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I malintesi sulla “solidarietà europea”

Contributo di Pietro Manzini

In Italia il dibattito sulla cosiddetta “solidarietà europea” è incredibilmente superficiale. Tutti la evocano, molti ne lamentano l’assenza, nessuno (o quasi) si chiede che cosa voglia dire. Proviamo allora individuare qualche punto fermo.

Anzitutto andrebbe ricordato che, sul piano sociale, la solidarietà è un’idea molto impegnativa, perché si riferisce all’ipotesi che un individuo, sostenendo degli oneri, aiuti  un altro o altri individui sulla base della sola considerazione che tutti appartengono ad una medesima comunità. Ma già questa osservazione presenta degli elementi di incertezza: quanti oneri una persona deve essere disposta a sostenere in virtù di un sentimento di fratellanza? Come viene definita in senso qualitativo e quantitativo una ‘comunità’ verso la quale si deve solidarietà?

Nel mondo del diritto, poi, la solidarietà non esiste, salvo che non sia prevista da un contratto (un’impresa può assumersi contrattualmente la responsabilità degli obblighi assunti da un’altra), oppure sia stabilita dalla legge. È peraltro indicativo che anche laddove la solidarietà è più scontata, ossia in mare, il diritto non la preveda indefettibile e gratuita. Basti pensare che il nostro codice della navigazione, per un verso, prevede l’obbligo di soccorso in mare quando sia possibile senza grave rischio della nave soccorritrice, del suo equipaggio e dei suoi passeggeri, e per l’altro, stabilisce che il soccorso dia diritto, quanto meno, al risarcimento dei danni eventualmente subiti e al rimborso delle spese incontrate (artt. 489-491 cod. nav.).

La solidarietà inoltre, è un’idea completamente antropomorfa. Può emergere (augurabilmente) in seno ad una comunità di persone, ma è del tutto estranea ai rapporti tra Stati.  Siamo abituati, per convenzione e semplicità, a riferirci – ad esempio – alla Germania e all’Italia come se fossero persone fisiche, ma dovremmo ricordarci che esse sono piuttosto “persone politico-giuridiche”, le quali ragionano e operano in base a dinamiche completamente diverse da quelle che connotano l’azione umana.  Le relazioni tra tali entità si basano tradizionalmente su rapporti di dare e avere, alieni ai sentimenti di generosità e disinteresse che muovono la condotta solidale tra individui. Quando la Cina invia all’Italia mascherine (che peraltro ancora non arrivano), lo fa per ragioni di accrescimento del suo soft power, non per sentimento di solidarietà. 

Nei trattati su cui si fonda l’Unione europea la solidarietà tra Stati è più volte evocata, ma sostanzialmente per escluderla  o per limitarne l’ambito di applicazione alle situazioni emergenziali. Un esempio della prima ipotesi è la clausola di no bail-out che nel quadro della politica economica dispone che né l’Unione né gli altri Stati membri si facciano carico degli impegni finanziari assunti da uno Stato membro. Più disponibili sono gli Stati in caso di emergenza. I trattati prevedono infatti “assistenza e aiuto” reciproco nel caso di aggressione armata, ovvero qualora uno Stato membro sia oggetto di attacco terroristico o vittima di calamità naturale o provocata dall’uomo  oppure anche quando sussiste una “situazione di emergenza caratterizzata da afflusso improvviso di cittadini di paesi terzi”.

Di questi elementi bisognerebbe tener conto quando si sostiene che l’Europa dovrebbe mostrare più solidarietà attraverso l’emissione di titoli congiunti da parte di tutti gli Stati, i famosi euro-bonds. Il senso di questi titoli, come è ben noto, è che essendo garantiti da tutti, il tasso di prestito sarebbe molto basso e ciò aiuterebbe a ri-finanziare l’economia dopo la crisi del coronavirus. Tuttavia va notato che questo tasso, incorporando il rischio anche dei paesi molto indebitati, come l’Italia, si collocherebbe ad un livello intermedio tra il tasso di interesse dei titoli italiani, e quello dei titoli tedeschi o olandesi. Pertanto dato che il rischio è coperto da tutti, si chiede, in sostanza, ai cittadini tedeschi o olandesi di farsi garanti, con le loro tasse, di un tasso di interesse che è superiore a quello che sarebbe se il titolo fosse esclusivamente tedesco o olandese. E ciò per aiutare l’economia italiana.   

Perché dovrebbero farlo, tenendo conto che anche la Germania e l’Olanda nella presente crisi avranno bisogno di fare debito pubblico? Certo, una buona motivazione è quella che fa riferimento alla necessità di salvaguardare il mercato europeo, che è importante per tutti. È ciò a cui si riferisce, metaforicamente, Romano Prodi quando si chiede a chi venderanno i tulipani gli olandesi, se l’Italia entra in crisi.  Tuttavia è un argomento che, nel mezzo della attuale tempesta sanitaria ed economica, non può veramente convincere; senza dimenticare che ad esso si potrebbe rispondere che i tulipani saranno venduti su altri mercati.

Perciò, da italiani, occorre essere favorevoli agli euro-bonds, ma bisogna anche essere pronti a comprendere perché altri sono decisamente contrari.  Con due vantaggi certi: il primo è che potremmo operare per ottenere più solidarietà con consapevolezza e senza stracciarci le vesti tutte le volte non ne arriva nella quantità sperata; il secondo è  che riusciremmo ad evitare di intonare la solita litania “e allora l’Europa che serve”, che in questi tempi di clausura è veramente insopportabile.  

Oltre i confini dell’emergenza. Diritto di mobilità, giustizia sociale e necessità di cercare nuove narrazioni.

Contributo di Pierluigi Musarò

Un organismo minuscolo, invisibile e inodore, attraversa le frontiere e costringe individui e stati-nazione a tracciare nuovi confini dentro cui trincerarsi, per ritrovarsi comunque sempre più indifesi. Un essere infimo che agisce come un attore superiore, capace di imporre la sua volontà su quanti credevano di possedere poteri enormi e dispositivi all’avanguardia. Fossimo religiosi o solo di altri tempi lo avremmo definito un segno di Dio o una divinità esso stesso. Ma la nostra iper-moderna arroganza antropocentrica lo riduce a nemico da combattere in quella che da più parti viene definita come una guerra: la prima vera guerra mondiale. E come fossimo davvero in guerra attendiamo ogni sera il bollettino dei morti e dei sopravvissuti, descriviamo il fronte del virus e la trincea negli ospedali, in attesa che arrivino presto nuove armi per abbattere il nemico, o almeno limitarne i danni.

Ma questo linguaggio bellico, che riduce la sicurezza a controllo e incornicia la realtà perpetuando la dicotomia amico/nemico, rinforza l’idea muscolare di odio invece che privilegiare la protezione, la condivisione e la cura. E soprattutto ci fa perdere l’occasione di ascoltare i segnali (di allarme, senza dubbio) che da più parti giungono, di osservare un fenomeno nuovo e sforzarsi di trovare parole diverse per descriverlo. Un’occasione per riflettere sulla fragilità di questo sistema capitalistico globale e sulla necessità di agire verso un cambiamento sistemico del nostro stile di vita, a partire dalle relazioni tra esseri umani e tra noi e il pianeta. Un’occasione per re-immaginare tutto, compreso il grande lavoro che ci toccherà fare una volta passata l’emergenza. Perché passerà. E allora bisognerà tornare a ciò che ora abbiamo lasciato sullo sfondo, l’ordinaria amministrazione oggi sospesa, con tutti le questioni sociali, politiche ed economiche oscurate dal monopolio che la diffusione del coronavirus esercita sulla politica e nei media.

In questo scenario di confinamento forzato nella propria sovranità casalinga è scomparsa dal dibattito pubblico, tra le altre, la pressione sui confini di quanti tentano di entrare irregolarmente in Europa. Non che non ci siano sempre migliaia di persone costrette a rischiare la morte nel Mediterraneo per cercare asilo sull’altra sponda: la media dei 50 sbarchi al giorno nell’ultimo periodo pre-coronavirus si è ridotta a circa 8, ma comunque continua; mentre lungo il confine tra Turchia e Grecia si contano ancora circa 20.000 persone che hanno seguito la dichiarazione del presidente turco Erdogan di “apertura” delle frontiere verso l’Europa.

Ma i tempi sono cambiati e lo sbarco in Europa del nemico invisibile ha oscurato ogni altra emergenza. In primis quella dei migranti e richiedenti asilo.

Chi ricorda le parole dei tre “presidenti europei” – von der Leyen (Commissione), David Sassoli (Parlamento) e Charles Michel (Consiglio europeo) – che solo poche settimane fa sono volati in Grecia per portare la loro solidarietà al governo di Atene il quale, a sua volta, aveva appena deciso di sospendere per un mese il diritto di presentare domanda d’asilo?

“La nostra priorità in Grecia è preservare l’ordine ai confini esterni dell’Ue”, aveva detto la presidente della Commissione europea. La stessa von der Leyen che era ministro della Difesa nel governo Merkel quando nei mesi caldi del grande esodo del 2015 – con un milione di migranti e richiedenti asilo in viaggio verso l’Europa – aveva pronunciato quel famoso “possiamo farcela”.

Chi ricorda le immagini raccapriccianti degli abitanti dell’isola di Lesbo che impedivano l’attracco dei gommoni carichi di persone (molti bambini) in fuga dalla guerra? E quelle dell’incendio nel campo profughi più grande d’Europa, a Moria, sempre a Lesbo, dove vivono 21mila persone in una struttura che è stata costruita per ospitarne meno di tremila? Sono trascorse due settimane appena, ma sembrano secoli addietro o l’eco di un altro pianeta.

Sconvolto dall’emergenza coronavirus, il Vecchio continente ha deciso di blindare (ancora con più forza) i confini, dimostrando ancora una volta la propria inflessibilità e indifferenza con i potenziali rifugiati al di là della frontiera. Una risposta in linea con il collasso della solidarietà intraeuropea e le politiche securitarie che da decenni caratterizzano il fronte migratorio.

Le stesse politiche alla base dello sconvolgimento semantico, oltre che etico, a cui abbiamo assistito negli ultimi anni: dall’iper-visibilità dei salvataggi in mare durante la missione militare-umanitaria Mare Nostrum del 2014 sino ai porti chiusi con i decreti sicurezza e la criminalizzazione delle ONG del 2018. Ben 18 le inchieste a carico delle ONG che operavano nel Mediterraneo, di cui quattro sono state archiviate prima di giungere a un processo e una ha condotto a un’assoluzione. Tutte le altre sono ancora aperte, ma nessuna di queste è ancora sfociata in un processo. Inchieste che hanno fatto eco alla chiusura identitaria e alla retorica sovranista, facendo annegare l’afflato solidale del cosmopolitismo e cancellando una storia di comuni contaminazioni (!). Al punto che la solidarietà con chi cerca rifugio viene oggi guardata con sospetto, perseguita come reato. E il male riconfigurato come normalità. Banalità.

Oggi a cercare rifugio siamo noi, italiani “untori” e indebitati, così vulnerabili e bisognosi di aiuto da accogliere con le fanfare i medici cinesi, cubani e albanesi appena giunti per supportare i tanti connazionali in prima linea.

Con la diffusione del nuovo nemico, infimo e invisibile, quei muri edificati dalla paura con la promessa di difendere i cittadini dai pericoli esterni appaiono in tutta la loro inconsistenza. Meri spettacoli mediatici che hanno fatto del migrante il perfetto capro espiatorio in una società dove chi ha perso reddito e futuro rischia di diventare la maggioranza.

Che sia l’occasione buona per vedere in questa “nostra” emergenza un segnale non solo negativo? Un invito a ripensare la nostra comune appartenenza ad un pianeta finito, per rimettere al centro l’ospitalità come prima regola di condotta etica dell’umanità (come scriveva Kant già nel 1795 nel suo Progetto di Pace perpetua). Ripensando il diritto alla mobilità – tra i maggiori fattori di stratificazione e gerarchizzazione sociale – proprio oggi che ne sperimentiamo i limiti sulla nostra pelle.

Partendo da casa nostra, dai diritti da garantire a tutti, in primis a quanti soffrono maggiormente le conseguenze della crescente disuguaglianza sociale, senza distinzione di nazionalità: dai senza dimora ai carcerati, dai richiedenti asilo nei centri di accoglienza sovraffollati e con carenze igieniche ai braccianti sfruttati dai caporali che vivono nella stessa baracca di pochi metri, senza nessuna possibilità di mantenere le distanze di sicurezza.

Circola in questi giorni una petizione lanciata da Meltingpot che chiede una sanatoria generalizzata per i circa 700 mila stranieri sprovvisti del permesso di soggiorno, e quindi deprivati dei diritti fondamentali, in primo luogo di quello alla salute, a causa delle politiche di chiusura delle frontiere praticate dai diversi governi. Una sanatoria che vada oltre lo strumento dell’espulsione – tra l’altro impossibile da eseguire dato il numero così ingente – e che permetta di aprire le porte ad una futura regolarizzazione individuale a regime. Utopia? Il governo del Portogallo lo ha appena fatto, probabilmente leggendo nella diffusione del coronavirus la prova che di fronte alla malattia siamo tutti uguali e tutti dobbiamo aver eguale diritto alle cure mediche.

L’emergenza sanitaria passerà, e probabilmente non sarà l’ultima. Lascerà molte vittime sul campo, per le quali occorre nutrire profondo rispetto. Ma starà a chi resta il compito di rimboccarsi le maniche e re-immaginare il lavoro da fare. In primis inventando narrative diverse per definire quel che è accaduto, sperimentando schemi e discorsi capaci di aprire nuove possibilità di solidarietà e giustizia sociale, senza più ignorare un comune destino di vulnerabilità. Un destino, volenti o nolenti, senza frontiere.

Tutte le immagini del post sono foto di Noemi Usai, i diritti di riproduzione sono riservati.

La privacy ai tempi del coronavirus.

La necessaria proporzionalità delle misure di emergenza, tra tutela della salute e diritti individuali

Contributo di Giovanni Sartor

L’Italia è stretta nella morsa del divieto di uscire di casa. Tale obbligo rappresenta una fortissima limitazione delle libertà individuali e comporta costi economici enormi, ma sembra essere l’unica risposta adeguata in un contesto di rapida espansione del contagio con tragiche conseguenze.

Ci dobbiamo però preparare a un futuro nel quale, anche per evitare impatti disastrosi sulle attività produttive, il divieto dovrà essere progressivamente allentato, presumibilmente prima che la malattia sia stata completamente estirpata.

In questo contesto molto si è parlato della possibilità di sostituire all’obbligo di non lasciare la propria abitazione, meccanismi di controllo sugli spostamenti delle persone. Tali meccanismi potrebbero essere efficacemente attuati quando si disponesse di molti test di positività, cosicché vi fosse un’elevata probabilità che se una persona fosse infetta dal virus, essa sarebbe risultata positiva al test. Diverrebbe così possibile, mediante i meccanismi di controllo, conoscere gli spostamenti delle persone positive, prima e dopo della loro positività, e rapportarli agli spostamenti delle persone non ancora positive. Ciò renderebbe possibile adottare tempestivamente misure sanitarie nei confronti di chi sia stato esposto a contatti con persone positive.

È bene ricordare che come dice lo stesso Regolamento privacy, la privacy non è un diritto “assoluto”, o meglio non è incomprimibile: essa può essere limitata per la necessità di realizzare legittimi interessi e diritti privati e pubblici.

Tra gli interessi che giustificano una limitazione della privacy vi sono certamente le esigenze della tutela della salute, individuale e pubblica. Tali esigenze possono giustificare una limitazione della privacy anche rispetto a dati sensibili, come i dati sanitari. Le limitazioni devono però avere un fondamento nella legge ed essere proporzionate. La proporzionalità consiste fondamentalmente in un bilanciamento di sacrifici e benefici: i benefici individuali e collettivi per la salute che si ottengono comprimendo la privacy debbono essere più importanti del sacrificio che risulta dalla compressione della privacy. La privacy è un diritto fondamentale, e il suo sacrificio è ammissibile solo se “ne vale la pena”, cioè se serve a realizzare benefici più importanti di quel sacrificio. Inoltre, il sacrificio deve essere “necessario”, cioè non deve essere possibile ottenere lo stesso beneficio per la salute con una minore limitazione della privacy.

Alla luce di queste esigenze, possiamo esaminare diverse possibilità, alcune già attuate in diversi paesi. Poiché le misure possono riguardare sia le persone positive che i loro contatti stretti (tutti soggetti attualmente all’obbligo di quarantena), parlando di positivi tout court includo di regola entrambi. Le misure elencate possono essere obbligatorie o invece facoltative, lasciate alla scelta del soggetto interessato. Quest’ultima opzione è maggiormente rispettosa della privacy, ma in assenza di forti motivazioni o incentivi adeguati, confidare nella scelta dei cittadini potrebbe pregiudicare l’efficacia dei controlli. Altra importante variazione concerne la possibilità che i dati vengano resi accessibili solo alle autorità sanitarie, a fini di analisi del fenomeno e intervento preventivo/terapeutico, o invece anche alle autorità di pubblica sicurezza, per l’attuazione coercitiva dei divieti connessi all’epidemia, o agli stessi cittadini, per finalità di autotutela.

Ecco le principali opzioni:

  1. Registrazione delle persone positive. Tutte le persone risultate positive sono registrate in un registro elettronico (come già avviene anche per altre malattie infettive), accessibile da parte dei pubblici poteri a ciò autorizzati. Il registro delle persone positivi (e dei contatti stretti) al coronavirus consente alle strutture sanitarie di avere una mappa della diffusione del virus. Se i dati fossero accessibili anche alle forze di sicurezza, ciò potrebbe facilitare l’identificazione delle violazioni degli obblighi di quarantena, e quindi operare quale strumento di deterrenza.

  2. Sorveglianza sugli spostamenti delle persone già registrate come positive. L’individuo positivo registrato si dota di dispositivo mobile, nel quale è attivata una app con funzionalità di geolocalizzazione, che ne trasmette la posizione a un’infrastruttura condivisa, pur senza registrarne in modo permanente i movimenti. In questo caso le autorità competenti avrebbero la possibilità di rilevare, in tempo reale, dove vi sia un individuo positivo. Alla rilevazione sanitaria si aggiungerebbe la possibilità di individuare chi sta violando gli obblighi di quarantena, intervenendo tempestivamente. Il funzionamento del controllo presuppone però che la persona positiva porti sempre con sé il proprio dispositivo, anche quando consapevolmente si sottrae alla quarantena.
  • Coveglianza sugli spostamenti delle persone già registrate come positive Alla sorveglianza potrebbe aggiungersi la coveglianza (sorveglianza paritetica) quando i cittadini stessi, mediante il loro dispositivo potessero sapere se si trovano davanti ad una persona positiva, così da evitare contatti. L’app funzionerebbe come un sonaglio, teso ad avvertire circa la presenza di una fonte di infezione. Il dato fornito dall’app al cittadino sarebbe anonimo, ma potrebbe diventare personale, se il cittadino dovesse individuare l’individuo segnalato come positivo (vedo una persona che si avvicina, accompagnata dal pallino rosso, e quindi associo il pallino alla persona, anche se non ne conosco il nome).
  • Sorveglianza sugli spostamenti delle persone risultate positive prima della loro positività. In questa ipotesi una volta che un cittadino sia risultato positivo, se ne ripercorrono gli spostamenti precedenti alla positività. Ciò presuppone che siano stati registrati preventivamente gli spostamenti dell’interessato prima che ne risultasse la positività, e quindi che siano registrati gli spostamenti di tutte le persone, positive e non positive (o di tutte quelle che abbiano aderito al progetto, in caso di facoltatività). Le autorità sanitarie potrebbero conoscere la dinamica della diffusione del contagio, e adottare scelte conseguenti rispetto a quanti siano stati in contatto con una persona infetta non ancora risultata positiva

Un accorgimento che limiterebbe l’impatto sulla privacy degli individui non-positivi, potrebbe consistere nel prevedere che i dati sugli spostamenti di questi rimangano sul loro dispositivo, e vengano trasferiti su un registro centrale solo dopo l’accertamento di positività. Questa soluzione non consentirebbe però alle autorità di determinare i contatti precedenti alla positività incrociando gli spostamenti di chi sia risultato positivo con gli spostamenti di altre persone.

Oltre che mediante geolocalizzazione, i contatti tra persone possono essere rilevate mediante app che registrino gli avvicinamenti (per esempio, a meno di due metri) di altri dispositivi dotati della stessa app, mediante tecnologie quali Bluetooth. In questo caso ogni dispositivo mobile registrerebbe gli identificativi di tutti i dispositivi avvicinati.

  • Coveglianza sugli spostamenti delle persone risultate positive prima della loro positività. In questa ipotesi, gli spostamenti di tutte le persone, sia quelle successivamente risultate positive, sia quelle che non-positive sono registrati (come nell’ipotesi 4). Gli spostamenti di cui sia risultato positivo vengono incrociati gli spostamenti degli altri, e gli incroci che coinvolgono persone risultate positive vengono resi disponibili agli interessati (mi viene comunicato se e quando, nei miei spostamenti, ho avuto un contatto con una persona poi risultata positiva). Anche in questo caso, una soluzione più rispettosa della privacy delle persone non positive si avrebbe se i dati sugli spostamenti rimanessero sul dispositivo di ciascuno, venendo trasferiti su un registro centrale solo quando la persona risultasse positiva.

Qualora il trasferimento dei dati sugli spostamenti o sugli incontri fosse facoltativo, una questione chiave consiste nel come motivare le persone ad accettare che i dati sui propri spostamenti vengano registrati e resi accessibili a terzi. In particolare, nelle ipotesi 4 e 5 (che corrispondono al famoso modello coreano), la persona A divenuta positiva potrebbe non gradire che una persona B che è stato in contatto con lei possa sospettare o sapere di essere stata infettata o comunque messa a rischio proprio da A (la possibilità non è esclusa dall’anonimato, perché ad esempio, B potrebbe sapere che nel momento dell’incontro con un soggetto positivo stava conversando solo con A). Forse un incentivo sufficiente potrebbe consistere nel legare le due facce del sistema: da un lato il vantaggio di poter conoscere i propri incontri con soggetti risultati positivi, dall’altro lato lo svantaggio di rendere conoscibili a terzi i propri spostamenti qualora si risultasse positivo. Chi scarica l’app accetta entrambe le parti del contratto. Questa soluzione però mi sembra difficilmente attuabile quando i dati sullo spostamento di una persona dovessero restare sul dispositivo di questa fino all’accertamento della positività, a meno che non si preveda una sanzione per chi abbia accettato di usare l’app, e si rifiuti poi di trasferire i propri dati, quando sia risultato positivo.

Le opzioni non si limitano a quelle appena elencate, ma mi sembra siano le più significative. Una possibilità, molto intrusiva, attuata in alcuni paesi, consiste nella registrazione degli accessi ad uffici pubblici o aperti al pubblico: il cittadino è obbligato a registrare sul cellulare il codice a barre del locale cui accede, che viene trasmesso al registro centralizzato. Un’ulteriore possibilità, anch’essa limitativa delle privacy, oltre che fonte di possibili discriminazioni, consiste nell’assegnare automaticamente al cittadino un indice di rischio di contagio, calcolato in base alle sue attività, viaggi e incontri precedenti, e quindi sottoporre lo stesso a sorveglianza specifica e controlli anche prima di un test di positività, nel caso che il rischio calcolato superi la soglia stabilita.

La questione che ci dobbiamo porre è se in tutte queste ipotesi, i benefici per la salute siano superiori al sacrificio per la privacy. Si tratta di una “scelta tragica”, nel senso che qualsiasi opzione adottiamo, un importante valore individuale e sociale sarà compromesso, ma è una scelta inevitabile nelle condizioni in cui ci troviamo.

La questione fondamentale è quella della proporzionalità, il “ne vale la pena”. Vale la pena di adottare soluzioni molto limitative della privacy, come la 5 e la 6, che però probabilmente contribuirebbero a salvare qualche vita umana in più e faciliterebbero la ripresa delle attività economiche? Si può rispondere di sì, dato che la vita umana è valore supremo, ma noi spesso preferiamo soluzioni che presentano un certo rischio per la vita umana, a soluzioni che comportano un rischio minore (per esempio, perché non prevedere un limite di 80 km all’ora in autostrada, che ridurrebbe di molto gli incidenti mortali, implicando però una notevole perdita di tempo negli spostamenti). E quanto contano gli aspetti economici, rispetto alla privacy, considerando anche gli impatti negativi che una profonda crisi economica può avere sulla vita delle persone?

Altra questione è quella della necessità, applicata al modo in cui la soluzione tecnologica è stata attuata: era possibile limitare il sacrificio della privacy (e protezione dei dati) con ulteriori cautele?

Infine, le misure speciali di sorveglianza introdotte per contrastare il coronavirus dovrebbero essere strettamente limitate alla durata dell’epidemia. Bisogna però considerare il rischio che tali meccanismi di sorveglianza siano mantenuti anche dopo la fine dell’epidemia, e utilizzati per altri scopi.

In conclusione, mi sembra che la questione della sorveglianza sugli spostamenti quale misura anti-coronavirus sia molto aperta, e debba essere oggetto di un ampio e informato dibattito pubblico che includa aspetti sanitari e tecnologici, ma anche etici e giuridici.

Un destino comune: diritti dell’uomo e diritti della Terra.

Contributo di Silvia Bagni

Sono una giurista, e sono convinta che il ruolo della nostra categoria, in questo momento di emergenza sanitaria globale, si debba limitare a sostenere lo sforzo collettivo verso l’obiettivo di limitare la diffusione del virus. Intendiamoci, tutti dobbiamo essere costantemente vigili rispetto all’uso legittimo da parte del “Sovrano” dei poteri che gli sono stati attribuiti in Costituzione, ma nel caso attuale non sembra vi siano rischi per la democrazia del Paese.

Raffinati giuristi si sono già espressi a riguardo, come Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale, in un articolo su Repubblica

Per il resto, ci sarà tutto il tempo, una volta che l’epidemia sarà stata contenuta e l’emergenza passata, per raffinate disquisizioni sul rispetto delle competenze normative, sull’uso eccessivo dei poteri di emergenza, sull’irragionevolezza di certe disposizioni, sulle norme intruse nei decreti, ecc.

Vorrei invece portare l’attenzione sulla consapevolezza che questa nuova esperienza traumatica dovrebbe portarci ad acquisire, di essere parte di una comunità di destino, che non soltanto include tutti gli esseri umani, ma anche il resto dei viventi, nelle loro relazioni reciproche e con le componenti abiotiche del loro habitat naturale.

Sono infatti numerosissimi gli studi scientifici che dimostrano come le zoonosi, ossia il passaggio di parassiti da specie animali all’uomo, con il conseguente prodursi di ricorrenti epidemie, come quella del coronavirus, siano strettamente legate ai cambiamenti ambientali che l’uomo ha impresso all’ecosistema Terra, in particolare nell’era oggi definita Antropocene, come ricordato da Michele Carducci in Il corpo “malato” del Sovrano.

Come già avvenuto dopo il trauma della seconda guerra mondiale e dello sterminio nazista, che produsse come reazione la Dichiarazione universale dei diritti umani, le molteplici crisi che stiamo vivendo potrebbero essere l’occasione per l’adozione di una nuova Dichiarazione universale, questa volta dei diritti della Madre Terra, come auspicato da tempo da molteplici voci di esponenti politici, scienziati e attivisti in tutto il mondo, e basti ricordare il discorso di Evo Morales alle Nazioni Unite del 22 aprile 2009.

Altre recenti tendenze del diritto in materia ambientale e climatica, finora studiate da una piccola avanguardia di giuristi, che lavorano a stretto contatto con ecologi, sociologi, antropologi ed economisti dell’ambiente, potrebbero finalmente fomentare un dibattito giuridico serio e più ampio sui principi su cui si fonda il diritto ambientale attuale e sulla necessità di suoi sviluppi futuri.

Mi riferisco, oltre al movimento per i diritti della natura, che trova riconoscimento istituzionale nel programma delle Nazioni Unite Harmony with Nature, agli approcci ecosistemici che stanno alla base di recenti sentenze (caso Urgenda,) e di casi giudiziari pendenti (negli Stati Uniti, il più celebre è il caso Juliana; una mappa completa è nell’Enviroment Justice Atlas) sul riconoscimento di un diritto a un clima liveable, altrimenti detto alla stabilità climatica, che consenta la sopravvivenza delle attuali specie sul pianeta, oppure all’applicazione del principio in dubio pro natura quale criterio interpretativo (come previsto dall’art. 395.4 della Costituzione ecuadoriana) o nella ponderazione tra diritti costituzionali (Conseil constitutionnel, Décision n° 2019-823 QPC du 31 janvier 2020).