Archivio dei tag Salute

Etica e diritti nel commercio online ai tempi del Coronavirus

Contributo di Massimiliano Baroni

È ormai indubbio che l’attuale stato di crisi – sanitaria, nonché economica – abbia evidenziato ed esacerbato le preesistenti criticità del sistema giuridico italiano, inevitabilmente dispiegando i propri effetti sulle fasce più deboli della popolazione (con ciò intendendosi una debolezza fisica, dovuta all’età avanzata; ovvero psicologica – ed il pensiero non può che correre a coloro, sovente donne, per cui il lockdown è divenuto sinonimo di permanenza “h24” in una situazione famigliare particolarmente difficoltosa quando non addirittura indesiderata – o, infine, una debolezza puramente reddituale: l’elevatissimo numero di domande presentate dai liberi professionisti per il c.d. “reddito di ultima istanza” ne è una triste testimonianza).

Siamo di fronte, insomma, a una crisi dotata di un’estensione certamente geografica ma anche – e soprattutto – sociale, che indubbiamente si pone quale occasione per rispolverare l’annosa questione del “primato dell’etica” sull’economia (Einaudi, 2004).

Invero, in tale situazione è possibile notare come vi sia una categoria di soggetti sulla cui attività il Covid-19 ha impattato con modalità ed effetti assolutamente sui generis, spesso determinando (non tanto una diminuzione, quanto piuttosto) un aumento esponenziale della relativa mole di lavoro (pur con effetti, parziali e ciononostante rilevanti, indesiderati): così è avvenuto, infatti, per la massa dei lavoratori a diverso titolo impiegati nella supply chain del commercio online, siano essi impiegati nei centri Amazon – che nell’ultimo periodo ha potuto assistere ad un’impennata del proprio volume di vendite – o free riders per le piattaforme di food delivery.

corrieri, etica e diritti del commercio online

È nota, ormai, la politica lavorativa del gigante americano dell’e-commerce (che – non a caso – è stata sovente causa, negli anni passati, di scioperi e proteste di vario tipo e genere), come è nota altresì la condizione lavorativa dei riders, costituenti una categoria ormai numericamente ingente (secondo le ultime stime, circa 1 milione di lavoratori sono impiegati annualmente nella gig economy) ed il cui difficile inquadramento (nonostante la recentissima sentenza della Corte d’Appello di Torino, infatti, la vicenda appare tutt’altro che giunta ad un punto fermo) li eleva al ruolo di indesiderati protagonisti di un limbo caratterizzato dall’indeterminatezza – quando non dall’assenza – di adeguate tutele.

Oggi, tuttavia, al primo profilo problematico – quello lavorativo appunto, culminato in tempi recenti con la firma della “Carta dei diritti fondamentali del lavoro nel contesto urbano” – se ne accosta un secondo, ovverosia – come anticipato – quello sanitario (e non è un caso che l’ultimo sciopero dei dipendenti Amazon abbia avuto quale causa scatenante il timore di diffusione del virus nei luoghi di lavoro, dovuto principalmente alla mancata distribuzione da parte dell’azienda dei DPI “anticontagio”).

Ed allora, se è vero che un discorso giuridico sulla situazione attuale necessariamente implica – a maggior ragione in ottica costituzionale – che venga dedicata particolare attenzione alle ripercussioni della crisi sulla sfera dei diritti individuali, appare logico chiedersi se possa dirsi eticamente corretto, in tempi di pandemia, effettuare acquisti online. Domanda che può prima facie apparire non di estrema rilevanza, ma che in realtà rivela un tema non più suscettibile di essere ulteriormente ignorato e, comunque, dotato di risvolti pratici non indifferenti, anche solo ponendo mente alla frequenza con cui si è soliti ordinare online.

corrieri, etica e diritti del commercio online

In quel momento, stiamo scegliendo di aggravare il pericolo che qualcun altro dovrà inevitabilmente sopportare? I primi dati sul pericolo di contagio per i corrieri iniziano ad arrivare, e non sono per nulla confortanti sul punto. All’atto dell’acquisto stiamo comprimendo – magari, per un’esigenza superflua – l’altrui diritto alla salute (e, con esso, quello della collettività, come tratteggiato dalla Corte costituzionale)?

Dall’altro lato, tuttavia, non v’è chi non veda che se il mercato online per assurdo si fermasse, chi ne risulterebbe maggiormente danneggiato sarebbero i lavoratori, ed anzi proprio quei lavoratori costituenti le fila del precariato e delle tutele inadeguate cui poco sopra si accennava, in quello che diverrebbe dunque un vero e proprio cortocircuito della precauzione.

La piattaforma Deliveroo ha recentemente aggiunto alle opzioni di consegna la possibilità di evitare il contatto tra cliente e fattorino, ma è evidente che la questione, più profonda e complessa, non possa ridursi a questo, e pur essendo un tema che richiederebbe teoricamente ben altro spazio è comunque possibile affermare come la nostra impronta umanistica ci imponga – prendendo in prestito un’espressione altrui – di ragionare “non per profitto” (Nussbaum, 2011).

Similmente, è del pari necessario ricordarsi che una decisione basata unicamente su interessi e considerazioni egoistiche (semplicisticamente, “ordino online perché mi è consentito farlo”), così come una decisione collettiva che assuma l’elemento economico quale fattore determinante e primario (ancora semplicisticamente, “lasciamo liberi i riders di assumersi il rischio di contagio, se dipende da una loro scelta individuale”), sono entrambe destinate a fallire davanti alla prova dell’etica (Bowen, 2004).

Per questo, assumendo come ancora valido il brocardo per cui ex facto oritur ius, la crisi in atto dovrebbe necessariamente (o, quantomeno, auspicabilmente) fungere da leva per riportare l’attenzione sulla portata unitaria del diritto garantito dall’art. 32 Costituzione (nel caso specifico, al di là dei formalismi contrattualistici del caso; ben potendo il lavoro in quanto tale assumere differenti forme di manifestazione, Luciani 2010), nonché – ed a priori – sul significato di dignità individuale, declinata in tutte le sue possibili sfumature (ivi comprese, dunque, quelle attinenti l’attività economica e lavorativa), con le quali il diritto deve necessariamente confrontarsi, anche nonostante un Parlamento che – proprio nel momento di massimo stress-test delle libertà costituzionali – risulta spesso e volentieri assente.


Suggerimenti bibliografici:
Bowen, S. Organizational Factors Encouraging Ethical Decision Making: An Exploration into the Case of an Exemplar, in Journal of Business Ethics, Springler, 2004;
Einaudi, L. Lezioni di politica sociale, Torino, Einaudi, 2004;
Luciani, M. Radici e conseguenze della scelta costituzionale di fondare la Repubblica democratica su lavoro, in ADL, 3, 2010;
Nussbaum, M. C. Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Bologna, il Mulino, 2011.

Quelli che con una buona dormita passa tutto…

Il sonno al tempo del Coronavirus

Contributo di Giovanna Zoccoli

La pandemia di COVID-19 e le misure di contenimento del contagio adottate nel nostro paese hanno profondamente cambiato le vostre vite. Sicuramente questa nuova situazione ha richiesto un drastico ridimensionamento della nostra vita sociale, ora limitata ai familiari conviventi.

Questa riorganizzazione delle abitudini di vita ci ha sicuramente sottratto qualcosa di prezioso, la convivialità e la socialità, ma, in compenso ha regalato a molti di noi del tempo libero che possiamo scegliere di dedicare ad attività prima trascurate.

E quindi si legge di più, si cucina una cena un po’ più elaborata del solito, si sistemano cose lasciate indietro da tempo. Tra le attività da intraprendere in questo periodo, e a cui dedicare parte del tempo reso disponibile, ce n’è una che non costa nulla, che tutti siamo in grado di svolgere e che ci potrà anche aiutare a mantenerci in buone condizioni di salute: dormire.

Il sonno, questo momento prezioso, solo nostro che dedichiamo a noi stessi e alle nostre necessità, non solo è piacevole ma è anche un comportamento necessario a mantenere un buono stato di salute. La ricerca scientifica ha dimostrato che un sonno quantitativamente insufficiente o frammentato è associato all’insorgenza e allo sviluppo di una serie di malattie croniche.

In particolare, specialmente nei bambini, un sonno insufficiente aumenta il rischio di sviluppare sovrappeso e obesità, e negli adulti le alterazioni metaboliche legate ai disturbi del sonno possono favorire lo sviluppo del diabete.

Si è visto che anche la comparsa di patologie cardiovascolari e neurodegenerative può essere correlata ad un sonno disturbato o insufficiente. Ma l’aspetto che diventa particolarmente rilevante in questo periodo è il ruolo del sonno nel contrastare di sviluppo di malattie infettive acute.

È noto da molti anni che il sonno e il sistema immunitario hanno una relazione bidirezionale. L’attivazione del sistema immunitario altera il sonno, e il sonno a sua volta influenza l’efficienza del sistema di difesa del nostro corpo. Quando siamo ammalati, e abbiamo la febbre, dormiamo di più.  L’aumento del tempo di sonno durante un’infezione facilita l’attivazione del sistema immunitario per promuovere la difesa dell’ospite, e può migliorare il decorso della malattia. Di converso, un sonno adeguato è associato a un ridotto rischio di infezione.

Inoltre, è stato evidenziato come la produzione di anticorpi dopo una vaccinazione risulti raddoppiata nei soggetti che dopo la vaccinazione stessa hanno dormito, rispetto a soggetti tenuti svegli o che hanno dormito poco. Quindi, perché non dedicare in questo periodo un po’ più tempo del solito al sonno? Andiamo a dormire prima e dormiamo più a lungo, lasciamo al sonno ristoratore il tempo che gli occorre per svolgere indisturbato tutte le sue preziose funzioni. Poi, tra un po’, quando tutto questo sarà passato, torneremo alle nostre vecchie abitudini. O forse no, forse non subito, forse non tutte….

Vaccini: tanto rumore, ma non per nulla

Contributo di Patrizia Selleri

Dopo tanto discutere, dopo il lungo braccio di ferro seguito all’applicazione della legge 119 del 31/07/2017, è iniziato l’anno scolastico 2019/20, che vede la prima concreta applicazione di quanto previsto dalla norma rispetto ai bambini non in regola con le vaccinazioni obbligatorie.

I dati della regione Emilia Romagna indicano complessivamente il superamento della soglia del 95%, quindi possiamo immaginare che sia venuta meno la resistenza delle famiglie più incerte e dubbiose, ma proprio per questo i dati meritano di essere osservati con più attenzione. All’apertura dei servizi 0-6 in Emilia Romagna, i dati resi disponibili riguardano poche famiglie inadempienti in provincia di Parma, 150 famiglie a Reggio Emilia, meno di dieci bambini a Modena, 75 a Ferrara,26 bambini a Bologna, 912 a Ravenna (130 nella fascia 0-6 e 782 nella fascia 7-16), 1160 a Cesena (190 in fascia 0-6 e 970 in fascia 7-16 anni), 809 a Forlì ( 137 nella fascia 0-6 e 672 nella fascia 7-16), 3215 a Rimini (458 nella fascia 0-6 e 2757 nella fascia 7-16).[Fonte: Corriere di Bologna, 8/09/2019, pag. 5]

Al netto dei bambini che, per ragioni sanitarie importanti, non possono essere vaccinati, resta comunque uno zoccolo duro che resiste come se si trattasse di una battaglia fondamentale per lo sviluppo della civiltà, in quanto manifestazione del diritto alla libertà di scelta.

La posizione contro i vaccini è fuori da ogni logica (sanitaria, poiché i vaccini sono una conquista della scienza; umanitaria, poiché sono in grado di ridurre danni permanenti e salvare vite), oltre ad essere debole sul piano del ragionamento e quest’ultimo aspetto, per una psicologa, è molto interessante. Partiamo da questa premessa: se e solo se tutti gli individui sono vaccinati, allora le malattie prevenibili con il vaccino scompariranno /vogliamo far scomparire le malattie prevenibili e quindi utilizziamo il vaccino. Da una premessa che è ritenuta vera senza distinzioni (ricordo che uno degli argomenti contro le vaccinazioni era appunto “non servono perché le malattie sono sparite, vedi l’esempio del vaiolo”) deriva quindi la conseguenza logica di fare i vaccini fino a quando tutte le malattie prevenibili non saranno scomparse ovunque: no malattia quindi no vaccino. Questa sarebbe la logica del ragionamento generale ma invece, come prosegue il ragionamento individuale chi decide di non vaccinare i figli? Forse dice a se stesso: io non vaccino mio figlio, perché voglio che la malattia circoli ancora? Oppure: io non vaccino mio figlio con qualcosa che potrebbe farlo ammalare? Ed ancora: visto che lo fanno gli altri, allora posso non farlo io? In tutti i casi la conseguenza non deriva dalla premessa. Siamo di fronte ad un esempio di logica che si confonde nel senso comune, una posizione universalistica contro quella puramente individuale.

Vaccini: tanto rumore ma non per nulla

Come molti hanno scritto, il dibattito sulle vaccinazioni infantili è andato ben oltre il tempo e lo spazio che avrebbe meritato, perché ad argomenti illogici c’è stato il paziente tentativo di rispondere con argomenti logici, ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

A questo punto il sistema sociale che regge il patto dell’essere una nazione chiamata Italia non poteva che prevedere di normare per legge le condotte dei singoli individui, così come è stato fatto con il codice della strada. Tanto per fare un esempio ben comprensibile a tutti, io posso dire: mi piacerebbe lasciare l’auto dove mi è comodo (per tantissime ragioni, forse addirittura comprensibili), contando sul fatto che gli altri cercheranno di risolvere la situazione che ho creato, ma invece non si può fare, perché la scelta di un singolo non può arrecare danno agli altri e quindi quell’auto va rimossa a spese del trasgressore.

Ora qualcuno potrà dire che la salute dei figli non è un’automobile ma, così facendo, la natura dell’esempio viene volutamente manipolata, passando dal piano del ragionamento logico a quello di un arbitrario caso di coscienza (cosa che, per altro, potrebbe essere anche lasciare l’auto in doppia fila ed andare al bar!).

Chi vorrebbe volutamente mettere a repentaglio la salute dei figli con un vaccino? Nessuno ma, in questo modo, l’effetto sarebbe potenzialmente quello di non far nulla per evitare le epidemie, mettendo quindi a repentaglio sempre la salute dei figli, solo in modo diverso: credo che si possa convenire sul fatto che il risultato non cambierebbe poi tanto. E’ bizzarro non avere fiducia nei risultati della scienza per affidarsi al caso ed alla fortuna.

A tutti coloro che ritengono inutile vaccinarsi, tanto i nostri bambini non si ammalano più, segnalo di fare attenzione a cosa racconta Carolina (Rai 3, Storie minime, 20/09/2019)

Carolina ed il clacson, Storie Minime

«Mia figlia mi ha reso una persona migliore. Una persona più sensibile, perché non lo ero»Carolina #StorieMinime #Rai3

Pubblicato da Rai3 su Venerdì 20 settembre 2019

Lavarsi le mani (ovvero il 5 maggio)

(di Vittorio Sambri)

Il 5 Maggio: da Napoleone alle nostre MANI.

Si, credo che la prima idea che questa data ci riporta alla mente sia  la poesia del Manzoni scritta per la morte di Napoleone nel 1821… e da allora ne son passati di anni! E, almeno per me, anche da quando a scuola ce l’hanno fatta studiare.

Ma oggi il 5 maggio ha anche (mai dimenticare la Storia…è da li che siamo partiti ed è quello che ciascuno di noi, nel suo piccolo, può scrivere tutti  i giorni)  un altro significato, completamente differente.

Il 5 maggio è la “giornata Mondiale dell’IGIENE delle MANI”…Ma davvero è necessario intitolare una giornata ad un fatto semplice, di uso quotidiano e comune  e, se vogliamo, quindi anche un po’ banale? Perché? Perché l’Organizzazione Mondiale della Sanità investe risorse ed energie per fare pubblicità ad un’azione  tanto “normale”?

La risposta sta nel fatto che da anni  è riconosciuta a questo gesto semplice un’efficacia incredibile nel bloccare la diffusione delle infezioni.  Sono passati oltre 150 anni da quando, attorno al 1850, lo scienziato  ungherese Ignac Semmelweis sviluppò la prima idea relativa al fatto che “lavarsi le mani salva la vita” …sempre la Storia che rifà capolino.

L’efficacia del lavarsi le mani dipende ovviamente dal  fatto che quest’azione sia fatta “bene”:  basta avere acqua corrente, un po’ di sapone e frizionare le mani palmo contro palmo e…voilà i microbi che abbiamo sulle mani (tutti) sono ridotti di numero e il rischio di trasmetterli è molto, molto ridotto…servono in tutto da 40 a 60 secondi!

Ma chi deve lavarsi le mani? La risposta è TUTTI! Ovviamente in prima linea stanno quelli che lavorano negli ospedali: grandi e piccoli, moderni e più vecchi, indipendentemente dal reparto e dalle mansioni che svolgono per la cura dei malati. Il gesto “semplice e banale” del lavaggio delle mani è il più efficace strumento per impedire che le infezioni si diffondano fra i pazienti ricoverati. Difficile accettare che in Ospedale ci si possa ammalare di infezione, ma è così per molti motivi  e le infezioni causate dai germi che si diffondono in ospedale  sono oggi fra le  più difficili da guarire.  Non è facile accettare che si entri in Ospedale per essere curati e ci si ammali di infezione.

Ma anche tutti noi dobbiamo lavarci le mani, quando ci rechiamo in Ospedale a trovare un paziente per  assisterlo nelle necessità quotidiane o per fargli compagnia! Le infezioni possiamo anche portarle in Ospedale! Ma allora dobbiamo trovare un lavandino con acqua e sapone e lavarci PRIMA di entrare? Si, e se non abbiamo direttamente a disposizione acqua e sapone usiamo i dispensatori di soluzione lavamani che in tutti gli ospedali (e non  solo li, per fortuna, ce ne sono nei luoghi pubblici, negli esercizi commerciali…) sono a disposizione dei visitatori e del personale: una spruzzata sulle mani, una bella sfregata e in 60 secondi siamo puliti: per noi stessi e per i pazienti. Perché non farla diventare una BUONA abitudine quotidiana?

Basta poco e si contribuisce a risolvere uno dei problemi sanitari che maggiormente influiscono sulla qualità della  nostra Vita.

In sostanza, ripartendo da Napoleone e da Manzoni, perché non concludere che  è  più semplice “diffondere la cultura (anche del LAVARSI le MANI) e non i germi”?