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Le 4 T antivirus

Contributo di Bruno Giorgini

Per il contrasto dinamico dell’epidemia in corso d’opera propongo di espletare tre azioni successive in un unico quadro. Prima di tutto Testare, in secondo luogo Tracciare, il terzo passo: Trattare, nel quadro di una Trasparenza assoluta (quasi).*

É autoevidente che quanti più test (tamponi) vengono fatti ai singoli, tanto più la mappa dell’epidemia sarà definita con precisione. Diciamola in altro modo: quanto più le condizioni iniziali saranno estese su tutto lo spazio epidemico, tanto più potremo disegnare l’evoluzione della malattia. In altro modo ancora: quanto più saranno definite le condizioni al contorno (boundaries conditions) tanto più potremo tracciare le traiettorie diffusive del contagio.

Questi test ci permetteranno di fare una partizione realistica nell’insieme dei soggetti considerati, dividendoli in positivi con sintomi, positivi asintomatici, suscettibili negativi (al momento della misura), immuni e/o immunizzati, quiescenti.

tracciare gli spostamenti per archiviare informazioni sul coronavirus può compromettere la privacy dei singoli

Il secondo passo è il tracciamento delle singole particelle del sistema. E delle loro interazioni con altri componenti elementari (individui). É la parte forse più delicata della misura perchè rischia di indurre una più o meno marcata violazione della privacy e delle libertà, a cominciare dalla libertà di movimento che, come sappiamo almeno dai tempi di Aristotele, è la madre di ogni libertà.

Quando l’osservatore segue il soggetto lungo un arco di tempo, e ne disegna la traiettoria nonchè gli incontri, con chi dove quando e per quanto tempo, inviando un segnale nel caso in cui il nostro abbia incrociato un individuo positivo (ovvero portatore di un possibile contagio) è ovvio che la sua privacy non esiste più, è cancellata .Ma, seppure egli non avesse la ventura di una relazione “pericolosa” per la sua salute, il suo cammino e le sue interazioni sarebbero comunque state osservate e registrate da un “estraneo”. Qui si può fare la scelta di cancellare subito i dati, perdendo una gran parte dell’informazione, oppure di tenerli per studiarli assieme a tutti gli altri raccolti (perchè non soltanto le traiettorie “sporche” ma anche quelle “pulite” contribuiscono alla dinamica statistica dell’epidemia). Con un impegno, un patto d’onore tra “raccoglitori” e “raccolti”, che questa massa di informazioni verrà distrutta dopo un certo tempo. Importante in questa fase sarà la Trasparenza di ogni passo e azione, che va raccontata e spiegata al cittadini in modo chiaro e esaustivo, senza cedere alle tentazioni da talk show dei molti scienziati di cartone che hanno in queste settimane occupato i palcoscenici della società dello spettacolo. La peggiore essendo che di vite umane si discuteva.

É evidente che i dati, sia quelli globali nel caso in cui si decida di conservarli tutti, che quelli parziali ove si mantengano solo quelli che segnalano una o più relazioni “pericolose” tra i componenti il nostro insieme di partenza, dovranno essere custoditi  da un garante singolo e/o collettivo, investito in questa funzione dal Presidente della Repubblica, e/o dal Presidente della Corte Costituzionale.

 A mo d’esempio io penserei all’Università, una o più riunite in consorzio, sia per raccogliere i dati, che per analizzarli, e infine custodirli. Così a occhio mi vengono in mente la Statale di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la Sapienza di Roma e la Federico II di Napoli.

L’Università Pubblica per alcuni motivi chiari e, a mio avviso, cogenti. Si tratta di una struttura per l’appunto pubblica, un Bene Pubblico non a fini di lucro (quando sento parlare di Google e/o Apple per la bisogna, aziende private in funzione del profitto che incamerano i dati sanitari e altri di mezzo popolo italiano, rabbrividisco). In secondo luogo sul piano scientifico tutte queste istituzioni di studio e ricerca hanno un know how ampio e d’avanguardia per la raccolta e lo studio dei Big Data, in alcuni casi come a Bologna di assoluta eccellenza mondiale nel campo. In terzo luogo un tale progetto potrebbe mobilitare energie anche giovani aprendo orizzonti sterminati di scienza, e last but not least darebbe all’Università Pubblica un ruolo sociale di primo piano riconosciuto dall’intera cittadinanza (finalmente!).

analisi dei dati tracciati per l'analisi del coronavirus potrebbe compromettere la privacy dei singoli

Una volta che i dati e i tracciati siano raccolti, arriva il momento del trattamento. In un duplice senso. Uno riguarda proprio ciò di cui abbiamo già parlato, cioè il trattamento e l’analisi dei dati (Big Data). Ma l’altro, sul piano sanitario diretto riguarda il trattamento per l’individuo che abbia incrociato un soggetto positivo. Testandolo, mettendolo in isolamento a casa, seguendolo dal punto di vista terapeutico dall’inizio dell’infezione, quando infezione ci sia. Il che probabilmente ridurrebbe il numero dei ricoverati in ospedale.

Certo per questo deve esistere una ramificata e efficace medicina territoriale in grado di visitare e seguire i pazienti a casa. Una rete di protezione i cui nodi dovrebbero essere in primis i medici di base (o di famiglia, come si preferisce) e quindi i poliambulatori laddove siano attivi.


*Le tre T sono anche state proposte da Fausto Tomei il quale quasi ogni giorno, spesso con Giorgio Parisi, è andato tracciando utili e chiarissimi grafici che hanno raccontato l’evoluzione dell’epidemia.

Didattica online: quale riconfigurazione del nostro lavoro di insegnanti?

Contributo di Amina Crisma

Da tredici anni insegno come prof. a contratto Filosofie dell’Asia orientale al Dipartimento LILEC, corso di Laurea LMCA; la riflessione che tento di proporvi in queste brevi righe non ha l’ambizione di offrire risposte, ma intende semplicemente porre all’attenzione di tutti alcuni problemi e alcune domande. Credo sia importante – più importante che mai – il pubblico e condiviso interrogarsi, come irrinunciabile esercizio di democrazia, in un momento in cui la tragica emergenza in cui stiamo vivendo ci costringe tutti quanti in un inevitabile stato di eccezione che sospende molte delle nostre prerogative costituzionali. Quando e come ne usciremo, non è già scritto, ma determinate tendenze generali che in varie e diverse sedi si esprimono  mi appaiono piuttosto inquietanti; mi preoccupa molto, ad esempio, assistere sui media a enfatiche celebrazioni della presunta efficacia di un modello autoritario di gestione della pandemia, quando invece, mi sembra, gli esempi migliori in tal senso ci vengono da alcuni paesi di democrazia rappresentativa (la Corea del Sud, Taiwan, la Germania) fra i quali appare particolarmente interessante, per la sua valorizzazione della medicina territoriale e di base, l’esempio tedesco. Noto en passant che agli apologeti del “dispotismo asiatico” andrebbe ricordato che sono meccanismi autoritari quelli che hanno ritardato di ben due mesi un’adeguata cognizione della natura dell’epidemia, che un medico eroico di Wuhan che ne restò vittima quale Li Wenliang fu il primo a denunciare.

È questo drammatico contesto lo sfondo in cui avviene la radicale riconfigurazione del nostro lavoro in termini di didattica online. Una riconfigurazione dettata dall’emergenza, appunto, dallo stato d’eccezione; ma siccome si tratta di uno stato d’eccezione di cui ignoriamo la durata, e che potrebbe perfino diventare per un periodo indeterminato una sorta di “anomala normalità”, credo convenga farne oggetto di una considerazione adeguata e di un dibattito condiviso.

Questo mio discorso si basa sull’esperienza personale di didattica online che sto facendo, su confronti e conversazioni con colleghi e interlocutori, e attinge inoltre agli spunti contenuti in un articolo di Renata Pepicelli “L’Università senza corpi” apparso su Il lavoro culturale del 14 aprile, di cui consiglio a tutti vivamente la lettura.

didattica a distanza, online

A mio parere, è un testo esemplare, che tematizza in modo articolato la questione della didattica a distanza: ne riconosce determinati pregi (è indiscutibile che essa ci ha permesso di proseguire l’insegnamento in una situazione di eccezionale difficoltà), ma ne sottolinea al contempo le molteplici e non irrilevanti implicazioni problematiche. A cominciare dal fatto che essa accentua le differenziazioni e le disparità: fra gli studenti (non tutti hanno accesso a connessioni affidabili) e fra i docenti (ad esempio, come sono stata resa edotta da personale esperienza, i docenti a contratto non hanno l’accesso free a risorse quali Office 365 di cui liberamente fruiscono tutti i docenti strutturati: una discriminazione davvero incomprensibile, soprattutto in questa temperie di emergenza nazionale e sovranazionale). Ulteriori versanti controversi, che rivestono anche implicazioni giuridiche non irrilevanti, riguardano l’uso dei dati e il controllo dei medesimi, la privacy, la proprietà intellettuale, la libertà di insegnamento e molto altro ancora (non appare in tal senso questione di poco conto il fatto che per effettuare la didattica online dobbiamo servirci di piattaforme di proprietà di una grande corporation). Tutti questi aspetti sono rilevanti e meritano attenta considerazione, ma risultano in qualche modo accessori rispetto al problema cruciale che riassumerei così:

in quale misura e in quali modalità la didattica online ristruttura e riconfigura il nostro ruolo di insegnanti, e la natura della nostra interazione dialogica con gli studenti?

Non si tratta di un passaggio irrilevante, scontato e per così dire “ovvio e normale”. Si tratta di un transito dalle dense implicazioni problematiche, di cui credo occorra essere pienamente consapevoli. Nelle parole di Renata Pepicelli, che sottoscrivo toto corde:

è estremamente pericoloso pensare a una dematerializzazione dell’insegnamento e dell’apprendimento. La tecnologia è un mezzo che può essere potente e molto utile, ma non può sostituire i corpi, la forza dell’alleanza dei corpi, per dirla con Judith Butler. La didattica, anche quella universitaria – non solo quella scolastica -, è fatta di corpi, di sguardi, di interazioni comportamentali. Una buona didattica la si fa insieme docenti e studenti mettendo in campo non solo i cervelli, ma anche i corpi. I corpi parlano e sostengono la circolarità dei saperi e il loro apprendimento. Non ci può essere un’università senza corpi, dove il sapere è dematerializzato e il suo apprendimento decontestualizzato, trasportato in luoghi falsamente neutri. L’università è contatto, contaminazione, trasmissione di conoscenze, emozioni e passioni.

Ricordare tutto questo non equivale a demonizzare la didattica online; significa soltanto dichiararne i limiti, non farne un’acritica celebrazione, non ideologizzarla quale presunta onnipotente e onnipresente soluzione a ogni problema; significa usarla laicamente, e non dogmaticamente. C’è un bel motto di un celebre classico cinese, il Zhuangzi, che ben si presta a riassumere quanto intendo dire: “dobbiamo usare le cose, e non farci trasformare a nostra volta in cose da esse”. In base a quella che è finora la mia esperienza, intravedo una strutturale ambivalenza di potenzialità nella didattica online: da una parte, un suo uso attentamente contestualizzato che valorizzi la soggettività dei docenti e degli studenti può offrire fertili possibilità dialogiche, di reciproca interazione, di creativa esplorazione di percorsi di lettura e di ricerca; dall’altra, una sua utilizzazione reificata e reificante potrebbe ridurre il nostro ruolo a mera erogazione meccanica di schemi decontestualizzati, semplificati e standardizzati, da cui sarebbe cancellata ogni percezione della problematica complessità del mondo: una percezione forse oggi più che mai necessaria, a fronte degli scenari distopici in cui oggi ci troviamo a vivere.

Alcune riflessioni sulla qualità dei dati statistici e sul rispetto/rilassamento della normativa attuale sulla privacy

Contributo di Sergio Brasini

Mai come in questi giorni la comunità degli statistici e, più in generale, dei ricercatori di numerose aree disciplinari si sta prodigando nella messa a punto e condivisione di modelli e strumenti di analisi, per poter essere di aiuto nella comprensione dei ritmi di diffusione della pandemia da Covid-19 e per elaborare previsioni sulla sua probabile evoluzione. Siamo riconoscenti a Protezione civile per aver adottato una politica trasparente e lungimirante di messa a disposizione degli studiosi di dati aggiornati su base giornaliera e già predisposti in formato machine readable. Al tempo stesso, ritengo opportuno fare una riflessione sulla qualità intrinseca di questi dati, perché sappiamo bene che è ormai ampiamente condiviso il cosiddetto principio del garbage in, garbage out.

In una recente intervista Monica Pratesi, Presidente della Società Italiana di Statistica, ha sottolineato come i dati attualmente comunicati da Protezione civile denotino una “assenza di progettazione concettuale” che sia in grado di guidarne poi la comprensione e l’interpretazione, sia da parte del pubblico più vasto dei cittadini, sia soprattutto da parte dei decisori pubblici. La lettura dei molti dati a disposizione è – ricorrendo di nuovo le parole di Pratesi – “spesso confusa, contraddittoria e disorientante”. Vorrei fare a questo proposito alcuni esempi concreti.

Ogni giorno Protezione civile comunica di quanto siano aumentati i pazienti attualmente positivi, lasciandoci presumere che questo dato corrisponda al numero dei nuovi contagiati. Ma non è esattamente così. Per determinare quanti siano davvero i nuovi contagiati del giorno è necessario partire dalla differenza tra pazienti attualmente positivi del giorno medesimo e del giorno precedente, sommando poi le variazioni giornaliere dei deceduti e dei dimessi/guariti. Si tratta di un punto di ambiguità molto rilevante. Proprio sulla base dei numeri parziali relativi ai nuovi contagi giornalieri sono state realizzate nelle ultime settimane molte analisi – talvolta da parte di studiosi di grande autorevolezza – che anche per questo motivo hanno prodotto però esiti modesti.

Una seconda ambiguità riguarda il dato sul numero dei tamponi complessivamente effettuati: non è mai stato chiarito da Protezione civile se anche i tamponi che indicano l’avvenuta guarigione di un paziente (due negativi consecutivi a distanza di 24 ore l’uno dall’altro) siano computati o meno nel conteggio giornaliero. È evidente come per ogni paziente dapprima contagiato e poi guarito vengano eseguiti quindi almeno tre tamponi. Di conseguenza, se davvero anche i tamponi che servono ad accertare la guarigione fossero compresi nel dato comunicato quotidianamente, il numero di persone realmente sottoposte a controllo diverrebbe di molto inferiore rispetto al numero totale dei tamponi effettuati.

Un terzo problema, portato di recente all’attenzione della pubblica opinione da Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione Gimbe, riguarda il conteggio dei dimessi/guariti totali: da questo dato andrebbero eliminati i casi con status di guarigione non noto, ed inoltre sarebbe opportuno distinguere le guarigioni cliniche da quelle virologiche. La categoria dei dimessi/guariti è al momento eterogenea, perché include in realtà quattro tipologie di situazioni:

a) pazienti virologicamente guariti (mediante realizzazione di due tamponi negativi a distanza di 24 ore);

b) pazienti dimessi in via di guarigione virologica (cioè con primo tampone negativo, ma in attesa del risultato del secondo);

c) pazienti dimessi guariti clinicamente (cioè non sottoposti a tampone);

d) pazienti dimessi da un set ospedaliero senza alcun corredo di informazioni sul loro stato di guarigione, sia essa clinica o virologica.

dati statistici coronavirus

Questa situazione deriva da un problema di mancata uniformità della modalità con la quale le Regioni comunicano i dati a Protezione civile, a causa dell’assenza di un modello informatizzato univoco. Da questo punto di vista è emblematico il caso della Regione Lombardia, che nel suo bollettino quotidiano non cita mai il numero delle guarigioni, ma riporta solamente il numero dei pazienti dimessi dall’ospedale o dal pronto soccorso e inviati in isolamento domiciliare. Questi casi confluiscono poi nella voce dimessi/guariti dell’analogo bollettino quotidiano di Protezione civile, determinando un’evidente sovrastima del tasso di guarigione.

Problemi ancora maggiori vanno emergendo per quanto attiene al conteggio del numero dei deceduti per Covid-19. Un recentissimo studio dell’Istituto Cattaneo per i comuni dell’Emilia-Romagna ha chiarito bene i termini del problema (è possibile che non siano state attribuite al virus morti di persone in casa propria, in casa di riposo o in hospice, non essendo mai stato eseguito il test di positività). Analoghe considerazioni sono state proposte da un’indagine promossa nei comuni della Provincia di Bergamo dal quotidiano L’Eco di Bergamo in collaborazione con l’agenzia di ricerca e analisi dei dati InTwig (la differenza rispetto ai dati ufficiali sarebbe legata anche alla sottile distinzione terminologica tra morti “per” oppure “con” Coronavirus). La conseguenza ultima è quella di una probabile fortissima sottostima del dato di Protezione civile.

Un ulteriore aspetto che merita di essere sottolineato è quello relativo alla stima dell’effettivo numero dei contagiati, a causa dei mancati accertamenti diagnostici tramite tampone faringeo per la grande maggioranza dei pazienti asintomatici o paucisintomatici. Questa situazione giustifica di per sé gli attuali valori dei tassi ufficiali di letalità da Covid-19 in alcune Regioni italiane, in primis la Lombardia, molto più elevati di quelli riscontrati in Cina e in altri Paesi occidentali, e da ritenersi assai poco realistici, in quanto sia il numeratore (pazienti deceduti) sia soprattutto il denominatore (pazienti contagiati) risultano largamente sottostimati.

Il tema della qualità e dell’affidabilità dei dati statistici, soprattutto di quelli messi a disposizione da Protezione civile, è cruciale per chi voglia compiere analisi sull’andamento della pandemia in Italia. Come è noto la cosiddetta “curva dei contagiati” non è in generale simmetrica. All’inizio vi sono pochissimi contagiati, poi con il passare del tempo si riscontra un grandissimo numero di persone contagiate, che possono a loro volta divenire veicolo di trasmissione del virus per altri individui sani. Dopodiché l’efficacia dei meccanismi e dei provvedimenti di separazione/distanziamento tra pazienti positivi e persone sane diviene essenziale, al fine di scongiurare nuovi contagi e quindi un forte ritardo nella discesa per così dire naturale della “curva dei contagiati”. Proprio sulla previsione del tempo necessario a raggiungere il momento nel quale ci saranno zero contagi si sono concentrate negli ultimi giorni alcune ricerche (ricordo a titolo di esempio quella promossa dall’Einaudi Institute for Economics and Finance che ha trovato ampia diffusione nel mondo dei media). In un recente intervento Roberto Battiston, già Presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, ha ricordato che “l’approccio di usare i dati già raccolti per estrapolare direttamente il momento in cui ci saranno zero nuovi contagiati rischia di essere molto impreciso e di generare false speranze. Per esempio la curva dei nuovi contagi che viene estrapolata risulta sostanzialmente simmetrica, cosa che è difficilmente comprensibile in un modello epidemiologico”. Dunque le analisi statistiche di tipo puramente estrapolatorio non modellano le modalità con cui procede l’epidemia e mal si prestano all’obiettivo di studiarne l’andamento. Certamente è del tutto condivisibile la famosa massima di George E. P. Box, uno dei numi tutelari della Statistica, secondo la quale “all models are wrong, but some are useful“. Nel caso in questione l’obiettivo appena citato andrebbe perseguito piuttosto mediante l’impiego di modelli epidemiologici, rappresentabili sotto la forma di una serie di equazioni differenziali che collegano tra loro i numeri relativi alle persone sane, alle persone contagiate ma ancora in fase di incubazione, alle persone contagiate e tuttora contagiose, ai guariti e ai deceduti. Cioè proprio le variabili desumibili dai bollettini giornalieri di Protezione civile e sull’attendibilità delle quali ho richiamato in precedenza l’attenzione.

Vorrei soffermarmi infine su un ultimo punto. Di recente ho avuto l’opportunità di leggere suggerimenti e proposte per attività di ricerca in tema di Covid-19 veicolati dal forum della Società Italiana di Statistica. Mi ha colpito in modo particolare un’ipotesi. Cosa accadrebbe se Istituto Superiore di Sanità e Protezione civile, nell’attesa di valutare la reale diffusione del contagio in Italia attraverso un’indagine campionaria da realizzare su scala nazionale mediante la somministrazione di test (a tampone o sierologici) – peraltro assai impegnativa dal punto di vista organizzativo -, fornissero a Istat i codici identificativi di tutti i contagiati in deroga alle norme vigenti sulla privacy? Ebbene, tali codici potrebbero essere collegati all’enorme patrimonio informativo in dotazione a Istat. E di conseguenza potrebbero essere effettuati studi approfonditi sulla condizione occupazionale e professionale dei contagiati stessi, in modo da disporre di importanti indicazioni su quali settori/comparti produttivi riavviare prima di altri, quando giungerà al termine l’attuale fase di distanziamento/contenimento. Inoltre, grazie alla conoscenza dei luoghi di residenza, di lavoro e di studio di ciascun contagiato, potrebbe essere possibile geolocalizzare queste informazioni e aggregarle ad un livello di dettaglio molto fine (ad esempio a livello di sezione di censimento), mettendole a disposizione di tutta la comunità dei ricercatori esterni e ponendo così le basi per la stima di modelli “spazio-temporali” ad elevata capacità predittiva sull’andamento della pandemia. Il tutto potrebbe avvenire a costi assai ridotti se paragonati a quelli di un’indagine campionaria da coordinare sul territorio con il coinvolgimento di personale medico e sanitario. Ma sarebbe un’operazione eticamente sostenibile quella di derogare rispetto alla normativa vigente in tema di privacy? Fino a che punto potrebbe spingersi la “contrazione” di diritti fondamentali della persona, al fine di perseguire la tutela della salute pubblica, anch’essa sancita dalla Costituzione?

Su un fronte del tutto analogo, si discute molto in questi giorni dell’opportunità di tracciare i contatti e gli spostamenti delle persone potenzialmente contagiose, secondo il cosiddetto “modello coreano”, nonché di quella di valutare la risposta della popolazione italiana – in quanto a comportamento – rispetto alle misure di contenimento adottate per contrastare la diffusione dell’epidemia. Il Governo italiano sta coinvolgendo un gruppo di esperti per mettere a punto soluzioni che potrebbero consentire l’impiego e l’analisi – tra gli altri – dei dati di geolocalizzazione, delle celle telefoniche e dei movimenti delle carte di credito. Il problema più serio da affrontare riguarderebbe anche in questo caso la compatibilità di qualsiasi soluzione con la normativa vigente sulla privacy. I dati in questione proverrebbero da una pluralità di fonti; ma al tempo stesso alcune categorie di dati aggregati non dovrebbero essere disaggregate ulteriormente fino al tracciamento del singolo individuo, pena la violazione del diritto alla riservatezza. Di nuovo si imporranno a breve decisioni che prospettano la soluzione di questioni di rilievo sotto il profilo etico e normativo.

La privacy ai tempi del coronavirus.

La necessaria proporzionalità delle misure di emergenza, tra tutela della salute e diritti individuali

Contributo di Giovanni Sartor

L’Italia è stretta nella morsa del divieto di uscire di casa. Tale obbligo rappresenta una fortissima limitazione delle libertà individuali e comporta costi economici enormi, ma sembra essere l’unica risposta adeguata in un contesto di rapida espansione del contagio con tragiche conseguenze.

Ci dobbiamo però preparare a un futuro nel quale, anche per evitare impatti disastrosi sulle attività produttive, il divieto dovrà essere progressivamente allentato, presumibilmente prima che la malattia sia stata completamente estirpata.

In questo contesto molto si è parlato della possibilità di sostituire all’obbligo di non lasciare la propria abitazione, meccanismi di controllo sugli spostamenti delle persone. Tali meccanismi potrebbero essere efficacemente attuati quando si disponesse di molti test di positività, cosicché vi fosse un’elevata probabilità che se una persona fosse infetta dal virus, essa sarebbe risultata positiva al test. Diverrebbe così possibile, mediante i meccanismi di controllo, conoscere gli spostamenti delle persone positive, prima e dopo della loro positività, e rapportarli agli spostamenti delle persone non ancora positive. Ciò renderebbe possibile adottare tempestivamente misure sanitarie nei confronti di chi sia stato esposto a contatti con persone positive.

È bene ricordare che come dice lo stesso Regolamento privacy, la privacy non è un diritto “assoluto”, o meglio non è incomprimibile: essa può essere limitata per la necessità di realizzare legittimi interessi e diritti privati e pubblici.

Tra gli interessi che giustificano una limitazione della privacy vi sono certamente le esigenze della tutela della salute, individuale e pubblica. Tali esigenze possono giustificare una limitazione della privacy anche rispetto a dati sensibili, come i dati sanitari. Le limitazioni devono però avere un fondamento nella legge ed essere proporzionate. La proporzionalità consiste fondamentalmente in un bilanciamento di sacrifici e benefici: i benefici individuali e collettivi per la salute che si ottengono comprimendo la privacy debbono essere più importanti del sacrificio che risulta dalla compressione della privacy. La privacy è un diritto fondamentale, e il suo sacrificio è ammissibile solo se “ne vale la pena”, cioè se serve a realizzare benefici più importanti di quel sacrificio. Inoltre, il sacrificio deve essere “necessario”, cioè non deve essere possibile ottenere lo stesso beneficio per la salute con una minore limitazione della privacy.

Alla luce di queste esigenze, possiamo esaminare diverse possibilità, alcune già attuate in diversi paesi. Poiché le misure possono riguardare sia le persone positive che i loro contatti stretti (tutti soggetti attualmente all’obbligo di quarantena), parlando di positivi tout court includo di regola entrambi. Le misure elencate possono essere obbligatorie o invece facoltative, lasciate alla scelta del soggetto interessato. Quest’ultima opzione è maggiormente rispettosa della privacy, ma in assenza di forti motivazioni o incentivi adeguati, confidare nella scelta dei cittadini potrebbe pregiudicare l’efficacia dei controlli. Altra importante variazione concerne la possibilità che i dati vengano resi accessibili solo alle autorità sanitarie, a fini di analisi del fenomeno e intervento preventivo/terapeutico, o invece anche alle autorità di pubblica sicurezza, per l’attuazione coercitiva dei divieti connessi all’epidemia, o agli stessi cittadini, per finalità di autotutela.

Ecco le principali opzioni:

  1. Registrazione delle persone positive. Tutte le persone risultate positive sono registrate in un registro elettronico (come già avviene anche per altre malattie infettive), accessibile da parte dei pubblici poteri a ciò autorizzati. Il registro delle persone positivi (e dei contatti stretti) al coronavirus consente alle strutture sanitarie di avere una mappa della diffusione del virus. Se i dati fossero accessibili anche alle forze di sicurezza, ciò potrebbe facilitare l’identificazione delle violazioni degli obblighi di quarantena, e quindi operare quale strumento di deterrenza.

  2. Sorveglianza sugli spostamenti delle persone già registrate come positive. L’individuo positivo registrato si dota di dispositivo mobile, nel quale è attivata una app con funzionalità di geolocalizzazione, che ne trasmette la posizione a un’infrastruttura condivisa, pur senza registrarne in modo permanente i movimenti. In questo caso le autorità competenti avrebbero la possibilità di rilevare, in tempo reale, dove vi sia un individuo positivo. Alla rilevazione sanitaria si aggiungerebbe la possibilità di individuare chi sta violando gli obblighi di quarantena, intervenendo tempestivamente. Il funzionamento del controllo presuppone però che la persona positiva porti sempre con sé il proprio dispositivo, anche quando consapevolmente si sottrae alla quarantena.
  • Coveglianza sugli spostamenti delle persone già registrate come positive Alla sorveglianza potrebbe aggiungersi la coveglianza (sorveglianza paritetica) quando i cittadini stessi, mediante il loro dispositivo potessero sapere se si trovano davanti ad una persona positiva, così da evitare contatti. L’app funzionerebbe come un sonaglio, teso ad avvertire circa la presenza di una fonte di infezione. Il dato fornito dall’app al cittadino sarebbe anonimo, ma potrebbe diventare personale, se il cittadino dovesse individuare l’individuo segnalato come positivo (vedo una persona che si avvicina, accompagnata dal pallino rosso, e quindi associo il pallino alla persona, anche se non ne conosco il nome).
  • Sorveglianza sugli spostamenti delle persone risultate positive prima della loro positività. In questa ipotesi una volta che un cittadino sia risultato positivo, se ne ripercorrono gli spostamenti precedenti alla positività. Ciò presuppone che siano stati registrati preventivamente gli spostamenti dell’interessato prima che ne risultasse la positività, e quindi che siano registrati gli spostamenti di tutte le persone, positive e non positive (o di tutte quelle che abbiano aderito al progetto, in caso di facoltatività). Le autorità sanitarie potrebbero conoscere la dinamica della diffusione del contagio, e adottare scelte conseguenti rispetto a quanti siano stati in contatto con una persona infetta non ancora risultata positiva

Un accorgimento che limiterebbe l’impatto sulla privacy degli individui non-positivi, potrebbe consistere nel prevedere che i dati sugli spostamenti di questi rimangano sul loro dispositivo, e vengano trasferiti su un registro centrale solo dopo l’accertamento di positività. Questa soluzione non consentirebbe però alle autorità di determinare i contatti precedenti alla positività incrociando gli spostamenti di chi sia risultato positivo con gli spostamenti di altre persone.

Oltre che mediante geolocalizzazione, i contatti tra persone possono essere rilevate mediante app che registrino gli avvicinamenti (per esempio, a meno di due metri) di altri dispositivi dotati della stessa app, mediante tecnologie quali Bluetooth. In questo caso ogni dispositivo mobile registrerebbe gli identificativi di tutti i dispositivi avvicinati.

  • Coveglianza sugli spostamenti delle persone risultate positive prima della loro positività. In questa ipotesi, gli spostamenti di tutte le persone, sia quelle successivamente risultate positive, sia quelle che non-positive sono registrati (come nell’ipotesi 4). Gli spostamenti di cui sia risultato positivo vengono incrociati gli spostamenti degli altri, e gli incroci che coinvolgono persone risultate positive vengono resi disponibili agli interessati (mi viene comunicato se e quando, nei miei spostamenti, ho avuto un contatto con una persona poi risultata positiva). Anche in questo caso, una soluzione più rispettosa della privacy delle persone non positive si avrebbe se i dati sugli spostamenti rimanessero sul dispositivo di ciascuno, venendo trasferiti su un registro centrale solo quando la persona risultasse positiva.

Qualora il trasferimento dei dati sugli spostamenti o sugli incontri fosse facoltativo, una questione chiave consiste nel come motivare le persone ad accettare che i dati sui propri spostamenti vengano registrati e resi accessibili a terzi. In particolare, nelle ipotesi 4 e 5 (che corrispondono al famoso modello coreano), la persona A divenuta positiva potrebbe non gradire che una persona B che è stato in contatto con lei possa sospettare o sapere di essere stata infettata o comunque messa a rischio proprio da A (la possibilità non è esclusa dall’anonimato, perché ad esempio, B potrebbe sapere che nel momento dell’incontro con un soggetto positivo stava conversando solo con A). Forse un incentivo sufficiente potrebbe consistere nel legare le due facce del sistema: da un lato il vantaggio di poter conoscere i propri incontri con soggetti risultati positivi, dall’altro lato lo svantaggio di rendere conoscibili a terzi i propri spostamenti qualora si risultasse positivo. Chi scarica l’app accetta entrambe le parti del contratto. Questa soluzione però mi sembra difficilmente attuabile quando i dati sullo spostamento di una persona dovessero restare sul dispositivo di questa fino all’accertamento della positività, a meno che non si preveda una sanzione per chi abbia accettato di usare l’app, e si rifiuti poi di trasferire i propri dati, quando sia risultato positivo.

Le opzioni non si limitano a quelle appena elencate, ma mi sembra siano le più significative. Una possibilità, molto intrusiva, attuata in alcuni paesi, consiste nella registrazione degli accessi ad uffici pubblici o aperti al pubblico: il cittadino è obbligato a registrare sul cellulare il codice a barre del locale cui accede, che viene trasmesso al registro centralizzato. Un’ulteriore possibilità, anch’essa limitativa delle privacy, oltre che fonte di possibili discriminazioni, consiste nell’assegnare automaticamente al cittadino un indice di rischio di contagio, calcolato in base alle sue attività, viaggi e incontri precedenti, e quindi sottoporre lo stesso a sorveglianza specifica e controlli anche prima di un test di positività, nel caso che il rischio calcolato superi la soglia stabilita.

La questione che ci dobbiamo porre è se in tutte queste ipotesi, i benefici per la salute siano superiori al sacrificio per la privacy. Si tratta di una “scelta tragica”, nel senso che qualsiasi opzione adottiamo, un importante valore individuale e sociale sarà compromesso, ma è una scelta inevitabile nelle condizioni in cui ci troviamo.

La questione fondamentale è quella della proporzionalità, il “ne vale la pena”. Vale la pena di adottare soluzioni molto limitative della privacy, come la 5 e la 6, che però probabilmente contribuirebbero a salvare qualche vita umana in più e faciliterebbero la ripresa delle attività economiche? Si può rispondere di sì, dato che la vita umana è valore supremo, ma noi spesso preferiamo soluzioni che presentano un certo rischio per la vita umana, a soluzioni che comportano un rischio minore (per esempio, perché non prevedere un limite di 80 km all’ora in autostrada, che ridurrebbe di molto gli incidenti mortali, implicando però una notevole perdita di tempo negli spostamenti). E quanto contano gli aspetti economici, rispetto alla privacy, considerando anche gli impatti negativi che una profonda crisi economica può avere sulla vita delle persone?

Altra questione è quella della necessità, applicata al modo in cui la soluzione tecnologica è stata attuata: era possibile limitare il sacrificio della privacy (e protezione dei dati) con ulteriori cautele?

Infine, le misure speciali di sorveglianza introdotte per contrastare il coronavirus dovrebbero essere strettamente limitate alla durata dell’epidemia. Bisogna però considerare il rischio che tali meccanismi di sorveglianza siano mantenuti anche dopo la fine dell’epidemia, e utilizzati per altri scopi.

In conclusione, mi sembra che la questione della sorveglianza sugli spostamenti quale misura anti-coronavirus sia molto aperta, e debba essere oggetto di un ampio e informato dibattito pubblico che includa aspetti sanitari e tecnologici, ma anche etici e giuridici.