi nell’economia reale.  In una parola: sospendere Basilea 3.  In che modo ? Condizionando l’accesso delle banche a fonti di liquidità presso la BCE all’erogazione di prestiti e garanzie alle Piccole e Medie Imprese.  Infatti, i debiti in essere delle imprese rischiano il default: se vengono sostituiti con nuovi prestiti a condizioni più vantaggiose, senza condizioni di assorbimento patrimoniale per le banche.

In sintesi: 

  • coordinamento di politiche fiscali espansive;
  • garanzie per imprese e famiglie;
  • politica monetaria espansiva;
  • allentamento vincoli regolamentari su assorbimenti patrimoniali su prestiti, ovvero: moratoria sulle regole di Basilea 3 per facilitare l’accesso al credito bancario. 

Le risposte sopra delineate sono non convenzionali: è l’opposto di quanto (a parte la politica monetaria espansiva) è stato seguito dalle autorità di politica economica, fino allo scoppio di questa crisi.

Quali i rischi del non-fare ? E’ evidente che oltre alle conseguenze di cui sopra, il rischio più grave è quello di una spirale deflazionistica e un conseguente avvitamento dell’economia. 

Questa crisi segna un forte spartiacque: ci sarà un prima e un dopo.  E, devo dire, quest’esperienza ci insegna quali sono veramente le cose importanti nella gestione dell’economia.  A partire dalla crisi del 2008-2009 abbiamo legato il nostro sistema con regole molto stringenti e pesanti che ne limitano la capacità di reazione di fronte ad una crisi così grave. Dovremo seriamente ripensare le regole che governano l’economia globale in modo da privilegiare più la sostanza che la forma. 

Capitalismo virale. La necropolitica di Bolsonaro e il destino del Brasile all’epoca del coronavirus

Contributo di Giulia Crippa

É difficile, per me che ho vissuto in Brasile per 24 anni, parlare del Covid 19 guardando solo all’Italia, oggi. Ho infatti visto il pronunciamento del Presidente della Repubblica brasiliano, Jair Messias Bolsonaro.

Allontanandosi da quella che è, ormai, la posizione di quasi tutti i capi di stato del mondo, Bolsonaro ha affermato che il Covid 19 è un semplice raffreddore, una febbricola che non giustifica misure di contenimento come il distanziamento sociale, ormai adottata nella maggior parte dei paesi.

I giochi olimpici, anche se controvoglia, sono stati rimandati al 2021. Le principali economie capitaliste sono state messe in secondo piano dal virus, obbligando a scelte inedite fino ad oggi. Certo, Bolsonaro ha affermato che è necessario preoccuparsi con gli anziani (senza, peraltro, offrire esempi di come ciò possa essere fatto), ma la situazione, per lui, non giustifica la chiusura delle scuole o mantenere la popolazione in casa.

La mia reazione, vivendo una situazione completamente diversa da quella brasiliana – ma conoscendo abbastanza a fondo la realtà di quel paese – non è stata di sorpresa. Ci sono dei calcoli, evidentemente, dietro a questa scelta politica piuttosto divergente da quelle del resto del mondo.

A mio parere si tratta, prima di tutto, di calcoli politici, prima ancora che economici. È infatti vero che la mortalità del Covid 19 è alta tra gli anziani e tra chi presenta già patologie pregresse, mentre il resto della popolazione tende a presentare sintomi lievi o addirittura nessun sintomo. Anzi, vale la pena ricordare che uno dei problemi che si cerca di affrontare è proprio quello della presenza di un numero alto di portatori asintomatici che, senza saperlo, sono potenziali veicoli di trasmissione.

In principio, la strategia politica brasiliana è quella di lasciare che la maggior parte della popolazione contagiata abbia, di fatto, un’influenza relativamente leggera e, non avendo poi maggiori conseguenze, dia ancor più forza all’idea che tutto non sia altro che una grande esagerazione. La strada che permette questa politica è quella, per esempio, di non realizzare i test per il virus a tutti quelli che presentano sintomi leggeri, mantenendo basse, in questo modo, le statistiche di contagiati e morti

Era la stessa strategia proposta inizialmente dal Regno Unito, quella dell’immunità di gregge.

Dall’altro ieri, però, anche il governo britannico ha rivisto le sue posizioni, dichiarando il lockdown, senza ottenere ancora grandi risultati (la metropolitana di Londra continua ad essere piuttosto affollata…).

Le conseguenze di questa scommessa politica brasiliana, probabilmente, saranno abbastanza divisive per il paese. Da un punto di vista economico, ovviamente, si tratta di una scelta diretta alla manutenzione di una economia fortemente marcata dalle esigenze neoliberiste degli imprenditori. In un paese dove, in funzione dei numeri alti di disoccupazione strutturale, la mano d’opera non manca di certo, è una scelta apparentemente sensata.

Inevitabilmente, però, può portare, nel breve e medio periodo, a un isolamento severo del paese dal resto del mondo. Basta pensare, per esempio, alla perdita che probabilmente soffrirà un settore come quello del turismo dall’estero. È evidente, tuttavia, che nei calcoli politici dell’attuale governo questo fattore sul PIL sia stato considerato: per quanto il turismo possa essere una voce importante della produzione di ricchezza, non si paragona alle altre del PIL. Vale la pena di tenere in mente che anche in un’Europa “bloccata”, come quella in cui ci troviamo, le merci non hanno mai smesso di circolare e, in questo senso, il Brasile è un grande produttore di materie prime.

Con questa scelta di realpolitik da parte del governo federale, che scommette sull’effettivo recupero della maggior parte dei contagiati, i governatori degli stati brasiliani che hanno fatto scelte rivolte alla tutela delle fasce di popolazione più deboli (soprattutto in due degli stati più ricchi del paese, São Paulo e Rio de Janeiro), probabilmente ne usciranno indeboliti. 

A freddo, contrariando la mia ristretta e personale visione dei principi umani e umanisti di protezione della vita, posso solo applaudire la genialità perversa di questa scelta del governo brasiliano. Non c’è niente di folle o insensato, in quello che è stato affermato politicamente da Bolsonaro.

Si inganna chi pensa che il presidente brasiliano stia facendo le bizze, che soffra addirittura di problemi mentali. Chiaramente, il suo discorso provoca indignazione, opponendo l’economia più vorace ai principi di tutela della vita dei più deboli. Tuttavia, si tratta di semplici calcoli statistici.

Anche immaginando che si possa arrivare a numeri molto alti in valore assoluto di decessi provocati dal Covid 19 – diciamo, per assurdo, senza nessuna base reale, che muoiano solo in Brasile 20.000 persone, che corrisponde, grosso modo, allo 0,01% della popolazione totale, numero di decessi che non è, possibilmente, plausibile anche nello scenario peggiore – si tratta, in ogni maniera, di corpi “inutili”, per principio, nella logica del Capitalismo Virale.

Sono corpi “invalidi”, senza valore, che pesano in termini di spesa pubblica: anziani e ammalati, perciò improduttivi, quindi già “morti” per l’economia.

Questo è il principio su cui si è stabilita la linea di condotta del governo brasiliano di estrema destra. Paradossalmente, Bolsonaro ne può uscire rinforzato nel suo ruolo politico, visto che i governatori che hanno fatto scelte differenti – di difesa di questi corpi improduttivi – possono essere visti come nemici dell’economia, mentre quelli che decideranno di indietreggiare da queste scelte di tutela si troveranno a dover ammettere di essersi sbagliati (perciò ne escono politicamente già sconfitti, considerando che molti di loro, specialmente nel Nordest del paese, sono di partiti di opposizione al governo di Bolsonaro). 

Mi rendo conto che quello che scrivo può dar fastidio, io mi sento profondamente infastidita. Vorrei far parte del coro che, da quando Bolsonaro ha pronunciato il suo discorso ieri sera, ripete che tutto ciò è una follia, nella misura in cui è contrario a qualsiasi logica umana.

Quello che c’è in gioco adesso, però, è una disputa tra principi opposti, tra la vita dei corpi improduttivi (“pochi”, in relazione alla popolazione) e la produzione di ricchezza (probabilmente sempre per pochi, ma diversi dai primi), e in questa disputa la vita perde, perché chi è “invalido” non produce ricchezza.

In termini relativi, per il Capitalismo Virale, queste perdite valgono la strategia crudele in atto. Il principio di tutela della vita si ritira nella sfera puramente privata, la morte non deve essere notizia per la collettività, per evitare di diventare la ragione di un trauma collettivo. 

Nonostante personalmente (e il mio pensiero personale/individuale non vale molto) io ritenga la scelta di questa necro-politica di stampo totalitario, discriminatoria e allineata con una tradizione eugenetica storicamente presente in brasile sin dall’inizio del XX secolo, non riesco a interpretarla come follia. Al contrario: è raffinata e molto ben articolata con i settori che dominano il grande capitale, e perciò ancor più efficace. Resta da vedere, ora, quale sarà la risposta delle altre istituzioni. La scelta si definisce: lasciar morire i corpi improduttivi e affacciarsi, come potenza del Capitalismo Virale sul futuro incerto del panorama di una crisi economica che toccherà, in modo piuttosto pesante, i paesi più ricchi. 

Resta da vedere come e se la popolazione si adatterà a questa necro-politica basata sull’eugenetica, che inserirei tra nazismo e stalinismo, ma che comunque è politica allo stato puro e non ha niente di folle, visto che sulla scelta tra chi vive e chi muore, tra corpi produttivi e improduttivi, in effetti, si basano, storicamente, tutti i poteri totalitari del ‘900.

La privacy ai tempi del coronavirus.

La necessaria proporzionalità delle misure di emergenza, tra tutela della salute e diritti individuali

Contributo di Giovanni Sartor

L’Italia è stretta nella morsa del divieto di uscire di casa. Tale obbligo rappresenta una fortissima limitazione delle libertà individuali e comporta costi economici enormi, ma sembra essere l’unica risposta adeguata in un contesto di rapida espansione del contagio con tragiche conseguenze.

Ci dobbiamo però preparare a un futuro nel quale, anche per evitare impatti disastrosi sulle attività produttive, il divieto dovrà essere progressivamente allentato, presumibilmente prima che la malattia sia stata completamente estirpata.

In questo contesto molto si è parlato della possibilità di sostituire all’obbligo di non lasciare la propria abitazione, meccanismi di controllo sugli spostamenti delle persone. Tali meccanismi potrebbero essere efficacemente attuati quando si disponesse di molti test di positività, cosicché vi fosse un’elevata probabilità che se una persona fosse infetta dal virus, essa sarebbe risultata positiva al test. Diverrebbe così possibile, mediante i meccanismi di controllo, conoscere gli spostamenti delle persone positive, prima e dopo della loro positività, e rapportarli agli spostamenti delle persone non ancora positive. Ciò renderebbe possibile adottare tempestivamente misure sanitarie nei confronti di chi sia stato esposto a contatti con persone positive.

È bene ricordare che come dice lo stesso Regolamento privacy, la privacy non è un diritto “assoluto”, o meglio non è incomprimibile: essa può essere limitata per la necessità di realizzare legittimi interessi e diritti privati e pubblici.

Tra gli interessi che giustificano una limitazione della privacy vi sono certamente le esigenze della tutela della salute, individuale e pubblica. Tali esigenze possono giustificare una limitazione della privacy anche rispetto a dati sensibili, come i dati sanitari. Le limitazioni devono però avere un fondamento nella legge ed essere proporzionate. La proporzionalità consiste fondamentalmente in un bilanciamento di sacrifici e benefici: i benefici individuali e collettivi per la salute che si ottengono comprimendo la privacy debbono essere più importanti del sacrificio che risulta dalla compressione della privacy. La privacy è un diritto fondamentale, e il suo sacrificio è ammissibile solo se “ne vale la pena”, cioè se serve a realizzare benefici più importanti di quel sacrificio. Inoltre, il sacrificio deve essere “necessario”, cioè non deve essere possibile ottenere lo stesso beneficio per la salute con una minore limitazione della privacy.

Alla luce di queste esigenze, possiamo esaminare diverse possibilità, alcune già attuate in diversi paesi. Poiché le misure possono riguardare sia le persone positive che i loro contatti stretti (tutti soggetti attualmente all’obbligo di quarantena), parlando di positivi tout court includo di regola entrambi. Le misure elencate possono essere obbligatorie o invece facoltative, lasciate alla scelta del soggetto interessato. Quest’ultima opzione è maggiormente rispettosa della privacy, ma in assenza di forti motivazioni o incentivi adeguati, confidare nella scelta dei cittadini potrebbe pregiudicare l’efficacia dei controlli. Altra importante variazione concerne la possibilità che i dati vengano resi accessibili solo alle autorità sanitarie, a fini di analisi del fenomeno e intervento preventivo/terapeutico, o invece anche alle autorità di pubblica sicurezza, per l’attuazione coercitiva dei divieti connessi all’epidemia, o agli stessi cittadini, per finalità di autotutela.

Ecco le principali opzioni:

  1. Registrazione delle persone positive. Tutte le persone risultate positive sono registrate in un registro elettronico (come già avviene anche per altre malattie infettive), accessibile da parte dei pubblici poteri a ciò autorizzati. Il registro delle persone positivi (e dei contatti stretti) al coronavirus consente alle strutture sanitarie di avere una mappa della diffusione del virus. Se i dati fossero accessibili anche alle forze di sicurezza, ciò potrebbe facilitare l’identificazione delle violazioni degli obblighi di quarantena, e quindi operare quale strumento di deterrenza.

  2. Sorveglianza sugli spostamenti delle persone già registrate come positive. L’individuo positivo registrato si dota di dispositivo mobile, nel quale è attivata una app con funzionalità di geolocalizzazione, che ne trasmette la posizione a un’infrastruttura condivisa, pur senza registrarne in modo permanente i movimenti. In questo caso le autorità competenti avrebbero la possibilità di rilevare, in tempo reale, dove vi sia un individuo positivo. Alla rilevazione sanitaria si aggiungerebbe la possibilità di individuare chi sta violando gli obblighi di quarantena, intervenendo tempestivamente. Il funzionamento del controllo presuppone però che la persona positiva porti sempre con sé il proprio dispositivo, anche quando consapevolmente si sottrae alla quarantena.
  • Coveglianza sugli spostamenti delle persone già registrate come positive Alla sorveglianza potrebbe aggiungersi la coveglianza (sorveglianza paritetica) quando i cittadini stessi, mediante il loro dispositivo potessero sapere se si trovano davanti ad una persona positiva, così da evitare contatti. L’app funzionerebbe come un sonaglio, teso ad avvertire circa la presenza di una fonte di infezione. Il dato fornito dall’app al cittadino sarebbe anonimo, ma potrebbe diventare personale, se il cittadino dovesse individuare l’individuo segnalato come positivo (vedo una persona che si avvicina, accompagnata dal pallino rosso, e quindi associo il pallino alla persona, anche se non ne conosco il nome).
  • Sorveglianza sugli spostamenti delle persone risultate positive prima della loro positività. In questa ipotesi una volta che un cittadino sia risultato positivo, se ne ripercorrono gli spostamenti precedenti alla positività. Ciò presuppone che siano stati registrati preventivamente gli spostamenti dell’interessato prima che ne risultasse la positività, e quindi che siano registrati gli spostamenti di tutte le persone, positive e non positive (o di tutte quelle che abbiano aderito al progetto, in caso di facoltatività). Le autorità sanitarie potrebbero conoscere la dinamica della diffusione del contagio, e adottare scelte conseguenti rispetto a quanti siano stati in contatto con una persona infetta non ancora risultata positiva

Un accorgimento che limiterebbe l’impatto sulla privacy degli individui non-positivi, potrebbe consistere nel prevedere che i dati sugli spostamenti di questi rimangano sul loro dispositivo, e vengano trasferiti su un registro centrale solo dopo l’accertamento di positività. Questa soluzione non consentirebbe però alle autorità di determinare i contatti precedenti alla positività incrociando gli spostamenti di chi sia risultato positivo con gli spostamenti di altre persone.

Oltre che mediante geolocalizzazione, i contatti tra persone possono essere rilevate mediante app che registrino gli avvicinamenti (per esempio, a meno di due metri) di altri dispositivi dotati della stessa app, mediante tecnologie quali Bluetooth. In questo caso ogni dispositivo mobile registrerebbe gli identificativi di tutti i dispositivi avvicinati.

  • Coveglianza sugli spostamenti delle persone risultate positive prima della loro positività. In questa ipotesi, gli spostamenti di tutte le persone, sia quelle successivamente risultate positive, sia quelle che non-positive sono registrati (come nell’ipotesi 4). Gli spostamenti di cui sia risultato positivo vengono incrociati gli spostamenti degli altri, e gli incroci che coinvolgono persone risultate positive vengono resi disponibili agli interessati (mi viene comunicato se e quando, nei miei spostamenti, ho avuto un contatto con una persona poi risultata positiva). Anche in questo caso, una soluzione più rispettosa della privacy delle persone non positive si avrebbe se i dati sugli spostamenti rimanessero sul dispositivo di ciascuno, venendo trasferiti su un registro centrale solo quando la persona risultasse positiva.

Qualora il trasferimento dei dati sugli spostamenti o sugli incontri fosse facoltativo, una questione chiave consiste nel come motivare le persone ad accettare che i dati sui propri spostamenti vengano registrati e resi accessibili a terzi. In particolare, nelle ipotesi 4 e 5 (che corrispondono al famoso modello coreano), la persona A divenuta positiva potrebbe non gradire che una persona B che è stato in contatto con lei possa sospettare o sapere di essere stata infettata o comunque messa a rischio proprio da A (la possibilità non è esclusa dall’anonimato, perché ad esempio, B potrebbe sapere che nel momento dell’incontro con un soggetto positivo stava conversando solo con A). Forse un incentivo sufficiente potrebbe consistere nel legare le due facce del sistema: da un lato il vantaggio di poter conoscere i propri incontri con soggetti risultati positivi, dall’altro lato lo svantaggio di rendere conoscibili a terzi i propri spostamenti qualora si risultasse positivo. Chi scarica l’app accetta entrambe le parti del contratto. Questa soluzione però mi sembra difficilmente attuabile quando i dati sullo spostamento di una persona dovessero restare sul dispositivo di questa fino all’accertamento della positività, a meno che non si preveda una sanzione per chi abbia accettato di usare l’app, e si rifiuti poi di trasferire i propri dati, quando sia risultato positivo.

Le opzioni non si limitano a quelle appena elencate, ma mi sembra siano le più significative. Una possibilità, molto intrusiva, attuata in alcuni paesi, consiste nella registrazione degli accessi ad uffici pubblici o aperti al pubblico: il cittadino è obbligato a registrare sul cellulare il codice a barre del locale cui accede, che viene trasmesso al registro centralizzato. Un’ulteriore possibilità, anch’essa limitativa delle privacy, oltre che fonte di possibili discriminazioni, consiste nell’assegnare automaticamente al cittadino un indice di rischio di contagio, calcolato in base alle sue attività, viaggi e incontri precedenti, e quindi sottoporre lo stesso a sorveglianza specifica e controlli anche prima di un test di positività, nel caso che il rischio calcolato superi la soglia stabilita.

La questione che ci dobbiamo porre è se in tutte queste ipotesi, i benefici per la salute siano superiori al sacrificio per la privacy. Si tratta di una “scelta tragica”, nel senso che qualsiasi opzione adottiamo, un importante valore individuale e sociale sarà compromesso, ma è una scelta inevitabile nelle condizioni in cui ci troviamo.

La questione fondamentale è quella della proporzionalità, il “ne vale la pena”. Vale la pena di adottare soluzioni molto limitative della privacy, come la 5 e la 6, che però probabilmente contribuirebbero a salvare qualche vita umana in più e faciliterebbero la ripresa delle attività economiche? Si può rispondere di sì, dato che la vita umana è valore supremo, ma noi spesso preferiamo soluzioni che presentano un certo rischio per la vita umana, a soluzioni che comportano un rischio minore (per esempio, perché non prevedere un limite di 80 km all’ora in autostrada, che ridurrebbe di molto gli incidenti mortali, implicando però una notevole perdita di tempo negli spostamenti). E quanto contano gli aspetti economici, rispetto alla privacy, considerando anche gli impatti negativi che una profonda crisi economica può avere sulla vita delle persone?

Altra questione è quella della necessità, applicata al modo in cui la soluzione tecnologica è stata attuata: era possibile limitare il sacrificio della privacy (e protezione dei dati) con ulteriori cautele?

Infine, le misure speciali di sorveglianza introdotte per contrastare il coronavirus dovrebbero essere strettamente limitate alla durata dell’epidemia. Bisogna però considerare il rischio che tali meccanismi di sorveglianza siano mantenuti anche dopo la fine dell’epidemia, e utilizzati per altri scopi.

In conclusione, mi sembra che la questione della sorveglianza sugli spostamenti quale misura anti-coronavirus sia molto aperta, e debba essere oggetto di un ampio e informato dibattito pubblico che includa aspetti sanitari e tecnologici, ma anche etici e giuridici.

La Salute è Unica

Contributo di Alessandra Scagliarini

Il corso della storia viene descritto come il graduale dominio dell’uomo sull’ambiente. Gli ultimi anni del’900 sono conosciuti come l’era post-infettiva e sono stati caratterizzati da un grande ottimismo nel mondo della medicina. La scoperta degli antibiotici ha permesso di controllare alcune gravi malattie letali dell’uomo e la messa a punto dei vaccini ha ridotto l’incidenza di malattie letali o invalidanti come il vaiolo e la poliomielite.

I microorganismi, inclusi quelli patogeni, rappresentano 25 volte la biomassa di tutte le forme di vita presenti sul nostro pianeta, uomo incluso.

Tutte le forme di vita sono in grado di adattarsi alle modificazioni ambientali alternando periodi di equilibrio (pace) a periodi di squilibrio (guerra) tra il micro-mondo e il macro-mondo. La pandemia che stiamo affrontando è un ulteriore esempio di quello che può succedere quando finisce il periodo di pace.

Nel mondo sviluppato, industrializzato e globalizzato, si è diffusa l’idea che l’uomo sia in grado di dominare l’ambiente circostante e che la nostra specie sia all’apice della catena alimentare e non solo parte di essa. L’organizzazione mondiale della salute afferma che il 60% delle malattie dell’uomo derivano dagli animali (zoonosi) e che il 75% delle patologie emergenti ha un serbatoio in una specie animale. Malattie come HIV, SARS, MERS e ora COVID-19 dimostrano come i microbi non riconoscano barriere tra uomo e animali, perché l’uomo è solo una delle specie che popolano il nostro pianeta.

Lo sviluppo culturale e industriale ha portato l’uomo ad essere il predatore più efficiente, ma ha contribuito a perturbare il fragile equilibrio tra micro-mondo e macro-mondo. Questo ha favorito la creazione di nuove nicchie ecologiche per virus, batteri e parassiti e facilitato i cosiddetti salti di specie. Il COVID-19 è l’esempio più recente, ma solo pochi anni fa un altro coronavirus dei pipistrelli (SADS-CoV) ha provocato in Oriente un’epidemia nei suini senza alcuna conseguenza nell’uomo.

A partire dalla prima rivoluzione agricola, l’ampliamento degli insediamenti umani e la coesistenza con gli animali, utilizzati per lavoro o per la produzione di alimenti, ha favorito molti salti di specie; sono così comparse malattie come il morbillo, il vaiolo e la varicella. E’ importante fare chiarezza sul fatto che i salti di specie non sono sempre caratterizzati dal passaggio di patogeni dagli animali all’uomo, ma possono avvenire anche in senso contrario, come nel caso della tubercolosi. Le cause che danno accesso a nuove nicchie ecologiche sono, nella maggior parte dei casi, mediate dall’azione umana e sono conseguenti a cambiamenti nello sfruttamento del suolo, nell’estrazione delle risorse naturali, nei sistemi di produzione, nei trasporti, nell’uso di farmaci antimicrobici, nel commercio globale, nonché a fenomeni complessi come il riscaldamento globale.

La trasmissione di patogeni da altre specie all’uomo non è quindi altro che la conseguenza naturale del rapporto dinamico che si instaura tra noi, gli animali e l’ambiente. L’urbanizzazione e la distruzione degli habitat naturali creano le condizioni perché l’uomo e gli animali selvatici vivano sempre più in prossimità favorendo la trasmissione di patogeni tra specie diverse.

Il ruolo degli animali come fonte di malattie epidemiche emergenti riceve molta attenzione da parte dell’opinione pubblica perché colpisce le economie dei paesi più sviluppati, ma la maggior parte delle zoonosi non provoca pandemie e uccide migliaia di persone ogni anno nei Paesi in via di Sviluppo.

Dopo l’illusione di un predominio possibile del macro-mondo sul micro-mondo, malattie come COVID-19 ci ricordano che un dominio vero dell’uomo sugli animali e l’ambiente non è possibile e che l’approccio basato su una specie preminente non è efficace perché la Salute è Unica.

Per approfondire
Hardt M, D (2015). History of Infectious Disease Pandemics in Urban Societies, Lexinton Books
Karesh WB, Dobson A, Lloyd-Smith JO, et al (2012). ‘Ecology of zoonoses: natural and unnatural histories’. Lancet, 380(9857):1936–1945. doi:10.1016/S0140-6736(12)61678-X
World Health Organisation (2014). A brief guide to emerging infectious diseases and zoonoses.

Fotogrammi delle città deserte. Il racconto nelle foto degli studenti

Contributo di Claudio Marra

Quando ho cominciato a fare lezione su TEAMS, nella prima settimana di sperimentazione, dopo sette giorni di blocco dell’attività didattica e mentre si stava delineando la nuova condizione di isolamento forzato, mi è sembrato subito di capire che forse, accanto ai contenuti che potevano ascoltare in questa nuova modalità di lezione, per gli studenti fosse importante sentirsi e rivedersi, fare rete, attestare una presenza, esserci.

Così è nata l’idea di chiedere loro fotografie che raccontassero ciò che stava accadendo. Hanno cominciato a mandarmele e ancora lo fanno…

Per carità, niente di particolare a confronto delle tante immagini professionali che stanno documentando in maniera, anche spettacolare, queste giornate. Ma sono i nostri studenti.

E allora guardo le loro fotografie, non tanto per il soggetto, per lo stile o cose del genere, ma come traccia della loro stessa volontà di presenza, la volontà e la voglia di mantenere un contatto col mondo, di continuare a guardare fuori

Del resto le fotografie possono essere straordinarie nell’aiutarci ad affrontare momenti difficili, come ha raccontato benissimo, nella sua autobiografia, Helmut Newton (un Newton forse sorprendente e inaspettato per chi conosce il suo lavoro nella moda) ricordando quando dovette affrontare la malattia della moglie:

Alla fine la operarono nell’aprile del 1982, e naturalmente scattai delle foto. La macchina fotografica rappresenta una sorta di barriera tra me e la realtà e quando devo affrontare qualcosa di particolarmente spiacevole, come il mio infarto e la lenta riabilitazione a New York nel 1971, scattare foto mi aiuta molto. Quando June ha dovuto subire questa complicata operazione nel 1982, mi accorsi di riuscire ad affrontare lei e il modo in cui il suo corpo si stava trasformando con molta più prontezza e coraggio ponendo una macchina fotografica fra i miei occhi e quelli di June.

Previsioni, profezie e modelli ai tempi del Coronavirus

Contributo di Ignazio Drudi

1. Perché

Ho cominciato ad interessarmi all’andamento del COVID-19 dal 22 febbraio, se devo confessare la motivazione vera, si è trattato di una reazione di irritazione per i titoli e gli annunci che giornali e TV strombazzavano in quei primi giorni, talvolta anche citando autorevoli colleghi, sicuramente travisando il loro messaggio.

Risultato immagini per prime pagine giornali coronavirus

Ovunque si parlava di progressione esponenziale della diffusione del virus con toni da apocalissi prossima ventura. Mi occupo di stime di modelli statistici nella mia attività didattica e di ricerca da (ahimè) quasi 40 anni e quando sento parlare di modelli di crescita esponenziale mi viene l’orticaria.

Dal punto di vista scientifico, non credo che in natura esistano crescite esponenziali o, anche se esistessero, non ci sarebbero osservatori in grado di descriverle e analizzarle.  Ma la seconda motivazione è ancora più soggettiva e per me più importante: da inguaribile illuminista, considero il panico e la paura irrazionale fattori controproducenti per il contenimento della epidemia e sono convinto che la razionalità debba essere il motore di un comportamento prudente e socialmente accettabile.

Infine, una motivazione pro domo mea: almeno nelle informazioni che ci danno i media, non trovo nessuna traccia del contributo che la Statistica potrebbe/dovrebbe dare in questa situazione. Non posso non sottolineare che, per quanto abbia cercato,  nella task force della Protezione Civile non ho trovato nemmeno uno statistico.

2. Il modello

Alla luce di queste motivazioni, ho cominciato a studiare quale tipo di modello potesse essere, allo stesso tempo, sufficientemente efficace, ma anche facile da comunicare ai non specialisti, proprio per cercare di introdurre qualche elemento di razionalità nella difficile situazione che ci troviamo a vivere. Sono ben cosciente che un lavoro scientificamente ineccepibile dovrebbe sviluppare ben altre metodologie, ma come detto, non era questo l’obiettivo

Per questo ho scelto un modello logistico nella formulazione di Verhulst, relativamente semplice da spiegare e ben consolidato in letteratura, più volte utilizzato come “descrittore” di andamenti epidemiologici.

Si tratta di un modello nato in ambito demografico per descrivere la traiettoria di crescita di una popolazione. Anche il modello di Pierre François Verhulst nasce, curiosamente; come una reazione, sia pure garbata, all’ipotesi esponenziale avanzata da Malthus. La frase più famosa che viene attribuita a Verhulst è proprio “L’ipotesi della progressione geometrica regge solo in casi molto speciali

L’idea che sta alla base del modello adottato è che il tasso di riproduzione è proporzionale alla popolazione esistente, ma che il tasso di riproduzione è proporzionale all’ammontare di risorse disponibili. Detto in altri termini, qualunque sistema che contiene una popolazione ha una “carrying capacity” che modella la competizione per le risorse disponibili e che tende limitare la crescita delle popolazioni.

Supponendo che il numero di individui di una popolazione sia una funzione continua del tempo, che ammette derivata continua, si ha che l’incremento della popolazione al variare del tempo può essere rappresentato dalla derivata che, in un modello elementare, si può supporre direttamente proporzionale al numero di individui della popolazione stessa.

Risultato immagini per wiki modello verhulst

Si ha pertanto la seguente equazione differenziale:

con r: parametro di crescita malthusiana

Pertanto se r è una costante la popolazione cresce in maniera esponenziale con pendenza dipendente da r.

Invece, in un ambiente la cui disponibilità di risorse è limitata, si può descrivere l’evoluzione della popolazione utilizzando un coefficiente r che decresce all’aumentare della popolazione: il modello più semplice è

con a e b costanti.

Sostituendo tale funzione nella precedente equazione differenziale si ottiene:

Naturalmente sono possibili formulazioni alternative del modello, ma quella presentata nella forma precedente è agevolmente stimabile dal punto di vista statistico e richiede unicamente la conoscenza dell’ammontare dei casi di contagio

La forma differenziale, inoltra, si presta meglio ad essere divulgata anche tra i non esperti perché la sua rappresentazione grafica mostra un “picco” laddove la soluzione integrata logistica presenta solo un flesso, difficilmente riconoscibile ad occhio e meno comprensibile.

In sostanza, essa si presenta come una sorta di curva a “campana” non sempre simmetrica, con una fase di crescita, seguita da un “plateau” e poi una discesa più o meno “ ripida. Una tale figura è probabilmente ciò che una persona qualsiasi coglie con maggiore immediatezza.

3. Cosa è successo

La pluridecennale frequentazione di stime e modelli mi ha subito restituito, a pelle, un buon feeling con le prime prove e le prime stime. MI sono convinto che il modello “teneva”.

Ma il punto più rilevante è che ho scelto i social network per comunicare quelle che ho chiamato le mie “cabale”. Io avevo sempre utilizzato Facebook e twitter o come fonte di dati per studiare il mood sociale o come mezzo per comunicare con gli amici più stretti o con i familiari.

La sorpresa, che non saprei definire se piacevole o no, è stata una risposta del tutto inaspettata in termini di interesse e di “sete di capire”. I miei tweet hanno avuto fino a 30.000 consultazioni e miei “amici” su Facebook sono passati da alcune decine ad oltre 500.

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Dal punto di vista personale questo comporta un lavoro non banale, mi arrivano richieste di elaborazioni di ogni genere a anche qualche lamentela se per caso un giorno pubblico le mie previsioni con ritardo, ma considero questo sforzo come parte integrante del mio lavoro, che ha non come ultimo obiettivo la diffusione di un po’ di sensibilità statistico-quantitativa nel modo di pensare quotidiano. Credo che i colleghi delle varie discipline “scientifiche” (sciocca antinomia con “umanistiche” e/o “sociali) capiscano bene cosa intendo dire.

Chissà se fra i diversi cambiamenti che questa epidemia introdurrà nel nostro modo di vivere  non si possa annoverare anche un piccolo miglioramento del rapporto tra scienza e società, soprattutto in Italia, convincendo noi ad essere migliori divulgatori di ciò che sappiamo e i nostri concittadini a non chiudere occhi e orecchie quando si presenta o si parla di numeri. 

Se così fosse, sarei orgoglioso di aver portato la mia piccola pietruzza.

2020: Odissea verso dove lo dobbiamo decidere noi

Contributo di Lea Querzola

In queste settimane abbiamo tutti più tempo per pensare; non dico riflettere –parola che ha una sua pretenziosità – ma pensare, a casa, col naso all’insù, guardando un soffitto o una parete che è lì da qualche decennio ma che, in fondo, ci pare di non aver mai visto prima.

E stamattina, al risveglio, mentre qualche uccellino felice della vita cantava incurante del freddo improvvisamente ritornato, pensavo ai tanti decenni già vissuti, a che messaggio ci abbiano portato, a che cosa ci possa dire l’oggi.

Gli anni Ottanta, con la loro ubriacatura lussuriosa, le top model, l’edonismo reaganiano, Pertini al Bernabeu, il Papa polacco, il crollo del muro e la ricchezza manifesta – forse anche grazie alla lira, che consentiva pure agli operai di possederne qualche milione – sì decisamente, gli anni Ottanta sono i miei preferiti. Nei Novanta il baricentro del mondo finanziario si sposta, dagli Stati Uniti verso la Cina. E questa arriva, oltre che sulle nostre tavole, anche nei nostri abiti: le giacche di re Giorgio di quegli anni sono una versione chic dell’uniforme mandarina; Claudia e Cindy, troppo opulente, cedono lo scettro a Kate, più ossuta e spigolosa, insomma, più cinese; nella musica, Nirvana, Depeche Mode e Gun’s and Roses scalzano i gruppi più bellocci, ma più superficialotti, del decennio precedente.

La seconda parte dei Novanta però è confusamente effervescente e a tratti tristemente pacata, come le feste quando s’è fatta una certa ora e sai che stanno per finire: non ti diverti più e inizi a pensare a dove avevi lasciato il cappotto.

Tre, due, uno,un trenino cantando “BrigitteBardotBardot”, e inizia il Duemila. Altro che anno nuovo, millennio nuovo. Qui tocca essere ottimismi per forza, anche perché se vale il detto che “il buongiorno si vede dal mattino”, qui se va male siamo fottuti per mille anni; quindi speriamo che vada bene.

Risultato immagini per torri gemelle

Ora, bene bene il millennio non parte. È appena il settembre 2001 quando a New York, che è come dire Roma o Parigi, accade quel che accade. Il 2002 si apre con l’entrata in circolazione dell’euro (e all’operaio di cui sopra, gli pare subito di aver preso una mezza fregatura); nel 2006 almeno vinciamo i Mondiali, contro i francesi poi, che su, diciamolo inter nos, è come quando vinciamo contro i tedeschi, una bella soddisfazione; però dura poco, è un’allegria finta, come quella da superalcolico.

Arriva il 2008, la crisi più forte dal dopoguerra, e iniziamo ad aspettare il decennio successivo. Scavalliamo il 2012, anno su cui i Maya avevano – pare – lanciato qualche profezia; non sappiamo bene nemmeno noi dove ci troviamo, con che cosa abbiamo a che fare; inventiamo o prendiamo confidenza con parole nuove (globalizzazione, geolocalizzazione, genitore 1 e genitore 2, ma il 3 è un numero come un altro, che cosa ci ha fatto per fermarci a 2), siamo tutti disorientati, tutti.

Naturalmente, però, ci portiamo in giro con la faccia di chi ha il numero 10 sulla schiena, come dice Cesare; un po’ perché mostrarsi perdenti (umani, forse?!) non va di moda; un po’ perché cerchiamo, chi può, di non pensare troppo: uno, due, tre o più viaggi all’anno, i finesettimana fuori porta, ogni giorno invece fuori casa da mattina a sera, lavoro, palestra, estetista, convegno, colazione con le amiche, shopping, la spesa, il circolo, ah già i figli, è vero, ci sono anche quelli, chi li ha dovrà pure pensarci ogni tanto … e così siamo andati avanti, fino a qualche settimana fa.

Quando abbiamo fatto il trenino lo scorso Capodanno, c’era qualche voce di sottofondo sul 2020, l’anno con la doppia cifra che si ripete, che capita ogni non so quanto (per fortuna!), ma non la si ascoltava, giustamente, siamo scienziati, mica leggiamo i tarocchi per mestiere … Poi è arrivato lui: no, purtroppo non George Clooney alla porta che senza di lui “no party”; è arrivato il virus.

Che ci toglie i viaggi, la palestra, a qualcuno anche il lavoro, l’estetista, i convegni, le colazioni con le amiche, i figli no, quelli speriamo che non ce li tolga. Più spesso ha tolto padri, madri, nonni, zii, fratelli, migliaia di morti, un’ecatombe.

Per questo, personalmente, non mi basta che scopriamo il vaccino, che non si muoia più, che “torniamo alla vita di prima”, essendoci buttati alla spalle questa esperienza, come fosse una brutta parentesi.

Non mi basta, non ci può bastare, per quei morti, al cui sacrificio dobbiamo dare un senso. Tornare alla “vita di prima” non si può, perché non ci saranno più le persone che c’erano prima; e a meno che non siamo una comunità solo a chiacchiere – cosa assai probabile – non dobbiamo tornare a niente: dobbiamo continuare a vivere con nuova consapevolezza, con rinnovata gratitudine per l’esistenza (che, “prima”, diciamolo, sembrava ci mancasse sempre qualcosa), col fermo proposito di essere meno egoisti e meno cattivi (meno stronzi si può dire?!) di prima; praticamente battaglie impossibili, scoprire il vaccino sarà più facile.

Virus, non ci piaci, non solo perché ci uccidi come mosche, quando trovi in noi terreno fertile; non ci piaci perché ci sbatti in faccia che siamo piccoli, poveri e provvisori, mentre ci crediamo grandi, ricchi ed eterni. Chissà che, in mezzo al tanto male e dolore che stai provocando, tu non possa fare – a chi avrà in sorte di sopravviverti – anche un po’ di bene.

Davvero niente sarà più come prima?

Contributo di Gianfranco Pasquino

Niente sarà più come prima. Se tornasse “tutto come prima” vorrebbe dire che non avremmo capito molto e, soprattutto, che non avremmo imparato niente. Non avremmo capito che chi non protegge e non promuove l’ambiente predispone di continuo alcune condizioni che facilitano le epidemie e altri guasti.

Non avremmo capito che è giusto e “democratico” che le decisioni che valgono per una comunità debbono essere prese dai politici scelti attraverso elezioni free and fair e che gli eletti hanno l’obbligo costituzionale e morale di assumersene personalmente sempre tutta la responsabilità. Ma, nessuno dei rappresentanti e dei governanti dovrà più, mai più ignorare i pareri e le conoscenze degli esperti, dei tecnici, degli scienziati.

Neppure in politica “uno vale uno” (è solo il voto degli elettori che ha valore eguale), ma certamente in tutti gli ambiti professionali, qualcuno vale più di altri quanto a competenza, esperienza, capacità di proporre soluzioni. Non c’è nessun scivolamento dolce e rassegnato verso la tecnocrazia (che, comunque, non potrebbe configurarsi come “tornare a prima”), ma il decisivo e positivo riconoscimento che nella modernità esiste qualcosa chiamato scienza che merita rispetto. Molto più prosaicamente e concretamente, merita anche finanziamenti e non soltanto per evitare che i “nostri” giovani ricercatori siano obbligati ad andare all’estero.

Se, molto improbabilmente, tutto tornasse come prima vorrebbe dire che non abbiamo imparato alcune altre lezioni importanti e irreversibili. La globalizzazione porta con sé grandi opportunità, ma anche grandi rischi. Non vi si può opporre, ma la si deve regolare. Allora, diventa indispensabile individuare, stabilire, scegliere e fare rispettare buone regole a livello globale.

Non tornare a prima, ma costruire e potenziare le organizzazioni sovranazionali è un imperativo categorico. Questo imperativo vale anche per i sovranisti. Stanno spostando il tiro, ma non sembra che abbiamo imparato che nessuno in questo mondo e nel mondo che verrà, avrà più il potere di chiudere le frontiere, di sigillarsi, di vivere nell’autarchia (famigerata illusione del fascismo), di fare a meno di un coordinamento quanto meno europeo.

 Ed è proprio in questo ambito che nulla dovrà tornare come prima, tutto dovrà cambiare per andare avanti, politicamente, socialmente, economicamente, culturalmente.

Non credo che molti abbiamo capito che cosa è e che cosa significa effettivamente la democrazia. Vedo che troppi stanno sporgendosi a lodare il sistema politico cinese che, tecnicamente, è totalitario, con tutto il potere nelle mani del partito unico e del suo segretario Presidente, perché avrebbe bloccato e posto fine in tempi relativamente brevi all’epidemia. Loro, i cinesi, torneranno a come prima e, in assenza di libera circolazione delle informazioni, come prima saranno esposti alla prossima epidemia.

Sento che molti accigliati democratici deplorano le misure di controllo sui movimenti dei cittadini non solo italiani, di limitazione della libertà di circolazione. In Italia, tornare a come prima, significa non tanto recuperare un’apprezzabile situazione di libertà quanto ripristinare una deplorevole e criticabile situazione di violazione frequente, quasi sistematica, spesso condonata, delle regole. Andare oltre significa ripensare i rapporti interpersonali cominciare dall’esempio offerto dalle migliaia di medici e di operatori sanitari che stanno consapevolmente mettendo in gioco la loro salute e la loro vita per la salute e la vita degli altri, molti dei quali hanno violato le nient’affatto oppressive regole di non circolazione.

Andare oltre, avendo imparato qualcosa di importante, significa prendere atto, insegnare e desiderare che tutti sappiano che la libertà di ciascuno di noi si arresta e finisce dove incontra la libertà di chiunque altro. Che la nostra libertà si costruisce intorno alla fiducia che, come facciamo noi (sic) tutti gli altri rispetteranno le regole.

Reazioni a catena: il COVID-19 e la Cinetica dei Reattori Nucleari per capire il tasso netto di riproduzione

Contributo di Emanuele Ghedini

Sebbene sembrino apparentemente distanti, le discipline della Fisica dei Reattori Nucleari e l’Epidemiologia hanno in realtà almeno una cosa che le accomuna: il concetto di reazione a catena.

È certamente vero che l’oggetto principale delle due discipline, il nocciolo di un reattore a fissione e una popolazione soggetta a contagio epidemico, sono due sistemi radicalmente differenti; eppure la loro fenomenologia è definita dal comportamento di due entità elementari, parte di quei sistemi, la cui scomparsa o moltiplicazione avviene a seconda della tipologia di interazione con l’ambiente circostante.

Queste due entità sono il neutrone e la persona contagiata da patologia trasmissibile, la cui numerosità è espressa rispettivamente da due grandezze fisiche: il flusso neutronico (cioè i neutroni che attraversano ogni secondo un particolare punto) e il numero di casi di persone contagiate. Il neutrone si moltiplica se riesce a indurre una fissione nucleare e scompare se viene assorbito da un nucleo non fissile. Similmente i contagiati si moltiplicano se riescono a venire in contatto con persone suscettibili di contagi, mentre si riducono se guariscono o vengono isolati. Appunto, reazioni a catena.

Questa analogia tra le discipline mi ha messo in una posizione privilegiata per comprendere il lavoro che i colleghi epidemiologi stanno facendo per monitorare e prevedere l’andamento dell’epidemia di COVID-19, essendo io un docente di fisica del reattore nucleare ed avendo familiarità con i sistemi moltiplicanti. Infatti, i modelli matematici usati in epidemiologia sono spesso sottocasi di modelli più complessi che si usano nella cinetica del reattore nucleare.

Infatti, lo scopo dello scienziato e in particolare del modellista è formalizzare matematicamente i meccanismi di interazione tra le entità e il resto del sistema, scrivendo equazioni che mettono in relazione le grandezze fisiche, così da poter fare previsioni sulla base delle condizioni iniziali e stimare alcune grandezze importanti che purtroppo sperimentalmente non si riescono a misurare.

Devo però ammettere che il nocciolo di un reattore nucleare è in un certo senso più semplice da modellare rispetto a una popolazione soggetta ad epidemia. Questo perché il nocciolo è progettato e costruito da noi, che ne conosciamo tutti i dettagli in termini di geometria e di materiali; ma soprattutto perché i neutroni (e i nuclei atomici) si comportano tutti allo stesso modo!

Inoltre, le misure sperimentali possono essere svolte in maniera molto accurata, dandoci conoscenza istantanea dello stato del sistema. Questa prevedibilità (che è anche dovuta al grande numero di entità neutroniche e atomiche per volume) ha permesso ai reattoristi di costruire modelli estremamente sofisticati e matematicamente molto complessi del comportamento di un reattore nucleare e della evoluzione della sua popolazione, sia in termini di neutroni che di nuclei, che va sotto il nome di Cinetica del Reattore Nucleare.

L’oggetto di indagine dell’epidemiologia è invece molto più sfuggente. I comportamenti dei singoli elementi sono infatti decisamente meno prevedibili di quelli di un neutrone e la loro numerosità è molto inferiore. Basti pensare che spesso è il comportamento di pochi singoli a inizio epidemia a definire il contenimento o meno su scala nazionale. Inoltre, effettuare misure per valutare l’effettivo stato di sviluppo del contagio è molto più complicato e i risultati molto meno affidabili. Basti pensare alle incertezze sui test con tamponi per la positività e alla valutazione delle cause dei decessi. Questo pone limiti alle capacità di utilizzare modelli epidemiologici in quanto i dati, sia per crearli che per validarli, sono più incerti.

La prima similitudine che ho visto tra i modelli per reattori nucleari e per l’epidemiologia è l’uso di un indicatore per definire se il sistema vede le sue entità elementari (neutroni o contagiati) aumentare infinitamente, diminuire fino a scomparire, oppure restare costanti in numerosità.

I primi usano il coefficiente di moltiplicazione k, definito come i neutroni che un singolo neutrone presente nel reattore può generare, mentre i secondi il tasso netto di riproduzione R0, definito come il numero di casi che può generare una persona contagiata nella popolazione. Attenzione, perché questi due numeri non ci dicono quanti neutroni o casi di contagio sono presenti al momento, ma solo di quanto varieranno nel tempo. Per esempio, una popolazione che si lava spesso le mani avrà un R0 minore di una popolazione che non se le lava, a prescindere che ci sia o meno una epidemia in atto.

Il criterio per discriminare tra un reattore che aumenta indefinitamente la sua potenza e uno che si spegne è quindi lo stesso che possiamo usare per discriminare se una epidemia si espanderà o scomparirà: k o R0 maggiore o minore di 1. La stazionarietà la si ottiene solamente con k o R0 uguali a 1, ovvero per ogni contagio abbiamo una guarigione.

Per esempio, un contagiato che entra in un paese che ha buone pratiche igieniche (R0 ≤ 1) non darà inizio a nessuna epidemia (anche se in realtà R0 dipende anche dalle caratteristiche di contagiosità del virus stesso e non solo dalle buone pratiche igieniche), così come un neutrone che entra in un sistema sottocritico (k ≤ 1) non darà inizio a nessuna reazione a catena di fissione. Il grafico 1 mostra chiaramente questi tre casi, e in più rende evidente l’andamento esponenziale della curva: in parole povere, ad ogni istante la curva cresce (o cala) un po’ di più rispetto all’istante precedente.

Tutti noi stiamo ora cercando di capire quando questa epidemia smetterà di crescere, cioè quando R0 arriverà a 1. Ma come capirlo dai dati che possediamo? Possiamo disegnare la curva dei contagiati e cercare capire quando comincerà a curvare di meno verso l’alto. Ma valutare la curvatura di una curva non è molto semplice! Per questo si usano i grafici a scala logaritmica che trasformano le curve esponenziali con R0 costante in rette. Il grafico 2 mostra le stesse curve del precedente in scala logaritmica, nelle quali le curve ora sono rette con diversa pendenza. Dall’inclinazione della retta possiamo stimare esattamente R0: se punta in alto è maggiore di 1, se punta in basso è minore di 1 e se è orizzontale è uguale a 1. Stesso discorso per i reattori nucleari che vengono mantenuti a potenza costante con k = 1;

Dai dati possiamo anche valutare la nostra capacità di applicare le misure di contenimento emanate dal Governo. Prendiamo i grafici in scala logaritmica e valutiamone la pendenza di periodo in periodo: più la retta è orizzontale, più R0 tende a 1. Come esempio, nel grafico 3 trovate la curva dei contagiati attuali per l’Emilia-Romagna che ha continuato ad inclinarsi sempre di più verso R0 = 1 man mano che le misure sono state recepite. L’andamento è promettente, ma c’è bisogno di un ulteriore sforzo per aspettare che le misure prese due o tre settimane fa comincino a mostrare i loro effetti, a causa dei tempi di incubazione e di guarigione medi dei malati.

Ovviamente tutto questo non è scienza esatta, per i motivi sopra detti. Molto dipende da come la popolazione reagisce alle misure. In parole povere il valore di R0 lo decidiamo noi: diversamente dai neutroni noi possediamo la libertà di azione… nel bene e nel male.

Detto con un ultimo grafico, siamo noi che dobbiamo disegnare la parte mancante dell’arcobaleno.

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Il coronavirus come fatto sociale totale: l’impatto culturale dell’epidemia

Contributo di Vincenzo Matera

Ci sono due aspetti della diffusione del coronavirus Covid-19 che mi sento di poter evidenziare e che mi sollecitano una riflessione.

Primo, gli aspetti legati agli impatti che un processo globale come senza dubbio è l’epidemia/pandemia ha esercitato sulla dimensione locale.

Secondo, il carattere di vero e proprio fatto sociale totale che tale fenomeno presenta.

I due aspetti sono collegati: allorché un processo globale investe e travolge una località (paese, regione, nazione, continente) si configura nella percezione delle persone coinvolte come un fatto sociale totale.

Secondo la definizione dell’antropologo Marcel Mauss, un fatto sociale totale è un sistema/insieme di discorsi (retoriche, dibattiti, teorie, dichiarazioni, opinioni, slogan, ecc.) e di pratiche (azioni politiche, divieti, controlli, prescrizioni, comportamenti, precauzioni, limitazioni, ecc.) che permea ogni aspetto della vita e delle interazioni sociali. Il coronavirus coinvolge nel suo accadere (reale e immaginario) la pluralità dei livelli sociali: scienza medica, tecnologia, politica, economia, religione, parentela, educazione, comunicazione.

In tale cornice, rivestono una rilevanza notevolissima i modi in cui i media (e i social media), hanno modellato i contenuti relativi all’epidemia. Ognuno di questi livelli del sociale è stato sollecitato ed è emerso nella sfera pubblica in modo peculiare. Secondo campi di forza e dinamiche sociali più o meno nascoste.

Per esempio, le direzioni di pensiero incanalate nei social, da questi amplificate nei loro effetti pratici, ironici, isterici, rassicuranti, allarmanti, strumentali, e retorici, hanno contribuito a formare una “cultura” del virus, prima del suo arrivo – quando se ne osservava da lontano l’andamento, e dopo il suo arrivo – quando la gestione del problema è diventata molto vicina.

La cultura del virus di “prima”, è stata all’insegna di una compassione mediatica e di un coinvolgimento molto lievi, analoghi a quelli che i media ci inducono quando trasmettono le immagini di un barcone alla deriva pieno di persone (che però stentiamo a riconoscere nella loro piena umanità, in fondo sono semplici “migranti”); solo quando i media stessi, secondo una curva emotiva che li accomuna (per esempio di fronte alle immagini di un bambino morto su una spiaggia) hanno un sobbalzo di dignità, anche noi spettatori per un minuto in più ci immedesimiamo riconoscendo un briciolo di umanità alla vittima e percependo un briciolo di compassione in più, ma è solo un momento. A tal punto ci lasciamo ormai trascinare anche emotivamente dall’impostazione che Tg e quotidiani (e social media) danno agli eventi.

Così, anche la cultura del virus prima che arrivasse qui è stata all’insegna della quasi indifferenza: le immagini delle metropoli cinesi deserte, degli uomini in tuta bianca intenti a disinfettare le strade, dei capannoni-ospedali pieni di letti le abbiamo osservate a distanza, senza “leggerle” in profondità.

Vale a dire, è mancata totalmente – ed è stata altrettanto totalmente ignorata dal livello mediatico e politico – la consapevolezza del carattere globale di quei fatti. Insomma, abbiamo percepito, ci siamo lasciati orientare nella percezione del fenomeno, dei fatti come lontani, e locali. Nell’illusione di poter restare indifferenti o quasi a quanto accade agli altri. Ogni frammento di territorio italiano (e così anche in altri paesi) ha continuato nei suoi scambi, legami, intrecci, nella mobilità verso e dalla Cina, in linea con quanto abbiamo imparato da quando siamo protagonisti della Grande Narrazione del Mondo globale e delle sue meraviglie.

Tutto questo, però, è indice di una globalizzazione incompiuta, e purtroppo anche fuori controllo. Infatti, le conseguenze – disastrose – sulla dimensione locale di fenomeni globali (come le crisi economiche, il terrorismo, la speculazione finanziaria, il traffico di stupefacenti, l’inquinamento e, per arrivare ai fatti drammatici che stiamo vivendo, la diffusione di un virus sconosciuto) dimostrano che il nostro coinvolgimento in ciò che accade altrove e ad altri è totale. Dimostrano anche che non si può far fronte – in modo efficace – a un processo globale con armi locali.

La “caccia agli untori” che ha contrassegnato le reazioni (almeno all’inizio) degli altri paesi europei rispetto al contagio italiano è un altro indice di quanto siamo ancora lontani dal portare a termine la costruzione di una cornice globale in cui vivere senza scompensi e disparità. Ancora una volta, rispondere localmente puntando il dito sugli italiani infetti e chiudendo le frontiere (o minacciando di farlo) invece di concordare a livello internazionale (almeno europeo) risposte comuni e unitarie, significa essere globali solo nei proclami europeisti sempre pronti poi a chiudersi nell’illusione provinciale della tenuta dei confini nazionali.

Il bello (in senso drammatico) è che questa dinamica ha un andamento sempre relazionale: la Francia e l’Austria – prima di capire/ammettere che il virus è globale – mettevano all’indice gli italiani; ma in Italia, per esempio, i liguri indicavano – prima che anche la Liguria, come il resto della nazione, venisse decretata zona “protetta” (non entro nell’ironia dell’eufemismo) – i Lombardi come i contagiati pericolosi (“non vi vogliamo”, “andatevene”, “vengono qui a infettarci” erano i post più benevoli che ho letto su alcune piattaforme, per non dire della ridicola ordinanza che il sindaco di Finale Ligure ha emesso intimando ai Lombardi e ai Piemontesi presenti nel territorio del comune a dichiararsi e a restare chiusi in casa, come se – al solito – il problema riguardasse solo alcuni).

Mi auguro che, una volta usciti da questa situazione davvero brutta, si avvii una riflessione accorta sui rischi che si corrono a stare dentro una globalizzazione incompiuta, e sull’urgenza di progettare delle cornici adeguate a gestire e controllare i processi globali che, quali che siano, se lasciati fuori controllo, possono provocare sconquassi. Con buona pace dei sostenitori a oltranza del libero mercato, senza regole, come principio ultimo capace di regolare tutti gli altri aspetti della vita sociale. Così non è.

Uno degli effetti negativi che derivano da un “locale” in balia del “globale”, è l’aumento della percezione sociale del rischio e dell’incertezza. Riflettiamo sul fatto che una nostra esigenza primaria è vivere in un mondo dotato di “ordine, direzione, stabilità”.  

La percezione dell’incertezza può essere allora una chiave di lettura utile per cogliere alcuni aspetti di un fenomeno come la diffusione di un virus sconosciuto che ha come dato principale l’imprevedibilità. Quali abilità si attivano per ridurre l’imprevedibilità e provare a rimettere ordine nella vita? E’ una domanda non nuova per l’antropologia, specie nell’ambito degli studi di quelle società in cui – più che in altre – la quotidianità è pervasa da senso costante di vulnerabilità, da ansia continua, da altalene di speranza (attesa) e delusione, condizione che a volte spinge all’arte del “navigare a vista”, dell’improvvisazione, dell’arrangiarsi come modalità di tenere insieme faticosamente la propria ma anche quella delle persone vicine.

Il paradigma dell’incertezza rivela un articolato insieme di concetti ai quali ricondurre azioni, reazioni, logiche, comportamenti: insicurezza; indeterminatezza; rischio; ambiguità; ambivalenza; opacità; oscurità (brancolo nel buio); invisibilità; mistero; dubbio; scetticismo; occasione; possibilità; speranza; ipotesi, previsioni. Tutti concetti che costellano le reazioni preoccupate, razionali, ironiche, irrazionali, assurde comparse in particolare sui social allorché il virus è arrivato da noi. Di colpo ci siamo ritrovati – da che eravamo immersi in una mobilità sconfinata – dentro una immobilità forzata che facciamo fatica a accettare.

Dentro una cornice antropologica ritengo che si possa legare la dimensione dell’incertezza che aumenta oltre misura in queste settimane a un venire meno delle risorse culturali e delle competenze utili per muoversi in modo sensato nello spazio sociale, necessarie per percepire che la propria esistenza ha un ordine, una direzione, una stabilità. L’incertezza è il non saper bene come agire, che fare, che direzione prendere, per il venir meno di punti di riferimento.

Come appare evidente, la dimensione dell’incertezza è parte dell’esperienza umana, quali che siano i modi storici in cui questa si realizza; altrettanto ovvia è la considerazione della variabilità che la caratterizza, nel tempo e nello spazio; meno ovvio è invece il riconoscimento del carattere culturale dell’incertezza, del modo in cui ce la rappresentiamo, la sperimentiamo, la percepiamo. L’incertezza, del resto, è un prodotto sociale e culturale; dipende, ed emerge quindi, dalle relazioni sociali, dalle configurazioni culturali, che in certi casi creano incertezza.

Parallelamente, relazioni sociali e configurazioni culturali possono anche ridurre l’incertezza, anzi, proprio questo è il loro effetto primario. L’incertezza, l’imprevedibilità, scaturiscono dal presente, e si proiettano nel futuro; informano di se stesse l’esperienza del tempo, gli orizzonti e la capacità progettuale: il fare programmi, il coltivare aspirazioni, lo sperare che qualcosa si realizzi o non si realizzi, l’augurarsi buona fortuna – l’”andrà tutto bene” che circola in questi giorni – emergono allora come risorse culturali, che possono essere incrementate o schiacciate dalle condizioni sociali.

L’incertezza domina la vita degli abitanti dei “mondi magici”, di cui l’antropologo Ernesto De Martino delineò la problematicità dell’esserci, un esserci “non deciso” e quindi a rischio di dissoluzione nel nulla. Comprendere il senso della vita di costoro non è possibile se non uscendo dal pregiudizio antimagico dominante nel nostro mondo, – un mondo o un insieme di mondi dove l’esserci era divenuto un “dato” quasi inossidabile, per riconoscere la funzione dei dispositivi magici (e religiosi) di consolidare l’esserci incerto. La preghiera alla “madonnina” del Duomo di Milano dell’altro giorno ne è forse un esempio.

Nella società contemporanea, in molti dei suoi luoghi, e in molti dei suoi abitanti, l’incertezza sembra affiorare in modo preponderante, come dominus incontrastato a volte, o anche come una forza imperscrutabile e inevitabile, che segna pesantemente l’esperienza. È ovvio che l’incertezza regni sovrana nei periodi di guerra, allorché “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”; nei periodi di trasformazione, quando un certo ordine del mondo viene meno, nei periodi di crisi.

La diffusione di un virus provoca un’incertezza che si manifesta a caduta nella quotidianità delle persone. È in questi casi il paradigma dell’incertezza si fa contesto, inizia a far presa, a modellare modi di pensare e di essere nel mondo.

Modi di pensare e di essere il cui tratto distintivo è trovare espedienti (o rimedi) contro la dissoluzione dell’ordine, della stabilità, di una possibile direzione che provoca una sorta di ansia da disorientamento. I supermercati presi d’assalto possono essere un esempio di questi meccanismi. Un modo di agire che momentaneamente tampona l’ansia, alimentata anche dalla frammentazione delle reazioni (pareri diversi degli esperti, proposte politiche diverse, fake news e informazioni amplificate) e dalla continua correzione delle risposte (sui giorni di contagio, sull’utilità dei dispositivi di protezione, sulla effettiva pericolosità del virus, sui provvedimenti presi per contenere l’epidemia ecc.).

Tutto ciò che invece in qualche modo aiuta a ricostruire un orizzonte ordinato e prevedibile, come è ovvio, può ridurre l’incertezza.

Come (e se) ci cambierà il virus….riflessioni di un giurista

Contributo di Antonello De Oto

Ritrovarsi di colpo solo, in un’aula vuota con dei guanti, una mascherina al collo e un paio di cuffie microfonate a parlare ad uno schermo…dall’altra parte mentre la voce corre sul filo dei byte… i tuoi studenti smaterializzati da un virus da un giorno all’altro, ma pronti a dialogare, ad apprendere, a desiderare conoscenza giuridica magari mentre mangiano una merendina davanti al monitor…

E’ il sapere e la diffusione della conoscenza nell’era del Covid-19. Così si fa lezione oggi in tutta Italia e in quellAlma Mater che non si ferma e che ha sempre accolto da tutto il mondo, sin dai primordi, come testimoniano gli scudetti equestri affissi nell’atrio del Palazzo dell’Archiginnasio, studenti che a cavallo venivano da ogni dove…e Maestri come IrnerioLucerna iuris” e Graziano che operavano in quella Bononia e in quel mondo che per lungo tempo si voleva, secondo la teoria astronomica di Tolomeo,  immobile e anche parzialmente abitato.

Ci si è lamentati spesso in passato dei danni collaterali della tecnologia. Quella techne che ci rubava posti di lavoro, che toglieva spazio all’uomo per inserire macchine, processi…determinando senza neanche troppo rendersene conto una progressiva perdita di centralità dell’essere vivente, dei suoi tempi di reazione e dei suoi lenti riti quotidiani. Che costituivano, per inciso, in un tempo spesso mediocre anche speranza, capacità di aspettare, percorsi di desiderio.

La Rete connettendo in pochi istanti tutto il mondo, oggi quasi del tutto abitato, aveva annullato il valore della pazienza, i tempi di risposta, il senso della fatica.

E oggi? Cosa ne è e ne sarà del nostro mondo e dei nostri riti quotidiani? Cosa ne sarà di quella velocità che non faceva bastare le giornate. Oggi ai tempi del Coronavirus distanti un metro e per fortuna interconnessi (come cambiano rapidamente giudizi e scenari) i soldi sembrano valere meno, i paradigmi si ridisegnano velocemente e anche le antiche professioni liberali ritrovano funzione e spazi di interconnessione e aiuto in un guado difficile dove imprenditori e cittadini abbisognano più di ieri di una difesa agile e interattiva, anche nei confronti di un male che tutto vorrebbe travolgere. Salvare i sacrifici di una vita, posti di lavoro, contenere i danni, questo è oggi il tema. E allora strumenti come una consulenza legale fornita in conference call o il processo telematico stesso, appaiono non più orpelli di una modernità giuridica ostentata ma scialuppe di salvataggio in un mare in tempesta.

La tecnologia per molti fino a ieri nemica è divenuta salvezza e garanzia di comunicazione. Poter ordinare una spesa on-line o seguire nel chiuso delle proprie case una messa in streaming o rivedere un vecchio film dal sito della RAI…capacità, possibilità che ci sembrano oggi molto meno superflue e scontate. In molti casi l’unica reale possibilità di approvvigionarsi e di trascorrere un tempo interminabile. Diritti pubblici soggettivi incomprimibili e indisponibili come la libertà religiosa, ad esempio, che grazie alla tecnologia trovano uno sfogo e mantengono spazi di libertà continuando a soddisfare il diritto di essere se stessi.

Anche Istituzioni che molti – non certo il sottoscritto – ritenevano pletoriche e inconferenti in uno Stato democratico, come le nostre Forze Armate, oggi ci appaiono vitali per proteggere la nostra comunità persino (a volte) da se stessa, fornendo con rapidità servizi e infrastrutture che non eravamo in un tempo ordinario stati capaci di difendere e pensare. Quell’Esercito che oggi costruisce ventilatori polmonari, quell’Universitas che ricerca e non molla, portando avanti i giovani e futuri quadri dirigenti del Paese, anche in un tempo difficile. E non breve. Un tempo che risuscita e rifugge al contempo vecchie paure, che rivivifica un nemico antico, quel morbo descritto in passato da Sofocle nel prologo di Edipo Re e nella Bibbia e chiamato peste (Yersinia pestis) divenuto in seguito un vero e proprio topos letterario. Oggi l’antico nemico è tornato. Con altri vestiti e un cuore vecchio. Forse a ricordarci, sotterraneamente, il valore della solidarietà, lo stare uniti nelle difficoltà e quel restare umani, che molti di noi avevano per un attimo accantonato, in favore degli egoismi di parte.

Quelli che con una buona dormita passa tutto…

Il sonno al tempo del Coronavirus

Contributo di Giovanna Zoccoli

La pandemia di COVID-19 e le misure di contenimento del contagio adottate nel nostro paese hanno profondamente cambiato le vostre vite. Sicuramente questa nuova situazione ha richiesto un drastico ridimensionamento della nostra vita sociale, ora limitata ai familiari conviventi.

Questa riorganizzazione delle abitudini di vita ci ha sicuramente sottratto qualcosa di prezioso, la convivialità e la socialità, ma, in compenso ha regalato a molti di noi del tempo libero che possiamo scegliere di dedicare ad attività prima trascurate.

E quindi si legge di più, si cucina una cena un po’ più elaborata del solito, si sistemano cose lasciate indietro da tempo. Tra le attività da intraprendere in questo periodo, e a cui dedicare parte del tempo reso disponibile, ce n’è una che non costa nulla, che tutti siamo in grado di svolgere e che ci potrà anche aiutare a mantenerci in buone condizioni di salute: dormire.

Il sonno, questo momento prezioso, solo nostro che dedichiamo a noi stessi e alle nostre necessità, non solo è piacevole ma è anche un comportamento necessario a mantenere un buono stato di salute. La ricerca scientifica ha dimostrato che un sonno quantitativamente insufficiente o frammentato è associato all’insorgenza e allo sviluppo di una serie di malattie croniche.

In particolare, specialmente nei bambini, un sonno insufficiente aumenta il rischio di sviluppare sovrappeso e obesità, e negli adulti le alterazioni metaboliche legate ai disturbi del sonno possono favorire lo sviluppo del diabete.

Si è visto che anche la comparsa di patologie cardiovascolari e neurodegenerative può essere correlata ad un sonno disturbato o insufficiente. Ma l’aspetto che diventa particolarmente rilevante in questo periodo è il ruolo del sonno nel contrastare di sviluppo di malattie infettive acute.

È noto da molti anni che il sonno e il sistema immunitario hanno una relazione bidirezionale. L’attivazione del sistema immunitario altera il sonno, e il sonno a sua volta influenza l’efficienza del sistema di difesa del nostro corpo. Quando siamo ammalati, e abbiamo la febbre, dormiamo di più.  L’aumento del tempo di sonno durante un’infezione facilita l’attivazione del sistema immunitario per promuovere la difesa dell’ospite, e può migliorare il decorso della malattia. Di converso, un sonno adeguato è associato a un ridotto rischio di infezione.

Inoltre, è stato evidenziato come la produzione di anticorpi dopo una vaccinazione risulti raddoppiata nei soggetti che dopo la vaccinazione stessa hanno dormito, rispetto a soggetti tenuti svegli o che hanno dormito poco. Quindi, perché non dedicare in questo periodo un po’ più tempo del solito al sonno? Andiamo a dormire prima e dormiamo più a lungo, lasciamo al sonno ristoratore il tempo che gli occorre per svolgere indisturbato tutte le sue preziose funzioni. Poi, tra un po’, quando tutto questo sarà passato, torneremo alle nostre vecchie abitudini. O forse no, forse non subito, forse non tutte….

Emozioni sonore al tempo del coronavirus.

La musica e il suo mondo migliore

Contributo di Giuseppina La Face

Il tempo affievolisce i ricordi: giova rammentare. Nel settembre 2001 i cittadini statunitensi, sbigottiti di fronte all’immane tragedia delle Twin Towers, intonarono spontaneamente “God bless America”: affidavano a quella preghiera corale il loro dolore e la speranza della ricostruzione.

Oggi anche noi ricorriamo alla musica, di fronte alla guerra scatenataci da un esserino invisibile e malefico, il Sars-Cov-2, meglio noto come Covid-19 o coronavirus. Essa risuona dai balconi e dalle finestre d’Italia: ognuno canta e suona quella che ama, sentendosi però legato agli altri da un rapporto stretto e vicendevole.

È comprensibile, giacché la musica alimenta il senso di comunanza sociale, organizza le emozioni, e può esercitare un’azione consolatoria. Lo diceva Marsilio Ficino che la definiva “consolazione delle fatiche e pegno di vita duratura”; lo proclamava Schopenhauer  che la considerava “panacea di tutti i mali”; lo sapevano gli operisti del Settecento, che alla musica chiedevano di procurare il plaisir des larmes, efficace per stemperare le sofferenze in una dolcissima malinconia.

C’è un aspetto terribile nell’infezione, nella pestilenza, nell’epidemia: anche gli amici, i parenti stretti, figli, genitori, sposi, si trasformano. Appaiono ‘nemici’ in quanto possibili vettori di contagio, malattia, morte. E ciò fa vacillare certezze, mette in crisi sentimenti profondi come l’amore e l’amicizia, fa toccare l’abisso della solitudine esistenziale.

Oggi, di fronte all’angoscia generata da un pericolo invisibile, avvertito al momento come incontrollabile, la musica diventa un mezzo di sopravvivenza. Il ricorso ad essa diventa taumaturgico.

Nella nostra cultura il far musica è strettamente collegato all’ascolto. Se ti si ascolta, significa che ti si presta attenzione, ci si accorge di te. Suonando o cantando – da soli o in gruppo – si instaura un rapporto fra esecutori e ascoltatori: si ricostruisce proprio quel senso di solidarietà, simpatia, comunicazione che l’esserino malefico devasta.

Non importa che tu sia intonato o stonato, professionista o strimpellatore, il suono, il canto producono una corrente sentimentale che fa sentire forti e coesi.  E così, pur nella varietà dei generi musicali, si fronteggia meglio il nemico. Non è un caso che la musica più spesso eseguita sia stata in questi giorni “Il canto degli Italiani”, il cosiddetto Inno di Mameli. Pugnace, intenso, battagliero, risuonando in tutta la penisola ha fatto sentire gli Italiani un popolo unito, una ‘nazione’ impegnata in combattimento per il bene di tutti.

La musica attua un miracolo ulteriore: crea un mondo migliore, in cui si supera il dolore dei giorni tristi. Lo si sperimenta con Bach, Mozart, Beethoven, Rossini, De André, Vasco Rossi, Lady Gaga.

Nel 1817 – aveva vent’anni – Franz Schubert scrisse un Lied stupendo, “An die Musik”, su otto versi dell’amico Franz von Schober. Ne trascrivo qualcuno:

Tu, arte soave, in quante ore desolate
hai acceso il mio cuore al calore dell’amore
e mi hai portato con te in un mondo migliore!
Arte soave, di questo ti ringrazio!

(Du, holde Kunst, in wieviel grauen Stunden | Hast du mein Herz zu warmer Lieb’ entzunden, | Hast mich in eine beßre Welt entrückt! | Du holde Kunst, ich danke dir dafür!).
Ascoltatelo, dura tre minuti ed è meravigliosamente benefico.

Il cinema al tempo del coronavirus

(ovvero della resistenza al cambiamento)

di Giacomo Manzoli

Ignàc Semmelweis e Marc Levinson sono due nomi che dicono pochissimo ai non addetti ai lavori.

Il primo è un medico ungherese, che già nel 1846 aveva intuito come il semplice lavarsi le mani dei medici poteva diminuire in modo sostanziale le febbri puerperali, una delle principali cause di morte delle partorienti. Venne osteggiato e ridicolizzato dai baroni dell’ostetricia, finì in manicomio e morì per un’infezione contratta durante un intervento chirurgico, probabilmente perché chi lo operava non riteneva che disinfettarsi fra una operazione e l’altra fosse necessario. Dovette aspettare il 1894 perché la riabilitazione fosse completa, dopo che gli studi di Pasteur e altri resero inoppugnabile ciò che egli aveva dimostrato nella pratica e con le statistiche alla mano.

Marc Levinson, invece, è uno storico dell’economia che ha scritto un libro straordinario (The Box, EGEA, 2013) in cui ripercorre la storia che ha portato all’adozione globale di un solo standard di container.

Cinema al tempo del coronavirus

Può sembrare una cosa da poco, ma finché non è adottato questo provvedimento, ogni paese aveva le sue misure e questo comportava un continuo scarico e carico delle merci, cosa che triplicava i tempi di spostamento delle medesime e i relativi costi. Ebbene, la questione ha richiesto quasi un secolo per essere risolta, per via di svariati interessi nazionali e corporativi, e solo la guerra del Vietnam ha consentito di risolvere definitivamente il problema e di obbligare tutti a optare per un unico formato.

Sono due storie paradigmatiche, fra le mille che si potrebbero nominare, che ci fanno capire quanto ampia sia la distanza fra una buona idea e la sua applicazione. Ovvero, quante resistenze, dissonanze cognitive e interessi discordi possano ostacolare l’adozione di pratiche capaci di far avanzare il progresso.

Una delle cose che sarebbe possibile fare ormai da decenni ma viene sistematicamente rinviata è la possibilità di distribuire contemporaneamente un film al cinema e in streaming (a pagamento o meno) per chi non può o non vuole recarsi in un cinema. Ovviamente, la cosa già avviene per i film che sono prodotti dalle grandi piattaforme (tipo Netflix), ma si tratta di casi sporadici che trovano forti resistenze da parte del sistema cinematografico nel suo complesso: festival, distributori, esercenti, operatori del settore e anche parte del pubblico. Le motivazioni sono due: proteggere la corporazione degli esercenti e, in generale, salvaguardare la modalità di fruizione della sala buia.

cinema al tempo del coronavirus

Sono posizioni legittime, ma si scontrano con argomentazioni di carattere opposto altrettanto legittime. Non esiste un solo studio che dimostri che il vantaggio recato ad un film dalla sua diffusione domestica comporti realmente uno svantaggio in termini di spettatori in sala. Ovvero i due pubblici potrebbero sommarsi piuttosto che escludersi, con un vantaggio complessivo per il settore. Tanto più che esiste sicuramente una consistente fetta di spettatori potenziali che non può materialmente recarsi in sala, o perché vivono lontano dalle città dove si concentra il maggior numero di schermi o perché non hanno le risorse economiche, perché hanno impedimenti di vario genere oppure, infine, perché semplicemente non amano la sala.

A fronte di questo, anche tenendo per buono il postulato che vedere un film in sala sia meglio, è piuttosto chiaro che il settore nel suo complesso avrebbe tutto da guadagnare dall’introduzione di una modalità mista, che consenta di scavalcare il sistema delle cosiddette “finestre temporali” con cui si obbliga a lasciar passare un determinato arco temporale (diverso da paese a paese) fra la distribuzione in sala di un film e la sua messa a disposizione on-line.

La chiusura delle sale dovuta al coronavirus, dunque, potrebbe determinare le condizioni che, di fatto, obbligano ad aprire una sperimentazione vera in questa direzione, facendo fare un salto in avanti ad un settore che è stagnante da circa trent’anni.  Sarebbe, nel disastro complessivo e sempre con la speranza che le sale possano riaprire al più presto – una piccola esternalità positiva di questa situazione di crisi.