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La passione e l’energia della scienza ai tempi di una calamità antica

Contributo di Giovanni Capranico

Il Coronavirus 2 della Severe Acute Respiratory Syndrome (SARS-CoV-2) si è diffuso tra le popolazioni causando una pandemia, come tante ce ne sono state in passato. I coronavirus sono noti da tempo, il primo fu isolato nel 1937 dai polli. Il virus SARS-CoV-2 non è niente di nuovo. La storia umana, in tutte le parti del mondo, è stata determinata da malattie, carestie e guerre in un modo forse poco riconosciuto dai libri di storia. Nuova è forse solo la vastità, la globalità della pandemia.

Fatto notevole, a mio parere, è che questa volta abbiamo reagito, il mondo ha reagito e ha messo in atto misure di contenimento della pandemia per la salvezza di molti che altrimenti sarebbero morti. E ora le Istituzioni nazionali e sovranazionali, almeno in alcune parti del mondo, si organizzano per intervenire in modo significativo per contenere le gravi conseguenze economiche e sociali. Questo è un progresso rispetto alla spagnola di solo un secolo fa, come notato da Giuliano Amato su Treccani Atlante. Per quanto imperfette a livello sociale possano essere queste reazioni, abbiamo una Fase 2 e una Fase 3. Dunque, grazie a scienza e democrazia, la condizione umana rispetto alle pandemie è migliore che nel passato.

Si può forse notare un’altra novità. Il virus ha avuto un impatto importante a livello individuale e collettivo trasformando la nostra vita quotidiana e professionale. Il tempo ci dirà quanto i comportamenti delle persone si trasformeranno in modo permanente. Forse tanto, forse niente. Di certo ha già cambiato la ricerca scientifica.

energia della scienza ai tempi della pandemia. Le sei sedi dello European Molecular Biology Laboratory: Barcelona, Grenoble, Hamburg, Heidelberg, Hinxton, Roma.

Se n’è parlato poco sui media, ma il lockdown mondiale ha limitato fortemente non solo la libertà individuale, il lavoro e la socializzazione, ma ha bloccato anche la ricerca scientifica. E’ triste vedere i laboratori vuoti, deserti e silenziosi. Ancor più triste pensare che tutti i laboratori nel mondo si sono, in gran numero, fermati. Per primi si sono fermati i laboratori in Cina, dove i ricercatori sono tornati a casa per il capodanno a metà gennaio di questo anno, e là sono rimasti bloccati senza poter tornare in laboratorio. Più tardi, il lockdown ha interessato Europa e USA, per esempio le 6 sedi (Barcelona, Grenoble, Hamburg, Heidelberg, Hinxton e Roma) dello European Molecular Biology Laboratory-EMBL sono stati chiusi e i centri di ricerca privati della Silicon Valley (California, USA) sono attivi solo in smart working. Nello stesso tempo tutte le conferenze scientifiche in primavera sono state annullate, molto spesso sostituite da conferenze virtuali. Insomma, la ricerca sperimentale è ferma quasi ovunque, fatto salvo le situazioni non procrastinabili o urgenti. Questo non è a lungo sostenibile, vi sono progetti finanziati che devono andare avanti e pazienti di altre patologie aspettano risposte che non possono tardare ad arrivare. L’emergenza sanitaria rischia – l’abbiamo sentito dire – di impattare negativamente su altre patologie che sono nel complesso comunque una larga maggioranza.

Per questa ragione, l’energia della comunità scientifica e medica tutta si è indirizzata a combattere la pandemia, trovare nuove modalità di comunicazione e ri-organizzare il lavoro scientifico, sostenendo al contempo senza remore le misure del lockdown quali uniche soluzioni, al momento, per contenere i contagi. Da una parte medici, infermieri e tutti gli operatori della sanità sono in prima linea nel curare e assistere i malati, dall’altra i ricercatori hanno dirottato le risorse finanziarie e intellettuali verso la scoperta del vaccino e di farmaci efficaci, le agenzie di finanziamento sono state comprensive rispetto alle impreviste difficoltà dei ricercatori e nuovi bandi competitivi sono stati aperti o si apriranno per finanziare nuovi progetti di ricerca finalizzati a sconfiggere SARS-CoV-2. Settori economici e sociali si sono riconvertiti per aumentare le misure di protezione individuale. Perfino il CERN, la cui capacità di connettere pezzi distanti di società a livello mondiale è proverbiale, ha istituito una task force contro SARS-CoV-2, con il compito di lavorare insieme a istituzioni locali, esperti biomedici, sanitari e la World Health Organization e di mettere a disposizione le risorse del centro per la salute pubblica.

Un altro esempio di dedizione ed energia che queste comunità mettono nella battaglia contro il virus viene dalla nostra Lombardia. Un medico anestesista di Milano, Maurizio Cecconi, è stato segnalato dal prestigioso JAMA (Journal of the American Medical Association) come uno dei tre “Eroi della pandemia”. Si è reso subito conto della gravità della pandemia e ha quindi organizzato molte videoconferenze con colleghi in tutto il mondo per condividere le osservazioni cliniche che via via faceva e condividere le terapie – in particolare, il 28 marzo era in linea “con 130 mila colleghi, da tutto il mondo, molti nei paesi in via di sviluppo». L’iniziativa di Cecconi ha permesso a molti suoi colleghi in tutte le parti del mondo di essere più pronti all’arrivo di pazienti nelle loro terapie intensive.

La videochat e conferenze virtuali sono molto utilizzate in queste settimane dalle comunità scientifiche per continuare a scambiare informazioni e collaborare. Ecco, questo mostra come il virus abbia “costretto” i ricercatori e medici ad usare meglio un nuovo strumento per comunicare – le videochat. Certo è qualcosa che era già possibile prima del virus, ma SARS-CoV-2 ha accelerato di molto il processo in atto. Probabilmente, videoconferenze e convegni virtuali resteranno come modalità comunicative efficaci nel lavoro degli scienziati e dei medici in futuro.

È confortante constatare che tutta questa energia profusa dalla medicina e dalla scienza ha finalmente un riscontro nella popolazione, che ora sembra essere più attenta alle indicazioni degli esperti e seguire con trepidazione gli sviluppi scientifici sul SARS-CoV-2.

Se da una parte c’è fiducia nel futuro, passione ed energia, dalla parte opposta ci sono purtroppo soggetti che sembrano “remare contro” il proprio paese – e contro in modo vigoroso! Al di là dei soliti ciarlatani e venditori di fumo antiscientifico, c’è un fatto “straordinario” accaduto di recente – straordinario quanto la pandemia. Il Presidente degli Stati Uniti d’America ha superato il limite degli Alternative Facts: “è un fatto che la cura dei pazienti con polmonite da SARS-CoV-2 possa essere possibile con dosi massicce di raggi ultravioletti e iniezioni di candeggina nei polmoni” Si resta senza parole …. e invece bisogna reagire, per la gravità e pericolosità delle parole. Infatti, la comunità scientifica statunitense ha reagito fortemente per contrastare il messaggio sbagliato e potenzialmente mortale che arriva alla popolazione. Ma è responsabilità di tutti noi cittadini, scienziati, docenti, ma anche delle istituzioni pubbliche nazionali ed europee reagire e contrastare queste sciocchezze pericolose e le conseguenti azioni politiche.

La pandemia SARS-CoV-2 è arrivata all’improvviso per molti di noi, e ha messo alla prova la preparazione della società alle emergenze globali. Ha messo in evidenza come i sistemi sanitari e i piani di emergenza siano carenti e inadeguati in molte nazioni, anche occidentali. Oltre le sciocchezze che abbiamo sentito da varie fonti in queste settimane, oltre alle proposte antiscientifiche e mortalmente pericolose, la responsabilità dell’assenza di preparazione sociale e sanitaria alle emergenze è delle guide politiche e delle classi dirigenti dei vari paesi. Insomma, il virus ha messo in evidenza la necessità di attrezzarsi per fronteggiare le emergenze future. Perché una cosa è certa, la pandemia SARS-CoV-2 non è la prima e non sarà l’ultima.

Abbiamo solo bisogno che l’energia della scienza e delle persone di buona volontà pervada tutta la società.

Il virus totale

Contributo di Isacco Turina

nella bassura dove s’affondava
una primavera inerte, senza memoria.
(Montale, Dora Markus)

La diffusione del coronavirus è in sé un fatto crudo e in parte ineluttabile, storia naturale che irrompe nella storia umana. Ma le sue conseguenze sul corso degli eventi politici e sociali non sono una fatalità, bensì l’effetto congiunto di circostanze e rapporti già esistenti, delle nostre scelte e delle nostre aspettative. Vorremmo qui analizzarla come un fatto totale, intendendo con ciò che l’epidemia manifesta e accelera convergenze e interconnessioni che già erano in opera a diversi livelli.

Ciò che ha rivelato, è in primo luogo la commistione fra sopravvivenza, autorità, scienza e accesso ai media. Senza l’allarme e le raccomandazioni dell’OMS non ci sarebbe stata una tempestiva allerta del pubblico così come dei governi nazionali. Più che le loro esitazioni, inevitabili in una crisi dall’evoluzione imprevedibile, ci sembra sia da notare la prontezza con cui hanno reagito in modi tutto sommato coerenti con le indicazioni degli organismi internazionali. Un ordine nella condotta di centinaia di milioni di persone può realizzarsi solo attraverso un coordinamento globale fra autorità dall’alto, e, dal basso, attraverso un accesso costante ai media che ne veicolano e ne spiegano le decisioni al pubblico. Da queste connessioni dipende, in frangenti del genere, la sopravvivenza delle persone. Le critiche al famigerato individualismo non dovrebbero far dimenticare che gli individui sono tanto più dipendenti dai media, dagli esperti e dalle autorità quanto meno sono abituati a costituire “comunità naturali” fatte di contatti diretti e frequenti.


L’individualismo non genera dunque indipendenza ma, al contrario, una crescente dipendenza dall’organizzazione sociale. Nel contesto attuale, non chi è solo, ma chi è privo della guida delle istituzioni e dei media è perduto. Solo da essi è possibile apprendere quali comportamenti siano più adatti alla conservazione della vita propria e altrui.

Ciò solleva il problema dell’autonomia del soggetto. A noi sembra che, allo stato attuale, sia illusorio parlare di autonomia: il soggetto può sopravvivere solo nella misura in cui è in collegamento con una massa di altre persone, con le autorità, con gli esperti e con i mezzi di comunicazione che mediano questi rapporti. La sua autonomia è relativa e si muove all’interno di questo recinto, il che suscita interrogativi sulla congruenza fra gli ideali liberali e la realtà dei fenomeni. Questi ci parlano di una sostanziale dipendenza dell’individuo da strutture che non può controllare ma che anzi lo sovrastano e lo guidano, nel bene e nel male. La distinzione etica e politica fra il bene e il male del soggetto, lungi dall’essere un residuo di morali antiquate, è anzi più che mai cruciale per giudicare le decisioni che coinvolgono i cittadini.

Un secondo livello è quello della compenetrazione fra salute, politica, economia e organizzazione. I commenti sulla crisi sottolineano la difficile conciliazione tra protezione della salute e mantenimento dell’economia, ma anche le frizioni che si possono creare tra l’esigenza di bloccare il contagio e quella di garantire il normale funzionamento di una nazione. Non tutte le pratiche possono essere eseguite a distanza. L’assistenza alle persone in difficoltà (senzatetto, anziani soli, carcerati) richiede in diversi casi la compresenza, così come non tutti i servizi possono essere svolti assicurando sempre e comunque il rispetto delle misure di sicurezza. Se il contenimento del contagio diventa la priorità assoluta, è inevitabile che altre istanze vengano penalizzate. Ma anche affermare il valore assoluto della salute è niente più che un auspicio, una volta che si tenga conto delle deroghe che quotidianamente accettiamo a questo principio: più di centomila vite umane potrebbero essere risparmiate ogni anno in Italia se si ponessero rigidi vincoli alla circolazione del traffico, alla vendita di tabacco e alcolici e all’inquinamento, per non parlare degli infortuni sul lavoro. Di fatto, in nome delle libertà individuali e dell’iniziativa economica tolleriamo gravi perdite sul versante della salute.

Nel caso dell’epidemia di coronavirus si è scelta una strada alternativa, dando invece priorità alla salvaguardia di vite umane, anche se è lecito supporre che il punto di vista dello stato non coincida con quello del pubblico. Quest’ultimo è preoccupato soprattutto della propria incolumità, mentre le istituzioni devono in primo luogo preservare la funzionalità delle strutture sanitarie. Forse ciò che spaventa di più il pubblico in questa morte non è tanto la malattia in sé, quanto il modo in cui si propaga. Il contagio fra estranei è inaccettabile per le nostre abitudini a stabilire rapporti personali solo sulla base di esplicito consenso e a fronte di precise garanzie. Altre cause di morte non prevedono quel contatto umano diretto e casuale al quale siamo ormai allergici e risultano quindi più tollerabili. Comunque stiano le cose, possiamo anche accogliere la priorità data alla salute come un saggio ravvedimento; ma dobbiamo essere consapevoli che si tratta di un’eccezione terminata la quale si tornerà alla regola, ossia al bilanciamento spesso sfavorevole fra tutela della salute e promozione dell’economia, e a libertà come quella di assumere comportamenti individuali lesivi del bene pubblico (uso indiscriminato dell’auto, attività produttive inquinanti, consumi eccessivi, perseguimento esclusivo del proprio interesse e comodità). Alcuni autori fra i più profondi del Novecento – Simone Weil e Gandhi fra gli altri – hanno ricordato l’importanza dei doveri verso la comunità a completamento di un discorso esclusivamente concentrato sui diritti individuali. È uno spunto che potrebbe portarci lontano.

La terza totalità è quella dell’attenzione: la cronaca relativa al virus monopolizza l’interesse dei media, del pubblico, delle autorità e delle organizzazioni. Un nemico invisibile è straordinariamente adatto ad animare uno spettacolo totale: possiamo immaginarlo ubiquo, imprendibile, terribile e quindi spostarci continuamente da una scena all’altra senza uscire mai dalla stessa recita. Il protagonista non può smentire; tanto più le nostre attese, propensioni e timori hanno libero corso. Il virus, in quanto bersaglio assente, rivela in quale direzione puntano le nostre volontà congiunte: quella di un isolamento mediato in cui ciascuno, nella propria cellula, riceve informazioni e istruzioni, produce, consuma e gestisce rapporti interpersonali – in sostanza, si relaziona con il mondo – attraverso dispositivi in collegamento a distanza.

L’assorbimento completo dell’attenzione fa sì che le energie vengano sottratte ad altre attività e concentrate sul virus, con netta divisione del lavoro tra iperattività di chi è chiamato ad agire in prima linea e immobilità di tutti gli altri. L’emergenza ha pressoché paralizzato in poche settimane lavoro, sanità, politica, istruzione, trasporti, commercio, socialità. Assieme alle occupazioni, ha sigillato gli orizzonti. Quel mondo che sembrava tanto vasto, poliedrico e complesso si è condensato in un unico punto, come in un big bang alla rovescia. Politiche, relazioni e mete da lungo tempo perseguite – prime fra tutte la competitività e la globalizzazione – sono state interrotte da un giorno all’altro, a quanto pare senza troppo sforzo o rimpianto.

Il virus totale

Difficile sottrarsi alla conclusione che la vita di prima, la famosa vita normale che sembrava tenerci tanto impegnati, in fondo avesse perso di senso, e non solo per i decisori ma anche per i cittadini. Si è parlato di guerra contro il virus e di economia di guerra. Ma dietro tutto questo si dovrà forse scorgere un desiderio di guerra. Non diretto, nel senso dell’intenzione di innescare un conflitto violento, ma indiretto: ossia della guerra in quanto sospensione di una quotidianità le cui diverse attività non contano più molto nemmeno per chi le svolge o per chi, nella lotta partitica, le difende con vigore.

C’è qualcosa di incongruo e di stonato in questa improvvisa crociata per la salute pubblica che sospende e inverte le politiche degli scorsi anni. Soprattutto perché la crociata è condotta in un’atmosfera alterata di psicodramma ipnotico e di frenesia. Soprattutto perché non è affatto evidente che questa virata sia dovuta a un’inversione di valori, per cui ciò che fino a ieri era sacrificabile – le vite umane, la salute pubblica – oggi sarebbe diventato l’idolo del giorno. Più che a un rinsavimento delle coscienze, forse ci troviamo di fronte a una schizofrenia del sistema.

Vi contribuisce anche l’impressione di una specie di populismo dall’alto. La lotta contro il virus – e sarà la nostra quarta convergenza – è un tema adatto a radunare opinioni di destra e di sinistra. Sembra cioè capace di raccogliere quel consenso che iniziative recenti quali il reddito di cittadinanza o le campagne contro l’immigrazione non hanno incontrato. Il populismo dall’alto permette alle autorità un migliore controllo della popolazione. Il prospettato uso di droni e dati di telefonia per tracciare gli spostamenti dei contagiati o per monitorare e disperdere assembramenti, configura addirittura un’efficienza ingegneristica nell’incanalare i movimenti dei cittadini. Difenderli contro sé stessi e contro connazionali benintenzionati ma pericolosi è il movente perfetto per introdurre nuove tecniche di sorveglianza. Ecco allora uno scopo progressista – la difesa della salute – che trova un sostegno dall’alto nei pareri degli scienziati e dal basso nell’elettorato populista e che viene realizzato con modalità autoritarie nel quadro formale di una democrazia rappresentativa. Ciascuno può trovarvi elementi di proprio gusto. La convergenza politica si mescola qui con l’indistinzione ideologica e con l’innovazione tecnologica, costituendo un apparato inedito.

Tutti guardiamo la stessa cosa, eppure ciascuno vede ciò che più lo interessa: le previsioni della scienza, la difesa della salute, i rischi per l’economia, i vantaggi per l’ambiente, il rallentamento della globalizzazione, il risveglio della solidarietà, le strategie dei partiti, le reazioni del pubblico, la tragedia nazionale, le acrobazie delle istituzioni, le possibilità della tecnica e così via. La storia tuttavia non è la somma delle soggettività, bensì quello sviluppo imprevisto che le rivela a sé stesse. Occorre quindi sforzarsi di leggere il presente non in base ai propri auspici o paure, ma cercando di riconoscere e anticipare il percorso che disegna.

Il quinto livello che vorremmo analizzare è la convergenza internazionale nelle risposte. Sappiamo che la Cina, dopo averci inviato il male, ci ha fornito anche il rimedio: le misure adottate in Italia fanno esplicito riferimento a quelle praticate nello Hubei. Quello che ci interessa non è discuterne l’efficacia, quanto notare come questa convergenza sia coerente con altri avvenimenti nel panorama politico recente. Si è spesso preteso che la Cina diventasse come l’occidente, nel senso di accoglierne i valori liberali. Da qualche anno a questa parte si ha invece l’impressione di assistere, di fatto, a uno spostamento degli uni e degli altri verso un regime intermedio, provvisoriamente definito in Europa come populismo, sovranismo o democrazia illiberale, e che in Cina prende l’aspetto di una grande impresa di miglioramento dei livelli di vita della popolazione con conseguente aumento dei consumi, intento compatibile con gli obiettivi delle democrazie capitaliste. Una forma ibrida di semi-autoritarismo o di liberalismo a intermittenza sostenuto da media, mercato, scienza e tecnologia potrebbe essere l’effetto a lungo termine di un incontro sempre più stretto fra ciò che resta dei due blocchi della Guerra fredda. Il virus, pericolo per l’intera umanità privo di connotazione ideologica, potrebbe diventare il simbolo di questo movimento che sta modellando il ventunesimo secolo. In questo senso, nonostante sembri rompere con la normalità, l’epidemia non demolisce l’edificio della storia in corso, ma anzi vi aggiunge un mattone. L’occidente reagisce con la chiusura e le restrizioni a eventi che sono in parte l’esito di processi di apertura – nel senso della liberalizzazione e della globalizzazione – avviati dall’occidente stesso.

A livello dei singoli, l’emergenza sanitaria sancisce il trionfo dell’impotenza e dell’isolamento: l’unica possibilità di agire è non fare nulla e chiudersi in casa, affidandosi al soccorso delle autorità, degli specialisti e dei media. Guardare gli altri fare è la tipica postura dello spettatore. Il corpo sociale, immobilizzato, osserva sugli schermi i chirurghi operare su di lui. In questa congiuntura, il cittadino responsabile è quello che non valuta in base alla propria coscienza e ragione, ma si attiene strettamente ai decreti delle autorità. Questi decreti gli insegnano che la sua solidarietà si esprime attraverso l’isolamento e l’inazione: gli insegnano insomma la sua impotenza e lo relegano al ruolo di spettatore. Non è detto che questo sia ingiustificato, se si tratta di un periodo limitato e se produce benefici dimostrabili. Ma è comunque significativo che un esecutivo notoriamente debole come quello italiano riesca meglio a far rispettare decisioni draconiane in periodo di emergenza che le normali leggi del parlamento in tempi di piena libertà. Anche in alcuni paesi esteri è possibile – e in certi casi altamente probabile – che la crisi sia stata accolta come un surrogato di soluzione a problemi che la classe al potere non è in grado di gestire (dissidi interni, leader sotto attacco, economie precarie, pianificazione miope). Per una politica disorientata, un’epidemia o qualunque altra calamità non è necessariamente una maledizione, almeno nel breve periodo: tiene occupata la popolazione, sospende le proteste di piazza, legittima manovre impopolari, rinfocola la coesione nazionale.

I problemi veri, naturalmente, si aprono sul lungo periodo. La spinta alla totalità ha raggiunto nei giorni scorsi un’ulteriore soglia: quella che era iniziata come un’emergenza sanitaria in alcuni comuni del nord Italia, sta diventando un bivio cruciale per l’Unione Europea. Il nodo era noto da tempo: il ferreo patto di stabilità difeso dalla Germania andava stretto a diversi stati membri, primi fra tutti Italia e Francia. La crisi innescata dal virus ha accelerato e amplificato in modo drammatico una tensione che da anni serpeggiava, mettendo allo scoperto fragilità e rigidità di un’integrazione incompiuta. Riletto oggi, il nome del programma europeo Horizon 2020 rischia di apparire come una beffa del destino.

Comunque andranno le cose, da questo trauma la democrazia non potrà uscire immutata: potrà soltanto migliorare o deteriorarsi. Il percorso di ristabilimento non sarà omogeneo: all’interno del nostro paese le realtà più solide avranno maggiori probabilità di riprendersi, mentre quelle già vulnerabili ne usciranno ancora più indebolite. La prova in ogni caso riguarda tutti. L’Europa e in particolare l’Italia hanno almeno tre carte da giocare nel dopo-emergenza: perseguire con decisione gli obiettivi della parità di genere, della salvaguardia dell’ambiente e della partecipazione, la quale richiede coraggiose politiche infrastrutturali, lavorative e redistributive. Sarebbe anche, crediamo, il modo più coerente di ricordare i morti. Nel corso dell’epidemia, i cittadini hanno sperimentato in vivo quale potrebbe essere altrimenti la vita sotto un regime paternalista, mediocratico e chiuso nei propri confini, una sorta di semi-dittatura post-ideologica che non ha nulla da promettere se non un tentativo disperato di portare in salvo qualche privilegio dal naufragio delle democrazie consumistiche.

Alla base delle politiche che fino a ieri limitavano la libertà dei migranti – la “loro” libertà – e oggi, per tutt’altro motivo, limitano la “nostra” costringendoci a rimanere in casa e a rischiare sanzioni per comportamenti abituali come uscire a fare un giro, vi è una comune richiesta di sicurezza e di riduzione dell’incertezza. Ma siamo costretti a constatare che la paura del virus non ferma il virus, così come la paura delle migrazioni non ferma le migrazioni. La storia non attende rispettosamente fuori dalle porte chiuse. Ciò che possiamo e dobbiamo pretendere da istituzioni, media, economia e scienza sono politiche avvedute, informazioni attendibili e giustizia sociale. Il resto fa parte del rischio connesso al cambiamento e dovremmo accettarlo se a quel cambiamento intendiamo partecipare. Pretendere dalle autorità, dai mezzi di comunicazione e dagli esperti garanzie assolute e rassicurazioni costanti non renderà la nostra vita più protetta: alimenterà soltanto l’ansia e quella dipendenza che tutti loro sono ben disposti a concedere, in cambio della nostra libertà e autonomia.

Il virus del volo – cosa sta accadendo e cosa accadrà al trasporto aereo

Contributo di Luca Mantecchini

Il mondo dell’aviazione, come molti altri settori produttivi, è duramente messo alla prova da quanto sta succedendo in queste settimane. Nelle poche righe che seguono proverò a riflettere su alcuni semplici dati che fotografano le dimensioni di un fenomeno di massa, quello della mobilità aerea, che è molto più di un comparto industriale, o un segmento di servizi, ma piuttosto un condensato di opportunità e paradigmi che ha profondamente influenzato lo sviluppo della società globale negli ultimi decenni.

Il trasporto aereo è indissolubilmente legato all’idea di velocità: velocità di spostamento, annullamento delle distanze spazio-temporali tra luoghi del mondo, velocità nel cambiamento. E ora, proprio nel momento in cui siamo costretti a un grande “slow-down” di massa, è la stessa velocità a diventare arma a doppio taglio: velocità di trasmissione del virus – moltiplicata nelle scorse settimane anche grazie alla facilità di spostamento offerta dal trasporto aereo – e velocità di diffusione di misure sempre più restrittive, che hanno reso di fatto reale uno scenario quasi impensabile solo pochi giorni or sono. Il trasporto aereo delle persone è, in queste condizioni, impossibile oltre che dannoso.

L’analisi di alcuni semplici dati può aiutarci a capire quanto il trasporto aereo sia cresciuto in questi anni, crescita che può essere intesa come risposta alle esigenze di mobilità espresse dalla nostra società, oppure che è essa stessa strumento volto a stimolare nuove esigenze di mobilità.

Nel 2018 hanno volato circa 4,3 miliardi di persone nel mondo, con un incremento medio rispetto all’anno precedente del 6,4%. L’Asia genera poco più di un terzo del traffico, Europa e Nord America circa un quarto ciascuno, secondo i dati dell’ICAO, International Civil Aviation Organization. Per trasportare questa imponente mole di passeggeri sono stati programmati ed effettuati nel 2018 circa 42 milioni di voli, operati da poco meno di 24.000 aeromobili a uso commerciale, secondo la Aviation Benefits Beyond Borders. Il sito specializzato Flightradar24 ci informa che la media di aeromobili costantemente in volo sopra le nostre teste, nel mondo, è stata nel 2018 di circa 10.000 velivoli, con punte di oltre 15.000

trasporto aereo

Per i prossimi vent’anni gli stakeholder più accreditati (Boeing e Airbus, produttori di aeromobili; ICAO e IATA, enti regolatori) sono stati fino a ora concordi nel prevedere un aumento medio annuo globale del traffico aereo pari al 4,3%. L’industria si aspettava una domanda di circa 39.000 nuovi aeromobili nello stesso periodo, di cui più del 60% per soddisfare nuova domanda e il resto per sostituire velivoli obsoleti.

Lo scenario, fino a qualche settimana fa, era quello di una crescita solida e costante. D’altra parte, il trasporto aereo – inteso come industria nel suo complesso – ha mostrato, da quando la deregulation del mercato (iniziata nel lontano 1978 negli Stati Uniti grazie al presidente Carter) lo ha progressivamente trasformato in fenomeno di massa, una straordinaria resilienza rispetto ai pur non infrequenti momenti di crisi globale che ne hanno potenzialmente minato la sussistenza.

Se osserviamo con attenzione i dati degli ultimi trent’anni circa, vediamo che nel periodo 1988-2003 (15 anni), nonostante momenti di grande tensione globale come la crisi del Golfo e gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, il trasporto aereo è cresciuto di un fattore 2 (ovvero in un quindicennio i volumi di traffico globali sono raddoppiati). Allo stesso modo, nel quindicennio 2003-2018, nonostante la pesante recessione economica globale e l’epidemia di SARS (questa di oggi non è effettivamente la prima epidemia che il mondo deve fronteggiare in tempi recenti), i volumi sono aumentati ancora di un fattore 2. È molto difficile ipotizzare ciò che accadrà nel quindicennio appena iniziato; la cosa che possiamo brevemente tentare è l’incrocio di alcuni dati, anche di carattere finanziario, per comprendere se i modelli di crescita del sistema di trasporto aereo fin qua sviluppati e messi in atto dagli stakeholder industriali (produttori di aerei, compagnie, aeroporti) siano in grado di garantire una ripresa.

Come primo elemento, mettiamo in luce che nel 2019 gli introiti complessivi delle compagnie aeree commerciali nel mondo ammontano a circa 850 miliardi di dollari con un profitto medio del 5%, dato in contrazione, visto che nel 2018 il profitto medio è stato pari al 6,3. Considerando che, nello stesso biennio, il numero di posti-km offerti dalle compagnie a livello globale è aumentato del 6,6%, possiamo affermare che il sistema ha scelto di andare incontro a un aumento di offerta (generato da una crescente richiesta di voli, a sua volta stimolata dal proliferare dei collegamenti offerti) sostenuto da margini di guadagno sempre più ristretti. È del tutto evidente che una strategia di questo tipo può assecondare, anzi promuovere, la crescita del traffico, esponendo però le compagnie a rilevanti rischi finanziari nel momento in cui si dovesse fare fronte a crisi di liquidità causate da radicali e forzate riduzioni dell’operatività, come quella in atto.

Per questo motivo, nel momento in cui le misure per il contenimento del contagio da coronavirus si sono fatte più stringenti e quasi tutti gli Stati europei hanno imposto misure restrittive alla mobilità collettiva delle persone, le reazioni delle compagnie aeree – tutte, dalle forti e solide compagnie di bandiera fino alle aggressive e dinamiche compagnie low-cost – sono state immediate e radicali.

Ryanair ha sospeso ogni attività dal 2 marzo fino a giugno. Gli stipendi dei dipendenti sono stati ridotti del 50% ed è stata dichiarata liquidità disponibile per meno di un anno. Lufthansa ha atterrato 700 aeromobili su 763 in flotta, garantendo sostanzialmente solo alcuni collegamenti di lungo raggio e, ovviamente, il cargo. Air France ha ridotto l’offerta del 70-90% e così tutte le principali compagnie europee. Anche Emirates, colosso dei cieli, ha annunciato una sospensione praticamente totale delle operazioni a partire dal 25 marzo e una contestuale riduzione degli stipendi dei suoi dipendenti dal 25 al 50%. La lista sarebbe lunga e decisamente monotona, dato che l’unica opzione per una compagnia aerea, in tali condizioni, è sospendere l’operatività.

trasporto aereo, Alitalia

La situazione non è migliore per gli aeroporti: il traffico è sostanzialmente azzerato, a meno di qualche residuo collegamento e, naturalmente, l’attività cargo, fondamentale più che mai in questo momento di aumentato fabbisogno di approvvigionamenti. Le fonti di guadagno per un aeroporto sono rappresentate dagli introiti aeronautici (tasse pagate dalle compagnie ai gestori) e dagli introiti di natura commerciale non direttamente collegati al traffico di aeromobili (quindi, introiti da attività commerciali presenti nei terminal, parcheggi, altri servizi…). Come si può facilmente comprendere, entrambe queste fonti sono fortemente contratte o in via di azzeramento. Per questo motivo, molti aeroporti in Italia hanno fatto ricorso a cassa integrazione e ad ammortizzatori sociali per i loro dipendenti.

L’aspetto più rilevante, ora, è comprendere cosa accadrà quando l’emergenza sarà alle spalle e si potrà tornare alla libertà di movimento. Il primo nodo da sciogliere è comprendere cosa significhi esattamente avere l’emergenza alle spalle. Infatti, il trasporto aereo è, per sua natura, “globale”. Conseguentemente, non basta che alcuni Stati superino la fase acuta dell’epidemia per garantire un progressivo ritorno alla regolarità delle operazioni aeronautiche; occorrerà necessariamente che la situazione sia risolta a livello quanto meno continentale per assicurare un ripristino dei collegamenti esente da rischi di nuove attivazioni del contagio. Il secondo, e più delicato, aspetto da considerare è quello della resilienza sul piano finanziario dei soggetti industriali coinvolti (compagnie aeree e aeroporti). Come abbiamo evidenziato poco fa, la contrazione dei margini di guadagno delle compagnie ha supportato una crescita dell’operatività per andare incontro alla domanda crescente, generando, però, situazioni di maggiore vulnerabilità. Quante di esse riusciranno a superare più o meno indenni il blocco delle operazioni? E soprattutto, quelle che riprenderanno a volare, a quale nuovo modello di sviluppo faranno riferimento?

È verosimile ipotizzare una ripresa non particolarmente rapida, modulata su un medio termine e in grado di recuperare i volumi gradualmente, sostenendo incrementi progressivi delle frequenze a partire dai collegamenti da/per le città principali. Verosimilmente a farne le spese maggiori potrebbero essere le compagnie low-cost, non solo per la ristrettezza del mercato di riferimento (sostanzialmente continentale), ma anche perché molti collegamenti sono basati su piccoli aeroporti secondari che potrebbero non riprendere le operazioni in tempi rapidi, anche dopo la fine dell’emergenza.

La crisi del settore aereo è globale e impatta, come sta succedendo in modo generalizzato in questo periodo, su milioni di persone. Si pensi che l’industria del trasporto aereo genera 65,5 milioni di posti di lavoro nel mondo, di cui 10,2 milioni direttamente impiegati nel settore, 18 milioni indotti e il rimanente frutto dell’impatto catalitico sul turismo e la ricettività in generale

2,7 trilioni di $ è la quota di PIL globale movimentata dal trasporto aereo e dai suoi effetti economici, di questi circa un trilione è relativo al comparto turistico e ricettivo. L’impatto non è però solamente quello che si sta ripercuotendo su tutti ora; l’impatto sarà quello generato, a medio termine, dalle incertezze sulla ripresa dei voli con capacità offerte paragonabili a quelle precedenti alla crisi e che hanno garantito la crescita dell’intero settore con numeri come quelli appena considerati, tanto sul piano occupazionale quanto sugli effetti indiretti e catalitici indotti su attività complementari come il turismo.

L’ultima, doverosa, considerazione è sul piano energetico e ambientale. Il trasporto aereo è, per sua intrinseca natura, energivoro e insostenibile. Può bastare, per rendere un’idea del peso che ha questo sistema di trasporto a livello globale sul piano energetico e ambientale, considerare che nel 2017 sono stati consumati 341 miliardi di litri di jet fuel (circa il 10% del totale di combustibili liquidi consumati nel mondo nello stesso anno www.theglobaleconomy.org). In altre parole, per far volare alcune decine di migliaia di aerei viene impiegato, quotidianamente, il 10% delle risorse disponibili in termini di combustibili fossili sul pianeta.

Le compagnie aeree hanno pagato questo combustibile, nello stesso anno, 149 miliardi di dollari.

Gli aerei ora non stanno volando e possiamo stimare che il perdurare di questa situazione generi circa 400 milioni di dollari al giorno di mancato introito del settore dei combustibili. Le riflessioni su ciò che questo può implicare ci porterebbero lontano; il dato certo che possiamo sottolineare, in questo momento, è che l’aviazione è stata responsabile, suo malgrado, di circa il 2,5% delle emissioni globali di CO2 energy-related (circa 900 milioni di tonnellate, di cui l’80% dovuto ai voli a lungo raggio) e che questo dato è in preoccupante crescita (+32% negli ultimi 5 anni), secondo le stime di ICCT – International Council on Clean Transportation

Questo trend emissivo è stato bruscamente interrotto, come in modo altrettanto traumatico sono stati azzerati tutti i trend di crescita di questo incredibile sistema di trasporto. Difficile immaginare ora il modo in cui la nostra vita riprenderà al termine di questa difficile parentesi. Potremo continuare a dare per scontato di poter sempre raggiungere in qualche ora qualunque luogo nel mondo per lavoro o svago? Potremo nuovamente prendere un aereo per un weekend “fuori porta”?

Potremo continuare ad acquistare online merce da un altro continente facendo affidamento sulla possibilità di riceverla a casa in pochi giorni? Le sempre più incerte risposte a queste domande influenzeranno, non necessariamente in negativo, ma in modo sostanziale e decisivo le nostre esistenze in futuro.

La Salute è Unica

Contributo di Alessandra Scagliarini

Il corso della storia viene descritto come il graduale dominio dell’uomo sull’ambiente. Gli ultimi anni del’900 sono conosciuti come l’era post-infettiva e sono stati caratterizzati da un grande ottimismo nel mondo della medicina. La scoperta degli antibiotici ha permesso di controllare alcune gravi malattie letali dell’uomo e la messa a punto dei vaccini ha ridotto l’incidenza di malattie letali o invalidanti come il vaiolo e la poliomielite.

I microorganismi, inclusi quelli patogeni, rappresentano 25 volte la biomassa di tutte le forme di vita presenti sul nostro pianeta, uomo incluso.

Tutte le forme di vita sono in grado di adattarsi alle modificazioni ambientali alternando periodi di equilibrio (pace) a periodi di squilibrio (guerra) tra il micro-mondo e il macro-mondo. La pandemia che stiamo affrontando è un ulteriore esempio di quello che può succedere quando finisce il periodo di pace.

Nel mondo sviluppato, industrializzato e globalizzato, si è diffusa l’idea che l’uomo sia in grado di dominare l’ambiente circostante e che la nostra specie sia all’apice della catena alimentare e non solo parte di essa. L’organizzazione mondiale della salute afferma che il 60% delle malattie dell’uomo derivano dagli animali (zoonosi) e che il 75% delle patologie emergenti ha un serbatoio in una specie animale. Malattie come HIV, SARS, MERS e ora COVID-19 dimostrano come i microbi non riconoscano barriere tra uomo e animali, perché l’uomo è solo una delle specie che popolano il nostro pianeta.

Lo sviluppo culturale e industriale ha portato l’uomo ad essere il predatore più efficiente, ma ha contribuito a perturbare il fragile equilibrio tra micro-mondo e macro-mondo. Questo ha favorito la creazione di nuove nicchie ecologiche per virus, batteri e parassiti e facilitato i cosiddetti salti di specie. Il COVID-19 è l’esempio più recente, ma solo pochi anni fa un altro coronavirus dei pipistrelli (SADS-CoV) ha provocato in Oriente un’epidemia nei suini senza alcuna conseguenza nell’uomo.

A partire dalla prima rivoluzione agricola, l’ampliamento degli insediamenti umani e la coesistenza con gli animali, utilizzati per lavoro o per la produzione di alimenti, ha favorito molti salti di specie; sono così comparse malattie come il morbillo, il vaiolo e la varicella. E’ importante fare chiarezza sul fatto che i salti di specie non sono sempre caratterizzati dal passaggio di patogeni dagli animali all’uomo, ma possono avvenire anche in senso contrario, come nel caso della tubercolosi. Le cause che danno accesso a nuove nicchie ecologiche sono, nella maggior parte dei casi, mediate dall’azione umana e sono conseguenti a cambiamenti nello sfruttamento del suolo, nell’estrazione delle risorse naturali, nei sistemi di produzione, nei trasporti, nell’uso di farmaci antimicrobici, nel commercio globale, nonché a fenomeni complessi come il riscaldamento globale.

La trasmissione di patogeni da altre specie all’uomo non è quindi altro che la conseguenza naturale del rapporto dinamico che si instaura tra noi, gli animali e l’ambiente. L’urbanizzazione e la distruzione degli habitat naturali creano le condizioni perché l’uomo e gli animali selvatici vivano sempre più in prossimità favorendo la trasmissione di patogeni tra specie diverse.

Il ruolo degli animali come fonte di malattie epidemiche emergenti riceve molta attenzione da parte dell’opinione pubblica perché colpisce le economie dei paesi più sviluppati, ma la maggior parte delle zoonosi non provoca pandemie e uccide migliaia di persone ogni anno nei Paesi in via di Sviluppo.

Dopo l’illusione di un predominio possibile del macro-mondo sul micro-mondo, malattie come COVID-19 ci ricordano che un dominio vero dell’uomo sugli animali e l’ambiente non è possibile e che l’approccio basato su una specie preminente non è efficace perché la Salute è Unica.

Per approfondire
Hardt M, D (2015). History of Infectious Disease Pandemics in Urban Societies, Lexinton Books
Karesh WB, Dobson A, Lloyd-Smith JO, et al (2012). ‘Ecology of zoonoses: natural and unnatural histories’. Lancet, 380(9857):1936–1945. doi:10.1016/S0140-6736(12)61678-X
World Health Organisation (2014). A brief guide to emerging infectious diseases and zoonoses.

2020: Odissea verso dove lo dobbiamo decidere noi

Contributo di Lea Querzola

In queste settimane abbiamo tutti più tempo per pensare; non dico riflettere –parola che ha una sua pretenziosità – ma pensare, a casa, col naso all’insù, guardando un soffitto o una parete che è lì da qualche decennio ma che, in fondo, ci pare di non aver mai visto prima.

E stamattina, al risveglio, mentre qualche uccellino felice della vita cantava incurante del freddo improvvisamente ritornato, pensavo ai tanti decenni già vissuti, a che messaggio ci abbiano portato, a che cosa ci possa dire l’oggi.

Gli anni Ottanta, con la loro ubriacatura lussuriosa, le top model, l’edonismo reaganiano, Pertini al Bernabeu, il Papa polacco, il crollo del muro e la ricchezza manifesta – forse anche grazie alla lira, che consentiva pure agli operai di possederne qualche milione – sì decisamente, gli anni Ottanta sono i miei preferiti. Nei Novanta il baricentro del mondo finanziario si sposta, dagli Stati Uniti verso la Cina. E questa arriva, oltre che sulle nostre tavole, anche nei nostri abiti: le giacche di re Giorgio di quegli anni sono una versione chic dell’uniforme mandarina; Claudia e Cindy, troppo opulente, cedono lo scettro a Kate, più ossuta e spigolosa, insomma, più cinese; nella musica, Nirvana, Depeche Mode e Gun’s and Roses scalzano i gruppi più bellocci, ma più superficialotti, del decennio precedente.

La seconda parte dei Novanta però è confusamente effervescente e a tratti tristemente pacata, come le feste quando s’è fatta una certa ora e sai che stanno per finire: non ti diverti più e inizi a pensare a dove avevi lasciato il cappotto.

Tre, due, uno,un trenino cantando “BrigitteBardotBardot”, e inizia il Duemila. Altro che anno nuovo, millennio nuovo. Qui tocca essere ottimismi per forza, anche perché se vale il detto che “il buongiorno si vede dal mattino”, qui se va male siamo fottuti per mille anni; quindi speriamo che vada bene.

Risultato immagini per torri gemelle

Ora, bene bene il millennio non parte. È appena il settembre 2001 quando a New York, che è come dire Roma o Parigi, accade quel che accade. Il 2002 si apre con l’entrata in circolazione dell’euro (e all’operaio di cui sopra, gli pare subito di aver preso una mezza fregatura); nel 2006 almeno vinciamo i Mondiali, contro i francesi poi, che su, diciamolo inter nos, è come quando vinciamo contro i tedeschi, una bella soddisfazione; però dura poco, è un’allegria finta, come quella da superalcolico.

Arriva il 2008, la crisi più forte dal dopoguerra, e iniziamo ad aspettare il decennio successivo. Scavalliamo il 2012, anno su cui i Maya avevano – pare – lanciato qualche profezia; non sappiamo bene nemmeno noi dove ci troviamo, con che cosa abbiamo a che fare; inventiamo o prendiamo confidenza con parole nuove (globalizzazione, geolocalizzazione, genitore 1 e genitore 2, ma il 3 è un numero come un altro, che cosa ci ha fatto per fermarci a 2), siamo tutti disorientati, tutti.

Naturalmente, però, ci portiamo in giro con la faccia di chi ha il numero 10 sulla schiena, come dice Cesare; un po’ perché mostrarsi perdenti (umani, forse?!) non va di moda; un po’ perché cerchiamo, chi può, di non pensare troppo: uno, due, tre o più viaggi all’anno, i finesettimana fuori porta, ogni giorno invece fuori casa da mattina a sera, lavoro, palestra, estetista, convegno, colazione con le amiche, shopping, la spesa, il circolo, ah già i figli, è vero, ci sono anche quelli, chi li ha dovrà pure pensarci ogni tanto … e così siamo andati avanti, fino a qualche settimana fa.

Quando abbiamo fatto il trenino lo scorso Capodanno, c’era qualche voce di sottofondo sul 2020, l’anno con la doppia cifra che si ripete, che capita ogni non so quanto (per fortuna!), ma non la si ascoltava, giustamente, siamo scienziati, mica leggiamo i tarocchi per mestiere … Poi è arrivato lui: no, purtroppo non George Clooney alla porta che senza di lui “no party”; è arrivato il virus.

Che ci toglie i viaggi, la palestra, a qualcuno anche il lavoro, l’estetista, i convegni, le colazioni con le amiche, i figli no, quelli speriamo che non ce li tolga. Più spesso ha tolto padri, madri, nonni, zii, fratelli, migliaia di morti, un’ecatombe.

Per questo, personalmente, non mi basta che scopriamo il vaccino, che non si muoia più, che “torniamo alla vita di prima”, essendoci buttati alla spalle questa esperienza, come fosse una brutta parentesi.

Non mi basta, non ci può bastare, per quei morti, al cui sacrificio dobbiamo dare un senso. Tornare alla “vita di prima” non si può, perché non ci saranno più le persone che c’erano prima; e a meno che non siamo una comunità solo a chiacchiere – cosa assai probabile – non dobbiamo tornare a niente: dobbiamo continuare a vivere con nuova consapevolezza, con rinnovata gratitudine per l’esistenza (che, “prima”, diciamolo, sembrava ci mancasse sempre qualcosa), col fermo proposito di essere meno egoisti e meno cattivi (meno stronzi si può dire?!) di prima; praticamente battaglie impossibili, scoprire il vaccino sarà più facile.

Virus, non ci piaci, non solo perché ci uccidi come mosche, quando trovi in noi terreno fertile; non ci piaci perché ci sbatti in faccia che siamo piccoli, poveri e provvisori, mentre ci crediamo grandi, ricchi ed eterni. Chissà che, in mezzo al tanto male e dolore che stai provocando, tu non possa fare – a chi avrà in sorte di sopravviverti – anche un po’ di bene.

Davvero niente sarà più come prima?

Contributo di Gianfranco Pasquino

Niente sarà più come prima. Se tornasse “tutto come prima” vorrebbe dire che non avremmo capito molto e, soprattutto, che non avremmo imparato niente. Non avremmo capito che chi non protegge e non promuove l’ambiente predispone di continuo alcune condizioni che facilitano le epidemie e altri guasti.

Non avremmo capito che è giusto e “democratico” che le decisioni che valgono per una comunità debbono essere prese dai politici scelti attraverso elezioni free and fair e che gli eletti hanno l’obbligo costituzionale e morale di assumersene personalmente sempre tutta la responsabilità. Ma, nessuno dei rappresentanti e dei governanti dovrà più, mai più ignorare i pareri e le conoscenze degli esperti, dei tecnici, degli scienziati.

Neppure in politica “uno vale uno” (è solo il voto degli elettori che ha valore eguale), ma certamente in tutti gli ambiti professionali, qualcuno vale più di altri quanto a competenza, esperienza, capacità di proporre soluzioni. Non c’è nessun scivolamento dolce e rassegnato verso la tecnocrazia (che, comunque, non potrebbe configurarsi come “tornare a prima”), ma il decisivo e positivo riconoscimento che nella modernità esiste qualcosa chiamato scienza che merita rispetto. Molto più prosaicamente e concretamente, merita anche finanziamenti e non soltanto per evitare che i “nostri” giovani ricercatori siano obbligati ad andare all’estero.

Se, molto improbabilmente, tutto tornasse come prima vorrebbe dire che non abbiamo imparato alcune altre lezioni importanti e irreversibili. La globalizzazione porta con sé grandi opportunità, ma anche grandi rischi. Non vi si può opporre, ma la si deve regolare. Allora, diventa indispensabile individuare, stabilire, scegliere e fare rispettare buone regole a livello globale.

Non tornare a prima, ma costruire e potenziare le organizzazioni sovranazionali è un imperativo categorico. Questo imperativo vale anche per i sovranisti. Stanno spostando il tiro, ma non sembra che abbiamo imparato che nessuno in questo mondo e nel mondo che verrà, avrà più il potere di chiudere le frontiere, di sigillarsi, di vivere nell’autarchia (famigerata illusione del fascismo), di fare a meno di un coordinamento quanto meno europeo.

 Ed è proprio in questo ambito che nulla dovrà tornare come prima, tutto dovrà cambiare per andare avanti, politicamente, socialmente, economicamente, culturalmente.

Non credo che molti abbiamo capito che cosa è e che cosa significa effettivamente la democrazia. Vedo che troppi stanno sporgendosi a lodare il sistema politico cinese che, tecnicamente, è totalitario, con tutto il potere nelle mani del partito unico e del suo segretario Presidente, perché avrebbe bloccato e posto fine in tempi relativamente brevi all’epidemia. Loro, i cinesi, torneranno a come prima e, in assenza di libera circolazione delle informazioni, come prima saranno esposti alla prossima epidemia.

Sento che molti accigliati democratici deplorano le misure di controllo sui movimenti dei cittadini non solo italiani, di limitazione della libertà di circolazione. In Italia, tornare a come prima, significa non tanto recuperare un’apprezzabile situazione di libertà quanto ripristinare una deplorevole e criticabile situazione di violazione frequente, quasi sistematica, spesso condonata, delle regole. Andare oltre significa ripensare i rapporti interpersonali cominciare dall’esempio offerto dalle migliaia di medici e di operatori sanitari che stanno consapevolmente mettendo in gioco la loro salute e la loro vita per la salute e la vita degli altri, molti dei quali hanno violato le nient’affatto oppressive regole di non circolazione.

Andare oltre, avendo imparato qualcosa di importante, significa prendere atto, insegnare e desiderare che tutti sappiano che la libertà di ciascuno di noi si arresta e finisce dove incontra la libertà di chiunque altro. Che la nostra libertà si costruisce intorno alla fiducia che, come facciamo noi (sic) tutti gli altri rispetteranno le regole.

Il coronavirus come fatto sociale totale: l’impatto culturale dell’epidemia

Contributo di Vincenzo Matera

Ci sono due aspetti della diffusione del coronavirus Covid-19 che mi sento di poter evidenziare e che mi sollecitano una riflessione.

Primo, gli aspetti legati agli impatti che un processo globale come senza dubbio è l’epidemia/pandemia ha esercitato sulla dimensione locale.

Secondo, il carattere di vero e proprio fatto sociale totale che tale fenomeno presenta.

I due aspetti sono collegati: allorché un processo globale investe e travolge una località (paese, regione, nazione, continente) si configura nella percezione delle persone coinvolte come un fatto sociale totale.

Secondo la definizione dell’antropologo Marcel Mauss, un fatto sociale totale è un sistema/insieme di discorsi (retoriche, dibattiti, teorie, dichiarazioni, opinioni, slogan, ecc.) e di pratiche (azioni politiche, divieti, controlli, prescrizioni, comportamenti, precauzioni, limitazioni, ecc.) che permea ogni aspetto della vita e delle interazioni sociali. Il coronavirus coinvolge nel suo accadere (reale e immaginario) la pluralità dei livelli sociali: scienza medica, tecnologia, politica, economia, religione, parentela, educazione, comunicazione.

In tale cornice, rivestono una rilevanza notevolissima i modi in cui i media (e i social media), hanno modellato i contenuti relativi all’epidemia. Ognuno di questi livelli del sociale è stato sollecitato ed è emerso nella sfera pubblica in modo peculiare. Secondo campi di forza e dinamiche sociali più o meno nascoste.

Per esempio, le direzioni di pensiero incanalate nei social, da questi amplificate nei loro effetti pratici, ironici, isterici, rassicuranti, allarmanti, strumentali, e retorici, hanno contribuito a formare una “cultura” del virus, prima del suo arrivo – quando se ne osservava da lontano l’andamento, e dopo il suo arrivo – quando la gestione del problema è diventata molto vicina.

La cultura del virus di “prima”, è stata all’insegna di una compassione mediatica e di un coinvolgimento molto lievi, analoghi a quelli che i media ci inducono quando trasmettono le immagini di un barcone alla deriva pieno di persone (che però stentiamo a riconoscere nella loro piena umanità, in fondo sono semplici “migranti”); solo quando i media stessi, secondo una curva emotiva che li accomuna (per esempio di fronte alle immagini di un bambino morto su una spiaggia) hanno un sobbalzo di dignità, anche noi spettatori per un minuto in più ci immedesimiamo riconoscendo un briciolo di umanità alla vittima e percependo un briciolo di compassione in più, ma è solo un momento. A tal punto ci lasciamo ormai trascinare anche emotivamente dall’impostazione che Tg e quotidiani (e social media) danno agli eventi.

Così, anche la cultura del virus prima che arrivasse qui è stata all’insegna della quasi indifferenza: le immagini delle metropoli cinesi deserte, degli uomini in tuta bianca intenti a disinfettare le strade, dei capannoni-ospedali pieni di letti le abbiamo osservate a distanza, senza “leggerle” in profondità.

Vale a dire, è mancata totalmente – ed è stata altrettanto totalmente ignorata dal livello mediatico e politico – la consapevolezza del carattere globale di quei fatti. Insomma, abbiamo percepito, ci siamo lasciati orientare nella percezione del fenomeno, dei fatti come lontani, e locali. Nell’illusione di poter restare indifferenti o quasi a quanto accade agli altri. Ogni frammento di territorio italiano (e così anche in altri paesi) ha continuato nei suoi scambi, legami, intrecci, nella mobilità verso e dalla Cina, in linea con quanto abbiamo imparato da quando siamo protagonisti della Grande Narrazione del Mondo globale e delle sue meraviglie.

Tutto questo, però, è indice di una globalizzazione incompiuta, e purtroppo anche fuori controllo. Infatti, le conseguenze – disastrose – sulla dimensione locale di fenomeni globali (come le crisi economiche, il terrorismo, la speculazione finanziaria, il traffico di stupefacenti, l’inquinamento e, per arrivare ai fatti drammatici che stiamo vivendo, la diffusione di un virus sconosciuto) dimostrano che il nostro coinvolgimento in ciò che accade altrove e ad altri è totale. Dimostrano anche che non si può far fronte – in modo efficace – a un processo globale con armi locali.

La “caccia agli untori” che ha contrassegnato le reazioni (almeno all’inizio) degli altri paesi europei rispetto al contagio italiano è un altro indice di quanto siamo ancora lontani dal portare a termine la costruzione di una cornice globale in cui vivere senza scompensi e disparità. Ancora una volta, rispondere localmente puntando il dito sugli italiani infetti e chiudendo le frontiere (o minacciando di farlo) invece di concordare a livello internazionale (almeno europeo) risposte comuni e unitarie, significa essere globali solo nei proclami europeisti sempre pronti poi a chiudersi nell’illusione provinciale della tenuta dei confini nazionali.

Il bello (in senso drammatico) è che questa dinamica ha un andamento sempre relazionale: la Francia e l’Austria – prima di capire/ammettere che il virus è globale – mettevano all’indice gli italiani; ma in Italia, per esempio, i liguri indicavano – prima che anche la Liguria, come il resto della nazione, venisse decretata zona “protetta” (non entro nell’ironia dell’eufemismo) – i Lombardi come i contagiati pericolosi (“non vi vogliamo”, “andatevene”, “vengono qui a infettarci” erano i post più benevoli che ho letto su alcune piattaforme, per non dire della ridicola ordinanza che il sindaco di Finale Ligure ha emesso intimando ai Lombardi e ai Piemontesi presenti nel territorio del comune a dichiararsi e a restare chiusi in casa, come se – al solito – il problema riguardasse solo alcuni).

Mi auguro che, una volta usciti da questa situazione davvero brutta, si avvii una riflessione accorta sui rischi che si corrono a stare dentro una globalizzazione incompiuta, e sull’urgenza di progettare delle cornici adeguate a gestire e controllare i processi globali che, quali che siano, se lasciati fuori controllo, possono provocare sconquassi. Con buona pace dei sostenitori a oltranza del libero mercato, senza regole, come principio ultimo capace di regolare tutti gli altri aspetti della vita sociale. Così non è.

Uno degli effetti negativi che derivano da un “locale” in balia del “globale”, è l’aumento della percezione sociale del rischio e dell’incertezza. Riflettiamo sul fatto che una nostra esigenza primaria è vivere in un mondo dotato di “ordine, direzione, stabilità”.  

La percezione dell’incertezza può essere allora una chiave di lettura utile per cogliere alcuni aspetti di un fenomeno come la diffusione di un virus sconosciuto che ha come dato principale l’imprevedibilità. Quali abilità si attivano per ridurre l’imprevedibilità e provare a rimettere ordine nella vita? E’ una domanda non nuova per l’antropologia, specie nell’ambito degli studi di quelle società in cui – più che in altre – la quotidianità è pervasa da senso costante di vulnerabilità, da ansia continua, da altalene di speranza (attesa) e delusione, condizione che a volte spinge all’arte del “navigare a vista”, dell’improvvisazione, dell’arrangiarsi come modalità di tenere insieme faticosamente la propria ma anche quella delle persone vicine.

Il paradigma dell’incertezza rivela un articolato insieme di concetti ai quali ricondurre azioni, reazioni, logiche, comportamenti: insicurezza; indeterminatezza; rischio; ambiguità; ambivalenza; opacità; oscurità (brancolo nel buio); invisibilità; mistero; dubbio; scetticismo; occasione; possibilità; speranza; ipotesi, previsioni. Tutti concetti che costellano le reazioni preoccupate, razionali, ironiche, irrazionali, assurde comparse in particolare sui social allorché il virus è arrivato da noi. Di colpo ci siamo ritrovati – da che eravamo immersi in una mobilità sconfinata – dentro una immobilità forzata che facciamo fatica a accettare.

Dentro una cornice antropologica ritengo che si possa legare la dimensione dell’incertezza che aumenta oltre misura in queste settimane a un venire meno delle risorse culturali e delle competenze utili per muoversi in modo sensato nello spazio sociale, necessarie per percepire che la propria esistenza ha un ordine, una direzione, una stabilità. L’incertezza è il non saper bene come agire, che fare, che direzione prendere, per il venir meno di punti di riferimento.

Come appare evidente, la dimensione dell’incertezza è parte dell’esperienza umana, quali che siano i modi storici in cui questa si realizza; altrettanto ovvia è la considerazione della variabilità che la caratterizza, nel tempo e nello spazio; meno ovvio è invece il riconoscimento del carattere culturale dell’incertezza, del modo in cui ce la rappresentiamo, la sperimentiamo, la percepiamo. L’incertezza, del resto, è un prodotto sociale e culturale; dipende, ed emerge quindi, dalle relazioni sociali, dalle configurazioni culturali, che in certi casi creano incertezza.

Parallelamente, relazioni sociali e configurazioni culturali possono anche ridurre l’incertezza, anzi, proprio questo è il loro effetto primario. L’incertezza, l’imprevedibilità, scaturiscono dal presente, e si proiettano nel futuro; informano di se stesse l’esperienza del tempo, gli orizzonti e la capacità progettuale: il fare programmi, il coltivare aspirazioni, lo sperare che qualcosa si realizzi o non si realizzi, l’augurarsi buona fortuna – l’”andrà tutto bene” che circola in questi giorni – emergono allora come risorse culturali, che possono essere incrementate o schiacciate dalle condizioni sociali.

L’incertezza domina la vita degli abitanti dei “mondi magici”, di cui l’antropologo Ernesto De Martino delineò la problematicità dell’esserci, un esserci “non deciso” e quindi a rischio di dissoluzione nel nulla. Comprendere il senso della vita di costoro non è possibile se non uscendo dal pregiudizio antimagico dominante nel nostro mondo, – un mondo o un insieme di mondi dove l’esserci era divenuto un “dato” quasi inossidabile, per riconoscere la funzione dei dispositivi magici (e religiosi) di consolidare l’esserci incerto. La preghiera alla “madonnina” del Duomo di Milano dell’altro giorno ne è forse un esempio.

Nella società contemporanea, in molti dei suoi luoghi, e in molti dei suoi abitanti, l’incertezza sembra affiorare in modo preponderante, come dominus incontrastato a volte, o anche come una forza imperscrutabile e inevitabile, che segna pesantemente l’esperienza. È ovvio che l’incertezza regni sovrana nei periodi di guerra, allorché “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”; nei periodi di trasformazione, quando un certo ordine del mondo viene meno, nei periodi di crisi.

La diffusione di un virus provoca un’incertezza che si manifesta a caduta nella quotidianità delle persone. È in questi casi il paradigma dell’incertezza si fa contesto, inizia a far presa, a modellare modi di pensare e di essere nel mondo.

Modi di pensare e di essere il cui tratto distintivo è trovare espedienti (o rimedi) contro la dissoluzione dell’ordine, della stabilità, di una possibile direzione che provoca una sorta di ansia da disorientamento. I supermercati presi d’assalto possono essere un esempio di questi meccanismi. Un modo di agire che momentaneamente tampona l’ansia, alimentata anche dalla frammentazione delle reazioni (pareri diversi degli esperti, proposte politiche diverse, fake news e informazioni amplificate) e dalla continua correzione delle risposte (sui giorni di contagio, sull’utilità dei dispositivi di protezione, sulla effettiva pericolosità del virus, sui provvedimenti presi per contenere l’epidemia ecc.).

Tutto ciò che invece in qualche modo aiuta a ricostruire un orizzonte ordinato e prevedibile, come è ovvio, può ridurre l’incertezza.

«Tana libera tutti»: oltre lo sciamano, la politica.

Scienza, comunicazione pubblica e tempo delle decisioni

Contributo di Pina Lalli

Da giorni la comunicazione corre sul web, rendendo possibile celebrare il legame sociale attraverso lo scambio di messaggi e informazioni, o persino organizzando flash mob collettivi su balconi e condomini: eventi controversi a metà strada tra il folklore e i rituali festivi, che a taluni paiono poco congruenti in un momento difficile e doloroso, mentre per altri costituiscono una cerimonia importante per rinsaldare un’appartenenza collettiva.

I colori della bandiera italiana si sono accesi in vari Stati del mondo, spesso oltre le frontiere europee.

Nello stesso tempo, altrove hanno circolato per un po’ i soliti luoghi comuni sull’inefficienza o la scarsa voglia di lavorare degli italiani.

All’epidemia talora si è affiancata quella che i francesi chiamano infodemia, vale a dire la circolazione di notizie tendenziose e spesso false, che contamina e rende ancor più difficile da accettare l’intrinseca indeterminazione del sapere scientifico, alle prese con dibattiti, evidenze da rilevare e interpretare, modelli teorici da mettere alla prova con questo o quell’algoritmo di previsione

Viziati dalla moda della divulgazione ad ogni costo e dalle ricette impartite dall’esperto comunicatore di turno, avevamo finito per dimenticare (e far dimenticare) che la scienza di rado si nutre di certezze. Non è magia. È dibattito, ricerca, ipotesi, messa in discussione, esercizio oculato del dubbio, rilevazione attenta del dato empirico. Per arrivare a conclusioni, certo, ma con la consapevolezza che esse sono comunque parziali, perché derivanti da dati e argomentazioni esposti costantemente a verifica: «per quanto sinora sappiamo», «dobbiamo verificare», sono ritornelli che spesso riecheggiano nei salotti televisivi abitati in questi giorni da medici, virologi, scienziati a cui spesso si rivolgono domande in cerca di certezze su «Posso fare in sicurezza questo o quello?».

Il giornalista, impersonando il pubblico, spesso interrompe ragionamenti troppo lunghi che mal si adattano alla velocità imposta al mezzo televisivo minacciato dal telecomando.

Le conclusioni alle quali lo scienziato arriva sono dense di temi proprio perché argomentate ed evidence based: si offrono come base importante e talora anche come strumento prezioso grazie a cui poi occorre assumere decisioni. Ho sentito in questi giorni qualche leader politico dire: «Su questo non ho competenza, decideranno gli scienziati».   Come se ogni decisione non sia e non debba essere in primo luogo politica, nel senso primario della parola polis che a mio parere si coniuga su di un livello collettivo e di responsabilità e accountability (rendicontabilità e narrazione) collettiva.

La consulenza scientifica offre argomentazioni ed evidenze come base stavolta indispensabile per la presa di decisione. Ma attenzione a non confonderla con il mito tecnocratico, da un lato, e con la stregoneria dall’altro. Il consiglio scientifico è diverso tanto dall’oracolo quanto dallo sciamano

E a decisioni storiche sono oggi chiamati in particolare i leader italiani ed europei.

Con amarezza, invece, in questi giorni ho visto tentennare la cittadinanza europea. Sprofondata e confusa, talvolta, e tendenziosamente, in divergenze tecniche o scientifiche, quando a divergere sono spesso stati protagonismi individuali dei leader o spinte di gruppi d’interesse (economico).

«Tana libera tutti»: da piccoli, era una frase importante che giocando a nascondino qualcuno poteva gridare dopo aver raggiunto la meta per salvare gli altri giocatori e far perdere «chi stava sotto».

Ora, rimanendo nella metafora, rivolgo un appello speciale a Christine (Lagarde) e Ursula (von  der Leyen).

«Chi  sta sotto» oggi  è un Giano bifronte: pandemia e antieuropeismo nello stesso tempo. Se vogliamo farlo perdere occorre che le nostre due donne leader smettano di sentirsi in primis franco-tedesche ed esprimano a gran voce quel che la loro posizione richiede: l’appartenenza alla squadra europea,  a una cittadinanza europea che non è solo di facciata.

Non si tratta di fare appello ad una mera solidarietà per difendere chi sia supposto essere debole o bisognoso: la posta in gioco è l’Unione Europea. Non possiamo permetterci di ripetere l’errore – di cui ancora come cittadina europea provo vergogna  – compiuto nei  confronti  di bambini e concittadini  greci, quegli  stessi  dai quali  paradossalmente oggi, dopo averne acuito disuguaglianze insostenibili, ci  attendiamo diano da soli accoglienza ai milioni  di profughi che chi avevamo prezzolato per contenerli ci spinge alle porte. 

Può darsi che per l’Occidente e per l’Europa arrivi la fine di un sogno e di un dominio sul mondo globale. Può darsi che pagheremo caro i frutti del nostro colonialismo imperialistico e post-imperialistico. Può darsi che il neoliberismo capitalistico fagociti anche questa crisi e faccia vincere solo un piccolo manipolo di nuovi ricchi.  Può darsi che l’Unione sia poco fornita di attrezzi sovranazionali. Oppure può accadere che capiremo meglio cosa voglia dire Ebola nei paesi del continente africano, quelli che oggi non vogliono essere «coronovizzati» dagli europei.

O ci renderemo conto di quanto sia importante investire in ricerca (e sanità pubblica) sempre e comunque, e non solo quando Dengue o Zika o Covid-19 arrivano in Europa.

Tuttavia, a parte i vari possibili scenari su cui ognuno di noi può mettere alla prova questa o quella profezia, possiamo e dobbiamo chiedere ai nostri parlamentari europei, alla Commissione Europea, alla Banca Europea, al Consiglio Europeo che riunisce i vari governi nazionali di rimanere «sul pezzo», come dicono a Bologna. Consapevoli sino in fondo del compito storico che in questo momento spetta loro: molto del nostro futuro dipende anche da come sapranno assolverlo.

ParliamoneOra. Un movimento politico?

(di Alessandro Iannucci)

Si. ParliamoneOra è un movimento politico.

E’ un movimento perché nasce dalla presa di coscienza di un gruppo di ricercatori e docenti della necessità di muoversi in una precisa direzione. Andare oltre le aule di lezione, le conferenze e i convegni scientifici. Andare verso una società da cui sono forse rimasti troppo distanti: magari con élitaria consapevolezza di essere altro e di essere diversi rispetto  a derive di vario genere.

Un rapido elenco? Eccolo: il sovranismo – termine che dovrebbe far pensare agli stati assoluti prima della rivoluzione francese, e quindi suscitare il senso del ridicolo, se non della repulsione; la sfiducia nella scienza e nelle sue conquiste tutto sommato recenti come i vaccini; la dissipazione del proprio privato, profilato e analizzato da entità apparentemente distanti attraverso miriadi di informazioni regalate ai social, a games, al paradiso dei balocchi di acquisti di ogni genere; l’indifferenza rispetto agli occhi del migrante che affonda e cui si porge la mano non per tirarlo sulla nave ma per chiedere un visto di ingresso che non può avere; il rifiuto di un’istituzione, l’Europa, che ha dato concreta forma a una cultura millenaria e al progetto utopico di condividere valori, stili di vita, monumenti, merci e linguaggi piuttosto che combattersi per prevalere gli uni sugli altri; e ancora l’ambiente, tra plastica e riscaldamento globale; gli usi e gli abusi degli antibiotici.

Questi i ‘temi’ che il gruppo di ParliamoneOra intende affrontare, alla luce delle proprie competenze e dei propri studi, perché prevalga rispetto alla chiacchiera, al sentito dire, all’opinione costruita sulla persuasione emotiva piuttosto che sul conoscere il valore e l’efficacia del discorso scientifico.

Un discorso che non può restare nell’ambito dei cosiddetti esperti, trincerati nel ruolo ormai non più in auge di autorevole élite.

Nell’età della fine dell’intermediazione occorre prendere la parola nella società di cui si è parte, comprenderne emozioni, paure, istanze, esigenze per costruire insieme un discorso nuovo in cui l’autorevolezza derivi dalla condivisione.

Per questo ParliamoneOra è un movimento politico.

Nel senso chiarito da tempo da Aristotele. Non si tratta di adesione a questa o quella compagine elettorale, di oggi o di ieri, e nemmeno di domani. Ci mancherebbe. L’uomo, ha spiegato Aristotele è zoon politikon, cioè tra gli esseri viventi – o gli animali – l’unico che si contraddistingue per essere «per natura» portato a un vivere in comunità (koinonia) che si sostanzia nella costruzione di una polis, di una società organizzata intorno all’idea di condivisione (politeia). Anche gli animali costruiscono società e comunicano, certo.

Ma l’uomo, spiega Aristotele, ha qualcosa di più – e noi possiamo forse aggiungere ha qualcosa di ‘diverso’.

La parola, il logos : «solo l’uomo, tra gli esseri viventi, ha la parola. La  voce (phoné) è segno del dolore e del piacere, per questo è propria anche degli altri esseri viventi, perché la loro natura arriva fino a questo,  avere la percezione del dolore e del piacere e comunicarla l’uno all’altro; la parola invece serve a mostrare quanto è utile e quanto è dannoso, come anche il giusto e l’ingiusto. […] La condivisione di queste cose crea le  famiglie e  le città». (Aristotele, Politica, 1.1253a)

Il logos è la parola ‘che ragiona’, la razionalità argomentativa accanto a quella logico-deduttiva. In una società organizzata sulla condivisione (politeia) e sulla possibilità di tutti di esprimere un’opinione in ragione non della forza ma di un principio di eguaglianza (isegoria), il logos è anche la parola pubblica. Tutti hanno la possibilità di prendere la parola, tutti hanno il dovere di prendere la parola.

Parliamone ora, dunque. Per dire quello che sappiamo e che può servire a tutti; consapevoli che quello che sappiamo ora è scientifico perché non è vero per sempre, ma come spiegava Popper è soggetto al processo di falsificazione. Domani le nostre conoscenze saranno diverse, avranno altri paradigmi. Oggi, per quello che sono e per quello che possono valere, le proponiamo non solo ai nostri studenti e a quanti condividano la stessa expertise: ma le vogliamo mettere in comune (es to koinon), convinti che possano essere utili a tutti e contribuire non certo a risolvere ma almeno a chiarire i fatti che stanno dietro le derive e i problemi cui sopra si accennava.