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L’incremento dell’incertezza economica provocato dalla pandemia COVID-19

Contributo di Maria Elena Bontempi

Il COVID-19 ha innescato uno shock negativo senza precedenti che sta mettendo a dura prova le economie mondiali. Si tratta, infatti, di uno shock che colpisce contemporaneamente domanda ed offerta del mercato e che sta determinando un aumento senza precedenti dell’incertezza economica, politica e del nostro stile di vita.

Le famiglie sono disorientate, volenti o nolenti hanno modificato la propria propensione al consumo e le proprie abitudini; molte persone probabilmente tenderanno a risparmiare il più possibile in vista della maggiore incertezza sul proprio reddito futuro. Allo stesso tempo, le imprese si trovano ad affrontare un’enorme riduzione degli ordini, gli effetti negativi dei blocchi attuati per evitare la diffusione del virus e, cosa più importante, un aumento senza precedenti dell’incertezza, un fattore che molta letteratura ha evidenziato essere in grado di fermare gli investimenti, con effetti perversi soprattutto su quelli innovativi (Bloom, 2014). A questo si aggiungono le difficoltà della politica nell’affrontare la sorpresa e l’incertezza sulle conseguenze e sul perdurare di questa nuova situazione. Tutti questi eventi negativi avranno un impatto sull’andamento dell’economia, nel brevissimo, breve e lungo periodo.

Possiamo usare una base dati open source per calare lo shock all’incertezza dovuto al COVID-19 in una prospettiva storica? L’Economic Uncertainty Related Queries (EURQ) Index è un indice di incertezza, esplicitamente un indicatore che misura il volume delle ricerche su Internet di una lista di termini legati all’incertezza economica e politica. La lista è composta da 184 termini forieri di incertezza specifici per gli Stati Uniti e da 136 termini specifici per l’Italia. L’indice EURQ è stato sviluppato per gli Stati Uniti e l’Italia da Bontempi, Frigeri, Golinelli e Squadrani (2019)  dell’Università di Bologna. EURQ è disponibile, a livello mensile, da gennaio 2004 a marzo 2020, viene aggiornato ogni mese ed è scaricabile dal sito relativo all’Economic Policy Uncertainty index creato da Steven Davis (Chicago University), Nick Bloom (Stanford University) e Scott Baker (Northwestern University).

La costruzione di EURQ poggia sull’assunzione che l’incertezza alimenti la necessità di maggiori informazioni su questioni di interesse strettamente collegate all’incertezza economica e politica, classificabili in base a diversi argomenti quali, ad esempio, la politica fiscale e monetaria, l’assistenza sanitaria, i programmi di diritto, la sicurezza nazionale, l’ambiente, il commercio ed il debito sovrano. Maggiore la ricerca su Google di tali termini chiave, maggiore l’incertezza stimata. È importante evidenziare che termini quali COVID-19, pandemia e virus sono ovviamente non inclusi nella lista dei termini di ricerca utilizzati per costruire l’indice EURQ.

I due grafici che seguono, il primo per gli Stati Uniti ed il secondo per l’Italia, mostrano che i livelli di EURQ hanno raggiunto nuovi, impensabili, record per entrambi i paesi.  

Per gli Stati Uniti, l’indice destagionalizzato al 31 marzo è del 12% oltre il picco raggiunto nel settembre 2008, dopo il crollo della Lehman Brothers. Aumenti dell’incertezza per gli Stati Uniti sono rilevati anche da altri indicatori di incertezza, quali la volatilità dei mercati finanziari o l’indice EPU, un indicatore di incertezza basato sul conteggio di specifiche parole nei quotidiani, si vedano Baker, Bloom, Davis e Terry (2020).

incertezza economica relativa alle queries degli Stati Uniti
incertezza economica relativa alle queries dell'Italia

Nel marzo 2020, dopo che il COVID-19 aveva iniziato a interessare l’economia statunitense, EURQ mostra che le ricerche di termini quali “buoni alimentari”, “indennità di disoccupazione” e “assicurazione contro la disoccupazione” sono aumentate. Molti lavoratori, trovandosi senza lavoro, hanno iniziato a cercare informazioni sui programmi di assistenza e sui pagamenti governativi. Nello stesso periodo, viene prestata molta attenzione alle risposte politiche per COVID-19. A titolo di esempio, la ricerca in Internet della frase “tassi di interesse” raggiunge il picco il 16 marzo – dopo che la Federal Reserve ha ridotto gli interessi a quasi zero – ed arriva, incredibilmente, a superare il numero di ricerche relative ad una parola estremamente popolare negli Stati Uniti, la parola “baseball”.

comparazione delle incertezze economiche

Possiamo anche dare un’occhiata alla distribuzione geografica delle ricerche su Internet e metterla a confronto con la distribuzione tra stati del reddito mediano delle famiglie, utilizzando la mappa tratta da U.S. Census Bureau, 2018 American Community Survey.

incertezze economiche, comparazione termini di ricerca su google  trends
incertezze economiche, comparazione termini di ricerca su google  trends

La query “tassi di interesse” sembra essere maggiormente rilevante negli stati con un alto reddito mediano, quali Washington, California, Alaska, Utah, Colorado e Virginia, mentre le ricerche della frase “buoni alimentari” prevalgono negli stati sud-orientali.

Con riferimento all’Italia, la serie temporale dell’indice EURQ mostra un chiaro break strutturale in corrispondenza della crisi del debito italiano, nel 2011, in seguito alla quale l’incertezza non è mai tornata ai livelli precedenti ma, piuttosto, ha mostrato una tendenza globale all’aumento. L’effetto del COVID-19 è, purtroppo, fin troppo chiaro: a marzo 2020 l’indice EURQ presenta un incremento del 49% rispetto a marzo 2019 ed un incremento del 47% rispetto a febbraio 2020. Questi aumenti sono più del doppio di quello osservato nel 2009, quando l’indice della produzione industriale registrò una caduta del 25% rispetto all’anno precedente.

Gli ordini di grandezza sono indubbiamente preoccupanti e, per questo motivo, in molti stiamo lavorando per anticipare l’evoluzione economica del nostro paese. Certamente, maggiore sarà il perdurare della pandemia, più elevata diventerà l’incertezza e più forti gli effetti moltiplicativi negativi sull’economia globale.

Tuttavia, ricollegandomi al contributo di Luca Lambertini, forse il virus-shock ci sta anche insegnando qualcosa. Una speranza per non vanificare il grande dolore che ha colpito tantissime persone. Probabilmente il sistema economico passato andrà almeno parzialmente ripensato, dando maggiore priorità alla cultura, alla ricerca, all’innovazione, ai servizi sociali, ad una più equa distribuzione del reddito, piuttosto che spingere verso la mancanza di rispetto e lo sfruttamento incontrollato delle risorse del pianeta, in preda alla miope ricerca del profitto ad ogni costo.


Approfondimenti bibliografici
Baker S. R., Bloom N., Davis S.J. and Terry S. J. (2020) “COVID-Induced Economic Uncertainty”.
Baker, S. R., Bloom N. and Davis S. J. (2016), “Measuring economic policy uncertainty”, The Quarterly Journal of Economics, Vol.131, No. 4, pp. 1593-1636.
Bloom, N. (2014), “Fluctuations in uncertainty”, Journal of Economic Perspectives, Vol. 28, No. 2, pp. 153-176.
Bontempi M.E., Frigeri M., Golinelli R. and Squadrani M. (2019) “Uncertainty, Perception and the Internet.” Quaderni – Working Paper DSE (1134), University of Bologna.
EPU index website: http://policyuncertainty. com/index.html

I numeri del rischio al tempo del Coronavirus

Contributo di Umberto Cherubini

Oggi ho terminato il corso sulle tecniche di misurazione del rischio a studenti che non ho quasi mai visto in faccia, ma che per qualche strano motivo ho sentito più vicino che se fossi stato su una cattedra. Mia moglie invece affronta un rischio diverso ogni giorno che va a fare il suo dovere all’ospedale COVID-19 della Maremma. E la sera, a debita distanza, discutiamo di numeri, i suoi. Sono numeri di rischio diversi da quelli di cui parlo con i miei studenti. Su questi numeri, sui numeri di cui non si parla, è forse il caso di fare una riflessione pubblica.

Io insegno misure di rischio monetarie. Parto con la notazione matematica: misure invarianti alla traslazione. Poi scendo dalla matematica alla realtà. Misure che hanno la proprietà che, se al rischio aggiungete una costante, e la costante è denaro, si riducono di quello stesso ammontare. E poi da sempre chiarisco con un esempio: pensate se il rischio si misurasse in numero di vite, come in una guerra. Nessuna moneta e nessuna costante potrebbe ridurre il rischio. Questo esempio sembrava desueto e lontano, come un ordigno di guerra disinnescato, e mai avrei pensato che quest’anno l’esempio avrebbe preso vita. E sono i numeri di cui la sera parlo con mia moglie.

Come si fa a ridurre un rischio non monetario? Si può aggiungere alla perdita di una vita una costante che riduca quella perdita? La matematica di chi ritiene che questo non sia possibile attribuisce un valore infinito alla vita, e nessun capitale può assorbirne la perdita. E mentre ciascuno di noi ritiene che questo principio sia così cristallino da essere banale – la vita non ha prezzo – abbiamo scoperto ancora oggi che per una parte della politica la vita ha un valore monetario.

Abbiamo letto sui libri di storia di un Mussolini che aveva bisogno di qualche migliaio di morti in guerra per sedersi al tavolo della pace, e sappiamo com’è finita. Pensavamo che fosse roba del passato. Lo stesso principio invece ha ispirato le posizioni di Boris Johnson, di Donald Trump, persino della Svezia. Il cinismo della ragion di stato è lo stesso, ma la democrazia ha richiesto che la posizione fosse giustificata da una scienza cui i leader dei giorni nostri vogliono credere per “wishful thinking”.  C’è una profonda ironia in questo, ed è veramente un contrappasso che i leader di una destra sovranista che ha guidato il proprio gregge nel dispregio della scienza (il famoso “enough of experts”), sia costretta a nascondersi dietro le sottane della scienza quando si tratta di sacrificare vite umane. E il contrappasso massimo è che questo criterio scientifico si chiami proprio “immunità di gregge”.

Sebbene la politica da operetta abbia fatto precipitosamente marcia indietro di fronte alla realtà, ha riportato alla ribalta il problema della commensurabilità dei rischi. I numeri del rischio monetario non si parlano con quelli del rischio fisico. Di questa difficoltà di convivenza avevamo già avuto avvisaglie nel dibattito sul cambiamento climatico, ma qui il confronto era mediato ed offuscato dallo sfasamento temporale. Perdite fisiche in un futuro lontano contro perdite di valori monetari oggi. E’ la questione che gli esperti di economia del cambiamento climatico chiamano: “il problema del fattore di sconto”. Come attualizzare ad oggi il rischio di un futuro catastrofico lontano.

rischio monetario al tempo del coronavirus

Oggi la realtà ha tolto di mezzo la distanza temporale tra rischi fisici e rischi monetari e li ha messi a confronto a distanza di mesi o giorni, e a livelli estremi, come in una economia che opera in un periodo di guerra. La differenza è chiara: le misure monetarie si possono assorbire, il rischio della perdita di vite umane no. Quando si tratta di perdite fisiche insostituibili si può soltanto ridurre la probabilità di perdita: non la si può reintegrare o risarcire. 

Quindi misure monetarie di rischio e misure fisiche fanno parte di specie diverse. Ma quando vengono a contatto in momenti come quello in cui stiamo vivendo creano attriti profondi, e corti circuiti che possono mettere a rischio la stabilità di una compagine sociale. Come i virus, anche le misure di rischio possono aver il loro spillover,  il “passaggio  di specie”.  La storia delle guerre, insieme ai goffi tentativi di qualcuno dei leader di oggi di fronte al virus, ci offre il facile esempio di come il rischio fisico possa essere impiegato per fini di prosperità economica. E ci rende facile schierarci. Ma il problema è più complesso, perché anche le misure monetarie possono fare il “salto di specie”, e diventare perdite fisiche: vite umane e riduzione della speranza di vita. Anche questo abbiamo visto nelle grandi depressioni economiche. E su questo è più difficile schierarsi: il dibattito sull’austerità che ha accompagnato la storia della crisi del debito sovrano in Europa ne è un esempio.

Per concludere, le misure di rischio monetarie e fisiche hanno sempre convissuto nella storia dell’uomo. Oggi notiamo la loro difficoltà di convivenza perché entrambe le misure di rischio sono estreme. Per questo siamo come in una guerra: un rischio estremo di perdita di vite, e un rischio estremo di perdita di capitale. E mentre le perdite fisiche possono essere solo contenute, il rischio monetario può essere assorbito con l’iniezione di capitale. Iniettare capitale in famiglie e aziende finché il corpo dell’economia possa riprendere a respirare in autonomia. E’ la mia interpretazione della proposta comparsa sul Financial Times da parte del mio maestro, Mario Draghi, alla luce, e alla fine, di un corso on-line di misure di rischio.

Virus, reddito, disuguaglianze

Contributo di Stefano Zan

L’osservazione della realtà economica di queste ultime settimane mette in evidenza che i provvedimenti presi per contrastare la diffusione del virus non solo hanno e avranno un effetto pesante su tutta l’economia del Paese ma hanno altresì un effetto differenziato sulle diverse categorie sociali/economiche e sul loro reddito con impatti e conseguenze molto diverse da quanto è avvenuto in occasione di altre gravi crisi economiche.

Da anni sappiamo che uno dei temi economici e sociali più rilevanti è quello dell’accentuarsi delle diseguaglianze (di reddito) che con le diverse crisi economiche che si sono succedute negli ultimi decenni non solo non sono diminuite ma anzi sono aumentate anche in ragione del modello di sviluppo (neo-liberista) assunto a paradigma di riferimento per le principali politiche pubbliche.

Possiamo parlare di disuguaglianza verticale perché il reddito disponibile si colloca lungo un continuum che va da zero euro a molti milioni di euro, ovviamente con addensamenti che si concentrano nelle posizioni intermedie: pochi sono i poverissimi, pochissimi sono gli straricchi, la più parte si distribuisce su posizioni intermedie tra povertà e ricchezza.

La novità indotta dalla pandemia in corso (o meglio, dai provvedimenti assunti per contrastarla) mette in evidenza che alla disuguaglianza verticale di reddito si affianca una disuguaglianza che per omogeneità di metafora possiamo definire orizzontale e che si manifesta su due piani diversi: quello delle filiere merceologiche e quello dello status professionale. Vediamole con ordine.

La chiusura selettiva delle attività economiche, produttive e commerciali crea una differenza sostanziale tra le filiere considerate strategiche per contrastare il virus e quelle invece che possono o debbono essere sospese per un lasso di tempo al momento indefinito.

Della prima categoria fanno parte la filiera agro-alimentare, il bio-medicale, il delivery, buona parte della logistica, parte dell’informatica e poco altro. Della seconda categoria fanno parte quasi tutte le altre filiere (tessile, abbigliamento, meccanica, automotive, ecc) con particolare impatto sul turismo, la produzione e il commercio non food, bar, ristorazione, palestre, estetiste, ecc.

E’ ragionevole prevedere che alcune di queste filiere (bar, ristorazione, palestre) riprenderanno a pieno regime non appena verranno tolti i vincoli oggi esistenti, a condizione ovviamente che la sospensione dell’attività non duri troppo a lungo. Ma per altre filiere, come il turismo, la ripresa sarà molto lunga. La prossima stagione estiva è già compromessa perché verosimilmente non arriveranno stranieri, molti in queste settimane si sono giocati le ferie e molte persone hanno avuto un tale calo di reddito che non potranno permettersi la solita vacanza.

Comunque il calo di reddito che molte famiglie registrano in questi mesi ridurrà complessivamente la capacità di spesa nei prossimi mesi e questo si rifletterà su tutta l’economia. In ogni caso possiamo parlare di disuguaglianza orizzontale perché nelle filiere non strategiche perdono tutti, dall’operaio all’imprenditore mentre in quelle strategiche tutti mantengono il loro reddito precedente o addirittura lo aumentano grazie agli straordinari (per i dipendenti) o a un aumento del fatturato. Tenuta del reddito, perdita di reddito, o, addirittura miglioramento riguardano tutti i componenti della filiera.

La seconda diseguaglianza orizzontale possiamo definirla come quella legata allo status professionale dei singoli che si comprende meglio facendo direttamente esempi concreti.

Pensionati e dipendenti pubblici, che facciano o meno lo smart working, mantengono il loro reddito precedente alla crisi e in molti casi di fatto sono costretti a risparmiare non potendo muoversi e/o fare acquisti che non siano quelli alimentari o on line.

I dipendenti delle filiere strategiche mantengono o aumentano il loro reddito grazie agli straordinari che sono chiamati a fare per garantire la produzione.

I dipendenti delle filiere non strategiche hanno la cassa integrazione che comunque taglia più o meno sensibilmente il reddito mensile.

Autonomi, indipendenti, professionisti (partite iva in generale) ad oggi non hanno coperture e in molti casi hanno perso e perdono per tutta la durata delle limitazioni la totalità del reddito (il barista, l’estetista, il consulente, ecc.). In compenso a fronte di nuove politiche di sostegno sono facilmente identificabili e valutabili sul reddito passato (reddito/fatturato dell’anno precedente).

Buona parte dei lavoratori in nero (ad esempio le colf) hanno perso tutto il loro reddito normale e, per definizione, non sono  nemmeno identificabili come destinatari di provvedimenti economici a loro favore.

Degli operatori della criminalità, spicciola o organizzata, non sappiamo al momento niente ma sembra siano crollati furti in appartamento e borseggi mentre “tengono” le rapine alle farmacie.

La diversa incidenza del virus sul reddito dipende quindi anche dallo status professionale e si configura come una seconda disuguaglianza orizzontale rispetto alla situazione cui eravamo abituati in precedenza. Un lavoratore autonomo, indipendente, a partita IVA, (ma anche un imprenditore) che prima della crisi poteva avere delle entrate più che soddisfacenti in questi mesi perde tutto, mentre un pensionato, un dipendente pubblico (o privato delle filiere strategiche) mantiene il proprio reddito.

Ovviamente questo incide anche sulla configurazione della disuguaglianza verticale creando un diverso ranking rispetto alla condizione pre-crisi. L’incidenza di questa nuova configurazione sociale dipende dalla durata della crisi e dai tempi di reazione delle singole filiere.

Inutile dire che le disuguaglianze orizzontali si sommano e si intrecciano alle classiche disuguaglianze verticali dando vita ad una situazione particolarmente complessa tanto da analizzare che da gestire.

Se l’ipotesi dell’apparizione di disuguaglianze orizzontali è una ragionevole rappresentazione di quanto è successo e sta succedendo in queste settimane mi pare che essa sia rilevante sotto molti profili. Gli storici potranno dirci se situazioni del genere si sono già presentate in passato ma, per quello che mi risulta, non in quello recente.

Nell’immediato le nuove disuguaglianze pongono problemi nuovi al governo perché qualsiasi politica dei redditi che voglia sostenere persone, famiglie e imprese nel rispetto di un principio generale di equità, e rilanciare l’intero sistema economico, non potrà non tenerne conto e la complessità da affrontare sarà molto maggiore sia rispetto a target differenziati su basi nuove (appunto filiere e status professionale) sia sulle prospettive temporali, anch’esse differenziate, di ripresa e di recupero. A parte i provvedimenti d’urgenza assunti in questi giorni, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi le politiche pubbliche dovranno acquisire una razionalità d’intervento di lungo termine che non è certo facile da individuare e bilanciare in ragione di come la crisi ha colpito i diversi attori economici. Questo ci porta a ipotizzare, e su questo chiudiamo, che anche l’attività di lobby sarà molto più vivace e articolata di quanto non sia stato fino a oggi dove la cosiddetta rappresentanza generale aveva un carattere tendenzialmente universalistico. La rappresentanza (e la lobby) dei prossimi mesi dovrà necessariamente tener conto delle differenze di impatto che la crisi ha avuto e sarà necessariamente più particolaristica e quindi, tecnicamente, corporativa.

Quando il virus sarà sconfitto nei suoi effetti più devastanti sulla salute si aprirà uno scenario economico e politico che costringerà a rivedere molte delle convinzioni sulle quali abbiamo basato fino ad oggi la nostra azione collettiva.

Articolo già apparso su già apparso mentepolitica.it del 28.3.20

Come uscire dalla crisi ? Ripensare le regole dell’economia globale

Contributo di Massimiliano Marzo

La gravissima crisi economica che da ora in avanti interesserà il mondo necessita di risposte non standard.  Le previsioni economiche ci prospettano un futuro assai fosco: per l’Italia -8%, un po’ meno per US e Europa.  L’elemento negativo è la sincronizzazione della crisi che colpisce tutto il mondo occidentale allo stesso tempo, con la stessa intensità. 

In questa figura osserviamo l’evoluzione del tasso di crescita annualizzato (in variazione trimestre su trimestre).

La linea che fa preoccupare è la linea azzurra che mostra un picco negativo attorno al  -12 per cento (a livello globale) con una ripresa altrettanto rapida attorno alla fine del terzo trimestre.  Recessione breve, ma molto, molto intensa.

Sono diversi i piani sui quali la crisi si rifletterà: sulle famiglie, le imprese e lo Stato.

 Per quanto riguarda le famiglie, i rischi più gravi riguardano la disoccupazione, il mantenimento del salario, dei livelli essenziali di vita.  Ciò soprattutto riguarda il futuro: quando la crisi sarà passata, chi potrà riprendere il lavoro? La classe media è rimasta schiacciata da politiche fiscali pesantissime ed inique.  E questa recessione mette ancora di più a rischio questo segmento di popolazione i cui bilanci sono ingessati da debiti e da tasse.  Senza continuità di reddito le famiglie smettono di consumare, la domanda aggregata si contrae e ciò non fa altro che aggravare la recessione causata dallo shock del COVID-19. 

Dal lato delle imprese la situazione è altrettanto grave, specialmente se si guarda alle piccole e medie (PMI):  lo stop alla produzione e al commercio, con la conseguente impossibilità di onorare debiti con le banche genera un forte potenziale rischio di default, in assenza di iniezioni di liquidità.  Scenario, questo che può provocare rischi di stabilità anche sui bilanci bancari o perlomeno, senza modifiche in materia di garanzie, una forte restrizione del credito (derivante da accresciuti rischi di default sia per prestiti alle imprese che per quelli alle famiglie), con un’ulteriore spinta recessiva.  Le grandi imprese hanno maggiori possibilità:  esse attingono alla cassa (che è mediamente elevata) e possono finanziarsi sul mercato delle obbligazioni corporate.  Se i livelli di default arrivassero oltre un livello fisiologico (e sopportabile dagli accantonamenti delle banche), si aprirebbe uno scenario apocalittico: la fusione del nocciolo sarebbe vicina, con un rischio per la ripresa irreversibile. 

Infine, lo Stato, o meglio, il suo bilancio.  E’ chiaro che in una situazione del genere, l’unico attore del sistema in grado di fermare il contagio è lo Stato, attuando manovre espansive che, in varie forme, possano dare un minimo di sollievo ai bilanci delle famiglie e delle imprese.  Date le proporzioni della crisi, però, tale manovra avrà un impatto sul bilancio dello Stato davvero non trascurabile.  Si può ipotizzare un incremento del rapporto debito/PIL può andare da un minimo del 10 ad un massimo del 40 per cento.  Tutti i bilanci pubblici subiranno questo effetto.  Se pensiamo all’Italia ciò potrebbe tranquillamente comportare una crescita del rapporto debito/PIL dal livello attuale del 135% ad un potenziale che può collocarsi attorno al 160% – 170% del PIL. 

Come uscirne?  E qual è la compatibilità delle soluzioni con le regole Europee ? 

Per uscirne ci sono pochi dubbi: c’è bisogno di denaro e garanzie.  Denaro per far fronte all’emergenza sanitaria, per sostenere le famiglie e imprese con sgravi fiscali (temporanei), che permettano un supporto alla grave crisi di liquidità che si sta preparando.  Ma è anche necessario fornire garanzie sia alle imprese che alle famiglie: lo Stato, in un contesto così grave, deve necessariamente intervenire.  Ma la risposta deve anche venire da un complessivo coordinamento delle politiche fiscali a livello globale

Fino ad oggi, la politica monetaria era vista come separata da quella fiscale.  Oggi, proprio perché la politica monetaria possa avere efficacia, è assolutamente necessario che sia accompagnata da manovre fiscali espansive, non solo a livello europeo, ma globale. 

La politica monetaria deve essere pronta a garantire tutta la liquidità al sistema economico.  La BCE – dopo il passo falso iniziale – ha garantito un’iniezione straordinaria di liquidità: ha potenziato il quantitative easing (acquisto di titoli pubblici e non, mantenendoli in bilancio fino a scadenza) inserendo la possibilità di fare acquisti senza limiti dei titoli di Stato dei paesi dell’area dell’Euro. 

E’ un passo in avanti molto importante, ma a questo va associato con urgenza la possibilità di allentare i vincoli che le banche devono rispettare nell’erogazione del credito, altrimenti le iniezioni di liquidità rischiano di non canalizzarsi nell’economia reale.  In una parola: sospendere Basilea 3.  In che modo ? Condizionando l’accesso delle banche a fonti di liquidità presso la BCE all’erogazione di prestiti e garanzie alle Piccole e Medie Imprese.  Infatti, i debiti in essere delle imprese rischiano il default: se vengono sostituiti con nuovi prestiti a condizioni più vantaggiose, senza condizioni di assorbimento patrimoniale per le banche.

In sintesi: 

  • coordinamento di politiche fiscali espansive;
  • garanzie per imprese e famiglie;
  • politica monetaria espansiva;
  • allentamento vincoli regolamentari su assorbimenti patrimoniali su prestiti, ovvero: moratoria sulle regole di Basilea 3 per facilitare l’accesso al credito bancario. 

Le risposte sopra delineate sono non convenzionali: è l’opposto di quanto (a parte la politica monetaria espansiva) è stato seguito dalle autorità di politica economica, fino allo scoppio di questa crisi.

Quali i rischi del non-fare ? E’ evidente che oltre alle conseguenze di cui sopra, il rischio più grave è quello di una spirale deflazionistica e un conseguente avvitamento dell’economia. 

Questa crisi segna un forte spartiacque: ci sarà un prima e un dopo.  E, devo dire, quest’esperienza ci insegna quali sono veramente le cose importanti nella gestione dell’economia.  A partire dalla crisi del 2008-2009 abbiamo legato il nostro sistema con regole molto stringenti e pesanti che ne limitano la capacità di reazione di fronte ad una crisi così grave. Dovremo seriamente ripensare le regole che governano l’economia globale in modo da privilegiare più la sostanza che la forma.