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L’epidemia dell’anno senza estate

Contributo di Maurizio Ascari

Si sentono spesso persone lamentarsi della globalizzazione e c’è chi vede l’attuale pandemia come l’ultimo frutto di questa accresciuta mobilità di merci e persone. Senza negare l’impatto che la globalizzazione ha a più livelli sull’ambiente e sugli umani, vorrei però offrire uno sguardo al passato per ricordare che siamo sempre vissuti in un mondo profondamente interconnesso.

esplosione del vulcano Tambora che portò di conseguenza un anno senza estate

Il 1816 è passato alla storia come l’anno senza estate per le pessime condizioni climatiche. In molti paesi dell’emisfero settentrionale la perdita dei raccolti provoca carestie e disordini sociali, anche perché in Europa la cattiva annata agricola va a incidere su popolazioni già provate dalle campagne napoleoniche, da poco concluse. All’origine del fenomeno troviamo l’eruzione, nell’aprile 1815, del vulcano Tambora, in quelle che sono all’epoca le Indie olandesi, ora Indonesia. Le ceneri proiettate nell’aria si sommano ad altri fattori ambientali con un impatto spaventoso.

Le conseguenze di questa anomalia stagionale sono tante. In Svizzera e Germania c’è chi fa il pane con la segatura e con la paglia, chi mangia topi e gatti (Patrick Webb, “Emergency Relief during Europe’s Famine of 1817 Anticipated Crisis-Response Mechanisms of Today”)

Eppure, per uno dei paradossi della vita, il cattivo tempo e la sedentarietà che ne consegue stimolano la vena creativa. Proprio in quell’estate di piogge e nevicate, a Villa Diodati, sul Lago di Ginevra, Mary Shelley, il compagno Percy, l’amico Byron e altri della loro cerchia si sfidano nel comporre un racconto gotico. Ne nasce Frankenstein, le cui ambientazioni artiche riflettono l’angoscia climatica del momento.

Il clima contribuisce poi a scatenare l’epidemia di tifo petecchiale che imperversa tra il 1816 e il 1817 in varie parti d’Italia e d’Europa, poiché la stagione fredda porta la gente a lavarsi di meno e a vivere più al chiuso, ma la propagazione si lega anche al movimento delle persone.

Nella Gazzetta di Milano del 14 aprile 1817 (n. 50, p. 98) leggiamo:

La petecchiale che attualmente affligge e spaventa oltre il convenevole molte popolazioni della Lombardia e del Piemonte, ha fatto nascere in molti la curiosità di sapere dove abbia incominciato … Nel marzo del 1816 un prigioniero reduce dalla Russia s’ammalò nel luogo di Capriata (provincia di Alessandria); sei individui componenti la famiglia del milite furono sorpresi dalla stessa malattia, la quale in pochi giorni comunicandosi ad altri, passò pur anche nel villaggio vicino di Fresonara.

l'esplosione del vulcano Tambora portò ad un anno senza estate, con nevicate e carestie

A Bologna i primi a essere colpiti, nella primavera del 1816, sono i carcerati, e ben presto diventa necessario realizzare un lazzaretto nell’ospedale dell’Abbadia, già monastero dei Santi Naborre e Felice. Gli ammalati vengono isolati, gli ambienti purificati con vapori d’aceto, ginepro e altre erbe o ancora fumigandoli con sali di manganese. I medici si proteggono con tele cerate. I morti, nella sola Bologna, sono migliaia, tra cui molti medici e sacerdoti.

Passano i mesi. Nell’estate del 1817, James Augustin Galiffe è in viaggio sull’Appennino da Bologna a Firenze. Quando si ferma a Pietramala vorrebbe visitare il famoso ‘vulcano’ (un’attrazione dovuta a esalazioni naturali di metano), ma è costretto a rinunciare perché non si sente bene. Quando l’ostessa si informa sulla sua salute, dalla risposta del viaggiatore nasce questo dialogo, riportato in Italy and its Inhabitants; An account of a tour in that country in 1816 and 1817 (London, Murray, 1820, pp. 415-16):

“Un terribile mal di testa,” dissi io. “Buon Dio,” esclamò subito lei. “Come la compatisco! È proprio così che comincia per quelli che muoiono nell’epidemia! Se ne è portati via così tanti in questo periodo! Non può immaginare come se ne vanno in fretta! E comincia sempre con un mal di testa come il suo. Ahimè, povero signore!” Sembrava esser così certa della mia morte da considerare che non valeva più la pena darmi retta, così fece mangiare il vetturino con noi, malgrado le mie proteste.

Questi brevi aneddoti ci parlano di un mondo passato che siamo tentati di figurarci in toni rassicuranti, ma in cui la vita era precaria e in cui l’individuo non era certo al riparo dalle conseguenze di eventi lontani. Un mondo meno globalizzato del nostro, ma pur sempre interconnesso, in cui il clima mutava, la gente viaggiava, e in assenza delle misure sanitarie e dell’organizzazione sociale rese possibili dal progresso scientifico e tecnologico le malattie si propagavano con grandissima rapidità.

Oltre due secoli ci separano ormai dal 1816, la cui realtà appare al contempo così lontana e così vicina. Non dimentichiamo il nostro passato nel vivere il nostro presente.

Epidemia e filosofia

Contributo di Alberto Artosi

“La paura è una cattiva consigliera”. Sarà anche un luogo comune, ma sulla bocca di Giorgio Agamben fa un certo effetto, tanto più quando ci s’accorge che a essere stato mal consigliato è proprio quello che è considerato uno dei maîtres à penser di questa generazione. Nel caso di Agamben, però, non si tratta della paura del Coronavirus – ché infatti Agamben, almeno all’inizio, non credeva nell’epidemia – ma della paura che l’emergenza possa innescare una nuova forma di quella aggregazione proteiforme e a costante minaccia di ritorno che Umberto Eco chiamava “Ur-Fascismo” o “fascismo eterno”.  

Fino ad ora si contano quattro interventi di Agamben sul tema “rischio deriva Ur-Fascista”. Nel primo, comparso su “Il manifesto” del 26 febbraio e contemporaneamente nella sua rubrica sul sito della casa editrice Quodlibet (qui con il titolo del tutto esplicito di L’invenzione di un’epidemia), Agamben denuncia le misure di emergenza varate dal governo per la “supposta epidemia” come espressione della “tendenza crescente a usare lo stato di eccezione” per giustificare l’imposizione di “gravi limitazioni della libertà” facendo leva sullo “stato di paura che in questi anni si è evidentemente diffuso nelle coscienze degli individui” e sul “desiderio di sicurezza che è stato indotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarlo”.

Gli interventi successivi (Contagio, 11 marzo; Chiarimenti, 17 marzo e Riflessioni sulla peste, 27 marzo) non fanno che ribadire quanto si era andato delineando nel primo, con l’aggiunta di alcuni tocchi decisivi (la trasformazione di “ogni individuo in un potenziale untore“; la creazione della perniciosa “figura del portatore sano o precoce”) fino al completamento del quadro: la compiuta realizzazione di quello che è sempre stato il sogno di “chi ci governa”: chiusura delle scuole e dell’università con conseguente telematizzazione delle lezioni, coprifuoco culturale e politico, digitalizzazione dei contatti umani, e via cantando.

Nell’ultimo intervento Agamben ci rivela pure qual è la scaturigine ultima della nuova forma di Ur-Fascismo: l’atavica paura di perdere la vita sulla quale “si può fondare solo una tirannia, solo il mostruoso Leviatano con la sua spada sguainata”, soprattutto se a servirlo, quale nuovo instrumentum regni, è “la religione del nostro tempo: la scienza” che, “come ogni religione, può produrre superstizione e paura o, comunque, essere usata per diffonderle”.

Se questo è ciò che ha prodotto la filosofia di Agamben, diciamocelo francamente, povera filosofia. Ma, diciamo anche questo francamente, non è che altri abbiano poi prodotto tanto di meglio.

filosofia, scuola di Atene, dipinto di Raffaello Sanzio

Nella sua replica alle “farneticazioni di Giorgio Agamben” (in “MicroMega”, 16 marzo 2020), Paolo Flores D’Arcais, oltre ad auspicare “che per la filosofia si inauguri una stagione in cui stella polare torni ad essere l’amore di sapere/saggezza”, invita a “mettere da parte il bon ton corporativo” e a “non temere di cominciare a pronunciare qualche modesta verità, ad esempio riconoscere intanto che la filosofia dell’untore e della ‘invenzione di un’epidemia’, propinataci dal filosofo Giorgio Agamben il 26 febbraio e l’11 marzo, è”, per dirla in termini inequivocabili, anche se non molto eleganti, “una filosofia del cazzo”.

Nel suo incisivo intervento (Eccezione virale, in “Antinomie”, 27 febbraio 2020) Jean-Luc Nancy, filosofo tra i più autorevoli e sodale di Agamben, dopo averci avvertito, con una blanda tirata di orecchi al “vecchio amico”, che “esiste una sorta di eccezione virale – biologica, informatica, culturale – che ci pandemizza” e che i “governi non ne sono che dei tristi esecutori e prendersela con loro assomiglia più a una manovra diversiva che a una riflessione politica”, passa senz’altro a ricordare: se trent’anni fa avesse dato ascolto ad Agamben che gli consigliava di non sottoporsi al trapianto di cuore, sarebbe già morto da un pezzo. Con tutto questo, “Giorgio resta uno spirito di una finezza e una gentilezza che si possono definire – senza alcuna ironia – eccezionali”.

Che dire? Il filosofo, sociologo e politologo Slavoj Žižek (altromaître à penser di questa generazione) segue di giorno in giorno l’evolversi della situazione in un e-Book che viene costantemente aggiornato. Il libro si intitola Virus. Catastrofe e solidarietà. Speriamo bene.

Il “compleanno” di Manzoni, più attuale che mai

Contributo di Fabio Marri

Accanto alle recenti celebrazioni dantesche, appoggiate sulla data simbolica ma fittizia del 25 marzo, è utile ricordare che in questi stessi giorni ricorreva un altro ‘compleanno’, di un letterato che alla lingua e alla cultura italiana ha dato non meno di Dante, ed il cui contributo è tornato d’attualità nelle presenti contingenze: Alessandro Manzoni, nato il 15 marzo 1785. Molti hanno ricordato le sue pagine sulla peste milanese del 1629-30, contenute in particolare nei capitoli XXXI e XXXII dei Promessi sposi.

Sull’attualità dell’opera basterebbe dire che una delle parole più ricorrenti in questi mesi, untore, nel significato in cui la si usa, di ‘chi propaga l’epidemia’, è stata lanciata proprio da Manzoni, il quale la ripropose  dalle cronache seicentesche: già molto prima di questo 2020 circolavano nella conversazione comune almeno due modi di dire prelevati dai Promessi sposi e connessi al medesimo contesto: dagli all’untore e va va, povero untorello, non sarai tu quello che spianti Milano.

È nota la pagina sulla morte dell’erudito don Ferrante, quel suo monologo del cap. XXXVII nel quale dimostra ‘scientificamente’ come il contagio non esista; e, «su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione» e morì di peste «prendendosela con le stelle». Ma questa pagina discende da una spietata potatura del primo getto dell’opera, cominciato il 24 aprile 1821, non pubblicato dall’autore e passato alla storia col nome di Fermo e Lucia: qui, il ragionamento era svolto all’interno di un dibattito pubblico tra don Ferrante e un certo signor Lucio, che rappresenta bene le due tendenze individuate da Dario Braga in uno dei primi contributi di questa serie (Pseudo-scienza e Fake News): «atteggiamenti di rifiuto delle conoscenze e di sfiducia verso la scienza (“oscurantismo di ritorno”)» e «populismo scientifico», impiegati contro il medico e docente Lodovico Settàla, tra i primi a rendersi conto del contagio e a sollecitare misure energiche per ridurne la forza.

A difendere la scienza si fa avanti don Ferrante: intento nobile, ma purtroppo vanificato dal riferirsi solo a una scienza libresca, non sperimentale (lo si potrebbe paragonare al personaggio di Simplicio, che nel Dialogo dei massimi sistemi galileiano – scritto in quello stesso 1630 della peste – si oppone ai ritrovati della nuova scienza appellandosi ai libri aristotelici).

Manzoni, Fermo e Lucia

Don Ferrante non chiude gli occhi di fronte alle diagnosi dei medici («tutte cose belle e buone, tutte parole rispettabili»), che però trova di «superficie», e bisognose di essere organizzate in una filosofia (ovvero una «scienza»: le parole erano intercambiabili) che ha già classificato tutto: e ciò che non ha incasellato, non esiste. Nella «scienza» è inclusa l’astrologia, sulla quale si trovano tutti d’accordo: e fa sorridere il ragionamento finale riferito alla ‘casta medica’: «Confessano che il male è causato dalle influenze, e dicono poi: state lontani dagli infermi, non toccate le robe infette, e schiferete il male», se pensiamo al doppio senso del termine influenza, che ai nostri giorni intendiamo nel senso medico di ‘contagio’ ma don Ferrante usa per ‘influsso degli astri’, negando dunque l’utilità delle misure precauzionali.

Vi lascio al brano del Fermo e Lucia (IV, 3) che per esigenze di spazio devo a malincuore ridurre.

L’autore del manoscritto riferisce una disputa occorsa in una brigata signorile tra il nostro Don Ferrante, e un Magnifico Signor Lucio, del quale l’autore, tacendo il cognome, accenna alcune qualità.
Era costui professore d’ignoranza, e dilettante d’enciclopedia; si vantava di non aver mai studiato, e ciò non ostante, anzi per questo appunto, pretendeva decidere d’ogni cosa; «perché i libri» diceva egli «fanno perdere il buon senso». Ammetteva bene una scienza che si poteva acquistare colla esperienza, e comunicare per mezzo della parola: teneva che si possano scoprire verità; anzi non è da dire quante verità egli credesse di conoscere; ma nei libri, non so per quale raziocinio, supponeva che non si potesse consegnare altro che bugie.
Si strepitava in quella brigata contra i regolamenti della Sanità, che divenendo di giorno in giorno più risoluti cominciavano a non far distinzione di persone, e assoggettavano anche i potenti ad una vigilanza incomoda.
«Tutto questo» diceva il Signor Lucio, «in grazia dei libri, dei sistemi, delle dottrine, che hanno scaldata la testa d’alcuni i quali per nostra sciagura, comandano. Non è ella cosa che fa rabbia, e pietà nello stesso tempo, il vedere quel buon vecchio di Settala, che potrebbe fare il medico con giudizio, e servirsi della sua buona pratica acquistata in sessant’anni, e del buon senso che gli ha dato la natura, vederlo, dico, perduto dietro sogni ridicoli, incaparbito contra il sentimento d’un pubblico intero, innamorato di quella sua idea pazza del contagio; perché? perché l’ha trovata nei suoi autori. Scienziati, scienziati; gente fatta a posta per creare gl’impicci».
«Piano, piano» disse Don Ferrante, il quale benché occupato a dissertare in un altro crocchio aveva intesa quella scappata del Signor Lucio. «Piano, piano; se si tocca la scienza son qua io a difenderla».
[…]
«Don Ferrante, con tutto il suo ingegno, non mi potrà sostenere» rispose il Signor Lucio, «che tutte quelle belle ragioni che si dicono da alcuni per far credere che vi sia la peste, il contagio, che so io, non sieno cavate dalla scienza».
«Dica dalla superficie, Signor Lucio, dalla superficie» rispose Don Ferrante. «Anzi la scienza, chi la scava un po’ al fondo, dice tutto il contrario, e insegna chiaramente che il contagio è una cosa impossibile, una chimera, un non-ente».
[…]
«La materia è un po’ spinosa» disse Don Ferrante; «ma vedrò di renderla trattabile. Dico dunque che in rerum natura non vi ha che due generi di cose; sostanze e accidenti: ora il decantato contagio non può essere né dell’uno né dell’altro genere; dunque non può esistere in rerum natura. Le sostanze… prego di tener dietro al filo del ragionamento… sono semplici o composte. Sostanza semplice il contagio non è; e si prova in due parole: non è sostanza aerea; perché se fosse, volerebbe tosto alla sua sfera, e non potrebbe rimanersi a danneggiare i corpi; non è acquea, perché bagnerebbe; non è ignea, perché brucierebbe; non è terrea, perché sarebbe visibile. Sostanza composta, né meno; perché tutte le sostanze composte si fanno discernere all’occhio o al tatto; e fra tutti i signori medici non vi sarà quell’Argo che possa dire d’aver veduto, non vi sarà quel Briareo che possa dire di aver toccato questo contagio. Oh benissimo; vediamo ora se può essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori che il contagio si comunica da un corpo all’altro; sarebbe dunque un accidente trasportato. Ah! ah! un accidente trasportato: due parole che cozzano, che ripugnano, che stanno insieme come Aristotele e scimunito; due parole da fare sgangherar dalle risa le panche delle scuole, da fare scontorcere la filosofia, la quale tiene, insegna, pone per fondamento che gli accidenti non possono mai mai passare da un soggetto all’altro. Mi pare che la cosa sia evidente».
«Intanto» disse il signor Lucio, «senza tutti questi argomenti, col semplice buon senso, tutti i galantuomini, e il popolo stesso sanno benissimo che questo contagio è un sogno».
«Non lo sanno; perdoni» rispose Don Ferrante, «lo indovinano, a caso, come atomi senza cervello che girando senza sapere dove, concorressero a comporre una figura regolare. Mi dica un po’ di grazia, se sapranno poi dire la cagione vera di questa mortalità».
«Oh bella!» disse il signor Lucio; «la cagione è chiara: in tutti i tempi si muore; in alcuni le morti sono più frequenti perché v’ha più malattie; e questo è il caso nostro».
«Sì» disse Don Ferrante; «ma le malattie, la cagione prima delle malattie?».
«Né qui pure c’è sotto gran misterio» rispose il signor Lucio: «la carestia, la mala vita hanno cagionate le malattie».
«Tutto bene» disse Don Ferrante, «ma la cagione prima?».
«Io non so che cosa ella intenda per cagione prima» disse Don Lucio.
«Ora, vede ella se bisogna poi ricorrere alla scienza» disse Don Ferrante. «Per trovare la cagione prima delle malattie, della carestia, di tutti questi infortunj, quella che spiega tutto e che fa tutto, bisogna andar molto in fondo, anzi molto in alto, bisogna cercarla negli aspetti dei pianeti. Perché non si vuol fare come il volgo, che guarda in su, vede le stelle, e le considera come tante capocchie di spilli confitti in un torsello: ha bene inteso dire che le stelle influiscono, ma non va poi a cercare né come né quando. Abbiamo il libro aperto dinanzi agli occhi, scritto a caratteri di luce; non si tratta che di saper leggere. Ed ecco che due anni fa comparve quella gran cometa causata dalla congiunzione di Saturno e di Giove. […] Ed ora, a furia di osservare, e di calcolare, da quella congiunzione funesta si è ricavata un’altra predizione egualmente chiara; così non fosse! […] Ecco la cagione prima della mortalità, ecco dove sta l’errore di questi pochi medici che voglion fare il singolare, e resistere all’evidenza, e credono di spaventarci con un grande apparato di dottrina, come se alla fine, avessero a fare soltanto con gente che non abbia mai toccato il limen della filosofia. Non basta parlare, a proposito e a sproposito, di vibici, di  esantemi, di antraci, di buboni violacei, di foruncoli nigricanti: tutte cose belle e buone, tutte parole rispettabili: ma che non fanno niente alla questione…».
«Eppure» disse il Signor Lucio, risolutamente, perché gli pareva di avere alle mani una buona ragione, «eppure anche quei medici non negano che l’aspetto dei pianeti presagisca malanni…».
«E qui li voglio» interruppe Don Ferrante; «qui dà in fuora lo sproposito. Confessano questi signori, perché a negare un tal fatto ci andrebbe troppo coraggio, confessano che tutto il male è causato dalle influenze maligne, e poi, e poi vengono a dirci che si comunica da un uomo all’altro. Chi ha mai inteso che si possano comunicare le influenze? in quel caso gli uomini sarebbero gli uni agli altri come tanti pianeti. Confessano che il male è causato dalle influenze, e dicono poi: state lontani dagli infermi, non toccate le robe infette, e schiferete il male: come se le influenze discese dai corpi celesti in questo mondo sublunare potessero schifarsi: come se quando le stelle inclinano al castigo si potesse declinare la loro potenza con certe precauzioni ridicole; come se giovasse sfuggire il contatto materiale dei corpi terreni, quando chi ci perseguita è il contatto virtuale dei corpi celesti. Per me, credo che anche questo accecamento dei medici, e appunto dei medici che hanno la mestola in mano, sia un effetto di quella costituzione maligna che domina in questo anno sciagurato, accioché per giunta di tanti mali ci tocchi anche il flagello dei regolamenti».
Tutti quegli uditori erano persuasi fin da prima che il male non era contagioso, sapevano che era comparsa quella cometa, avevano inteso dire che l’aspetto dei pianeti in quell’anno era funesto; ma da tutte queste idee non avevano mai pensato a cavare quel sugo che Don Ferrante espresse nella sua bella argomentazione. Uscirono tutti di quivi più atterriti di prima, e nello stesso tempo più irritati contra i regolamenti, e più disposti a trascurare, come inutili, tutte le cautele. Lo stesso contraddittore signor Lucio partì da quella disputa più pensoso; perché le predizioni astrologiche erano di quelle cose ch’egli riponeva non nei sogni della scienza, ma nei canoni del buon senso.

I numeri del rischio al tempo del Coronavirus

Contributo di Umberto Cherubini

Oggi ho terminato il corso sulle tecniche di misurazione del rischio a studenti che non ho quasi mai visto in faccia, ma che per qualche strano motivo ho sentito più vicino che se fossi stato su una cattedra. Mia moglie invece affronta un rischio diverso ogni giorno che va a fare il suo dovere all’ospedale COVID-19 della Maremma. E la sera, a debita distanza, discutiamo di numeri, i suoi. Sono numeri di rischio diversi da quelli di cui parlo con i miei studenti. Su questi numeri, sui numeri di cui non si parla, è forse il caso di fare una riflessione pubblica.

Io insegno misure di rischio monetarie. Parto con la notazione matematica: misure invarianti alla traslazione. Poi scendo dalla matematica alla realtà. Misure che hanno la proprietà che, se al rischio aggiungete una costante, e la costante è denaro, si riducono di quello stesso ammontare. E poi da sempre chiarisco con un esempio: pensate se il rischio si misurasse in numero di vite, come in una guerra. Nessuna moneta e nessuna costante potrebbe ridurre il rischio. Questo esempio sembrava desueto e lontano, come un ordigno di guerra disinnescato, e mai avrei pensato che quest’anno l’esempio avrebbe preso vita. E sono i numeri di cui la sera parlo con mia moglie.

Come si fa a ridurre un rischio non monetario? Si può aggiungere alla perdita di una vita una costante che riduca quella perdita? La matematica di chi ritiene che questo non sia possibile attribuisce un valore infinito alla vita, e nessun capitale può assorbirne la perdita. E mentre ciascuno di noi ritiene che questo principio sia così cristallino da essere banale – la vita non ha prezzo – abbiamo scoperto ancora oggi che per una parte della politica la vita ha un valore monetario.

Abbiamo letto sui libri di storia di un Mussolini che aveva bisogno di qualche migliaio di morti in guerra per sedersi al tavolo della pace, e sappiamo com’è finita. Pensavamo che fosse roba del passato. Lo stesso principio invece ha ispirato le posizioni di Boris Johnson, di Donald Trump, persino della Svezia. Il cinismo della ragion di stato è lo stesso, ma la democrazia ha richiesto che la posizione fosse giustificata da una scienza cui i leader dei giorni nostri vogliono credere per “wishful thinking”.  C’è una profonda ironia in questo, ed è veramente un contrappasso che i leader di una destra sovranista che ha guidato il proprio gregge nel dispregio della scienza (il famoso “enough of experts”), sia costretta a nascondersi dietro le sottane della scienza quando si tratta di sacrificare vite umane. E il contrappasso massimo è che questo criterio scientifico si chiami proprio “immunità di gregge”.

Sebbene la politica da operetta abbia fatto precipitosamente marcia indietro di fronte alla realtà, ha riportato alla ribalta il problema della commensurabilità dei rischi. I numeri del rischio monetario non si parlano con quelli del rischio fisico. Di questa difficoltà di convivenza avevamo già avuto avvisaglie nel dibattito sul cambiamento climatico, ma qui il confronto era mediato ed offuscato dallo sfasamento temporale. Perdite fisiche in un futuro lontano contro perdite di valori monetari oggi. E’ la questione che gli esperti di economia del cambiamento climatico chiamano: “il problema del fattore di sconto”. Come attualizzare ad oggi il rischio di un futuro catastrofico lontano.

rischio monetario al tempo del coronavirus

Oggi la realtà ha tolto di mezzo la distanza temporale tra rischi fisici e rischi monetari e li ha messi a confronto a distanza di mesi o giorni, e a livelli estremi, come in una economia che opera in un periodo di guerra. La differenza è chiara: le misure monetarie si possono assorbire, il rischio della perdita di vite umane no. Quando si tratta di perdite fisiche insostituibili si può soltanto ridurre la probabilità di perdita: non la si può reintegrare o risarcire. 

Quindi misure monetarie di rischio e misure fisiche fanno parte di specie diverse. Ma quando vengono a contatto in momenti come quello in cui stiamo vivendo creano attriti profondi, e corti circuiti che possono mettere a rischio la stabilità di una compagine sociale. Come i virus, anche le misure di rischio possono aver il loro spillover,  il “passaggio  di specie”.  La storia delle guerre, insieme ai goffi tentativi di qualcuno dei leader di oggi di fronte al virus, ci offre il facile esempio di come il rischio fisico possa essere impiegato per fini di prosperità economica. E ci rende facile schierarci. Ma il problema è più complesso, perché anche le misure monetarie possono fare il “salto di specie”, e diventare perdite fisiche: vite umane e riduzione della speranza di vita. Anche questo abbiamo visto nelle grandi depressioni economiche. E su questo è più difficile schierarsi: il dibattito sull’austerità che ha accompagnato la storia della crisi del debito sovrano in Europa ne è un esempio.

Per concludere, le misure di rischio monetarie e fisiche hanno sempre convissuto nella storia dell’uomo. Oggi notiamo la loro difficoltà di convivenza perché entrambe le misure di rischio sono estreme. Per questo siamo come in una guerra: un rischio estremo di perdita di vite, e un rischio estremo di perdita di capitale. E mentre le perdite fisiche possono essere solo contenute, il rischio monetario può essere assorbito con l’iniezione di capitale. Iniettare capitale in famiglie e aziende finché il corpo dell’economia possa riprendere a respirare in autonomia. E’ la mia interpretazione della proposta comparsa sul Financial Times da parte del mio maestro, Mario Draghi, alla luce, e alla fine, di un corso on-line di misure di rischio.

Secoli bui. La peste del XIV secolo a confronto con l’epidemia del XXI

Contributo di Tommaso Duranti

Oggi, 27 marzo 2020, a mezzogiorno le campane di Bologna – quelle delle sue chiese, ma anche quella dell’Arengo, la campana civica che dall’età comunale chiamava a raccolta i cittadini – hanno rintoccato nelle strade e piazze rese silenziose dalla mancanza di traffico automobilistico, per chiamare, questa volta, a un momento di riflessione e di saluto alle vittime di COVID-19. Un rito, si dirà, che non porta certo a sconfiggere la malattia, ma che, come i canti alle finestre nei primi giorni di isolamento, offre la possibilità di sentirci comunità, di scandire un tempo collettivo, di affiancarci, come communitas, a coloro che hanno perso qualcuno.

La prima pandemia globale a scuotere gli animi occidentali e a lasciare traccia nella memoria storica e letteraria fu, si sa, la peste che colpì Asia, Europa e Africa settentrionale a metà del XIV secolo, e che da allora conosciamo come Peste Nera.

Le conoscenze biologiche, mediche e tecnologiche dell’epoca erano semplicemente (e, per noi, fortunatamente) incomparabili rispetto a quelle che, oggi, sono messe in campo da una società mondiale che – pur nelle ancora drammatiche e troppe differenze – poggia il proprio sapere sul metodo scientifico.

Eppure, lo sguardo corre spesso, specie in questi giorni, alle epidemie nella storia, alla ricerca forse di una comunanza che trascende i secoli, o della magari inconsapevole consolazione nel trovare che, malgrado tutto, la società umana riuscì ad andare avanti, “addirittura” nonostante l’impossibilità della medicina del tempo di offrire non solo soluzioni terapeutiche, ma persino una spiegazione per un fenomeno che, lo si ricorda, causò probabilmente la morte di una fetta tra il 40 e il 60% della popolazione europea e del bacino mediterraneo in pochi anni.

Sono proprio le strategie politiche e terapeutiche e le reazioni sociali, emotive e psicologiche, percepite così lontane e superate, a suscitare la curiosità. Quelle donne e quegli uomini furono colpiti da una pandemia nel bel mezzo di quei “secoli bui” connotati – secondo uno stereotipo duro a morire e che colpisce, nella vulgata, solo il millennio che continuiamo a definire Medio Evo – da una religione oppressiva, da una superstizione pseudomagica, da un’ignoranza che sfociava in cattiva fede e ciarlataneria.

Tutto ciò è, intendiamoci, in parte fondato.

Mi colpisce sempre la raccomandazione di molti medici del Tre e del Quattrocento di mantenere il più possibile lo spirito lieto, attraverso canti, musica e attività che servono a distogliere l’attenzione dalla paura e dalla disperazione: la motivazione era, per loro, spiegabile da un punto di vista fisiologico. Ma chi potrebbe negare che in questi giorni di isolamento nelle nostre case siamo spesso alla ricerca di qualcosa che ci distragga?

I rimedi raccomandati dalla medicina erano sostanzialmente preventivi; in qualche caso si prescrivevano pozioni e intrugli, a volte coerenti col modello farmaceutico e fisiologico del tempo, altre derivati da tradizioni empiriche e dalla ricerca di rimedi fai da te: possiamo, oggi, ricordare le mascherine fatte con carta da forno (e sottolineare che questo aspetto non si limita certo ai soli periodi di epidemia).

peste nera del 1350 durante la quale morì più della metà della popolazione mondiale

Le voci che si levarono a tuonare contro i peccati dell’umanità, interpretando la pandemia come punizione divina e causando movimenti penitenziali, furono la riposta emotiva di una società credente: ma non provennero dai medici, né dalle istituzioni pubbliche. Anzi, costoro tentarono spesso di limitare o vietare manifestazioni religiose collettive che erano intese come “assembramenti” e, dunque, potenzialmente pericolose per quel contagio che, seppur senza saperselo spiegare chiaramente, era empiricamente sotto agli occhi di tutti; il Giubileo del 1350 fu, con ogni probabilità, causa di una maggiore diffusione del bacillo di Yersinia pestis che, oggi, sappiamo provocare la peste, e tutti ricordiamo le drammatiche scene iniziali del “Settimo Sigillo” di Ingmar Bergman.

Stupiscono, quindi, alcune voci odierne, anche di noti studiosi, che lamentano la chiusura (non sempre rispettata) dei luoghi di culto, perché “una volta” le epidemie si combattevano pregando, mentre oggi “ce lo vietano”; o di personaggi in cerca di visibilità che proclamano ai quattro venti che l’acqua santa guarisca più della medicina. Atteggiamenti, si badi, quasi mai percorsi dalle istituzioni religiose, e che non implicano alcun giudizio su fede e preghiera (che può essere svolta individualmente) o sulla capacità rassicuratrice di praticarla insieme ad altri.

La caccia all’untore di manzoniana memoria, che si è concretizzata in questo 2020 in una quasi ridicola caccia al runner, rimanda a ben più sconvolgenti ricerche di capri espiatori nel passato. Si sa che la peste trecentesca fu causa, specie in alcune aree del continente europeo, di una recrudescenza (e non dell’inaugurazione) delle persecuzioni nei confronti delle comunità ebraiche. La leggenda dell’ebreo avvelenatore di pozzi, che agiva per sovvertire l’ordine (cristiano) della società, fece leva su paure e pregiudizi della popolazione, con scopi, però, piuttosto ben individuati dalla storiografia: distrarre il nervosismo su “bersagli di serie B” serviva a sfogare gli animi e, soprattutto, a liberare spazi economici e commerciali, a perseguire, dunque, obiettivi politici che erano già percorsi prima dello scoppio della epidemia.

Anche in questo caso, come non pensare alle accuse verso la Cina scagliate da alcuni leader mondiali, alle reazioni xenofobe verso cinesi e asiatici che si sono susseguite specie nei primi tempi dell’epidemia anche in Italia (dalle aggressioni in strada alle affermazioni di politici locali sulle abitudini alimentari e igieniche), e, oggi, a un atteggiamento analogo verso italiani ed europei in Paesi africani o sudamericani? O alla recente accusa, da parte di un alto prelato ortodosso, che ha considerato la pandemia di COVID-19 la punizione divina contro i gay (peraltro, in anni non lontani, già accusati da uno studioso italiano con responsabilità istituzionali di avere causato persino la caduta dell’impero romano) e i matrimoni tra persone dello stesso sesso (un’evidente critica, dunque, alle politiche liberali che, seppur in ritardo, hanno connotato negli ultimi anni larga parte dei paesi democratici)?

Oggi come allora (fatte le debite differenze), l’espandersi dell’epidemia è favorito da un mondo interconnesso, in cui persone e merci circolano (si imparava a scuola come furono delle navi genovesi a portare il morbo in Europa, nel 1347): come gli esperti non mancano di sottolineare, esso necessita e merita una risposta globale. Ma nel microcontesto locale, va sottolineato che lo sviluppo di, seppur discontinui, tentativi di politiche sanitarie pubbliche furono una conseguenza, specie nell’Italia settentrionale del tempo, delle prime ondate epidemiche di peste: empiricamente, sulla base delle conoscenze riguardanti il problema dell’igiene e nell’alveo di un modello aerista di spiegazione dell’eziologia e della trasmissione del morbo, iniziarono a essere sperimentate forme di quarantena propriamente detta (con l’individuazione di spazi appositi), di isolamento domestico, di chiusura delle frontiere e di limitazione alla mobilità, nonché di partecipazione dei medici alle politiche sanitarie e di sviluppo di istituzioni ospedaliere. La storiografia, specie nel passato, ha spesso sottolineato (a ragione) la debolezza di queste misure, anche per la loro incapacità di essere controllate e garantite in una popolazione che, si pensa, non le comprendesse (il che, però, non inficia il tentativo fatto).

Queste righe non vogliono essere l’invito a un facile (ed errato) paragone “positivista” tra ieri e oggi, né indurre all’errore di ritenere che “tutto resti uguale”: al contrario, al di là delle analogie, proprio le differenze ci servono, credo, a mantenere più saldi gli spiriti e le emozioni. Oggi la medicina, la sanità (specie quella pubblica che abbiamo la fortuna di avere ancora in Italia, nonostante tutto) e la tecnologia ci offrono uno scenario nemmeno lontanamente paragonabile a quello di anche solo un secolo fa. Non si deve cadere, come alcuni hanno giustamente scritto, in una deificazione della scienza: la medicina non è onnisciente, tanto meno onnipotente, nemmeno oggi.

Al netto degli errori, dei ritardi, delle difficoltà (e delle sacrosante critiche), stiamo però facendo fronte all’emergenza con gli strumenti più razionali e più efficaci che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto.

Per questo, ancora più gravi sono le derive irrazionali, pretestuose, veicolate da fake news e da affermazioni volutamente destabilizzanti.

Siamo – non solo in Italia, naturalmente – un popolo di allenatori quando si giocano i Mondiali di calcio. Cerchiamo, almeno, di non essere ancora uomini e donne dei “secoli bui”.

Coronavirus e Greta Thunberg: sei gradi di separazione? (o forse meno…)

Contributo di Alessandra Bonoli

Fra le decine e decine di video, immagini, vignette da cui siamo bombardati in questi giorni, una arrivata ieri mi ha colpito particolarmente e fornito lo spunto per scrivere queste poche righe.  L’immagine, umoristica, ritrae Greta Thunberg in veste di analista di laboratorio, con provette in mano, che con sguardo sarcastico e compiaciuto esclama “ce l’ho fatta!”

Ce l’ho fatta… cosa? Procediamo appunto per gradi.

Greta Thunberg e Cambiamento Climatico

Greta ha avuto l’indiscusso merito di lanciare un accorato grido d’allarme, coinvolgendo i giovani e parlando con estrema durezza e convinzione ai grandi della terra (che spesso sulle tematiche ambientali tanto grandi non sono, ma anzi spesso meschini e pavidi). Intervenendo pochi giorni fa al Parlamento Europeo in merito al Green Deal, Greta ha chiesto semplicemente che i politici ascoltino quanto gli scienziati sostengono da anni: il cambiamento climatico si origina dal riscaldamento globale dovuto alle crescenti concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera a causa prevalentemente del carico antropico sul Pianeta e specificatamente all’uso dei combustibili fossili e che è urgente contenere l’innalzamento di temperatura, adottare strategie di adattamento e mitigazione. E l’Europa ha l’obbligo morale di adottare una seria e radicale politica sul clima da diffondere negli altri Paesi del mondo.

Cambiamento climatico e attività antropiche

L’IPCC, l’International Panel on Climate Change, che raggruppa scienziati di chiara fama a livello internazionale, da decenni pubblica i report sullo stato di salute del Pianeta, sulla base della più ampia e qualificata letteratura scientifica in materia. Nel 2018, lo Special Report sul Riscaldamento Globale sottolineava l’urgenza di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C, attraverso trasformazioni profonde e urgenti, lungimiranti e senza precedenti in tutti gli aspetti della società. Nell’ultimo report (2019) si legge ancora in merito alla forte interconnessione esistente fra cambiamento climatico, flussi di gas climalteranti e desertificazione, degrado dei territori e degli ecosistemi naturali e relativi rischi per la sicurezza alimentare. E vengono suggerite le stringenti azioni necessarie per un adattamento ai cambiamenti climatici e per il raggiungimento di una società più sostenibile ed equa.

Attività antropiche, inquinamento atmosferico e salute

Coronavirus, cambiamento climetico e Greta Thunberg

Anche questa connessione non ha più bisogno di essere confermata perché universalmente riconosciuta. Nel rapporto La sfida della qualità dell’aria nelle città italiane  redatto dalla Fondazione sviluppo sostenibile di Edo Ronchi in collaborazione con Enea (2017), si legge che che in Italia si hanno circa 91.000 morti premature all’anno per inquinamento atmosferico, di cui 66.630 per le polveri sottili PM2,5, 21.040 per il disossido di azoto e 3.380 per l’ozono e che per le polveri sottili PM2,5 si contano nel nostro Paese 1.116 morti premature all’anno per milione di abitanti. La zona più inquinata in assoluta da micropolveri è la Pianura Padana.

Anche l’Agenzia europea per la protezione dell’ambiente (EEA) sottolinea come l’esposizione all’inquinamento atmosferico possa portare a effetti negativi sulla salute, comprese le malattie respiratorie e cardiovascolari. E in questo periodo, numerose autorità sanitarie hanno avvertito che quei cittadini affetti da determinate patologie respiratorie preesistenti potrebbero avere una maggiore vulnerabilità a COVID-19.

Inquinamento atmosferico e diffusione del corona virus

Un interessante position paper dal titolo “Relazione circa l’effetto dell’inquinamento da particolato atmosferico e la diffusione di virus nella popolazione”, pubblicato qualche giorno fa a firma di stimatissimi colleghi dell’Università di Bologna, dell’Università degli Studi di Bari e di ricercatori della Società Italiana Medicina Ambientale, ipotizza l’esistenza di una stretta correlazione fra inquinamento atmosferico, in termini di particolato solido, e la diffusione del coronavirus. Più precisamente, si evidenzia come la specificità della velocità di incremento dei casi di contagio che ha interessato in particolare alcune zone del Nord Italia potrebbe essere legata alle condizioni di inquinamento atmosferico: le microparticelle presenti nell’aria, infatti, eserciterebbero una devastante azione di vettore e amplificazione del virus. Gli autori concludono suggerendo di tenere conto di queste considerazioni sollecitando misure restrittive di contenimento dell’inquinamento atmosferico.

Coronavirus e Greta Thunberg

Fermatevi!” aveva gridato Greta con emozione alla Cop 24 di Katovice, sollecitando azioni e politiche concrete da parte dei Paesi firmatari dell’accordo di Parigi.

E il mondo si è fermato. Improvvisamente.

Annullati i trasporti aerei, chiusa la maggior parte delle industrie, spente le auto nelle città, sospesi i cantieri…. Non per scelta strategica, certo.  Bensì per emergenza sanitaria, determinata dal corona virus.

Obiettivo prioritario: salvare la vita e tutelare la salute di miliardi di cittadini in tutto il mondo. Effetti collaterali e secondari: la natura sembra risorgere.

Immagini satellitari della Nasa e dell’Agenzia Spaziale Europea evidenziano una drastica riduzione delle emissioni di biossido di azoto nelle principali città cinesi tra gennaio e febbraio. Una foto dell’Italia mostra la pulizia dell’aria su tutta la penisola. Secondo un articolo dell’Internazionale, sulla base di studi degli ultimi giorni, rispetto allo stesso periodo del 2019, a febbraio le misure adottate dalla Cina hanno provocato una riduzione del 25 per cento delle emissioni di anidride carbonica rispetto allo stesso periodo del 2019.

Nei canali di Venezia tornano i pesci e l’acqua è limpida, alla banchina del porto di Cagliari e ancora in laguna veneta si avvicinano i delfini per giocare[1], cinghiali indisturbati per le strade di Sassari[2], aria più pulita e animali selvatici dal Friuli al Piemonte.

Un articolo intitolato “COVID-19 reduces economic activity, which reduces pollution, which saves lives” sostiene che le limitazioni imposte ormai da tutte le principali economie del mondo per fermare la diffusione della pandemia hanno evitato la morte per inquinamento di migliaia di vite nel mondo. Ovviamente nessuna affermazione che la pandemia sia favorevole alla salute e un toccasana per l’umanità, ma un fortissimo monito a riflettere su come un cambiamento profondo dei nostri stili di vita possa concorrere a ridurre l’inquinamento e in cascata a favorire il benessere e la salute dell’umanità.

Ma ancor più scientificamente attendibili i dati dell’Agenzia europea dell’ambiente (EEA) che mostrano un quadro accurato del calo dell’inquinamento atmosferico, soprattutto a causa della riduzione del traffico nelle città.

Tuttavia, affrontare i problemi di qualità dell’aria, di inquinamento, di cambiamento radicale nell’uso dell’energia e dei nostri stili di vita a lungo termine richiede politiche ambiziose e investimenti lungimiranti. Volendo dare una chiave di lettura costruttiva, l’attuale crisi e i suoi molteplici impatti sulla nostra società forse possono almeno far intravedere ciò che la maggior parte degli scienziati impegnati su questi temi sostengono da anni, ovvero che è ormai necessaria e urgente una transizione giusta e ben gestita verso una società resiliente e sostenibile.

Per non essere più costretti a fermarci ancora in futuro. E forse in modo irreversibile.


[1] fonte: Marevivo
[2] fonte: Unione Sarda

L’evoluzione dell’epidemia e la stima degli scenari futuri

Contributo di Antonio Barletta e Beatrice Pulvirenti

Ogni volta che si cerca di modellare un fenomeno complesso, il rischio è quello di banalizzare. Tuttavia, in fisica e in ingegneria, un approccio basato su poche ipotesi, purché chiare, è spesso molto utile per cercare di catturare i tratti più importanti di un fenomeno.

Un semplice modello della crescita epidemica può essere formulato decidendo di controllare il numero N(t) di persone infette ad un certo tempo t. La popolazione, supponiamo, sia Nmax. La popolazione può riferirsi a una regione, a una nazione o all’intero pianeta.

Se facciamo l’ipotesi che, in un tempo Δt, la variazione ΔNdel numero di persone infette cresca in modo proporzionale al numero di persone infette, allora la crescita del numero N(t) sarà esponenziale. Questo regime di crescita è plausibile in uno scenario in cui ciascuna persona infetta è capace di infettare un numero di persone sane pari a aΔt, dove a è una costante che rappresenta il tasso di crescita esponenziale.

Tuttavia, quando il numero degli infetti N(t) diventa abbastanza grande allora la disponibilità di persone sane da infettare all’interno della popolazione tende a diminuire, cosicché l’evento per cui un infetto contagia una persona sana tende a diventare progressivamente più improbabile. Naturalmente, questa osservazione potrebbe dare luogo a diversi scenari nel caso in cui una persona infetta può guarire dall’infezione ed essere nuovamente infettata. Supponiamo che il tipo di infezione che studiamo non consenta una recidiva e andiamo avanti con il ragionamento. La diminuzione della probabilità di infezione di individui sani da parte di un singolo individuo infetto corrisponde ad avere un coefficiente a che diminuisce all’aumentare di N(t),

a = α – β N(t).

Questa diversa caratterizzazione del coefficiente a di fatto cambia la natura della crescita esponenziale in favore di una crescita logistica. La crescita logistica, su tempi lunghi, dà luogo ad una sorta di stato di equilibrio che, in termini strettamente matematici, è asintotico cioè ottenuto per un tempo t infinitamente grande. Lo stato di equilibrio corrisponde a una popolazione di individui infetti costante data dal rapporto α/β.

Grafico che indica l'evoluzione epidemia. La linea arancione indica la crescita esponenziale mentre la linea blu indica la crescita logistica
La linea arancione indica la crescita esponenziale mentre la linea blu indica la crescita logistica

Pur nella semplicità, al limite della faciloneria, del modello logistico di evoluzione epidemica, è sorprendente come, con un’opportuna determinazione dei parametri α e β, si possa ottenere un buon accordo con i dati provenienti dalla Protezione Civile italiana. Dobbiamo precisare che i dati disponibili si riferiscono alle persone cui è stata diagnosticata l’infezione (i famosi tamponi) e non le persone infette. Assumere un trend logistico sulla prima tipologia di contagiati assumendo la validità di un modello ragionevole per la seconda tipologia è decisamente una forzatura. Tuttavia, possiamo sempre ipotizzare che esista un fattore moltiplicatore costante che leghi la prima tipologia di contagiati alla seconda. In altre parole, l’ipotesi è che il rapporto tra il numero di contagiati e il numero di contagiati diagnosticati sia una costante, in larga parte ignota, ma una costante.

Altro aspetto metodologico, non di poco conto, è legato alla mancanza di riferimenti alla situazione territoriale del caso italiano. Si controlla l’evoluzione di N(t) sapendo che quel numero si riferisce all’intera Italia, pur con una distribuzione fortemente non uniforme. Quindi, ogni predizione circa l’evoluzione di N(t) avrà necessariamente significati estremamente diversi da regione a regione e da città a città. È come dire che in alcune regioni se ne uscirà prima mentre in altre se ne uscirà dopo, ma puntiamo a capire quando i numeri saranno favorevoli su scala nazionale.

Un tema che dovrà essere sviluppato nella modellistica dell’evoluzione epidemica è proprio quello della diffusione territoriale e la sua variazione nel tempo. Occorre introdurre la variabile spazio oltre alla variabile tempo. Occorre modellare realisticamente i flussi di persone nel territorio sapendo che, inevitabilmente, le persone tendono a spostarsi verso zone in cui il contagio è meno virulento. Accade come nel modello della trasmissione del calore in un mezzo materiale: il calore fluisce nella direzione in cui la temperatura ha valori più bassi. Analogamente, durante un’epidemia, le persone tendono a spostarsi nella direzione in cui il numero dei contagi è più basso.
Senza divagare troppo su ulteriori possibili sviluppi del modello matematico, ritorniamo alla curva logistica che descrive l’evoluzione di N(t), al caso italiano e ai dati della Protezione Civile.

Grafico che indica l'evoluzione dell'epidemia. Evoluzione dell’epidemia di Covid-19 in Italia con i dati reali forniti dalla Protezione Civile (cerchietti) fino al 29 Marzo 2020. La curva in rosso è la curva logistica che interpola i dati
Evoluzione dell’epidemia di Covid-19 in Italia con i dati reali forniti dalla Protezione Civile (cerchietti) fino al 29 Marzo 2020. La curva in rosso è la curva logistica che interpola i dati

I parametri che caratterizzano la curva logistica che caratterizza l’evoluzione epidemica in Italia sono:

α = 0.2066,             β = 0.001695,

o meglio, questi sono i valori numerici da usare misurando il tempo in giorni. Con questa stima dei parametri del modello logistico il numero di individui infetti, N, raggiunti asintoticamente ovvero per tempi lunghi, α/β, sarebbe circa 122000. Ricordiamo che, basandoci sui dati della Protezione Civile, questo numero si riferisce ai contagiati diagnosticati e non al totale dei contagiati. Sempre secondo il modello logistico, non si dovrebbe superare questo numero. Quando l’evoluzione dell’epidemia approssimerà questi livelli, sarà plausibile aspettarsi un numero di nuovi contagi prossimo a zero. Se è vero che N = α/β è una condizione asintotica, cioè ottenuta in un tempo infinito, può avere senso chiedersi quando questa condizione di stasi dell’epidemia sarà raggiunta a meno del 5%. Se chiamiamo T il tempo richiesto per raggiungere lo stato di equilibrio entro un’approssimazione del 5%, si può stimare T sulla base dei valori di α e β. Il calcolo fornisce T = 40 giorni. Quindi possiamo concludere che dopo 40 giorni, a partire dal 27 febbraio, sarà tutto finito? Difficile dare una risposta. Il modello usato è semplice, addirittura semplicistico, però si basa su ipotesi che ad oggi potrebbero apparire anche realistiche. Occorre tenere in considerazione la grande disomogeneità dell’epidemia nel territorio nazionale con dinamiche locali anche fortemente differenti. Bisogna anche riconoscere che la stima dei parametri logistici è ancora affetta da un grande errore, perché l’evoluzione si discosta ancora troppo poco da un’esponenziale. Tuttavia, immaginiamo che le modalità del contagio, largamente dipendenti dalla natura dell’agente patogeno, non cambino nel tempo. Immaginiamo che non ci siano i cosiddetti casi di ritorno, ovvero recrudescenze dell’epidemia dovute all’ingresso di individui infetti provenienti da altri paesi. Insomma immaginiamo una sorta di best case scenario e, forse, con tanto ottimismo verso la metà di Aprile potremmo cominciare a vedere la luce in fondo al tunnel.


Consigli per letture sull’argomento:
Drazin, P.G. Nonlinear Systems. Cambridge University Press 1992.
Drudi, I. Previsioni, profezie e modelli ai tempi del Coronavirus, www.parliamoneora.it, 2020.

Come (e se) ci cambierà il virus….riflessioni di un giurista

Contributo di Antonello De Oto

Ritrovarsi di colpo solo, in un’aula vuota con dei guanti, una mascherina al collo e un paio di cuffie microfonate a parlare ad uno schermo…dall’altra parte mentre la voce corre sul filo dei byte… i tuoi studenti smaterializzati da un virus da un giorno all’altro, ma pronti a dialogare, ad apprendere, a desiderare conoscenza giuridica magari mentre mangiano una merendina davanti al monitor…

E’ il sapere e la diffusione della conoscenza nell’era del Covid-19. Così si fa lezione oggi in tutta Italia e in quellAlma Mater che non si ferma e che ha sempre accolto da tutto il mondo, sin dai primordi, come testimoniano gli scudetti equestri affissi nell’atrio del Palazzo dell’Archiginnasio, studenti che a cavallo venivano da ogni dove…e Maestri come IrnerioLucerna iuris” e Graziano che operavano in quella Bononia e in quel mondo che per lungo tempo si voleva, secondo la teoria astronomica di Tolomeo,  immobile e anche parzialmente abitato.

Ci si è lamentati spesso in passato dei danni collaterali della tecnologia. Quella techne che ci rubava posti di lavoro, che toglieva spazio all’uomo per inserire macchine, processi…determinando senza neanche troppo rendersene conto una progressiva perdita di centralità dell’essere vivente, dei suoi tempi di reazione e dei suoi lenti riti quotidiani. Che costituivano, per inciso, in un tempo spesso mediocre anche speranza, capacità di aspettare, percorsi di desiderio.

La Rete connettendo in pochi istanti tutto il mondo, oggi quasi del tutto abitato, aveva annullato il valore della pazienza, i tempi di risposta, il senso della fatica.

E oggi? Cosa ne è e ne sarà del nostro mondo e dei nostri riti quotidiani? Cosa ne sarà di quella velocità che non faceva bastare le giornate. Oggi ai tempi del Coronavirus distanti un metro e per fortuna interconnessi (come cambiano rapidamente giudizi e scenari) i soldi sembrano valere meno, i paradigmi si ridisegnano velocemente e anche le antiche professioni liberali ritrovano funzione e spazi di interconnessione e aiuto in un guado difficile dove imprenditori e cittadini abbisognano più di ieri di una difesa agile e interattiva, anche nei confronti di un male che tutto vorrebbe travolgere. Salvare i sacrifici di una vita, posti di lavoro, contenere i danni, questo è oggi il tema. E allora strumenti come una consulenza legale fornita in conference call o il processo telematico stesso, appaiono non più orpelli di una modernità giuridica ostentata ma scialuppe di salvataggio in un mare in tempesta.

La tecnologia per molti fino a ieri nemica è divenuta salvezza e garanzia di comunicazione. Poter ordinare una spesa on-line o seguire nel chiuso delle proprie case una messa in streaming o rivedere un vecchio film dal sito della RAI…capacità, possibilità che ci sembrano oggi molto meno superflue e scontate. In molti casi l’unica reale possibilità di approvvigionarsi e di trascorrere un tempo interminabile. Diritti pubblici soggettivi incomprimibili e indisponibili come la libertà religiosa, ad esempio, che grazie alla tecnologia trovano uno sfogo e mantengono spazi di libertà continuando a soddisfare il diritto di essere se stessi.

Anche Istituzioni che molti – non certo il sottoscritto – ritenevano pletoriche e inconferenti in uno Stato democratico, come le nostre Forze Armate, oggi ci appaiono vitali per proteggere la nostra comunità persino (a volte) da se stessa, fornendo con rapidità servizi e infrastrutture che non eravamo in un tempo ordinario stati capaci di difendere e pensare. Quell’Esercito che oggi costruisce ventilatori polmonari, quell’Universitas che ricerca e non molla, portando avanti i giovani e futuri quadri dirigenti del Paese, anche in un tempo difficile. E non breve. Un tempo che risuscita e rifugge al contempo vecchie paure, che rivivifica un nemico antico, quel morbo descritto in passato da Sofocle nel prologo di Edipo Re e nella Bibbia e chiamato peste (Yersinia pestis) divenuto in seguito un vero e proprio topos letterario. Oggi l’antico nemico è tornato. Con altri vestiti e un cuore vecchio. Forse a ricordarci, sotterraneamente, il valore della solidarietà, lo stare uniti nelle difficoltà e quel restare umani, che molti di noi avevano per un attimo accantonato, in favore degli egoismi di parte.

La luce alla fine del tunnel… beati siano coloro che vivono in tempi interessanti

Contributo di Anna Rita Migliaccio

L’epidemia SARS del 2002 è stata una sveglia importante. Ha messo in evidenza che, nonostante il controllo capillare che pretendiamo di avere sull’ambiente, ci sono ancora là fuori “bugs” insidiosi pronti ad attaccarci. La SARS è stata una polmonite da infiammazione acuta causata dal virus SARS-Co, un agente infettivo estremamente piccolo formato da un guscio proteico che racchiude un piccolo mRNA con l’informazione indispensabile per sintetizzare le proteine del suo involucro.

Il SARS-Co, come tutti i virus, è un parassita cellulare. L’involucro proteico serve per protezione e per legarsi alle cellule bersaglio di cui usa l’apparato produttore per sintetizzare nuove proteine e duplicare il suo mRNA. L’assemblaggio proteine-mRNA è automatico e crea nuovi virus che vengono rilasciati in milioni di copie quando la cellula stremata muore. Le nuove particelle virali iniziano poi altri cicli vitali portando a una crescita esponenziale della carica virale.

Il virus di per sé non causa la malattia. I sintomi e la patologia dell’infezione sono dovuti a tossine rilasciate dalle cellule morte e a reazioni off-target della risposta di difesa del nostro organismo all’invasione del nemico. La malattia è il danno collaterale della guerra tra il nostro corpo ed il virus. 

Per fortuna l’epidemia SARS del 2002, anche se molto aggressiva, è rimasta circoscritta nei luoghi (sud est dell’Asia) e nel tempo (10 mesi) di diffusione.

Il SARS però era un virus nuovo (specie coronavirus) mai incontrato in precedenza dalla specie umana. Il suo insorgere avrebbe dovuto farci sospettare che “virus” nuovi, possibilmente più pericolosi del SARS-Co potevano fare la loro comparsa in ogni momento ed indurci a prepararci. Purtroppo, per molti motivi, alcuni validissimi, le “Cassandre” non vengono mai ascoltate e finita l’emergenza solo la Corea che era stata duramente colpita dalla SARS, ha preparato piani nazionali per prevenire l’insorgenza di nuove epidemie. Altre nazioni, incluse quelle europee, hanno continuato “bussiness as usual”.

Per fortuna, gli scienziati sono creature libere, curiose e con la pulsione a “capire” qualunque cosa colpisca la loro immaginazione. Alcuni studiosi quindi hanno continuato a studiare SARS-Co anche se l’emergenza era finita. Hanno sequenziato l’informazione genetica del virus, hanno fatto correlazioni tra le sue sequenze genetiche e quelle di coronavirus che infettano animali ed hanno identificato le due proteine presenti sulla superficie delle cellule endoteliali dei polmoni usate dal virus come porta per entrare nelle cellule e riprodursi. Queste informazioni erano alla portata di tutti. 

E poi nel dicembre 2019 sono comparsi i primi casi di polmoniti acute ad eziologia sconosciuta a Wuhan in Cina. E’ bastato quindi poco per capire che la sindrome era rappresentata da un coronavirus nuovo il cui genoma è molto simile a quello di SARS-Co per cui è stato chiamato, oltre che Covid-19 (da COronaVIrus Disease e  anno di identificazione), SARS-Co2. Gli scienziati hanno anche realizzato che la somiglianza dell’informazione genetica si estende alle regioni usate per entrare nella cellula e che quindi i due virus usano la stessa porta per entrare nelle cellule.

Questa porta è formata da due proteine coinvolte nell’ipertensione e nel cancro alla prostata attaccabili con numerosi farmaci di uso comune e sono stati già attivati protocolli per sperimentare se questi farmaci sono efficaci per prevenire e/o per curare SARS-Co2.

Come difesa contro le infezioni virali, il nostro corpo sviluppa anticorpi. E’ stato già dimostrato che il siero di pazienti guariti da SARS-Co2 contiene anticorpi, anche se a bassi livelli, che riconoscono il virus, neutralizzandolo. Poichè i centri trasfusionali hanno la tecnologia per isolare anticorpi per uso clinico, il siero dei pazienti guariti potrebbero essere usato per curare almeno le forme più gravi dell’infezione.

Esiste anche un software che identifica le regioni delle proteine (epitopi) più efficienti nel generare la reazione anticorpale. Questo programma è stato usato per identificare gli epitopi immunogeneci del COVID-19 che iniettati in conigli hanno stimolato la produzione di grandi quantità di anticorpi capaci di inibire l’infezione virale. L’identificazione di epitopi efficaci è la premessa necessaria per sviluppare un vaccino. La loro produzione in quantità e in condizioni di sicurezza è un processo lungo ma il primo trial di validazione è già iniziato in USA e si presume che partirà presto anche in Europa.

E’ stupefacente quanto lavoro è stato fatto in solo tre mesi dalla comunità scientifica per affrontare la pandemia in corso. Gli scienziati sono emotivamente motivati perchè hanno padri, madri, nonni anche loro e stanno usando le conoscenze su SARS-Co per generare con grande velocità informazioni utili per uscire fuori da SARS-Co2 con “minimi” danni collaterali. La cosa migliore che possiamo fare noi ora per proteggere i nostri cari è di stare calmi e di evitare di avere contatti con loro per non esporli al virus prima che sia disponibile una terapia.