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Alla ricerca del colpevole. Spiegare e raccontare l’epidemia da Omero alla contemporaneità

Contributo di Alessandro Iannucci

Per un paio di mesi, partecipando alla redazione di questo Blog, ho avuto il privilegio di leggere, impaginare e pubblicare  interventi sugli svariati scenari dell’epidemia: i risvolti sociologici e i cambiamenti definitivi del mondo che verrà (ho imparato a capire che si tratta di un fatto sociale totale); le dinamiche e il contesto ambientale nella diffusione dei virus, e in particolare i fenomeni di zoonosi nel contesto della Salute Unica; i modelli matematici e le previsioni epidemiologiche, e in particolare il famoso fattore di R con 0 nelle reazioni a catena; l’imbarazzante inefficacia della comunicazione pubblica al riguardo; il diffondersi di un male per molti versi analogo e comunque epidemico, l’infodemia; gli scenari drammatici delle conseguenze economiche di un lock-down di cui ancora fatico a capire il senso, visto che il virus continuerà a circolare (non basterà che vi sia un solo, nuovo, paziente 0 in circolazione nel mese di ottobre, poniamo, perché il contagio riparta?).  E ancora: la suggestione di altre epidemie famose, dalla peste di Manzoni a quella narrata da Paolo Diacono; le diseguaglianze sociali accentua dall’emergenza scolastica; il cinismo brutale di chi sta scommettendo sul capitalismo brutale per il prossimo decennio.

Così, mentre aspettavo, come tutti, che arrivasse il picco e da lì iniziasse una fase previsionale seria, tra le parole di esperti massimi che sciorinavano punti di vista alternativi e in contrasto tra loro (come è giusto che sia nel dibattito scientifico) ma spesso con quell’assolutizzazione che è propria piuttosto del dogmatismo dell’autorità (cioè il contrario della scienza), ho capito anch’io, nonostante i miei pessimi voti in biologia al liceo, che il picco non ci sarebbe mai stato, un po’ come il Nemico nel Deserto dei Tartari, atteso invano per una vita intera dal giovane ufficiale protagonista del romanzo e poi invecchiato e malato e non svelo il finale perché anche in letteratura, come per le serie TV e il Crime, fare lo spoiler è odioso.

Nel frattempo però partiva la Fase 2, che mi sembra così simile alla Fase 1, quanto a pronoia, per usare una parola cara tanto a Ippocrate quanto a Tucidide: la capacità di capire, se non la direzione che prenderanno gli eventi, almeno quali siano le azioni più utile perché si realizzi uno scenario atteso. E aspetto con qualche dubbio la Fase 3 in cui finalmente, si dice, ci metteremo alle spalle questa brutta storia ma non il virus con cui avremo forse imparato a convivere.  E così continua, sempre più acceso e sempre meno ecumenico, il girotondo dei punti di vista, tutti apprezzabili; nell’infinita teoria dei talk-show spicca senz’altro per autorevolezza, garbo ed efficacia comunicativa la radiofonica Zapping di Giancarlo Loquenzi, ormai una sorta di appuntamento serale fisso, mentre si appronta il desco, nella liturgia delle ore delle giornate monacali di tutti noi reclusi e distanziati sociali. Vi si alternano, e ciclicamente ritornano, virologi, immunologi, epidemiologi, infettivologi, storici, sociologi, tecnologi, politologi, pedagogistologi, pneumologi, massmediologi, futurologi, insieme ovviamente agli statistici e ai fisici computazionali, e mai che vi fossero anche i filologi – o i narratologi – per spiegare che quando c’è un «male cattivo», come nel primo libro dell’Iliade, vi è sempre una spiegazione ma anche una narrazione.

È l’inizio del poema. La più antica opera letteraria della nostra tradizione inizia con una contesa e un’epidemia. È anzi l’epidemia a scatenare il conflitto tra i due eroi, il potente Agamennone e il valoroso Achille. Ma prima, intanto, «la gente moriva» perché un «morbo maligno» aveva invaso l’accampamento degli Achei.

La storia è semplice, a tutti nota anche perché facilmente memorizzabile: ma vale la pena raccontarla ancora una volta.  Il sacerdote Crise arriva per liberare con un ricco riscatto la figlia Criseide, preda di guerra assegnata nella spartizione del bottino proprio ad Agamennone. Si tratta di una prassi usuale e condivisa del tempo, e infatti tutti approvano questo opportuno scambio. Ma non Agamennone, accecato da un’insana prepotenza (o forse costretto da una logica dell’onore, il riconoscimento pubblico del proprio valore, che oggi stentiamo a comprendere). Il sacerdote è respinto con male parole e violenza, insieme al suo riscatto non accettato.

Da qui l’epidemia, il male cattivo scatenato dal dio Apollo invocato in soccorso dal suo sacerdote Crise: solo a questo punto Agamennone si convincerà finalmente a liberare Criseide, ma in cambio pretende la prigioniera di Achille, Briseide. I consigli della madre Teti, una dea del mare, convincono Achille a non sguainare la spada, uccidere Agamennone, porre fino all’abuso di potere e così anche al racconto delle proprie eroiche imprese che lungo infinite generazioni arrivano fino a noi. Sdegnato per questo sopruso che intacca il suo onore, Achille si ritira dalla battaglia insieme ai suoi guerrieri, i Mirmidoni: il prevalere dei Troiani amplifica il valore dell’assente, fino a quando l’amico amatissimo Patroclo vestirà le sue armi per essere così ucciso dal campione avversario, Ettore. L’ira di Achille,«funesta», «rovinosa», si amplifica ora rivolgendosi finalmente al nemico: dopo la morte di Ettore nel duello più famoso di sempre, la vendetta si consuma oltraggiandone il cadavere fino a quando il poema della guerra si chiude nella pietosa restituzione del corpo al padre Priamo, il re di Troia, per celebrarne finalmente i riti funebri.

Apollo Belvedere, epidemia da Omero

Ma torniamo all’epidemia, alla spiegazione e alla narrazione delle sue origini. Le conoscenze degli antichi Greci sull’esistenza di microorganismi era ovviamente nulle. Come spiegare allora la morte quasi improvvisa di uomini sani e robusti, i guerrieri, che senza una ferita visibile, o anche un male interno, un rigonfiamento o un indurimento dei visceri che si può comunque toccare (tra i vari modi di indicarlo, in greco, karkinoma)? Ecco la narrazione, per cui i Greci e noi stessi usiamo la parola mythos: sono le frecce invisibili che scaglia il dio della guarigione (e quindi della malattia), il terribile Apollo che ha tra i suoi epiteti e i suoi culti quello di Smintheus: dio dei topi. 

Ma all’interno della narrazione si nota anche una spiegazione. Le frecce del dio colpiscono prima gli animali e solo in un secondo momento arrivano agli uomini. Certo non è consapevolezza del processo di zoonosi, ma è osservazione di una causa: la promiscuità tra uomini e animali nel contesto di un accampamento che assedia il nemico ormai da dieci anni, e quindi in condizioni di scarsa igiene, possiamo immaginare (sappiamo che Hyghieia era importante per i Greci al punto da essere personificata in una divinità).

Ma sicuramente Omero, anche nella traduzione più diffusa di Rosa Calzecchi Onesti, racconta l’azione di Apollo e spiega le origini del morbo meglio di me (I 48-52):

Si postò dunque lontano dalle navi, lanciò una freccia,
e fu pauroso il ronzio dell’arco d’argento.
I muli colpiva in principio e i cani veloci,                     
ma poi mirando sugli uomini la freccia acuta
lanciava: e di continuo le pire dei morti ardevano, fitte

L’epidemia diffusa dai topi (è Apollo Sminteo a lanciare le frecce) colpisce prima gli animali con cui l’uomo è più a contatto, i muli e i cani, e alla fine arriva all’uomo. Ma questa osservazione, quasi incidentale, in un canto di centinaia di versi non è sufficiente al pubblico di Omero;  offre forse a noi il pensiero dell’epoca (Omero è stato definito l’enciclopedia tribale di una cultura, quella greca di età arcaica, che si fondava sostanzialmente sull’oralità) sulle cause immediate di un’epidemia, e implicitamente raccomanda ai suoi immediati destinatari di evitare eccessi di promiscuità e condizioni igieniche che favoriscano la presenza di topi o altri possibili vettori di ‘malattia’.  Ma non è la spiegazione. Qual è la vera causa all’origine di tutto che merita invece di essere ampiamente raccontata? Una sola parola, aitia, indica in greco tanto la “causa” quanto la “colpa”.  E la risposta è nella trama cui poco sopra ho accennato. La aitia si trova nell’arroganza violenta di Agamennone (hybris) che respinge il sacerdote: da qui l’origine di tutti i mali, tanto dell’epidemia quanto della successiva discordia con Achille che genera, e cito dai versi proemiali questa volta con Monti,

l’ira funesta che infiniti addusse / lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco / generose travolse alme d’eroi»

Ora, già in questa fase 2, iniziano a circolare le prime narrazioni sulle cause della pandemia, e quindi sulle colpe. Per primo, Donald Trump forte del seguito popolare e di un aspetto da Febo chiomato che rappresenta una sorta di nuovo modello dell’iconografia della leadership politica contemporanea (basti per il momento segnalare l’altro celebre lungochiomato Boris Johnsonn, analogia che induce a suggestioni veterolombrosiane). La colpa è dei cinesi: punto. La narrazione in questo caso va alimentandosi con le descrizioni dell’anomalia di questo virus – per quanto sia parte di un ceppo particolarmente diffuso tra i gatti, come ho appreso, sempre via radio, da un virologo-veterinario che studia il coronavirus appunto nei gatti da un trentennio e proponeva terapie, comunque mammifere, scalabili quindi sull’uomo. Un’anomalia presumibilmente originata da una fuga da un laboratorio segreto, di un animaletto contaminato o di un filamento di RNA, ancora non si sa, come in un possibile copione di un catastrophe-movie (o di un virus-movie, genere che presumo rifiorirà a generare catarsi spettacolari come ai tempi di Ebola in Virus letale o prima ancora del terrorismo batteriologico, o virologico, di Cassandra Crossing).

Ogni narrazione organizza sulla base di codici  e schemi universali le sue strutture e le sue verosimiglianze. Se ne sentono già circolare di pessime, da un punto di vista narrativo oltre che scientifico, come quella del 5G: sarebbe stata la banda larga che sta salvando le nostre connessioni in tempi di smart-working e lezioni in streaming, la probabile causa di un non meglio precisato, ma sicuramente catastrofico, inquinamento di radiofrequenze che avrebbe favorito la diffusione del Covid-19.

climate change, epidemia da Omero

Tra le narrazioni ne prevarrà probabilmente una più sensata e autorevole: sta prendendo corpo quella del Climate Change, e ve ne sono certo buone ragioni. Anche da un punto di vista narrativo – la narrazione è funzionale alla persuasione: un buon racconto ci spinge ad accettare e accogliere quanto altrimenti non capiremmo – il collegamento con le possibili, e apocalittiche future pandemie potrebbe forse spingere a comportamenti più congrui e rispettosi, dei singoli quanto degli stati.

Vedremo nella fase 3, o nella fase 4. Per il momento accontentiamoci di riflettere su questa singolare necessità dell’uomo, antico o moderno che sia, di combinare l’analisi, anche quella più rigorosamente scientifica, con la narrazione. Sarà importante mantenere saldo il principio aureo della falsificabilità di Popper: ogni ipotesi è scientifica nella misura in cui è possibile confutarla, smentirla e produrre un’ipotesi alternativa. Altrimenti è dogma, frutto di fede e autorità e non di pensiero scientifico. E ricordarci che è sempre bene distinguere tra la ricerca delle cause da quella delle colpe. Altrimenti la nostra narrazione (diciamo quella che prevarrà, finalmente, nella fase 5 o nella fase 6) sarà ancora troppo ingenua e ‘mitologica’ come quella con cui Omero spiega le cause dell’epidemia con le frecce invisibili del dio dei topi.

La pandemia e i musei

Contributo di Roberto Balzani

Fra le vittime del Covid-19 si segnalano le istituzioni culturali. Biblioteche e archivi sopravviveranno di sicuro, magari contingentando gli accessi; più incerto appare il destino dei musei. Fra il 2015 e il 2019 i musei italiani hanno conosciuto successi eccezionali, incrementando considerevolmente visitatori ed entrate proprie. Il turismo culturale, domestico ed internazionale, ha accompagnato questa golden age (oggi possiamo chiamarla così); le gite scolastiche hanno confermato la tendenza positiva. È vero che il consumo di mostre ed eventi si è adattato al clima dominante, segnato dalla “presentificazione”, affermandosi soprattutto come fenomeno di costume; è però altrettanto indubbio che quantità d’individui inimmaginabili fino a pochi lustri fa si sono accostati a beni del patrimonio.

Questo quadro positivo, nel quale sono ben collocati anche i musei accademici (inclusi quelli di Bologna, che nel 2019 hanno toccato la cifra record di oltre 190.000 visitatori complessivi), è crollato in poche settimane. Il primo alt, poi la debole riapertura, quindi la chiusura sine die – oggi sappiamo che i battenti saranno riaperti il 18 maggio – hanno distrutto progetti, prenotazioni, mostre, costringendo le istituzioni, dopo un primo sconcerto, ad una brusca riconversione in chiave social. Gli esiti sono stati molto diversi a seconda dell’infrastruttura tecnica e delle competenze disponibili con continuità: ha prevalso, salvo pochi casi, un inevitabile dilettantismo, che ha fatto il paio con il trasferimento massiccio delle lezioni scolastiche su piattaforme digitali. Come è stato argutamente osservato, è come se alcune funzioni culturali fossero state intubate.

Museo di Palazzo Poggi, Università di Bologna – Ph. Antonio Cesari

Veniamo alle prospettive, dopo un bimestre di chiusura forzata. In generale, i musei risentiranno della contrazione dei finanziamenti assicurati dai Comuni, principali detentori di beni culturali nel nostro paese: quei fondi, infatti, sono stati spesso appostati nei bilanci, immaginando entrate capienti che non si verificheranno (dalle tasse di soggiorno alle multe: di norma le “sorgenti” sono quelle). Le Regioni è probabile manterranno le previsioni di spesa (l’Emilia-Romagna lo farà), ma sappiamo che quei denari fungono da cofinanziamento e, da soli, non sono sufficienti a garantire la continuità delle attività. Le Fondazioni bancarie, d’altro canto, sono chiamate a sostenere l’emergenza sociale e sanitaria e ben difficilmente potranno compensare la caduta degli investimenti.

Dall’osservatorio regionale, per ciò che riguarda i musei, il panorama è ancora confuso ma certamente drammatico. In primo luogo, non è chiaro quale sarà il pubblico dal 2021 in avanti. Si erano impiegati anni per abituare molti cittadini alla frequentazione delle collezioni; tutto ciò è stato spazzato via e non è detto che quei particolari “consumatori” vi saranno ancora. La disponibilità di materiali, visite guidate, filmati, interviste sui social ha attualmente soprattutto la funzione di non spezzare il filo della continuità culturale; ma non sappiamo se, sotteso ad esso, ci sarà una domanda culturale e in quali forme essa si manifesterà. Mostre in formato ridotto? Connessione più stretta fra eventi fruiti attraverso il web ed “esperienze” in loco? Si pensi solo al mercato degli ausili alla fruizione degli oggetti: le audioguide sono, allo stato attuale, obsolete e inutilizzabili. Torneranno le vecchie didascalie, insieme alle app scaricabili sullo smartphone? Oppure le collezioni saranno di nuovo appannaggio di minoranze colte e sofisticate, disertate dai più?

Istituti di Anatomia, Università di Bologna – Ph. Oscar Ferrari

Vorrei concludere con una nota positiva e un’idea che riguarda i musei accademici. Rispetto agli altri, i musei delle Università, per la loro natura ibrida, mostrano nella crisi una maggiore resilienza, che può trasformarsi in un’opportunità. L’esperienza collettiva del Covid-19 ha infatti reso palmare il ritorno in grande stile della storia naturale nella vicenda umana. Gli studiosi sanno benissimo che la storia naturale non se n’è in realtà mai andata, ma la maggior parte di noi, salvo esigue minoranze colpite casualmente da eventi catastrofici, ha vissuto per molto tempo come se il proprio orizzonte fosse dominato da un tendenziale controllo degli eventi, presenti e futuri. L’irruzione improvvisa e dolorosa, a scala planetaria, di questo “regime temporale” caduto nell’oblio e rimosso, rende necessaria un’alfabetizzazione culturale che ripristini gli elementi prospettici compressi dall’esperienza della “presentificazione”, aiutandoci a recuperare una percezione (e una responsabilità) a livello di specie. Una delle cose più grottesche di questi mesi è stato il tentativo, peraltro presto fallito, da parte dei governi, di “nazionalizzare” il rapporto con la pandemia, immaginando tempi, reazioni, isolamenti in proprio, come se fosse possibile erigere barriere invalicabili alle frontiere. Gli stessi politici hanno spesso usato il linguaggio bellico, come se fossimo sul Piave nel 1918.

Amenità a parte, l’idea è questa: i musei accademici e scientifici sono il prodotto intenzionale dell’incrocio fra storia naturale e storia umana, fin dalle loro origini cinquecentesche. Sono quindi il luogo in cui eventi come le pandemie possono essere meglio raccontati; abbiamo, ad esempio, le cere che narrano la grande lotta contro il vaiolo in età napoleonica: e non è che un minimo spunto. Si tratta di un’occasione unica per agganciare un vasto pubblico oggi sensibile, attento, disponibile, perché ferito, impaurito, desideroso di risposte. Più di altre istituzioni culturali possiamo quindi svolgere una missione speciale per ristabilire dati di realtà e pensieri di nuovo prospettici a beneficio della collettività, approfittando di un contesto unico e attraente. Sarebbe un peccato non provarci.

La passione e l’energia della scienza ai tempi di una calamità antica

Contributo di Giovanni Capranico

Il Coronavirus 2 della Severe Acute Respiratory Syndrome (SARS-CoV-2) si è diffuso tra le popolazioni causando una pandemia, come tante ce ne sono state in passato. I coronavirus sono noti da tempo, il primo fu isolato nel 1937 dai polli. Il virus SARS-CoV-2 non è niente di nuovo. La storia umana, in tutte le parti del mondo, è stata determinata da malattie, carestie e guerre in un modo forse poco riconosciuto dai libri di storia. Nuova è forse solo la vastità, la globalità della pandemia.

Fatto notevole, a mio parere, è che questa volta abbiamo reagito, il mondo ha reagito e ha messo in atto misure di contenimento della pandemia per la salvezza di molti che altrimenti sarebbero morti. E ora le Istituzioni nazionali e sovranazionali, almeno in alcune parti del mondo, si organizzano per intervenire in modo significativo per contenere le gravi conseguenze economiche e sociali. Questo è un progresso rispetto alla spagnola di solo un secolo fa, come notato da Giuliano Amato su Treccani Atlante. Per quanto imperfette a livello sociale possano essere queste reazioni, abbiamo una Fase 2 e una Fase 3. Dunque, grazie a scienza e democrazia, la condizione umana rispetto alle pandemie è migliore che nel passato.

Si può forse notare un’altra novità. Il virus ha avuto un impatto importante a livello individuale e collettivo trasformando la nostra vita quotidiana e professionale. Il tempo ci dirà quanto i comportamenti delle persone si trasformeranno in modo permanente. Forse tanto, forse niente. Di certo ha già cambiato la ricerca scientifica.

energia della scienza ai tempi della pandemia. Le sei sedi dello European Molecular Biology Laboratory: Barcelona, Grenoble, Hamburg, Heidelberg, Hinxton, Roma.

Se n’è parlato poco sui media, ma il lockdown mondiale ha limitato fortemente non solo la libertà individuale, il lavoro e la socializzazione, ma ha bloccato anche la ricerca scientifica. E’ triste vedere i laboratori vuoti, deserti e silenziosi. Ancor più triste pensare che tutti i laboratori nel mondo si sono, in gran numero, fermati. Per primi si sono fermati i laboratori in Cina, dove i ricercatori sono tornati a casa per il capodanno a metà gennaio di questo anno, e là sono rimasti bloccati senza poter tornare in laboratorio. Più tardi, il lockdown ha interessato Europa e USA, per esempio le 6 sedi (Barcelona, Grenoble, Hamburg, Heidelberg, Hinxton e Roma) dello European Molecular Biology Laboratory-EMBL sono stati chiusi e i centri di ricerca privati della Silicon Valley (California, USA) sono attivi solo in smart working. Nello stesso tempo tutte le conferenze scientifiche in primavera sono state annullate, molto spesso sostituite da conferenze virtuali. Insomma, la ricerca sperimentale è ferma quasi ovunque, fatto salvo le situazioni non procrastinabili o urgenti. Questo non è a lungo sostenibile, vi sono progetti finanziati che devono andare avanti e pazienti di altre patologie aspettano risposte che non possono tardare ad arrivare. L’emergenza sanitaria rischia – l’abbiamo sentito dire – di impattare negativamente su altre patologie che sono nel complesso comunque una larga maggioranza.

Per questa ragione, l’energia della comunità scientifica e medica tutta si è indirizzata a combattere la pandemia, trovare nuove modalità di comunicazione e ri-organizzare il lavoro scientifico, sostenendo al contempo senza remore le misure del lockdown quali uniche soluzioni, al momento, per contenere i contagi. Da una parte medici, infermieri e tutti gli operatori della sanità sono in prima linea nel curare e assistere i malati, dall’altra i ricercatori hanno dirottato le risorse finanziarie e intellettuali verso la scoperta del vaccino e di farmaci efficaci, le agenzie di finanziamento sono state comprensive rispetto alle impreviste difficoltà dei ricercatori e nuovi bandi competitivi sono stati aperti o si apriranno per finanziare nuovi progetti di ricerca finalizzati a sconfiggere SARS-CoV-2. Settori economici e sociali si sono riconvertiti per aumentare le misure di protezione individuale. Perfino il CERN, la cui capacità di connettere pezzi distanti di società a livello mondiale è proverbiale, ha istituito una task force contro SARS-CoV-2, con il compito di lavorare insieme a istituzioni locali, esperti biomedici, sanitari e la World Health Organization e di mettere a disposizione le risorse del centro per la salute pubblica.

Un altro esempio di dedizione ed energia che queste comunità mettono nella battaglia contro il virus viene dalla nostra Lombardia. Un medico anestesista di Milano, Maurizio Cecconi, è stato segnalato dal prestigioso JAMA (Journal of the American Medical Association) come uno dei tre “Eroi della pandemia”. Si è reso subito conto della gravità della pandemia e ha quindi organizzato molte videoconferenze con colleghi in tutto il mondo per condividere le osservazioni cliniche che via via faceva e condividere le terapie – in particolare, il 28 marzo era in linea “con 130 mila colleghi, da tutto il mondo, molti nei paesi in via di sviluppo». L’iniziativa di Cecconi ha permesso a molti suoi colleghi in tutte le parti del mondo di essere più pronti all’arrivo di pazienti nelle loro terapie intensive.

La videochat e conferenze virtuali sono molto utilizzate in queste settimane dalle comunità scientifiche per continuare a scambiare informazioni e collaborare. Ecco, questo mostra come il virus abbia “costretto” i ricercatori e medici ad usare meglio un nuovo strumento per comunicare – le videochat. Certo è qualcosa che era già possibile prima del virus, ma SARS-CoV-2 ha accelerato di molto il processo in atto. Probabilmente, videoconferenze e convegni virtuali resteranno come modalità comunicative efficaci nel lavoro degli scienziati e dei medici in futuro.

È confortante constatare che tutta questa energia profusa dalla medicina e dalla scienza ha finalmente un riscontro nella popolazione, che ora sembra essere più attenta alle indicazioni degli esperti e seguire con trepidazione gli sviluppi scientifici sul SARS-CoV-2.

Se da una parte c’è fiducia nel futuro, passione ed energia, dalla parte opposta ci sono purtroppo soggetti che sembrano “remare contro” il proprio paese – e contro in modo vigoroso! Al di là dei soliti ciarlatani e venditori di fumo antiscientifico, c’è un fatto “straordinario” accaduto di recente – straordinario quanto la pandemia. Il Presidente degli Stati Uniti d’America ha superato il limite degli Alternative Facts: “è un fatto che la cura dei pazienti con polmonite da SARS-CoV-2 possa essere possibile con dosi massicce di raggi ultravioletti e iniezioni di candeggina nei polmoni” Si resta senza parole …. e invece bisogna reagire, per la gravità e pericolosità delle parole. Infatti, la comunità scientifica statunitense ha reagito fortemente per contrastare il messaggio sbagliato e potenzialmente mortale che arriva alla popolazione. Ma è responsabilità di tutti noi cittadini, scienziati, docenti, ma anche delle istituzioni pubbliche nazionali ed europee reagire e contrastare queste sciocchezze pericolose e le conseguenti azioni politiche.

La pandemia SARS-CoV-2 è arrivata all’improvviso per molti di noi, e ha messo alla prova la preparazione della società alle emergenze globali. Ha messo in evidenza come i sistemi sanitari e i piani di emergenza siano carenti e inadeguati in molte nazioni, anche occidentali. Oltre le sciocchezze che abbiamo sentito da varie fonti in queste settimane, oltre alle proposte antiscientifiche e mortalmente pericolose, la responsabilità dell’assenza di preparazione sociale e sanitaria alle emergenze è delle guide politiche e delle classi dirigenti dei vari paesi. Insomma, il virus ha messo in evidenza la necessità di attrezzarsi per fronteggiare le emergenze future. Perché una cosa è certa, la pandemia SARS-CoV-2 non è la prima e non sarà l’ultima.

Abbiamo solo bisogno che l’energia della scienza e delle persone di buona volontà pervada tutta la società.

COVID-19, dipendenze e informazione

Contributo di Laura Mercolini, Roberto Mandrioli

In questi giorni di lockdown, ci siamo abituati a un flusso costante di informazioni riguardanti gli argomenti più svariati, non solo strettamente sanitari, nell’ottica della loro correlazione con la pandemia di COVID-19 che si sta vivendo. Certe situazioni, invece, rischiano quasi di sparire dall’orizzonte degli eventi, dimenticate. Una di queste situazioni è rappresentata dalle dipendenze.

dipendenze da stupefacenti e alcool è un problema durante la pandemia e il lockdown

Si potrebbe dire: “Nient’affatto! Ogni giorno si legge delle Forze dell’Ordine che hanno multato persone uscite in cerca di stupefacenti, o fermato lo spacciatore in violazione del lockdown (oltre che della legge, ça va sans dire): sono tra le notizie più frequenti!” Certo. Ma, a nostro avviso, non si tratta di notizie che riguardino a giusta ragione la relazione più pericolosa tra dipendenze e pandemia; si tratta invece di notizie che hanno a che fare più che altro con l’ordine pubblico. Le dipendenze sono molto spesso trattate da queste specifiche angolazioni anche in tempi “normali”, a volte lasciando in secondo piano gran parte dei risvolti sociali, familiari, personali del dramma di chi soffre di questo problema. Ma oggi, quando tutto è rapportato alla pandemia, si rischia forse di dimenticare del tutto le dipendenze?

Ci fa forse un po’ sorridere la notizia del soggetto poco raccomandabile che viene multato per essere uscito a comprarsi stupefacenti, perché questa attività non è considerata indifferibile e si colloca all’interno della sfera della criminalità. Va tuttavia posta grande attenzione al fatto che la dipendenza da sostanze (e in generale, qualunque tipo di dipendenza) è a tutti gli effetti una patologia, riconosciuta come tale anche da tutti i più recenti manuali di psichiatria, ivi incluso il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM–5) [1] elaborato dall’American Psychiatric Association. Molti dei soggetti dipendenti da sostanze sono vittime del diffuso preconcetto che il consumo di sostanze illecite e la tossicodipendenza siano una libera scelta e che quindi sia per queste persone necessario sopportarne le conseguenze. Ciò ha ben poco a che fare con la nozione scientifica, più sopra ricordata, di dipendenza come malattia psichiatrica.

le dipendenze durante la pandemia di Coronavirus non sono facili da gestire

La normativa “d’emergenza” sulla pandemia di COVID-19 mantiene aperti i tabaccai e in libera vendita tutti gli alcolici, con le consuete limitazioni d’età. Ma giova forse ricordare che proprio alcool e tabacco, sommati, causano ogni anno in Italia un numero di vittime circa trecento volte più alto rispetto a tutte le altre sostanze d’abuso messe assieme [2,3,4]. Analogo andamento si osserva in altri Paesi industrializzati [5]. Nel frattempo, càpita di leggere notizie di questo tenore: “Boom di alcolici in quarantena, vendite che toccano il +250%” [6]. Sarebbe interessante intraprendere un’analisi più approfondita di questo fenomeno: il maggior consumo di alcool è dovuto anche allo stress dell’isolamento forzato? Chi ha problemi di dipendenza si sta forse orientando a usare anche alcool come surrogato delle sostanze stupefacenti, avendo difficoltà ad approvvigionarsi di queste ultime, ed essendo gli alcolici invece facilmente reperibili?

Ci sono poi svariate problematiche correlate alle dipendenze, comunque drammatiche, come la maggiore difficoltà, in questo periodo, nell’accesso ai servizi di assistenza per le dipendenze. Come i problemi generati dalla convivenza forzata, ventiquattr’ore su ventiquattro, di familiari o amici e persone con problemi di dipendenza, magari in difficoltà a causa del craving e dei sintomi d’astinenza. Come la maggiore suscettibilità alle infezioni (compresa COVID-19), dovuta all’immunosoppressione conseguente al consumo di sostanze d’abuso. Ancora peggio si trova, non ci sarebbe bisogno di sottolinearlo, chi è anche senza fissa dimora [7].

C’è poi chi scopre a causa del lockdown che un proprio familiare soffre di una dipendenza, ma a causa dell’isolamento non sa come agire, non sa come chiedere aiuto, ha paura di subire violenza; come sempre, le situazioni di indigenza e gli spazi in casa estremamente ridotti acuiscono tutti questi problemi [8]. Quest’ultima informazione ha un’origine piuttosto particolare: la presidentessa di Federcasalinghe. Tali associazioni raccolgono sempre più spesso le richieste d’aiuto dei cittadini in difficoltà, a maggior ragione durante questa pandemia.

E i ludopati, le persone con dipendenza da gioco d’azzardo? Qui, al contrario dell’alcool, i consumi sono apparentemente scomparsi, visto che le sale da gioco sono chiuse e nelle tabaccherie le macchine da gioco sono spente (comprese quelle per lotto e superenalotto). Purtroppo, però, chiunque può procurarsi la propria “dose” di gioco, comodamente da casa, sul web attraverso pc, tablet e smartphone! A dire il vero, però, il gioco online segnava + 27% sull’anno precedente già a febbraio 2020 [9], quindi prima di ogni lockdown. Figuriamoci adesso.


Note
[1] American Psychiatric Association, Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders Fifth Edition (DSM-5). American Psychiatric Association Publishing, Washington, 2013.
[2] Ministero della Salute, Rapporto 2018 sulla prevenzione e controllo del tabagismo. http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2851_allegato.pdf; 2018.
[3] QuotidianoSanità.it, Alcol. In Italia 435mila morti in 10 anni. Ecco l’identik dei bevitori, delle motivazioni e degli effetti in una ricerca Eurispes-Enpam. http://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=66797; fonte: Indagine Eurisper-Enpam, 2018.
[4] Truenumbers.it, Quante sono le vittime della droga in Italia. https://www.truenumbers.it/morti-droga-italia/; fonte: Relazione annuale della Polizia di Stato, 2015. 
[5] Peacock, A., et al. (2018) Global statistics on alcohol, tobacco and illicit drug use: 2017 status report. Addiction, 113: 1905– 1926. https://doi.org/10.1111/add.14234. 
[6] Altarimini, Boom di alcolici in quarantena, vendite che toccano il +250%. https://www.altarimini.it/News133845-boom-di-alcolici-in-quarantena-vendite-che-toccano-il-250o.php; fonte: Istituto Superiore di Sanità, 2020.
[7] Next Quotidiano, Lo spaccio di droga con l’emergenza coronavirus (e la bomba dei tossicodipendenti in quarantena). https://www.nextquotidiano.it/spaccio-di-droga-coronavirus-tossicodipendenti/amp/; 2020.
[8] Leggo, Coronavirus, il dramma di molte famiglie: «In quarantena ho scoperto che mio figlio si droga». https://www.leggo.it/italia/cronache/coronavirus_dramma_molte_famiglie_quarantena_ho_scoperto_figlio_si_droga-5152918.html; fonte: Adnkronos, 2020.
[9] Gioconews, Casino games, a febbraio la spesa cresce del 27 per cento. https://casino.gioconews.it/online-2/51475-casino-games-a-febbraio-la-spesa-cresce-del-27-percento%20, 2020.

The year the Earth stood still

klaatu barada nikto

Contributo di Dario Braga

Molti leggono la Pandemia non come un evento a sé generato da un malaugurato, ma non infrequente, “salto di specie” di un coronavirus (la zoonosi descritta da A. Scagliarini), quanto come l’ultimo, certamente quello più palese e più “impattante”, di una serie di avvertimenti che il Pianeta ci sta mandando.

Di questi avvertimenti, in effetti, negli anni passati, e in particolare nel ’19 e in questo inizio di ’20, ne abbiamo ricevuti parecchi.

Lo studio di Mediacentre elenca un serie di disastri climatici nel 2019 con enormi costi umani e materiali. Riprendo l’elenco tal quale

  • January saw floods in Argentina and Uruguay which forced 11,000 people from their homes and in Australia with some places receiving more rain than at any time since records began in 1888.
  • In March Storm Eberhard swept across Europe while Cyclone Idai caused death and devastation in Zimbabwe, Mozambique and Malawi. Floods began racking up huge financial losses in the American Midwest ($12.5bn) and Iran ($8.3bn).
  • May and June saw $28 billion of damage in Asia: Cyclone Fani struck India and Bangladesh, parts of China experienced their highest rainfall for 60 years and in Northern India, a stronger than usual monsoon led to floods that killed 1900 people.
  • September and October saw Typhoons Faxai and Hagibis cause more than $20bn of damage in Japan as well as disrupt the Rugby World Cup which was being held there. 

L’agenzia indiana weather.com riporta che nel 2019 moltissimi stati indiani hanno subito alluvioni e inondazioni severe con danni enormi e perdite di vite umane. Alcune immagini delle alluvioni in India tratte dal sito della BBC

le alluvioni come quella avvenuta in India sono state causate dal cambiamento climatico. Possibile corrispondenza della pandemia che sta colpendo il pianeta
le alluvioni come quella avvenuta in India sono state causate dal cambiamento climatico. Possibile corrispondenza della pandemia che sta colpendo il pianeta

Alluvioni hanno colpito anche gli Stati Uniti e l’Europa. Qualcosa lo abbiamo visto anche in Italia, anche se con impatti meno drammatici. Ecco una immagine di Venezia tratta dal Guardian.

le alluvioni come quella avvenuta a Venezia con l'innalzamento delle acque sono state causate dal cambiamento climatico. Possibile corrispondenza della pandemia che sta colpendo il pianeta

Un altro evento “biblico” è stata la devastante serie di incendi australiani. Il Guardian riporta che tra Gennaio e Agosto 2019 le piogge in Australia sono state le più scarse di sempre. Alte temperature e venti forti hanno mantenuto l’umidità a livelli molto bassi facilitando la diffusione degli incendi.

gli incendi australiani sono stati causati dal cambiamento climatico. Possibile corrispondenza della pandemia che sta colpendo il pianeta

Sempre dalla BBC riporto “The 2019–20 Australian bushfire season,colloquially known as the Black Summer, began with several serious uncontrolled fires in June 2019. Throughout the summer, hundreds of fires burnt, mainly in the southeast of the country. The major fires, which peaked during December–January, have since been contained and/or extinguished. As of 9 March 2020, the fires burnt an estimated of 186,000 square kilometres),destroyed over 5,900 buildings (including 2,779 homes)and killed at least 34 people. An estimated one billion animals have been killed and some endangered species may be driven to extinction. By 7 January 2020, the smoke had moved approximately 11,000 kilometres (6,800 mi) across the South Pacific Ocean to Chile and Argentina.”

Per dare un’idea “locale” del disastro, la BBC ha prodotto un confronto su scala UK della estensione degli incendi australiani. Essenzialmente tutta l’Inghilterra sarebbe andata a fuoco.

gli incendi australiani hanno un'estensione pari a quasi l'intera Inghilterra. Possibile corrispondenza della pandemia che sta colpendo il pianeta

Dopo l’acqua e il fuoco, le cavallette. Miliardi di cavallette hanno invaso l’Africa dell’Est e l’Asia del Sud in quello che è considerata l’infestazione peggiore in un quarto di secolo con danni immensi ai raccolti e alle altre specie viventi.  

Immagini dell’invasione di cavallette tratte dal sito BBC

invasione delle cavallette ha portato enormi danni all'agricoltura. Può esserci una possibile relazione con la pandemia che sta colpendo il mondo
invasione delle cavallette ha portato enormi danni all'agricoltura. Può esserci una possibile relazione con la pandemia che sta colpendo il mondo

Questo è il quadro mondiale nel quale si inserisce la Pandemia. Acqua, fuoco, cavallette…. Chi vuole leggere nella grande Pandemia del 2020 “ultimo avvertimento” fa poca fatica.

Gran brutta storia. E sì perché quelli che ho elencato sono disastri terribili ma hanno interessato zone tutto sommato limitate del Globo. Con la Pandemia nessun paese è al sicuro, anzi nessuno è al sicuro. E chi avrebbe mai pensato che fossimo così fragili, così vulnerabili, anche in nazioni ricche e potenti? Che delusione. Ci stiamo scoprendo deboli, permeabili, impreparati, impotenti. Impotenti sì, perché non abbiamo (ancora) un’arma contro. Quello che stiamo facendo è fuggire, nasconderci, cercare protezione barricandoci in casa, contando sul fatto che, se non ci trova, COVID19 un po’ alla volta si stancherà. Ma ancora non si è stancato.

Quanti hanno scritto che “nulla potrà essere come prima”? Cito Gianfranco Pasquino  “Se tornasse “tutto come prima” vorrebbe dire che non avremmo capito molto e, soprattutto, che non avremmo imparato niente.” Verissimo.

E infatti in molti si stanno esercitando nel disegnare scenari per il post-COVID, per il “reboot” del Pianeta.

Già, il “reboot”. Scrive un amico e collega indiano “She (la Terra n.d.r.) threw the virus at us. In whatever crazy way I don’t exactly know. But total collapse of world economy will force a reboot of the planet. Any country that is foolish enough to try to get back to the old lifestyle will be doomed quickly.

Io non sono un economista, né uno scienziato sociale, e nemmeno un virologo o un epidemiologo. E tantomeno un filosofo. E nemmeno sono fatalista. Sono abituato a ragionare sulle “osservabili”. Non entro in questo dibattito, per quanto interessante.

Per questo raccomando la lettura di alcuni post in questo blog e di altri commentatori come, ad esempio, M. Sandel sul NYT

Ma c’è un tema che in questo pensare al futuro sembra mancare interamente, o che appare poco e scompare in fretta. È un temaccio brutto che fatica a entrare nei ragionamenti sul “dopo” e sulla “sostenibilità”.

Mi riferisco al tema della popolazione mondiale. Basta andare sul sito delle Nazioni Unite per vederne le proiezioni di crescita. Da qui al 2050 si prevedono qualcosa come 2-3 miliardi di esseri umani in più. In funzione del numero di figli e dell’aspettativa di vita alla nascita, la popolazione mondiale potrà attestarsi entro una “forbice” tra 9 e 11 miliardi di persone. Si veda la figura estratta dal report delle nazioni unite (formato pdf).

potenziale aumento della popolazione e il potenziale collegamento con la pandemia che sta colpendo il mondo

Non solo questo, le Nazioni Unite ci dicono anche che la durata media della vita a livello mondiale crescerà ancora, portandosi intorno a 77 anni (83 per la sola Europa) nel 2050. Stime pre-COVID, ovviamente. In ogni caso saremo di più e vivremo più a lungo e quindi consumeremo di più e più a lungo e, ovviamente, aspireremo tutti a condizioni di vita migliori e per tutti.

percentuali di popolazione con più di 65 anni nel 1990, 2019 e 2050. Aumento della popolazione in relazione con la Pandemia che sta colpendo il pianeta

Qualunque ipotesi/modello di più saggio utilizzo delle risorse del Pianeta si scontrerà con il fatto che la Terra è una sfera di superficie finita, con una popolazione in aumento e risorse in calo. Questo è lo scenario in cui qualsiasi ragionamento di “sostenibilità” deve essere inserito. Non tenerne conto è, per dirla con gli inglesi – “missing the wood for the trees”.

Ricordo che nel 2019  l’ “Earth overshoot day”, cioè il giorno dell’anno in cui l’umanità ha esaurito la sua quota annuale di risorse naturali, è arrivato il 29 luglio, quasi a metà anno. Sempre in anticipo sull’anno precedente, come ormai sta succedendo dagli anni ‘70. Nel 2019 abbiamo utilizzato le risorse naturali equivalenti a quelle di 1,75 pianeti Terra.

Insomma, già oggi, consumiamo largamente più di quanto il Pianeta sia in grado di produrre in un ciclo annuale. I consumi sono ovviamente estremamente disuguali, ma – sempre per dirla con le parole del mio amico Gautam, il parco dei consumi si è allargato: “Planet was okay to sustain the hedonism of USA, Canada, Europe till 2020. Then China and India added 3 billion for plastic throwaway culture and wild, indiscriminate travel. This was too much for Planet Earth and she has reasserted herself.”

Avremmo bisogno di due pianeti e non li abbiamo. Per questo il tema della sovrappopolazione è urgente ma è anche un tema difficile da trattare. È un tema “imbarazzante”. Se ne parla malvolentieri perché nessuno ha una soluzione, nemmeno il movimento Fridays4Future di Greta Thunberg, ricordato da Alessandra Bonoli nel suo post.

Riprendo le parole di Vincenzo Balzani “Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale che va affrontata con una visione unitaria dei problemi ecologici ed economici.” Ebbene in questa visione unitaria bisogna esplicitamente inserire anche il tema della crescita della popolazione mondiale.

Che fare? Non lo sappiamo
Come facciamo a sostenere una popolazione crescente riducendo al contempo lo sfruttamento delle risorse del Pianeta e garantendo elevanti livelli di qualità della vita (sanità, alimentazione, educazione, sicurezza, ecc.) ?

Certo possiamo viaggiare meno (e in fondo stiamo imparando giocoforza che tanti spostamenti non sono indispensabili) ma non possiamo rinunciare alla socialità, alla stretta di mano, alla bevuta insieme e nemmeno alla curiosità di vedere il mondo. Non possiamo perché siamo umani.

Certo possiamo mangiare meno e in modo più intelligente ma se la popolazione del Pianeta continuerà a crescere sarà un inseguimento perso in partenza, avremo comunque bisogno di più cibo.

Possiamo/dobbiamo riciclare di più ma se saremo di più avremo bisogno di più prodotti, di più materie prime, di più risorse. Anche se riutilizzassimo al 100% quelle di questo istante non basterebbero più già un istante dopo.

Insomma un cul de sac

Avremmo bisogno di raggiungere rapidamente una condizione stazionaria nella curva di crescita della popolazione del Pianeta, un R0 = 1. Si potrebbe ragionare un po’ meglio di sostenibilità. So di toccare un taboo: per qualcuno è sicuramente un “obiettivo indecente” – e anche Stati che lo hanno perseguito (vedi “one child policy” in Cina) lo hanno abbandonato – per altri è semplicemente un obiettivo non praticabile anche se il cuore del problema sta tutto lì.

crescita esponenziale della popolazione, possibile relazione con la pandemia che sta colpendo il pianeta
crescita esponenziale della popolazione, possibile relazione con la pandemia che sta colpendo il pianeta

E allora?
Escludendo scenari distopici peggiori di quello – già pessimo – attuale, non ci resta che contare sulle nostre forze o, meglio, sui nostri cervelli, puntando non solo a sfamare ma anche a educare il Pianeta. Soprattutto le zone più povere. La conoscenza è il prerequisito per comportamenti responsabili e consapevoli.

Per il resto, dovremo “perfezionare” la nostra capacità di sfruttare il Pianeta attraverso gli strumenti della ricerca scientifica e tecnologica.

Non piace detto così? Al di là delle ipocrisie, va compreso e fatto comprendere che solo la ricerca potrà fornirci nuove fonti di energia rinnovabili ma anche diversa mobilità, agricoltura sostenibile ma anche nuove fonti alimentari, riduzione degli sprechi di acqua e cibo ma anche nuovi modi di recupero e immagazzinamento, riutilizzo pieno delle risorse ma anche sostituzione di quelle in esaurimento e accesso ad altre fonti di materie prime, ecc. Solo questo impegno può accompagnare una crescita sostenibile della popolazione mondiale fino a che non saremo in grado di… volare su un altro Pianeta.
Ad altro non so pensare.

viaggio sulla Luna 1902, Pandemia, possibili scenari per il futuro
viaggio sulla Luna 1902, Pandemia, possibili scenari per il futuro

Le voyage dans la Lune (1902)

Economia di guerra: ma che vuol dire?

Contributo di Alberto De Bernardi

Stato e destino

La più ricorrente delle similitudini storiche diffuse nei media e nel dibattito pubblico e quella che paragona il Covid-19 a una guerra. Le parole più ricorrenti sono infatti tratte dal lessico militare –  trincea, prima linea, campo di battaglia, armi ecc – che evocano una lotta senza esclusione di colpi: una guerra, appunto lascia sul terreno morti e feriti. Ma le guerre, soprattutto quelle mondiali, che hanno caratterizzato il XX secolo, non sono solo eventi militari, ma fenomeni storici molto più complessi che comportano una trasformazione profonda del rapporto tra individui, società e nazione. Per essere combattuta una “grande guerra” deve diventare “un destino comune” al quale vanno subordinati gli interessi individuali e la possibilità di poter disporre liberamente della propria esistenza – cioè perseguire il proprio destino individuale –  non solo per quelli che vengono “mandati al fronte” come soldati, ma anche per quelli che continuano a svolgere la loro vita civile. Anche chi non combatte e vive nelle retrovie è chiamato a una serie di obblighi: nelle guerre “vere” il razionamento del cibo, il coprifuoco, i divieti di spostamento, il silenzio; in questa “guerra al virus” l’obbligo di stare a casa e di portare la mascherina, il distanziamento sociale, le quarantene.

La creazione di un destino comune chiama in causa lo stato come effettivo  promotore, amministratore e controllore   dei sacrifici imposti da quella scelta, che non sono solo materiali, ma che molto rapidamente si dilatano ad altre sfere della vita collettiva e che chiamano in causa la libertà di pensiero e le scelte politiche: nelle guerre vere contestare le scelte statali fino a negarne la loro legittimità,  era assimilato al tradimento, all’intendenza con il nemico e quindi punibile persino con la morte, con cui si è combinata  una progressiva asfissia del parlamento trasformato in una macchina acritica utile solo ad approvare le scelte del governo., perché  anche la dialettica tra i partiti era considerata un pericolo per l’unità “organica” della nazione.

Ma il perseguimento del destino comune cozza immediatamente con la democrazia, che è lo spazio politico dove si alimenta il pluralismo delle idee e il conflitto tra differenti destini collettivi: le guerre hanno sempre chiuso i parlamenti, impedito le elezioni, soppresso molte libertà civili.

Nella lotta alla pandemia questo non accade in termini così radicali, ma indubbiamente si assiste a una marginalizzazione del parlamento e a un ottundimento del ruolo dell’opposizione e del dibattito parlamentare: i pieni poteri concessi ai presidenti dell’Ungheria e della Slovenia costituiscono un esempio, lampane, anche se estremo, di questa tendenza. Parallelamente si assiste al diffondersi  nell’opinione pubblica un atteggiamento di condanna e  di discredito nei confronti di chi mette in dubbio le scelte governative e si permette di criticare l’operato della macchina organizzativa disposta dallo stato per fronteggiare la pandemia.

Guerra e democrazia

Come scrisse nel 1917 una famoso sociologo tedesco, Johann Plenge, la Prima guerra mondiale aveva messo in soffitta le parole d’ordine della Rivoluzione francese – libertà, fraternità, eguaglianza – sostituendole con la triade, “dovere, ordine, giustizia”. Seppur non nei termini che si verificarono un secolo fa per ampiezza e profondità anche oggi nella lotta al Covid-19 riemerge un ripiegamento verso la delegittimazione del pensiero critico, sia che  invochi la centralità del parlamento, sia che  revochi in dubbio la strategia seguita per combattere l’epidemia o metta in guardia dalla necessità di evitare che  il “tutti a casa” diventi un messaggio securitario. In sostanza come  nella guerra vera anche in questa “metaforica” si ripresenta  quella tendenza alla diffusione dello “spirito gregario” – cioè quella  “sete di obbedienza”  tra le masse di fronte all’irruzione dell’imprevisto  – su cui Freud ha scritto pagine memorabili proprio dopo la guerra del ’14 -’18 (Psicologia delle masse e analisi dell’io, 1921) –  che fa sembrare Conte l’erede di Churchill e fa perdere di vista la tutela dei principi dello stato di diritto e della democrazia liberale.

L’economia di guerra

Ma dove la centralità dello stato si è affermata con maggior forza durante le guerre è stato nel campo dell’economia, tal punto che è stata elaborata l’espressione “economia di guerra”. Lo stato, attraverso enti costruiti ad hoc,  si mette al centro del processo produttivo facendosi promotore dello sviluppo delle forze produttive, attraverso la crescita abnorme della domanda pubblica, centralizzando così il mercato e annullando al concorrenza: enormi investimenti pubblici stimolarono lo sviluppo industriale e la ricerca tecnologica per la produzione bellica  affidata al sistema delle imprese private, obbligate a produrre per conto dello stato, in un quadro di rigoroso protezionismo. Molti stati, tra cui l’Italia, divennero paesi industriali proprio per il balzo in avanti produttivo che lo “stato imprenditore” impose all’economia nazionale sacrificando tutto quello che non era immediatamente utile all’ “obbiettivo supremo” della guerra.

In questo campo le similitudini tra la pandemia e la guerra si complicano: la guerra novecentesca, pur all’interno di un quadro distruttivo di uomini e cose, è stata uno straordinario fattore di sviluppo industriale, mentre l’attuale pandemia come quelle che l’hanno preceduta, ci configura come un blocco forzato delle attività economica, perché la quarantena di massa di miliardi di persone, chiuse nelle proprie case, paralizza l’economia. Ciò che accomuna i due fenomeni è da un lato il loro carattere eccezionale e abnorme, dall’altro che è lo stesso ente promotore, lo stato, a decretare in un caso un aumento forsennato della produzione e la trasformazione di donne e di uomini in operai della guerra, e nell’altro il blocco totale del lavoro, la chiusura delle aziende e la dissoluzione delle capacità produttive.

Guerre e modelli di sviluppo

Ma l’economia di guerra non è stata solo un grande sforzo produttivo, perché la realizzazione  del  processo di centralizzazione statale dell’intero sistema economico ha comportato una profonda alterazione del capitalismo di matrice liberale, fondato sulla concorrenza e sull’auto-organizzazione degli interessi contrapposti, perché ha modificato radicalmente il rapporto tra stato e mercato, creando una sorta di capitalismo senza mercato interamente dipendente dallo stato, divenuto supremo organizzatore della produzione, ma anche rigido controllore del conflitto sociale e della libera dialettica degli interessi  ritenuti  fenomeni dissipatori di risorse e di energie economiche.  La guerra di fatto aveva generato un modello economico statalista e corporativo che ebbe un lungo itinerario nel XX secolo.

L’eredità della “nazione in armi”, dunque, non fu solo una economia interamente piegata alle logiche del conflitto, la cui riconversione ad una economia di pace fu lunga e dolorosa, ma anche un modello di sviluppo statalista e monopolista nei confronti del quale nei due dopoguerra – quello degli anni 19-21 e quello degli anni 45-48 –  si generarono esiti molti diversi.

Negli anni ’20 quel modello venne proposto da economisti e forze politiche come la chiave di volta per uscire dall’economia liberale e dare vista a una nuova proposta corporativista – un intreccio di «produttivismo» e di «disciplina sociale» – che trovò nel nazionalismo prima e poi nel fascismo i suoi più convinti sostenitori. In nome degli «interessi nazionali»,  lo stato infatti si assumeva l’onere di costruire – e di imporre, se necessario – l’«ordine» nel quale potessero dispiegarsi le forze produttive, favorendo non solo la combinazione degli interessi, ma anche i processi di riorganizzazione di modernizzazione del sistema produttivo; il mercato, liberato da conflitti e concorrenza, poteva ritornare a funzionare come spazio dell’iniziativa privata, sottoposta però anch’essa ai dettami dell’interesse della nazione in mano al decisore politico. Dietro i pugnali e i moschetti degli squadristi, tra il 1921 e il 1922, si delineò questo progetto politico che  ebbe un notevole potere di attrazione nei confronti delle classi dirigenti imprenditoriali e delle classi medie e che dilago a macchia d’olio nell’Europa tra le due guerre.

Nel secondo dopoguerra la costruzione dell’egemonia americana nell’Occidente significò invece il rifiuto di quel modello che era diventato componente essenziale dei fascismi, e il ritorno al libero mercato e all’iniziativa privata, ma in un contesto nel quale lo stato, attraverso il welfare e la redistribuzione dei redditi che esso comportava, rimaneva al centro dei processi di organizzazione e di riproduzione sociale.  Inoltre in alcuni paesi, tra cui l’Italia, i lasciti dello “stato imprenditore” entrarono prepotentemente nella definizione del modello di sviluppo che si impose negli anni del miracolo economico,  con il persistente ruolo di indirizzo di alcuni enti – tra cui l’IRI – che erano una potente eredità  del fascismo,

Economia di guerra e economia di pandemia

Dietro l’espressione “economia di guerra” si nascondono dunque fenomeni molteplici che attengono essenzialmente al rapporto tra stato e mercato che la guerra altera in maniera significativa. E possibile rintracciare la stessa alterazione nel caso del Coronavirus che giustificherebbe la comparazione tra guerra e pandemia?  Abbiamo già visto come questi due fenomeni si comportino in maniera opposta in rapporto allo sviluppo delle forze produttive, ma come emerge dal quello che sta accadendo in questi giorni in tutto il mondo, la pandemia impone allo stato il sostegno massiccio delle economie colpite dalle politiche di quarantena  messe in atto per fermare il contagio. Se con la guerra lo stato promuoveva una crescita forsennata delle capacità produttive per poi distruggere bombe e cannoni nei combattimenti, con la pandemia lo stato deve sostenere le imprese, alle quali chiede di bloccare la produzione, e la forza lavoro  a cui impone di non lavorare. Ma è evidente che questo processo trasforma lo stato in effettivo organizzatore del sistema economico sostituendosi alle autonome dinamiche del mercato. E come nelle guerre questo intervento si trasforma in debito pubblico, cioè accollando alle future generazioni i costi di questa catastrofe: sia che essi siano buoni del tesoro nazionali, come quelli che tutti gli stati emisero per fare fronte alle spese di guerra, durante la Prima e la Seconda guerra mondiale, o che siano eurobond o interventi della BCE a sostegno del sistema bancario, non cambia la loro natura di debiti che lo stato contrae per fare fronte all’emergenza.

Dalla pandemia si uscirà, dunque, con più debito pubblico, come accadde dopo le due guerre mondiali, e con un prepotente ritorno dello stato nell’economia, abbandonando i rigori antistatalisti del neoliberismo.

La risorsa europea

Ma cose emerge dall’esperienza bellica l’apparato statale messo in campo per reggere l’impatto dell’evento straordinario ebbe una evoluzione ben diversa nei due dopoguerra: nel primo caso quell’apparato fu messo al servizio di una progetto politico autoritario di matrice panstatalista, che assunse la guerra come modello di ridefinizione dell’identità collettiva; nel secondo venne sostanzialmente smantellato per ridare spazio all’economia di mercato all’interno della quale si collocò l’intervento pubblico con finalità sociali di stampo egualitario. La prima soluzione dell’alternativa, anche se nello scacchiere internazionale non esistono forze che esplicitamente si rifacciano a modelli corporativisti  fa parte comunque della tradizione politica del  nazionalismo, anche nella sua attuale variante sovranista,  e del populismo,  laddove evoca il ritorno dello stato dispensatore di sussidi e nazionalizzatore, che per “salvare la nazione” si sostituisce al mercato. La storia insegna inoltre che questo approccio sta in piedi in un sistema di scambi internazionali dominato dal protezionismo, come negli anni trenta.

La seconda soluzione invece evoca l’europeismo e una società aperta,  laddove lo stato  nell’emergenza  sostiene l’impresa perché ritorni a produrre ricchezza e a dare lavoro e protegge i lavoratori soprattutto attraverso politiche pubbliche che ne favoriscano la reimmissione nel mercato del lavoro: date le dimensioni del cataclisma l’Unione europea si rivela la principale risorsa a disposizione per non precipitare nel vuoto, perché nessuno degli stati europei è in grado di governare la ricostruzione postpandemica da solo e men che meno l’Italia. Era già accaduto nell’immediato secondo dopoguerra: per fare la pace, metter al sicuro il ritorno alla democrazia  e uscire dal baratro economico della guerra l’unica ancora di salvezza era l’Europa come avevano previsto quei giovani visionari imprigionati nel carcere di Ventotene.

Noi, il SARS-CoV-2 e molto altro: storie di prede e predatori

Contributo di Luca Lambertini

Scrivo queste note per unirmi agli interventi La Salute è Unica di Alessandra Scagliarini, Previsioni, profezie e modelli ai tempi del Coronavirus di Ignazio Drudi e Reazioni a catena diEmanuele Ghedini. In breve, cercherò di spiegare come e perché mi sono inserito nella loro scia.

La Natura ci ha regalato il pianeta che abbiamo, e per ora non sappiamo se un evento del genere sia stato, è o sarà possibile anche altrove, essendo troppi gli interrogativi che attendono ancora una risposta.

Tuttavia, la Natura è anche un killer dotato di una creatività eccezionale, e dispone di un’urna di enormi dimensioni piena di palline di tutti i colori. E ogni colore (ad esempio, il grigio) può avere non 50 ma infinite sfumature, e questo vale anche per le palline dipinte per non-colori come il bianco e il nero. Stavolta la Natura ha estratto una pallina decisamente nera, per quanto non la più nera di tutte.

Cosa c’entriamo noi? Be’, la stiamo sfidando a farlo da decenni, in particolare dalla ricostruzione iniziata dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, che ha segnato un’accelerazione e un’intensificazione dei nostri maltrattamenti all’indirizzo del pianeta, iniziati due secoli e mezzo fa abbondanti, con la prima rivoluzione industriale.

L’estrazione delle palline è sempre avvenuta, ma quello che stiamo facendo aumenta la probabilità che (a) la Natura ne estragga una nera, (b) il nero di cui è dipinta sia più intenso, e (c) questo tipo di estrazione diventi più frequente.

In questi anni – ma sarebbe stato meglio iniziare molto prima – stiamo discutendo di ciò che dovremmo fare per realizzare i contenuti programmatici dell’Accordo di Parigi affinché tra ottant’anni non accada qualcosa di irreparabile. Come dire che sappiamo – e con “sappiamo” mi riferisco alle conoscenze scientifiche di cui siamo in possesso, non a qualcosa che “crediamo sia vero” – a cosa andiamo incontro, e abbiamo tre decenni per rimediare. Quello che stiamo vivendo ora è un evento diverso, perché a una data qualsiasi una pandemia ha una probabilità molto bassa di verificarsi, ma è quasi certo che si verifichi nel lungo periodo (a patto che sia sufficientemente lungo).

Ed è una risposta probabilistica della Natura al nostro atteggiamento ingrato e anche scandalosamente miope, considerando appunto che collettivamente non pensiamo praticamente mai al fatto che possa aumentare la probabilità di cui sopra. Tutto questo vuol dire che la nostra posizione politica, scientifica ed economica nei confronti della pandemia che ci sta colpendo fa parte integrante del volume di riflessioni e azioni che dobbiamo sviluppare per affrontare e risolvere il problema del mutamento climatico, sotto il cui ombrello rientrano la governance di un sistema economico globale, il progresso tecnico, le migrazioni, la siccità, la carestia, la diseguaglianza

Non siamo disarmati. In particolare, sappiamo rappresentare la dinamica di un’epidemia o di una pandemia con strumenti matematici analoghi a quelli che, oltre a descrivere la reazione a catena in un reattore o la crescita di una popolazione biologica limitata solo dalla capacità di sostentamento del suo habitat naturale, catturano anche la diffusione di innovazioni e dei messaggi pubblicitari in una popolazione di consumatori.

E fanno anche di più, perché con piccole variazioni descrivono anche l’interazione ostile tra popolazioni biologiche, in quello che è noto come modello “preda-predatore” a partire dai lavori di Alfred Lotka (1925) e Vito Volterra (1931), basati sul lavoro di Verhulst (1838) citato da Ignazio Drudi. Il modello di Lotka e Volterra nasceva per descrivere l’interazione tra (ad esempio) leoni e gazzelle, ma spiega anche il nostro sfruttamento delle risorse naturali.

Con una differenza: mentre i leoni smettono pro tempore di uccidere, noi non smettiamo di sfruttare il pianeta, comportandoci sistematicamente come i cacciatori di bisonti in Nord America e i balenieri nei sette mari, spingendo troppo spesso le specie biologiche oltre l’orlo dell’estinzione.

Il punto è che nel racconto di queste vicende noi siamo i predatori e il resto della vita sulla terra è una lunga serie di prede. In questo momento ci troviamo a ricoprire il ruolo della preda, e il SARS-CoV-2 è il predatore, che ha come unico scopo la propria riproduzione tramite noi.

La variazione sul tema Lotka-Volterra che descrive l’andamento di una epidemia è noto (che io sappia) almeno a partire da Kermack e McKendrick (1927), e contempla una malattia infettiva (il predatore) che percorre come un’onda che prende la forma di un gruppo di individui infetti una popolazione di individui suscettibili (le prede), che possono restare sani (o essere immuni, in piccola percentuale), diventare positivi ed eventualmente guarire, cronicizzarsi o perdere la vita.

La curva logistica al modo di Verhulst, Lotka e Volterra che appare nel primo grafico mostra l’andamento della popolazione suscettibile (S), percorsa dal fronte d’onda infettivo (I). La z sull’asse orizzontale può rappresentare il tempo o lo spazio, o entrambi (perché entrambe le popolazioni evolvono nel tempo ma sono distribuite nello spazio: non voglio tediarvi con dettagli formali).

Il punto (z, S) in cui cambia l’andamento della curva, che da convessa diventa concava (e quindi “rallenta”) è il punto (di flesso) in corrispondenza del quale la logistica raggiunge il massimo tasso di crescita. Poi la popolazione suscettibile continua a crescere, ma, appunto, più lentamente, fino a stabilizzarsi a lungo termine in corrispondenza di una dimensione massima Smax il cui volume può dipendere da molti fattori (tra cui l’intensità e la frequenza delle connessioni interpersonali locali e internazionali, si badi bene). Siccome spesso si discute del “picco”, di cosa si tratta? Non è altro che lo specchio della Figura 1 tradotta in altri termini, quelli che appaiono nel secondo grafico.

Nella Figura 2 appare la curva del tasso di crescita istantaneo dS/dt che caratterizza la logistica della Figura 1, e il tasso massimo viene raggiunto in corrispondenza di S, che è la stessa S corrispondente al flesso della logistica.

Passare per il flesso o raggiungere e poi oltrepassare il picco sono due affermazioni equivalenti, che però non significano che poi il problema sia risolto, perché stabilizzare la dimensione della popolazione aggredita dall’epidemia o pandemia è un processo che richiede tempo. Non sappiamo ancora se stiamo scollinando oppure no, ed è per questo che dobbiamo rimanere in casa il più possibile, perché qualsiasi rilassamento potrebbe avere l’effetto di rimettere in moto la dinamica della pandemia.


Approfondimenti bibliografici

Lotka, A.J. (1925), Elements of Physical Biology, Philadelphia, Williams and Wilkins.
Kermack, W.O. e A.G. McKendrick (1927), “Contributions to the Mathematical Theory of Epidemics”, Proceedings of the Royal society of London, A, 115, 700-721.
Verhulst, P.H. (1838), “Notice sur la loi e la population poursuit dans son accroissement”, Correspondences Mathématique et Physique, 10, 113-121.
Volterra, V. (1931), “Variations and Fluctuationsof the Number of Individuals in Animal Species Living Together”, in R.N. Chapman (a cura di), Animal Ecology, New York, McGraw-Hill.

La ricerca di base ai tempi del coronavirus

Contributo di Fabrizio Ghiselli

Pandemia.

Non è la prima volta e non sarà l’ultima.

Ce lo dicono la Storia e la Scienza, due campane alle quali siamo generalmente piuttosto sordi, per poi ritrovarci ad additare come “Cassandre” chi invece vi presta attenzione. Recentemente, per ovvi motivi, è tornato molto popolare un TED talk di Bill Gates, registrato nel 2015 ed intitolato: “The next outbreak: we’re not ready”. Ma possiamo anche andare ulteriormente indietro negli anni e “scoprire” che l’epidemiologo Larry Brilliant (nomen omen?) nel 2006 aveva espresso grande preoccupazione per l’arrivo di una assai probabile pandemia. Sempre in questi giorni (perché col “senno di poi” siamo bravissimi) vengono “riesumati” sui social media persino articoli scientifici come questa review, pubblicata nel 2007 su Clinical Microbiology Reviews ed intitolata “Severe Acute Respiratory Syndrome Coronavirus as an Agent of Emerging and Reemerging Infection” che termina con un chiaro ammonimento sulla necessità di essere preparati alla comparsa e diffusione di nuovi virus SARS-CoV-like. Ci sono stati persino dei bestsellers che si sono occupati dell’argomento pandemia, come “A planet of viruses” di Carl Zimmer (2011) e “Spillover” di David Quammen (2012). Peste, influenza “Spagnola”, SARS, MERS, H1N1, ebola, zika… Sono tutte parole che la maggior parte di noi conosce molto bene, ma in quanti prima di qualche settimana fa si preoccupavano dell’eventualità che un evento simile potesse colpirci e cambiare per sempre le nostre vite? Eppure non è mai stato in dubbio: era una questione di quando sarebbe accaduto, non se.

Il problema della nostra “memoria corta”—che trovo incredibilmente fastidioso, per usare un eufemismo—lo lascio volentieri agli Storici; per professione sono decisamente più preparato a parlare della “campana” scientifica. In particolare, vorrei cogliere questa occasione per sottolineare l’importanza di un tipo di ricerca spesso dimenticato, sicuramente sottovalutato se non addirittura deriso: la ricerca di base. Da quando è iniziata questa emergenza abbiamo assistito ad un veloce “riavvicinamento” della società e dei media alla Scienza e se da un lato questo è sicuramente positivo, dall’altro lo trovo molto curioso visto che veniamo da un periodo in cui pseudoscienza e movimenti antiscientifici spopolano ovunque (dove sono i no-vax ora?). Persino un fiero oppositore della Scienza come Donald Trump—che tanto ha fatto per affossare la ricerca scientifica statunitense—ora si rivolge agli scienziati chiedendo velocemente un vaccino, come riporta H. Holden Thorp, Editor-in-Chief della rivista Science in un recente editoriale. “Do me a favor, speed it up, speed it up”, avrebbe detto ai ricercatori.

Non funziona così.

Le innovazioni scientifiche (prima) e quelle tecnologiche (poi) vengono da lontano e richiedono un costante impegno da parte dell’intera comunità scientifica per anni, non giorni. Da parte di tutti gli scienziati, non solamente di chi lavora—per fare esempi molto calzanti in tema di pandemia—nella ricerca biomedica o epidemiologica.

Possiamo distinguere la ricerca scientifica in ricerca di base e ricerca applicata. La ricerca applicata serve a sviluppare soluzioni scientifiche e tecnologiche che risolvano un problema specifico, o che rispondano ad una precisa necessità. La ricerca di base serve a colmare lacune di conoscenza, ma non ha finalità facilmente identificabili a breve-medio termine. Chi fa ricerca di base non può prevederne l’impatto o i risultati perché si muove in ambiti ignoti. Tuttavia, la ricerca di base è indispensabile e pone le fondamenta per la ricerca applicata. Possiamo usare un’analogia: la ricerca scientifica è come un albero (vd figura). Le radici, il fusto ed i rami principali sono la ricerca di base, i rami periferici la ricerca applicata e i frutti le applicazioni. Le scoperte scientifiche e le conseguenti innovazioni tecnologiche derivano spesso da aree di ricerca insospettabili. La ricerca di base porta a risultati inattesi—da cui la sua imprevedibilità—e le scoperte casuali e fortuite sono all’ordine del giorno. Un esempio? La green fluorescent protein (GFP, proteina fluorescente verde) è una proteina espressa nella medusa Aequorea victoria (in foto) ed è diventata negli ultimi decenni un diffuso strumento per esperimenti e tecniche di biologia molecolare ampiamente utilizzati anche in campo biomedico. Se non ci fosse stato qualcuno interessato a capire come funzionasse la bioluminescenza nelle meduse, non si sarebbe potuta sviluppare questa importante tecnica.

Ma cosa c’entra la ricerca di base con la lotta al coronavirus? Ci sono moltissime conoscenze—risultato di ricerche in ambiti anche molto lontani dalla virologia e dalla medicina—che vengono costantemente utilizzate in questa emergenza (a tal proposito si è espressa anche la Prof.ssa Elena Cattaneo, Senatrice a vita, sul Messaggero). Prendiamo per esempio lo studio della diffusione di SARS-CoV-2 riportato da Nextstrain, un progetto Open Source che riporta dati genomici su potenziali patogeni. Gli strumenti di generazione, analisi ed elaborazione dei dati sono il frutto della ricerca nel campo dell’evoluzione biologica, della matematica, della statistica, della biochimica, della biologia molecolare, solo per citarne qualcuno. E questi strumenti, queste conoscenze, derivano da ambiti “insospettabili” come la Zoologia o la Botanica, da ricercatori che passano la propria vita a studiare “i fiori” o “i vermi”. Il punto—che spesso mi trovo a dover sottolineare con chi, incuriosito, mi chiede “a cosa serve” studiare le formiche o le vongole—è che la ricerca di base in ambito biologico è focalizzata allo studio dei processi, non degli organismi in sé. E questi processi sono importanti anche per chi lavora in ambito applicato (“Voglio fare il Medico, perché devo perdere tempo a studiare l’evoluzione?”).

Newton disse: “Se ho visto più lontano, è perché stavo sulle spalle di giganti”. Nel momento in cui iniziamo a studiare e a fare ricerca, stiamo salendo sulle spalle di “giganti” e di tantissime persone “normali” che prima di noi hanno contribuito con un mattoncino, anche piccolo, alla costruzione del palazzo della conoscenza. La ricerca di base fornisce il materiale per alimentare la creatività e l’inventiva di chi lavora per risolvere problemi e necessità pratiche, permettendo loro di trovare soluzioni prima impensabili.

Le specie hanno vita relativamente breve. Per esempio nei mammiferi la durata media di una specie, dall’origine all’estinzione è di 1 milione di anni. Un attimo, se consideriamo che la Terra ha circa 4540 milioni di anni. La nostra specie non è immune ai meccanismi che portano al declino e all’estinzione (per esempio l’insorgenza di patogeni), ma—unico caso su questo pianeta—ha sviluppato qualcosa che potrebbe estendere la sua permanenza: la tecnologia. Ma la tecnologia va usata con memoria e lungimiranza, due caratteristiche che, come scrivevo in apertura, non sembrano caratterizzare la nostra specie, al momento. Impariamo dal passato e guardiamo oltre gli interessi a breve termine. Prendiamoci cura del pianeta, studiamo la natura per capirla e convivere con essa. Non illudiamoci di poterla ignorare o, peggio ancora, dominare.

«Tana libera tutti»: oltre lo sciamano, la politica.

Scienza, comunicazione pubblica e tempo delle decisioni

Contributo di Pina Lalli

Da giorni la comunicazione corre sul web, rendendo possibile celebrare il legame sociale attraverso lo scambio di messaggi e informazioni, o persino organizzando flash mob collettivi su balconi e condomini: eventi controversi a metà strada tra il folklore e i rituali festivi, che a taluni paiono poco congruenti in un momento difficile e doloroso, mentre per altri costituiscono una cerimonia importante per rinsaldare un’appartenenza collettiva.

I colori della bandiera italiana si sono accesi in vari Stati del mondo, spesso oltre le frontiere europee.

Nello stesso tempo, altrove hanno circolato per un po’ i soliti luoghi comuni sull’inefficienza o la scarsa voglia di lavorare degli italiani.

All’epidemia talora si è affiancata quella che i francesi chiamano infodemia, vale a dire la circolazione di notizie tendenziose e spesso false, che contamina e rende ancor più difficile da accettare l’intrinseca indeterminazione del sapere scientifico, alle prese con dibattiti, evidenze da rilevare e interpretare, modelli teorici da mettere alla prova con questo o quell’algoritmo di previsione

Viziati dalla moda della divulgazione ad ogni costo e dalle ricette impartite dall’esperto comunicatore di turno, avevamo finito per dimenticare (e far dimenticare) che la scienza di rado si nutre di certezze. Non è magia. È dibattito, ricerca, ipotesi, messa in discussione, esercizio oculato del dubbio, rilevazione attenta del dato empirico. Per arrivare a conclusioni, certo, ma con la consapevolezza che esse sono comunque parziali, perché derivanti da dati e argomentazioni esposti costantemente a verifica: «per quanto sinora sappiamo», «dobbiamo verificare», sono ritornelli che spesso riecheggiano nei salotti televisivi abitati in questi giorni da medici, virologi, scienziati a cui spesso si rivolgono domande in cerca di certezze su «Posso fare in sicurezza questo o quello?».

Il giornalista, impersonando il pubblico, spesso interrompe ragionamenti troppo lunghi che mal si adattano alla velocità imposta al mezzo televisivo minacciato dal telecomando.

Le conclusioni alle quali lo scienziato arriva sono dense di temi proprio perché argomentate ed evidence based: si offrono come base importante e talora anche come strumento prezioso grazie a cui poi occorre assumere decisioni. Ho sentito in questi giorni qualche leader politico dire: «Su questo non ho competenza, decideranno gli scienziati».   Come se ogni decisione non sia e non debba essere in primo luogo politica, nel senso primario della parola polis che a mio parere si coniuga su di un livello collettivo e di responsabilità e accountability (rendicontabilità e narrazione) collettiva.

La consulenza scientifica offre argomentazioni ed evidenze come base stavolta indispensabile per la presa di decisione. Ma attenzione a non confonderla con il mito tecnocratico, da un lato, e con la stregoneria dall’altro. Il consiglio scientifico è diverso tanto dall’oracolo quanto dallo sciamano

E a decisioni storiche sono oggi chiamati in particolare i leader italiani ed europei.

Con amarezza, invece, in questi giorni ho visto tentennare la cittadinanza europea. Sprofondata e confusa, talvolta, e tendenziosamente, in divergenze tecniche o scientifiche, quando a divergere sono spesso stati protagonismi individuali dei leader o spinte di gruppi d’interesse (economico).

«Tana libera tutti»: da piccoli, era una frase importante che giocando a nascondino qualcuno poteva gridare dopo aver raggiunto la meta per salvare gli altri giocatori e far perdere «chi stava sotto».

Ora, rimanendo nella metafora, rivolgo un appello speciale a Christine (Lagarde) e Ursula (von  der Leyen).

«Chi  sta sotto» oggi  è un Giano bifronte: pandemia e antieuropeismo nello stesso tempo. Se vogliamo farlo perdere occorre che le nostre due donne leader smettano di sentirsi in primis franco-tedesche ed esprimano a gran voce quel che la loro posizione richiede: l’appartenenza alla squadra europea,  a una cittadinanza europea che non è solo di facciata.

Non si tratta di fare appello ad una mera solidarietà per difendere chi sia supposto essere debole o bisognoso: la posta in gioco è l’Unione Europea. Non possiamo permetterci di ripetere l’errore – di cui ancora come cittadina europea provo vergogna  – compiuto nei  confronti  di bambini e concittadini  greci, quegli  stessi  dai quali  paradossalmente oggi, dopo averne acuito disuguaglianze insostenibili, ci  attendiamo diano da soli accoglienza ai milioni  di profughi che chi avevamo prezzolato per contenerli ci spinge alle porte. 

Può darsi che per l’Occidente e per l’Europa arrivi la fine di un sogno e di un dominio sul mondo globale. Può darsi che pagheremo caro i frutti del nostro colonialismo imperialistico e post-imperialistico. Può darsi che il neoliberismo capitalistico fagociti anche questa crisi e faccia vincere solo un piccolo manipolo di nuovi ricchi.  Può darsi che l’Unione sia poco fornita di attrezzi sovranazionali. Oppure può accadere che capiremo meglio cosa voglia dire Ebola nei paesi del continente africano, quelli che oggi non vogliono essere «coronovizzati» dagli europei.

O ci renderemo conto di quanto sia importante investire in ricerca (e sanità pubblica) sempre e comunque, e non solo quando Dengue o Zika o Covid-19 arrivano in Europa.

Tuttavia, a parte i vari possibili scenari su cui ognuno di noi può mettere alla prova questa o quella profezia, possiamo e dobbiamo chiedere ai nostri parlamentari europei, alla Commissione Europea, alla Banca Europea, al Consiglio Europeo che riunisce i vari governi nazionali di rimanere «sul pezzo», come dicono a Bologna. Consapevoli sino in fondo del compito storico che in questo momento spetta loro: molto del nostro futuro dipende anche da come sapranno assolverlo.