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Migrazioni e Mediterraneo: confine liquido e mediatico

Contributo di Pierluigi Musarò

Migliaia di uomini e donne provenienti da tutta l’Africa e parte dell’Asia lasciano tutto alle spalle e attendono il momento propizio per attraversare il Mediterraneo. Lungo le coste tra Senegal, Libia e Turchia donne e uomini restano sospesi tra il desiderio di partire e la nostalgia di casa. Eppure non desistono.

Da circa tre decadi, per quanto si cerchi di scoraggiare gli aspiranti richiedenti asilo attraverso blocchi, respingimenti, rimpatri e campagne di comunicazione ad hoc, quel mare di mezzo – Mare Medi Terraneum in latino, il mare in mezzo alle terre – che i romani definivano Mare Nostrum, resta più attraente dell’impossibilità di attraversarlo.

Più che un mare frontiera tra l’Africa e l’Europa, un ‘continente liquido’ secondo la definizione di Fernand Braudel, che nella sua storiografia mediterranea ne riconosce la duplice natura di barriera che si estende fino all’orizzonte e al tempo stesso luogo che unisce, denominatore comune di scambi commerciali tra popolazioni accomunate dalle stesse abitudini e ritmi di vita. Similitudini visibili anche nell’architettura del Magreb e della Sicilia, della Cappadocia e della Spagna, frutto di commistioni storicamente intercorse.

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Ma il Mediterraneo è anche il mare divenuto teatro di diaspore e conflitti, di speranze naufragate sotto forma di stragi, di traffico di essere umani, di arresti e di solidarietà. Non solo luogo geografico, ma immaginario mutevole che contribuisce a influenzare la percezione dell’altro. A volte rappresentandolo come prossimo, simile, fratello dell’altra sponda. Altre categorizzandolo come alieno, disumanizzandolo, e alimentando così una indifferenza, quando non vera e propria xenofobia, che finisce per considerare inevitabili le tragedie del mare prodotte dalle politiche di respingimento.

Nel passaggio dalle morti fantasma di pochi anni fa all’iper-visibilità dei salvataggi durante la missione militare-umanitaria Mare Nostrum sino ai porti chiusi con i decreti sicurezza, appare chiaro che il Mediterraneo come confine, prima ancora che fisico, è narrato, mediatizzato, spettacolarizzato. Sono le pagine di giornale, gli schermi televisivi e i social media, con la loro copertura degli eventi, a svelare le violente striature che le politiche di controllo delle frontiere nazionali ed europee hanno imposto sulle superfici del Mediterraneo. Mettere in scena il confine significa regolare la percezione degli eventi legati ad esso. I media regolano la nostra percezione di quel che succede lungo il confine secondo precise modalità estetiche e cognitive. Conferiscono al paesaggio Mediterraneo un orizzonte di senso.

Dalla fine del 2013 all’estate 2019, la militarizzazione delle frontiere nel Mediterraneo esplicitamente associata al discorso umanitario ha spostato il confine più a Sud, nei centri di detenzione libici. La logica di minaccia e benevolenza, alimentata dai media, ha lasciato il posto a una repressione compassionevole che oggi sembra destinata a perdere il peso morale del secondo termine.  

Agli accordi tra Unione Europea e Turchia (marzo 2016), e tra Italia e Libia (febbraio 2017), segue uno sconvolgimento semantico, oltre che politico e morale, che fa scomparire i migranti dalla nostra vista. Il controllo delle frontiere europee è divenuto prioritario rispetto alla salvezza delle vite umane e lo spettacolo del ‘campo di battaglia umanitario’ ha lasciato il posto ad un attacco mediatico e politico al mondo dell’umanitario.

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Un cambio profondo del registro comunicativo, che ha visto il soccorso in mare essere inglobato in una discussione mediatica e politica sull’immigrazione dai toni aspri e accesi, e che, allargandosi al coinvolgimento delle cooperative impegnate nel sistema dell’accoglienza, ha gettato un’ombra negativa su tutti i soggetti della società civile italiana (Ong, associazioni, onlus, fondazioni) che lavorano nel settore della solidarietà internazionale, fino ad accusarli di partecipare allo sfruttamento dell’immigrazione clandestina.

La chiusura identitaria e la retorica sovranista hanno fatto annegare l’afflato solidale del cosmopolitismo. La solidarietà viene oggi guardata con sospetto, perseguita come reato. E il male riconfigurato come normalità. Banalità.

La paura ha riedificato muri intangibili che cancellano una storia di comuni contaminazioni. Muri che promettono di difendere i cittadini dai pericoli esterni, ma che sembrano più utili a distogliere l’attenzione dalla crisi economica e dall’erosione del welfare che ha colpito lo Stato-nazione. E il migrante diventa il perfetto capro espiatorio in una società dove chi ha perso reddito e futuro sta diventando la maggioranza. Con un ascensore sociale bloccato, o che ha addirittura invertito la sua corsa (non più ascesa sociale ma declassamento), e con l’impossibilità di identificare i colpevoli in alto, si reagisce costruendo un altro più in basso di sé, da schiacciare ancora più in basso per ristabilirne la distanza.

E’ pertanto fondamentale ragionare di politiche migratorie e di diritti umani con uno sguardo interdisciplinare, scientifico e meno emotivo. Analizzando le statistiche degli sbarchi, la nostra demografia, le cifre economiche relative a costi e benefici del fenomeno e altri fattori utili a realizzare politiche basate su dati e necessità reali, e non sulla percezione distorta frutto della strumentalizzazione a fini elettorali. Ed è urgente parlarne ora, prima che l’imbarbarimento antropologico lasci morire altre persone in mare e distrugga quei valori di verità e giustizia su cui si regge la nostra democrazia e la pacifica convivenza di cui abbiamo goduto negli ultimi decenni.

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Genere e Inclusività

La “teoria del gender” non esiste, con buona grazia di chi oggi la osteggia e la bandisce da scuole e organizzazioni. Esistono invece le teorie e le metodologie degli studi di genere, delle donne, queer e femministe. Esiste l’impegno sociale e culturale degli studi di genere, area di studi che ha come obiettivo una rilettura del mondo attraverso l’ottica di chi ne è stato/a escluso/a, marginalizzato/a, o di chi non rientra nelle norme ‘accettate’ e ne sostiene i diritti.  La violenza, l’odio in rete, l’esclusione, le nuove (antiche) solitudini hanno spesso una matrice di genere e ancora oggi le donne e soggetti transgender, gay e lesbiche ne sono le principali vittime.

L’inclusione, in questa prospettiva, riguarda anche uguaglianza ed equità, e comprende fattori interrelati quali, appunto, genere,‘etnia’, classe, orientamento sessuale, oggi rivisti alla luce dei più recenti fenomeni di globalizzazione e migrazione, e dei diritti LGBTQI+. Per parlare di genere occorre una prospettiva interdisciplinare. Così come politica ed economia non possono prescindere da questi aspetti fondativi, interconnessi. Ad esempio: il reddito di cittadinanza può e deve essere declinato in questa prospettiva? Tiene conto delle disuguaglianze tra donne e uomini? Di coloro che non hanno famiglia?

L’eterogeneità delle organizzazioni locali e globali, i movimenti sociali, pur nella loro diversità e a volte anche contrapposizione, i diversi tipi di femminismo e le comunità LGBTQI+ testimoniano che, al di là delle differenze, il nostro tempo (la nostra accademia e la società) ha bisogno di confrontarsi con chi richiede un urgente cambiamento, contro il ritorno di tutti i tipi di ‘inquisizione’ e il pensiero unico. Soprattutto dobbiamo ripensare il legame tra università e società, in una sinergia più forte e incisiva.

Coordinamento:
Rita Monticelli, Raffaella Baccolini, Stefano Toso