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La passione e l’energia della scienza ai tempi di una calamità antica

Contributo di Giovanni Capranico

Il Coronavirus 2 della Severe Acute Respiratory Syndrome (SARS-CoV-2) si è diffuso tra le popolazioni causando una pandemia, come tante ce ne sono state in passato. I coronavirus sono noti da tempo, il primo fu isolato nel 1937 dai polli. Il virus SARS-CoV-2 non è niente di nuovo. La storia umana, in tutte le parti del mondo, è stata determinata da malattie, carestie e guerre in un modo forse poco riconosciuto dai libri di storia. Nuova è forse solo la vastità, la globalità della pandemia.

Fatto notevole, a mio parere, è che questa volta abbiamo reagito, il mondo ha reagito e ha messo in atto misure di contenimento della pandemia per la salvezza di molti che altrimenti sarebbero morti. E ora le Istituzioni nazionali e sovranazionali, almeno in alcune parti del mondo, si organizzano per intervenire in modo significativo per contenere le gravi conseguenze economiche e sociali. Questo è un progresso rispetto alla spagnola di solo un secolo fa, come notato da Giuliano Amato su Treccani Atlante. Per quanto imperfette a livello sociale possano essere queste reazioni, abbiamo una Fase 2 e una Fase 3. Dunque, grazie a scienza e democrazia, la condizione umana rispetto alle pandemie è migliore che nel passato.

Si può forse notare un’altra novità. Il virus ha avuto un impatto importante a livello individuale e collettivo trasformando la nostra vita quotidiana e professionale. Il tempo ci dirà quanto i comportamenti delle persone si trasformeranno in modo permanente. Forse tanto, forse niente. Di certo ha già cambiato la ricerca scientifica.

energia della scienza ai tempi della pandemia. Le sei sedi dello European Molecular Biology Laboratory: Barcelona, Grenoble, Hamburg, Heidelberg, Hinxton, Roma.

Se n’è parlato poco sui media, ma il lockdown mondiale ha limitato fortemente non solo la libertà individuale, il lavoro e la socializzazione, ma ha bloccato anche la ricerca scientifica. E’ triste vedere i laboratori vuoti, deserti e silenziosi. Ancor più triste pensare che tutti i laboratori nel mondo si sono, in gran numero, fermati. Per primi si sono fermati i laboratori in Cina, dove i ricercatori sono tornati a casa per il capodanno a metà gennaio di questo anno, e là sono rimasti bloccati senza poter tornare in laboratorio. Più tardi, il lockdown ha interessato Europa e USA, per esempio le 6 sedi (Barcelona, Grenoble, Hamburg, Heidelberg, Hinxton e Roma) dello European Molecular Biology Laboratory-EMBL sono stati chiusi e i centri di ricerca privati della Silicon Valley (California, USA) sono attivi solo in smart working. Nello stesso tempo tutte le conferenze scientifiche in primavera sono state annullate, molto spesso sostituite da conferenze virtuali. Insomma, la ricerca sperimentale è ferma quasi ovunque, fatto salvo le situazioni non procrastinabili o urgenti. Questo non è a lungo sostenibile, vi sono progetti finanziati che devono andare avanti e pazienti di altre patologie aspettano risposte che non possono tardare ad arrivare. L’emergenza sanitaria rischia – l’abbiamo sentito dire – di impattare negativamente su altre patologie che sono nel complesso comunque una larga maggioranza.

Per questa ragione, l’energia della comunità scientifica e medica tutta si è indirizzata a combattere la pandemia, trovare nuove modalità di comunicazione e ri-organizzare il lavoro scientifico, sostenendo al contempo senza remore le misure del lockdown quali uniche soluzioni, al momento, per contenere i contagi. Da una parte medici, infermieri e tutti gli operatori della sanità sono in prima linea nel curare e assistere i malati, dall’altra i ricercatori hanno dirottato le risorse finanziarie e intellettuali verso la scoperta del vaccino e di farmaci efficaci, le agenzie di finanziamento sono state comprensive rispetto alle impreviste difficoltà dei ricercatori e nuovi bandi competitivi sono stati aperti o si apriranno per finanziare nuovi progetti di ricerca finalizzati a sconfiggere SARS-CoV-2. Settori economici e sociali si sono riconvertiti per aumentare le misure di protezione individuale. Perfino il CERN, la cui capacità di connettere pezzi distanti di società a livello mondiale è proverbiale, ha istituito una task force contro SARS-CoV-2, con il compito di lavorare insieme a istituzioni locali, esperti biomedici, sanitari e la World Health Organization e di mettere a disposizione le risorse del centro per la salute pubblica.

Un altro esempio di dedizione ed energia che queste comunità mettono nella battaglia contro il virus viene dalla nostra Lombardia. Un medico anestesista di Milano, Maurizio Cecconi, è stato segnalato dal prestigioso JAMA (Journal of the American Medical Association) come uno dei tre “Eroi della pandemia”. Si è reso subito conto della gravità della pandemia e ha quindi organizzato molte videoconferenze con colleghi in tutto il mondo per condividere le osservazioni cliniche che via via faceva e condividere le terapie – in particolare, il 28 marzo era in linea “con 130 mila colleghi, da tutto il mondo, molti nei paesi in via di sviluppo». L’iniziativa di Cecconi ha permesso a molti suoi colleghi in tutte le parti del mondo di essere più pronti all’arrivo di pazienti nelle loro terapie intensive.

La videochat e conferenze virtuali sono molto utilizzate in queste settimane dalle comunità scientifiche per continuare a scambiare informazioni e collaborare. Ecco, questo mostra come il virus abbia “costretto” i ricercatori e medici ad usare meglio un nuovo strumento per comunicare – le videochat. Certo è qualcosa che era già possibile prima del virus, ma SARS-CoV-2 ha accelerato di molto il processo in atto. Probabilmente, videoconferenze e convegni virtuali resteranno come modalità comunicative efficaci nel lavoro degli scienziati e dei medici in futuro.

È confortante constatare che tutta questa energia profusa dalla medicina e dalla scienza ha finalmente un riscontro nella popolazione, che ora sembra essere più attenta alle indicazioni degli esperti e seguire con trepidazione gli sviluppi scientifici sul SARS-CoV-2.

Se da una parte c’è fiducia nel futuro, passione ed energia, dalla parte opposta ci sono purtroppo soggetti che sembrano “remare contro” il proprio paese – e contro in modo vigoroso! Al di là dei soliti ciarlatani e venditori di fumo antiscientifico, c’è un fatto “straordinario” accaduto di recente – straordinario quanto la pandemia. Il Presidente degli Stati Uniti d’America ha superato il limite degli Alternative Facts: “è un fatto che la cura dei pazienti con polmonite da SARS-CoV-2 possa essere possibile con dosi massicce di raggi ultravioletti e iniezioni di candeggina nei polmoni” Si resta senza parole …. e invece bisogna reagire, per la gravità e pericolosità delle parole. Infatti, la comunità scientifica statunitense ha reagito fortemente per contrastare il messaggio sbagliato e potenzialmente mortale che arriva alla popolazione. Ma è responsabilità di tutti noi cittadini, scienziati, docenti, ma anche delle istituzioni pubbliche nazionali ed europee reagire e contrastare queste sciocchezze pericolose e le conseguenti azioni politiche.

La pandemia SARS-CoV-2 è arrivata all’improvviso per molti di noi, e ha messo alla prova la preparazione della società alle emergenze globali. Ha messo in evidenza come i sistemi sanitari e i piani di emergenza siano carenti e inadeguati in molte nazioni, anche occidentali. Oltre le sciocchezze che abbiamo sentito da varie fonti in queste settimane, oltre alle proposte antiscientifiche e mortalmente pericolose, la responsabilità dell’assenza di preparazione sociale e sanitaria alle emergenze è delle guide politiche e delle classi dirigenti dei vari paesi. Insomma, il virus ha messo in evidenza la necessità di attrezzarsi per fronteggiare le emergenze future. Perché una cosa è certa, la pandemia SARS-CoV-2 non è la prima e non sarà l’ultima.

Abbiamo solo bisogno che l’energia della scienza e delle persone di buona volontà pervada tutta la società.

I pericoli dell’infodemia. La comunicazione ai tempi del Coronavirus

Contributo di Nicola Grandi e Alex Piovan

L’infodemia da COVID-19

Nelle ultime settimane, il COVID-19 ha stravolto le nostre abitudini, ha drasticamente modificato le nostre priorità e anche la nostra percezione della realtà. Il mondo, visto dalla finestra di casa e dal monitor del PC, ha un aspetto diverso. Questa vicenda, si dice, segnerà una generazione in modo irreversibile, come è accaduto per i nostri nonni con la guerra (o le guerre, in qualche caso). C’è però un aspetto che distingue la situazione che viviamo attualmente dalle poche situazioni paragonabili verificatesi negli scorsi decenni: alla pandemia, oggi, si associa quella che viene definita un’infodemia, cioè la diffusione di una quantità di informazioni enorme, provenienti da fonti diverse e dal fondamento spesso non verificabile. Esattamente come i virus, oggi le notizie si diffondono in modo rapidissimo e attraverso canali molteplici. Il ‘contagio informativo’ ha l’effetto di rendere assai più complessa la gestione dell’emergenza, in quanto pregiudica la possibilità di trasmettere istruzioni chiare e univoche e di ottenere, quindi, comportamenti omogenei da parte della popolazione. Ciò marca una differenza epocale rispetto alle emergenze globali, non solo sanitarie, del passato, quando la maggior lentezza di trasmissione delle notizie e il numero limitato di mezzi di comunicazione permettevano di reagire in modo più ordinato.

Il COVID-19 ci pone di fronte a due situazioni di difficoltà inattese, entrambe legate al progresso culturale e tecnologico che ha caratterizzato la vita dell’uomo sulla Terra: una, dai risvolti drammatici, legata alla difficoltà di arginare il contagio e bloccare la diffusione del virus; l’altra determinata dalla difficoltà di contrastare la proliferazione di notizie e informazioni che spesso deformano la realtà. Se la prima emergenza richiede uno sforzo immediato enorme, in quanto ne va della salute e della vita delle persone, la seconda impone una riflessione che ci permetta di capire come sviluppare gli ‘anticorpi’ necessari per orientarci nel bombardamento mediatico cui siamo sottoposti. Comprendere la comunicazione al tempo del COVID-19 non è irrilevante per gestire in modo più efficace gli interventi pratici e concreti che l’emergenza impone.

Oggi la complessità della comunicazione è talmente articolata da rendere velleitario il tentativo di descriverla in modo esaustivo. Tra tutte le prospettive possibili, almeno due paiono significative per una prima ricognizione. La prima è quella del mittente. In questo quadro, pare legittimo distinguere tra figure istituzionali (tra le quali, oltre a Governo, Istituto Superiore di Sanità, Protezione Civile, ecc. potrebbero essere annoverati anche esponenti del mondo medico-scientifico), professionisti della comunicazione (giornalisti e, forse, divulgatori) e una terza macrocategoria ‘altro’ nella quale far confluire gli autori di tutto ciò che ‘fa comunicazione’ e che non rientra nelle due precedenti (quindi, ad esempio, gli autori di video, meme, messaggi vocali, post, ecc.).

La seconda prospettiva riguarda, inevitabilmente, il mezzo utilizzato. Anche in questo caso si distinguono almeno tre possibilità: mezzi di comunicazione istituzionali (il sito del Governo, del Ministero della Salute, ecc.), organi di stampa (quotidiani, trasmissioni televisive, ecc.) e social media e social network (nell’accezione più ampia: Facebook, Twitter, Whatsapp, ecc.). Questi ultimi, che rappresentano la grande novità rispetto al panorama della comunicazione che ha fatto da sfondo alle precedenti emergenze globali, si collocano su un piano leggermente diverso rispetto alla comunicazione istituzionale e agli organi di informazione, in quanto, rispetto ad essi, giocano anche, spesso soprattutto, il ruolo cruciale ora di filtro, ora di cassa di risonanza.

Queste due prospettive sono inevitabilmente intrecciate, anche se in modo diverso. Ad esempio, un intervento del Presidente del Consiglio può essere diffuso sia dal sito istituzionale del Governo, sia dagli organi di stampa, sia dai social media e dai social network. Al contrario, un post su Facebook di una figura non istituzionale o professionale difficilmente uscirà dai confini dei social. Ma questo non significa che avrà una diffusione inferiore. Anzi…

Per avere un quadro più chiaro, conviene trattare separatamente le tre forme di comunicazione e limitarsi, per ora, a quella scritta, più facilmente analizzabile rispetto a quella parlata.

Per la comunicazione istituzionale, occorre prendere le mosse da un dato particolarmente eloquente: in Italia, la percentuale di utenti abituali del web che fanno riferimento prioritariamente ai canali di comunicazione istituzionale è sensibilmente inferiore a quella di altri paesi europei, come la Germania o la Francia. Questo significa che l’italiano medio ricorre in modo sistematico a fonti di informazione alternative a quelle ufficiali. In Italia, cioè, l’infodemia trova terreno particolarmente fertile e attecchisce più che altrove. Questo, di per sé, è già uno spunto di riflessione utile. Le spiegazioni di questa propensione possono ovviamente essere molteplici. Dal punto di vista strettamente linguistico, l’analisi della comunicazione istituzionale restituisce qualche risultato utile a comprendere il quadro.

Occorre, tuttavia, una premessa: le parole di una lingua non sono tutte uguali e non sono accessibili allo stesso modo. Tutti i parlanti di una lingua hanno la sensazione che alcune parole siano più facili e frequenti di altre. E tutti si imbattono, talora, in una parola di cui ignorano il significato, che rappresenta dunque un ostacolo alla comprensione di un testo. Tullio De Mauro ha cercato di quantificare questa ‘stratificazione’ del lessico dell’italiano e ha mostrato come circa il 96% delle produzioni linguistiche quotidiane degli italiani sia occupato da poco meno di 7.000 parole. Le altre 193.000 occupano appena il 4% della nostra attività comunicativa. Insomma, un parlante mediamente istruito conosce decine di migliaia di parole, ma di fatto usa quasi sempre poche migliaia di parole, sempre le stesse.

Le 7.000 parole più ricorrenti rappresentano il vocabolario di base della nostra lingua, quella porzione del lessico comprensibile praticamente a tutti i cittadini, senza alcuna distinzione. Le altre parole, invece, hanno gradi di comprensibilità e accessibilità in media molto più ridotti: sono parole spesso ‘di nicchia’, legate in modo esclusivo a particolari argomenti o a situazioni molto formali. Sulla base di questi calcoli, attraverso alcuni software (ad esempio Corrige o READ-IT) è possibile valutare il grado di leggibilità di un testo, cioè capire quanto un testo possa essere compreso dai destinatari a cui si rivolge. Il grado di comprensibilità di una produzione linguistica dipende, tra le altre cose, dalla percentuale di vocabolario di base da cui è composto: più è alta, più il testo è comprensibile.

Nel giro di tre giorni, tra l’8 e l’11 marzo, sono stati emanati tre DPCM. L’indice di leggibilità media dei tre decreti è molto basso, attorno al 38%. Non dissimile è il livello di accessibilità dei comunicati presenti sul sito del Ministero della Salute e dell’Istituto Superiore di Sanità, a cui tutti siamo invitati a fare riferimento in via preferenziale. Questo significa che i testi redatti da figure istituzionali sono quasi pienamente accessibili a chi ha la laurea, sono comprensibili con qualche difficoltà per chi ha frequentato un liceo e sono pressoché illeggibili per chi ha un titolo di studio diverso o inferiore. Se pensiamo che siamo una delle popolazioni d’Europa (e non solo) con il minor tasso di laureati si comprende perfettamente la assai limitata efficacia comunicativa di questi interventi istituzionali. E, di conseguenza, l’inevitabile migrazione dei cittadini verso canali di informazione alternativi e non verificati. Da cosa dipende questa scarsa leggibilità? Ad esempio, dall’uso di termini come assembramento (in luogo, ad esempio, di gruppo o folla), di dimora in luogo di casa; da costrutti sintattici complessi come l’uso pervasivo dalla forma passiva al posto dell’attiva.

Un caso emblematico è il ricorso a dispnea nei primissimi elenchi ufficiali di sintomi del virus, prodotti o ospitati anche dal sito del Ministero della Salute (ad esempio qui). Su Twitter in particolare, il ricorso ad un termine così specifico e tecnico ha suscitato più di una reazione di rabbia e l’invito a ricorrere ad espressioni più trasparenti, come difficoltà a respirare o addirittura fama d’aria.

Più alti sono invece i valori di accessibilità dei post Facebook del Premier (ad esempio questo o questo): in questo caso, evidentemente, la natura del mezzo ha determinato la scelta di uno stile meno complesso e di un lessico meno tecnico e un conseguente allargamento della base dei lettori potenziali. La conseguenza indiretta di ciò, però, è un aumento della diffidenza verso la sede ufficiale della comunicazione istituzionale e la legittimazione dei social come contenitore e, quindi, anche del loro contenuto. Qualunque esso sia. E questo, di certo, non ostacola l’infodemia, ma la rafforza.

Messaggi espliciti e messaggi ‘nascosti’

Se per quanto riguarda la comunicazione istituzionale non ci sono un prima e un dopo contagio in Italia, gli organi di stampa hanno cominciato ad occuparsi del COVID-19 quando ancora il virus sembrava un problema della Cina, quindi assai lontano da noi e non in grado di condizionare pesantemente le nostre vite. Proprio il confronto tra la comunicazione pre-Codogno e post-Codogno offre spunti di grande interesse. L’analisi di un campione di articoli relativi al coronavirus pubblicati online da Repubblica, dal Corriere della Sera e dal Fatto Quotidiano rivela come prima dell’individuazione del focolaio in Lombardia, l’indice di leggibilità degli articoli si attestasse, in modo uniforme, su valori attorno al 50%, decisamente superiori a quelli osservati per la comunicazione istituzionale, ma non ancora sufficienti a raggiungere la quasi totalità dei cittadini: il destinatario ideale di questi testi è in effetti un lettore abbastanza istruito e competente. Negli articoli compaiono di frequente tecnicismi, che non vengono spiegati o glossati. Insomma, si dà per scontata, nel lettore, una certa quantità di conoscenze pregresse, anche specialistiche. Siamo più o meno nella prima parte del mese di febbraio. L’idea di fondo è probabilmente che il tema, a quell’epoca, potesse coinvolgere solo chi aveva qualche legame, di natura professionale o per interessi personali, con la situazione che si stava delineando in Cina. Fino a quando il virus non valica i confini nazionali l’argomento non è presentato e gestito come se fosse di utilità generale. E non emerge la necessità di dover preparare ‘il grande pubblico’ ad un evento imminente di portata così traumatica.

Dopo l’esplosione del focolaio lombardo, il quadro cambia in modo netto e repentino soprattutto per il Corriere della Sera: l’indice medio di leggibilità degli articoli sul COVID-19 balza quasi al 65%, con una crescita nettissima. Ciò significa, concretamente, che gli articoli vengono redatti con uno stile completamente diverso e diventano leggibili per un pubblico potenzialmente molto più vasto. Inoltre, i tecnicismi vengono ora spiegati e parafrasati, in modo sistematico: il profilo del lettore ideale, dunque, non è più chi ha conoscenze pregresse o interessi sul tema, ma diviene il comune cittadino. Insomma, la questione è ora di interesse pubblico e la comunicazione del Corriere si adegua. Non quella di Repubblica e del Fatto Quotidiano, la cui leggibilità resta sostanzialmente invariata. Questo drastico mutamento di stile, per altro, viene premiato dagli accessi, che, stando ai dati di Google, aumentano in modo molto significativo solo per il Corriere (in modo lieve per il Fatto; non subiscono invece cambiamenti di rilievo per Repubblica).

Ma l’aspetto della comunicazione giornalistica che più colpisce, nel confronto tra il prima e il dopo Codogno, è quello delle informazioni trasmesse in modo esplicito e, soprattutto, implicito. Perché sono le informazioni implicite, più di quelle esplicite, a orientare l’opinione pubblica e, quindi, a innervare le infodemie. Una frase può attivare, in chi la legge o la ascolta, una serie di immagini mentali e di collegamenti che vanno ben oltre il suo significato letterale, anzi che si nascondono dietro ad esso. Si tratta, appunto, di significati impliciti, che, per così dire, entrano surrettiziamente nella mente di chi legge o ascolta. L’analisi dei contenuti nascosti ci permette di comprendere meglio l’effetto che la comunicazione ha avuto nelle reazioni dei cittadini rispetto a questa emergenza.

Per quanto riguarda i contenuti impliciti, possiamo ricorrere a due categorie: le presupposizioni e le implicature. Queste strategie comunicative sono quotidiane e intuitive: le adottiamo perché ne riconosciamo empiricamente l’efficacia; e sono pervasive quando parliamo di pubblicità e propaganda politica, nelle quali sottrarre un contenuto al vaglio critico può essere utile per spingere all’acquisto di un prodotto o convincere l’elettorato.

Le presupposizioni consistono nell’esprimere un contenuto come già noto all’ascoltatore. Per esempio, se un amico vi dicesse «la bellezza di questo libro sta nello stile», non vi starebbe dicendo esplicitamente di ritenere bello il libro, ma lo darebbe per scontato e condiviso: in questo modo un’informazione soggettiva viene veicolata come se fosse oggettiva. L’efficacia delle presupposizioni è dovuta al fatto che esimono l’emittente dall’assumersi la responsabilità del contenuto, che, dato per scontato, è messo al riparo dal vaglio critico.

Le implicature, invece, consistono nel meccanismo di ricostruzione di un messaggio da parte del destinatario. Se chiedessimo a un amico: «Lucia è a casa?» e lui ci rispondesse: «Ho visto la Panda azzurra sotto il suo palazzo», noi – magari aiutati dal sapere che Lucia ha una Panda azzurra e che di solito si sposta in macchina – ne implicheremmo che Lucia è a casa, anche senza sentirlo esplicitamente. L’efficacia delle implicature è dovuta a quello che in psicologia si chiama egocentric bias, ovvero la tendenza ad affidarsi con maggior tenacia e convinzione al proprio punto di vista e alle proprie idee e deduzioni. Ciò significa che se non è una pubblicità ad asserire, poniamo, la qualità di un prodotto alimentare, ma siamo noi a implicarla, ci sarà più difficile vagliare criticamente questa informazione, e la accoglieremo con più facilità. Per approfondire questi aspetti, rimandiamo il lettore al sito dell’OPPP, Osservatorio Permanente sulla Pubblicità e la Propaganda.

Un’ulteriore strategia usata spesso per rendere più comprensibile un contenuto complesso è la metafora. Le metafore, come insegna George Lakoff, uno dei più noti linguisti cognitivi, nonché autore dei saggi Moral Politics e Don’t think of an elephant!, entrambi relativi all’analisi del discorso politico, attivano delle ‘cornici mentali’ (dei frame), cioè un insieme di informazioni che ruotano attorno a un dato elemento. Quando usiamo una metafora, quello che facciamo è riversare su un elemento le informazioni che caratterizzano un altro elemento.

La comunicazione sulle epidemie ha maturato, negli anni, alcuni elementi costanti, che tornano anche nel caso del COVID-19. In un articolo pubblicato nel 2005 sulla rivista Social Science & Medicine, Patrick Wallis e Brigitte Nerlich hanno analizzato i frame attivati in 1153 articoli di cinque quotidiani inglesi, pubblicati tra la comparsa del virus SARS nel marzo del 2003 e la fine dell’epidemia a luglio dello stesso anno. Senza entrare troppo nel dettaglio, l’analisi rileva che i giornali usarono per lo più due metafore: quella del killer e quella del controllo. Vedere il virus come un killer significa quindi attribuirgli caratteristiche quali intenzionalità, alta letalità, pianificazione, imprevedibilità. Questo cosa comporta? Che anche le reazioni nei lettori saranno, almeno in parte, dovute a questo frame metaforico: un killer va identificato, tracciato, inseguito, catturato. Il frame del controllo, invece, è attivato da espressioni come investigazione, contenimento, misure, reazioni e, concretamente, si traduce nella legittimazione sociale dei metodi di gestione dell’emergenza, per esempio sul piano politico ed economico.

Per raccontare le epidemie sono molto frequenti anche le metafore della piaga (con echi biblici) e quella bellica. Quest’ultima, benché diversa, si sovrappone in parte a quella del killer, almeno per quanto riguarda l’idea di un’entità esterna – all’individuo o allo Stato – da combattere e sconfiggere. Già Susan Sontag analizzò criticamente l’uso di queste metafore in alcuni saggi sulla tubercolosi, il cancro e l’HIV/AIDS, ripresi nell’introduzione del paper di Wallis e Nerlich e raccontati anche in un articolo pubblicato il 22 marzo su Internazionale.

Immagini ricorrenti nella comunicazione sul COVID-19

Nella comunicazione relativa al COVID-19 incontriamo più o meno tutti questi frame metaforici, seppur con diversa frequenza e in diversi momenti. Sempre restando agli articoli delle tre testate nazionali citate sopra (Il Corriere della Sera, la Repubblica e Il Fatto Quotidiano) emerge una netta differenza tra i frame attivati prima e dopo che il virus si diffondesse in Italia.

Prima del focolaio lombardo, i frame attivati più frequentemente dalle scelte lessicali dei quotidiani rimandano alle dimensioni ‘locali’ del problema e sono sistematicamente associate alla Cina. Espressioni come il virus di Wuhan o il virus cinese e la descrizione del mercato di Wuhan attivano idea legate ai concetti di esotico e selvaggio e una diffidenza nei confronti dei viaggi da e per quella zona del mondo e, poi, per chi da quella zona proviene.

Dopo l’esplosione del contagio in Italia, il quadro delle informazioni nascoste cambia. Emerge, prevedibilmente, la metafora bellica, sia nei media ufficiali che nella comunicazione informale, in espressioni come “il fronte”, “la trincea”, “i soldati”, e fino alle dichiarazioni più esplicite come “siamo in guerra”. Questa metafora ha certamente lo scopo di creare coesione e di unire idealmente il popolo contro un nemico. Ma quando il nemico è invisibile, come in questo caso, è quasi inevitabile riversare la rabbia contro un obiettivo tangibile. Associando l’iniziale frame Cina e la successiva metafora bellica non era difficile aspettarsi qualche rigurgito razzista nei confronti della comunità cinese in Italia. (Questo aspetto è stato approfondito anche da Federico Faloppa e Vera Gheno, qui e qui).

L’evoluzione della metafora bellica è però particolarmente significativa, in quanto, successivamente, focalizza non tanto l’immagine del nemico (che, appunto, è invisibile), quanto, in modo più costruttivo, quella dei ‘soldati’ e dei ‘feriti’: i primi, sono i medici e gli infermieri; i secondi, i malati. Medici e infermieri, in particolare, appaiono sempre in divisa e portano sul volto le ‘cicatrici’ metaforiche, i segni della mascherina e dei dispositivi di protezione, come nel video diffuso da FNOPI. Tutto ciò, per altro, determina un forte e ritrovato senso di coesione sociale attorno a queste figure, che si manifesta esplicitamente nelle molte manifestazioni di solidarietà cui abbiamo assistito.

Compare anche l’immagine della resistenza, che sostiene e legittima l’invito a nascondersi, quindi a restare a casa. Ed appare, con nesso quasi causale, anche il frame del controllo, di cui si è detto sopra. L’associazione di questi frame concorre a delineare un contesto in cui si accettano o addirittura si invocano misure che altrimenti sarebbero percepite come al limite della tollerabilità

Queste immagini ritornano anche nelle più recenti comunicazioni istituzionali. Non nelle ordinanze, ovviamente, ma nei video messaggi e nei post sui social, soprattutto del Premier.

Sugli organi di stampa e nelle dichiarazioni dei politici esse hanno tuttavia un legame sistematico più forte con una profonda emotività: il dramma, la paura, l’emergenza, la minaccia, la crisi, anche economica. Ovviamente, queste immagini e questi frame possono essere veicolati anche in modo strumentalmente implicito, come si è detto sopra. Per esempio, un titolo come «Prove tecniche di strage», in prima pagina su Libero il 23 febbraio, attribuisce implicitamente una responsabilità – morale, politica – al Governo. «Il Nord nella paura» (Repubblica, 22 febbraio) descrive uno stato di cose dandolo per condiviso anziché asserirlo in modo esplicito. Altri, come «Vade Retro, virus» (Libero, 22 febbraio) o «Contagi e morte: il morbo è tra noi» (Il Resto del Carlino, 22 febbraio) suggeriscono invece un elemento soprannaturale, misterioso, senza offrire alcuna informazione oggettiva (si sconfiggerà il virus intimandogli “vade retro”? Chi sono di preciso i “noi” tra i quali è il morbo?).

In questa sede non abbiamo preso in esame la comunicazione ‘altra’, quella dei social media e dei network, dove informazioni nascoste e implicite proliferano in modo pressoché incontrollato e particolarmente nocivo.

Cosa possiamo concludere?

Che certamente la pandemia ci ha colti di sorpresa e che lo Stato ha dovuto affrontare una situazione di emergenza non preventivata e del tutto nuova, con effetti a ricaduta su molti aspetti della vita dei cittadini. Tra gli effetti collaterali di questa situazione, l’infodemia è stata forse sottovalutata. Ciò che le recenti vicende dell’Italia insegnano è che gestire l’informazione è cruciale per l’effettiva applicazione dei provvedimenti. Gli atti comunicativi, specie nelle situazioni emergenziali, sono fondamentali. Un primo punto fermo da porre in evidenza è che esiste un legame di causalità diretta tra la scarsa ‘leggibilità’ della comunicazione istituzionale e l’infodemia, cioè la proliferazione e la diffusione di notizie che spesso alterano la realtà e ne danno un’immagine parziale o distorta. Questa infodemia colpisce di preferenza proprio chi fatica ad accedere ai canali ufficiali di comunicazione (istituzionali e scientifici, primariamente), che sono lo strumento per verificare la veridicità delle notizie. Chi non capisce è più fragile e vulnerabile. Perché una comunicazione scorretta crea dissonanze, le dissonanze creano panico e il panico spesso genera reazioni e comportamenti controproducenti. Ragionare sui meccanismi linguistici che accompagnano la comunicazione di istituzioni e stampa nell’emergenza può essere uno strumento utile per affrontare in modo più efficace, in futuro, situazioni complesse come l’attuale e per contribuire direttamente all’ecologia del discorso pubblico.

Questo contributo è il risultato di un laboratorio organizzato (in streaming) nell’ambito dell’insegnamento di Sociolinguistica dei corsi di laurea in Lettere e Scienze della Comunicazione dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna. La raccolta e l’analisi dei dati sono il frutto del lavoro di Adriana Barbato, Augusto Bovesi, Ilaria Brocero, Nella Califano, Francesca Cappelli, Lorenzo Cavaliere, Melissa Capanni, Emanuela De Vita, Irene Falchini, Fabio Farina, Maddalena Ghiotto, Alessia Marras, Alessia Sulioti, Chiara Taiariol, Virginia Toccafondi, Luigia Tricase, Riccardo Varveri e Giorgia Zantei.

Il testo è stato pubblicato Micromega il 26 marzo 2020 e viene qui riprodotto con l’autorizzazione della Rivista.

Il coronavirus come fatto sociale totale: l’impatto culturale dell’epidemia

Contributo di Vincenzo Matera

Ci sono due aspetti della diffusione del coronavirus Covid-19 che mi sento di poter evidenziare e che mi sollecitano una riflessione.

Primo, gli aspetti legati agli impatti che un processo globale come senza dubbio è l’epidemia/pandemia ha esercitato sulla dimensione locale.

Secondo, il carattere di vero e proprio fatto sociale totale che tale fenomeno presenta.

I due aspetti sono collegati: allorché un processo globale investe e travolge una località (paese, regione, nazione, continente) si configura nella percezione delle persone coinvolte come un fatto sociale totale.

Secondo la definizione dell’antropologo Marcel Mauss, un fatto sociale totale è un sistema/insieme di discorsi (retoriche, dibattiti, teorie, dichiarazioni, opinioni, slogan, ecc.) e di pratiche (azioni politiche, divieti, controlli, prescrizioni, comportamenti, precauzioni, limitazioni, ecc.) che permea ogni aspetto della vita e delle interazioni sociali. Il coronavirus coinvolge nel suo accadere (reale e immaginario) la pluralità dei livelli sociali: scienza medica, tecnologia, politica, economia, religione, parentela, educazione, comunicazione.

In tale cornice, rivestono una rilevanza notevolissima i modi in cui i media (e i social media), hanno modellato i contenuti relativi all’epidemia. Ognuno di questi livelli del sociale è stato sollecitato ed è emerso nella sfera pubblica in modo peculiare. Secondo campi di forza e dinamiche sociali più o meno nascoste.

Per esempio, le direzioni di pensiero incanalate nei social, da questi amplificate nei loro effetti pratici, ironici, isterici, rassicuranti, allarmanti, strumentali, e retorici, hanno contribuito a formare una “cultura” del virus, prima del suo arrivo – quando se ne osservava da lontano l’andamento, e dopo il suo arrivo – quando la gestione del problema è diventata molto vicina.

La cultura del virus di “prima”, è stata all’insegna di una compassione mediatica e di un coinvolgimento molto lievi, analoghi a quelli che i media ci inducono quando trasmettono le immagini di un barcone alla deriva pieno di persone (che però stentiamo a riconoscere nella loro piena umanità, in fondo sono semplici “migranti”); solo quando i media stessi, secondo una curva emotiva che li accomuna (per esempio di fronte alle immagini di un bambino morto su una spiaggia) hanno un sobbalzo di dignità, anche noi spettatori per un minuto in più ci immedesimiamo riconoscendo un briciolo di umanità alla vittima e percependo un briciolo di compassione in più, ma è solo un momento. A tal punto ci lasciamo ormai trascinare anche emotivamente dall’impostazione che Tg e quotidiani (e social media) danno agli eventi.

Così, anche la cultura del virus prima che arrivasse qui è stata all’insegna della quasi indifferenza: le immagini delle metropoli cinesi deserte, degli uomini in tuta bianca intenti a disinfettare le strade, dei capannoni-ospedali pieni di letti le abbiamo osservate a distanza, senza “leggerle” in profondità.

Vale a dire, è mancata totalmente – ed è stata altrettanto totalmente ignorata dal livello mediatico e politico – la consapevolezza del carattere globale di quei fatti. Insomma, abbiamo percepito, ci siamo lasciati orientare nella percezione del fenomeno, dei fatti come lontani, e locali. Nell’illusione di poter restare indifferenti o quasi a quanto accade agli altri. Ogni frammento di territorio italiano (e così anche in altri paesi) ha continuato nei suoi scambi, legami, intrecci, nella mobilità verso e dalla Cina, in linea con quanto abbiamo imparato da quando siamo protagonisti della Grande Narrazione del Mondo globale e delle sue meraviglie.

Tutto questo, però, è indice di una globalizzazione incompiuta, e purtroppo anche fuori controllo. Infatti, le conseguenze – disastrose – sulla dimensione locale di fenomeni globali (come le crisi economiche, il terrorismo, la speculazione finanziaria, il traffico di stupefacenti, l’inquinamento e, per arrivare ai fatti drammatici che stiamo vivendo, la diffusione di un virus sconosciuto) dimostrano che il nostro coinvolgimento in ciò che accade altrove e ad altri è totale. Dimostrano anche che non si può far fronte – in modo efficace – a un processo globale con armi locali.

La “caccia agli untori” che ha contrassegnato le reazioni (almeno all’inizio) degli altri paesi europei rispetto al contagio italiano è un altro indice di quanto siamo ancora lontani dal portare a termine la costruzione di una cornice globale in cui vivere senza scompensi e disparità. Ancora una volta, rispondere localmente puntando il dito sugli italiani infetti e chiudendo le frontiere (o minacciando di farlo) invece di concordare a livello internazionale (almeno europeo) risposte comuni e unitarie, significa essere globali solo nei proclami europeisti sempre pronti poi a chiudersi nell’illusione provinciale della tenuta dei confini nazionali.

Il bello (in senso drammatico) è che questa dinamica ha un andamento sempre relazionale: la Francia e l’Austria – prima di capire/ammettere che il virus è globale – mettevano all’indice gli italiani; ma in Italia, per esempio, i liguri indicavano – prima che anche la Liguria, come il resto della nazione, venisse decretata zona “protetta” (non entro nell’ironia dell’eufemismo) – i Lombardi come i contagiati pericolosi (“non vi vogliamo”, “andatevene”, “vengono qui a infettarci” erano i post più benevoli che ho letto su alcune piattaforme, per non dire della ridicola ordinanza che il sindaco di Finale Ligure ha emesso intimando ai Lombardi e ai Piemontesi presenti nel territorio del comune a dichiararsi e a restare chiusi in casa, come se – al solito – il problema riguardasse solo alcuni).

Mi auguro che, una volta usciti da questa situazione davvero brutta, si avvii una riflessione accorta sui rischi che si corrono a stare dentro una globalizzazione incompiuta, e sull’urgenza di progettare delle cornici adeguate a gestire e controllare i processi globali che, quali che siano, se lasciati fuori controllo, possono provocare sconquassi. Con buona pace dei sostenitori a oltranza del libero mercato, senza regole, come principio ultimo capace di regolare tutti gli altri aspetti della vita sociale. Così non è.

Uno degli effetti negativi che derivano da un “locale” in balia del “globale”, è l’aumento della percezione sociale del rischio e dell’incertezza. Riflettiamo sul fatto che una nostra esigenza primaria è vivere in un mondo dotato di “ordine, direzione, stabilità”.  

La percezione dell’incertezza può essere allora una chiave di lettura utile per cogliere alcuni aspetti di un fenomeno come la diffusione di un virus sconosciuto che ha come dato principale l’imprevedibilità. Quali abilità si attivano per ridurre l’imprevedibilità e provare a rimettere ordine nella vita? E’ una domanda non nuova per l’antropologia, specie nell’ambito degli studi di quelle società in cui – più che in altre – la quotidianità è pervasa da senso costante di vulnerabilità, da ansia continua, da altalene di speranza (attesa) e delusione, condizione che a volte spinge all’arte del “navigare a vista”, dell’improvvisazione, dell’arrangiarsi come modalità di tenere insieme faticosamente la propria ma anche quella delle persone vicine.

Il paradigma dell’incertezza rivela un articolato insieme di concetti ai quali ricondurre azioni, reazioni, logiche, comportamenti: insicurezza; indeterminatezza; rischio; ambiguità; ambivalenza; opacità; oscurità (brancolo nel buio); invisibilità; mistero; dubbio; scetticismo; occasione; possibilità; speranza; ipotesi, previsioni. Tutti concetti che costellano le reazioni preoccupate, razionali, ironiche, irrazionali, assurde comparse in particolare sui social allorché il virus è arrivato da noi. Di colpo ci siamo ritrovati – da che eravamo immersi in una mobilità sconfinata – dentro una immobilità forzata che facciamo fatica a accettare.

Dentro una cornice antropologica ritengo che si possa legare la dimensione dell’incertezza che aumenta oltre misura in queste settimane a un venire meno delle risorse culturali e delle competenze utili per muoversi in modo sensato nello spazio sociale, necessarie per percepire che la propria esistenza ha un ordine, una direzione, una stabilità. L’incertezza è il non saper bene come agire, che fare, che direzione prendere, per il venir meno di punti di riferimento.

Come appare evidente, la dimensione dell’incertezza è parte dell’esperienza umana, quali che siano i modi storici in cui questa si realizza; altrettanto ovvia è la considerazione della variabilità che la caratterizza, nel tempo e nello spazio; meno ovvio è invece il riconoscimento del carattere culturale dell’incertezza, del modo in cui ce la rappresentiamo, la sperimentiamo, la percepiamo. L’incertezza, del resto, è un prodotto sociale e culturale; dipende, ed emerge quindi, dalle relazioni sociali, dalle configurazioni culturali, che in certi casi creano incertezza.

Parallelamente, relazioni sociali e configurazioni culturali possono anche ridurre l’incertezza, anzi, proprio questo è il loro effetto primario. L’incertezza, l’imprevedibilità, scaturiscono dal presente, e si proiettano nel futuro; informano di se stesse l’esperienza del tempo, gli orizzonti e la capacità progettuale: il fare programmi, il coltivare aspirazioni, lo sperare che qualcosa si realizzi o non si realizzi, l’augurarsi buona fortuna – l’”andrà tutto bene” che circola in questi giorni – emergono allora come risorse culturali, che possono essere incrementate o schiacciate dalle condizioni sociali.

L’incertezza domina la vita degli abitanti dei “mondi magici”, di cui l’antropologo Ernesto De Martino delineò la problematicità dell’esserci, un esserci “non deciso” e quindi a rischio di dissoluzione nel nulla. Comprendere il senso della vita di costoro non è possibile se non uscendo dal pregiudizio antimagico dominante nel nostro mondo, – un mondo o un insieme di mondi dove l’esserci era divenuto un “dato” quasi inossidabile, per riconoscere la funzione dei dispositivi magici (e religiosi) di consolidare l’esserci incerto. La preghiera alla “madonnina” del Duomo di Milano dell’altro giorno ne è forse un esempio.

Nella società contemporanea, in molti dei suoi luoghi, e in molti dei suoi abitanti, l’incertezza sembra affiorare in modo preponderante, come dominus incontrastato a volte, o anche come una forza imperscrutabile e inevitabile, che segna pesantemente l’esperienza. È ovvio che l’incertezza regni sovrana nei periodi di guerra, allorché “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”; nei periodi di trasformazione, quando un certo ordine del mondo viene meno, nei periodi di crisi.

La diffusione di un virus provoca un’incertezza che si manifesta a caduta nella quotidianità delle persone. È in questi casi il paradigma dell’incertezza si fa contesto, inizia a far presa, a modellare modi di pensare e di essere nel mondo.

Modi di pensare e di essere il cui tratto distintivo è trovare espedienti (o rimedi) contro la dissoluzione dell’ordine, della stabilità, di una possibile direzione che provoca una sorta di ansia da disorientamento. I supermercati presi d’assalto possono essere un esempio di questi meccanismi. Un modo di agire che momentaneamente tampona l’ansia, alimentata anche dalla frammentazione delle reazioni (pareri diversi degli esperti, proposte politiche diverse, fake news e informazioni amplificate) e dalla continua correzione delle risposte (sui giorni di contagio, sull’utilità dei dispositivi di protezione, sulla effettiva pericolosità del virus, sui provvedimenti presi per contenere l’epidemia ecc.).

Tutto ciò che invece in qualche modo aiuta a ricostruire un orizzonte ordinato e prevedibile, come è ovvio, può ridurre l’incertezza.