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Il distanziamento, ovvero la socialità al tempo del coronavirus

Contributo di Vincenzo Matera

È parte dei luoghi comuni sulle conseguenze della tecnologia digitale che il tempo trascorso davanti allo schermo (di uno smartphone o di un computer) sia tempo sottratto alla socialità; che il dilagare di social, con chat, messaggi, profili, immagini post, video, ecc. ci renda meno pronti cognitivamente, passivi esecutori di azioni pre-disegnate; che l’uso dei social media incrementi le tendenze già forti nelle società contemporanee a un individualismo esasperato. D’altra parte, è ormai acquisito nella ricerca sociale sulle nuove tecnologie che i social media siano di fatto un altro spazio dove le persone vivono, che si affianchino agli altri spazi della loro vita “reale”, l’ufficio, la casa, il bar, la piazza del villaggio. Una modalità della socialità che si aggiunge. Chi ha ragione? I social e le tecnologie digitali producono pericolose trasformazioni “antropologiche” della nostra umanità, del tipo alienazione, passività cognitiva, automatismo? Oppure sono una nuova modalità che si aggiunge a quelle già note di generare relazioni sociali?

Possiamo facilmente riflettere su che cosa accade quando le dimensioni “più reali” (o almeno presunte tali) della socialità vengono meno. Come ci si poteva aspettare, si amplia l’altra dimensione. Quando si chiude uno spazio, ci si lancia a occupare gli altri disponibili. La vita online straborda, i post, le videochiamate, impazzano, si cercano nuove piattaforme, nuovi supporti più performanti, si avviano iniziative di ogni genere, concerti, dibattiti, lezioni, visite guidate, persino safari e sedute di yoga, aperitivi e pranzi festivi, riunioni politiche e aziendali, con il sottofondo di bambini che giocano; voci, consigli, inviti si ripetono. All’insegna del valore di una ritrovata “intimità familiare”: il tempo per leggere, per fare qualcosa insieme ai figli, per “cucinare”, per “pensare”, “il profumo del caffè”, “la buonanotte alla mia famiglia”, “il tempo con la mamma”, “tutto è un insegnamento”, “troviamo conforto in noi stessi”, “in questi pochi metri quadrati trovo pace”. All’insegna di una nuova “coesione sociale”, in cui emerge la spinta a riscoprire e rinvigorire forme di solidarietà e di altruismo, degni di una “comunità” in cui il valore d’uso di un bene si prende la rivincita sul valore di scambio imperante: “la pasticceria che regala brioche e biscotti al personale di un ospedale”, “i sarti che cuciono e distribuiscono mascherine”, “l’agriturismo che porta i pasti gratis”, e molti altri casi si potrebbero aggiungere. All’insegna delle “istruzioni per l’uso”: “indicazioni per l’ecologia domestica”, “come farsi lo shampoo in casa”, “come lavarsi i denti a tempo di danza”, “cani e bovini come scudi al virus”, “la Pasqua al tempo del distanziamento sociale”, “la riscoperta di ritmi naturali”, “sentirsi vicini in tempi di virus”, “la scuola al tempo del virus”, e così via. La quotidianità si ripensa, fa buon viso a cattiva sorte, si adatta a condizioni nuove. La socialità online – che dilaga – attiva forme di mediazione proprie. Quali? Con quali effetti?

Partiamo da un principio piuttosto importante: non esiste una natura umana essenziale, che rischierebbe di venir intaccata dalla tecnologia. Gli uomini sono ciò che li fa l’insieme di pressioni (culturali, sociali, storiche, ambientali) che li avvolge. Anche i modi in cui le persone si legano le une alle altre per costruire reti di relazioni sociali e costituire una società sono variabili, a seconda di tali pressioni, tra queste la tecnologia. Disporre di un’automobile e di strade percorribili dove poterla usare consente alle persone di costruire e alimentare reti di relazioni sociali diverse – più estese magari – da quelle che si possono costruire in assenza di quelle condizioni e di quello strumento. Possiamo quindi affermare, in base al principio precedente, che una socialità “pura”, “autentica”, o non mediata non esiste. Una conversazione faccia a faccia è mediata da convenzioni tanto quanto una conversazione online. Cambia però il tipo di mediazione. Qualsiasi cosa una nuova tecnologia ci consenta di fare è parte della nostra umanità, ovvero è qualcosa che, in quanto esseri umani, abbiamo sempre avuto la potenzialità di fare.

I social e le tecnologie digitali oggi ci consentono di agire e di essere secondo modalità nuove, d’accordo, ma non “disumane”, semplicemente parte di ciò che gli esseri umani sono, proprio come guidare un’automobile o parlare a telefono. Quindi, proprio come posso decidere se andare in un posto a piedi, in autobus, in bicicletta, in auto, posso decidere se contattare qualcuno andando a chiamarlo sotto casa, telefonando, mandando un messaggio, una mail, una lettera; oppure posso decidere se ho voglia di trascorrere il pomeriggio uscendo con un’amica, stando davanti al mio pc con un video gioco, postando immagini e commenti, oppure chattando. Si aggiungono, grazie alla tecnologia, modalità della socialità, se ne perdono alcune, se ne modificano altre. Tutto pienamente “umano”. Questo vuol dire evidentemente che la socialità cambia. Una popolazione di lavoratori migranti è facile che perda la propria tradizionale forma di socialità, e finisca con il creare reti sociali più adatte a una nuova esistenza migrante (in questo i social hanno un ruolo importante). Un paio di generazioni fa i bambini giocavano in strada e nei cortili, oggi questo modello di socialità è scomparso. Studiare la socialità umana (mediata dalla comunicazione), significa osservare i modi dello scambio e la reciprocità, primari aspetti costitutivi di una relazione sociale. Le persone crescono sin dall’infanzia per essere socializzate in direzione di ciò che per il loro gruppo sarà considerato il comportamento appropriato o inappropriato. Quando un bambino fa qualcosa, un genitore può dire “non si fa così”. Il motivo per cui le persone crescono e diventano “tipici” contadini del Senegal o operai cinesi non è genetico. Le norme di comportamento non sono fisse; e possono cambiare. Nello spazio, se pensiamo che modelli di socialità in Italia, in Brasile, in India, in Gran Bretagna o in Svezia non sono uguali; nel tempo, se pensiamo che cinquanta o cento anni fa i modelli di socialità erano differenti. Però, le cose, i processi, non sono mai neutri.

comunicazione digitale socialità

Qui veniamo al secondo grande pilastro della nostra umanità, la comunicazione, che non è altro che una modalità molto sofisticata dell’interconnessione costante delle persone nel mondo. Ognuno di noi è un’individualità organica. Ma ognuno si sforza di oltrepassare i limiti della propria pelle per interconnettersi con qualcun altro. La comunicazione quindi è una forma di azione nel mondo, radicata nel corpo, che ha precisi effetti sul comportamento degli altri; è un processo interattivo e dinamico, costruito dalle azioni e dalle esperienze organizzate, intenzionali, reciprocamente influenti e riconoscibili, che vengono create in svariati modi da partecipanti attivi nel loro mutuo interconnettersi. La comunicazione umana è data simultaneamente dalla sonorità della voce, dallo sguardo, dalla postura e dai movimenti del corpo, dalla capacità evocativa dell’olfatto, dalla decorazione dei corpi e dall’utilizzo di oggetti, secondo un mix creativo di risorse continuamente messe in campo per attivare molteplici reti di relazioni. Comunichiamo con il tono di voce, con la scelta del trucco, di un tatuaggio, cucinando alcuni cibi, partecipando a un rito o lasciando un appunto sul tavolo della cucina, così come lasciando in eredità degli oggetti o dei beni o visitando un museo dove sono custodite tracce di memorie del passato. La comunicazione non è solo regno del simbolico, ma è radicata nella biologia dell’animale uomo, nella corporeità: c’è continuità tra le risorse comunicative umane e quelle del resto del mondo animale. Come gli altri animali, gli uomini producono suoni attraverso le corde vocali, usano la vista per ottenere informazioni sull’ambiente, riconoscono persone e situazioni dagli odori, fanno un uso intenzionale del contatto fisico. Al tempo stesso questa comune base corporea si apre a una straordinaria creatività – la varietà delle culture – che si concretizza in una miriade di pratiche comunicative faccia a faccia e a distanza. La caratteristica fondamentale della comunicazione umana secondo questo approccio è la multimodalità, cioè la capacità di mettere in campo simultaneamente una serie straordinaria di risorse comunicative per mantenere in vita relazioni significative.

La comunicazione, inoltre, è sempre incorniciata. Il concetto di “framing” è utile per pensare la questione del distanziamento sociale. La cornice aiuta a individuare e anche a collocare il confine, definisce le regole e le aspettative che guidano il nostro comportamento. Innumerevoli cornici spesso invisibili (ma molto concrete) inquadrano la nostra vita sociale, e la conoscenza che ne abbiamo ci aiuta a comportarci appropriatamente, secondo le aspettative. Stare dentro il “frame” di un cinema, ti dice che non dovresti rispondere a telefono o parlare con il vicino, ma osservare e ascoltare in silenzio. Quindi, possiamo iniziare a considerare l’offline e l’online come due “frame” della nostra quotidianità che attivano atteggiamenti e comportamenti differenti. Questo è anche il motivo per cui, in alcuni casi, le persone sentono che l’ambiente online induce aspetti diversi di certe relazioni. Possiamo opporli, oppure possiamo considerare questi contesti come complementari, parti di una rappresentazione completa della persona e delle sue relazioni. Per quanto mi riguarda, con alcune persone preferisco di gran lunga comunicare tramite un messaggio di posta elettronica o un sms o anche via WhatsApp che non per telefono e, men che meno, faccia a faccia: persone, per esempio, che mi procurano fastidio o una reazione negativa anche quando comunichiamo in modo impersonale, e che mi farebbero letteralmente perdere le staffe se l’interazione avvenisse in presenza. Per telefono ci sarebbero la voce, il ritmo del parlato, il tono, e la comunicazione sarebbe certo più ricca di elementi personali. Ancora di più faccia a faccia: si aggiungerebbero la vista, i movimenti, i gesti, gli sguardi… In entrambi i casi sarei obbligato alla replica immediata, e il coinvolgimento sarebbe decisamente elevato. La comunicazione potrebbe assumere il carattere di una discussione accesa, finanche di un litigio. Aumentare il livello di mediazione grazie alle tecnologie disponibili, in questi casi, depura l’azione comunicativa di molti elementi personali, e di certo nei casi in questione questo agevolerebbe la comunicazione. Aumentare la distanza e evitare il tatto (strette di mano, abbracci, baci) anche. A volte. Con altre persone accade invece l’esatto contrario. Un livello elevato di mediazione non mi soddisfa, lascia comunque un senso di mancanza, di perdita, di desiderio di tutte quelle componenti parte dell’interconnessione umana concreta, personale, multisensoriale. Quindi, ben venga l’alto livello di mediazione che consente la tecnologia, con alcuni: una mail è sufficiente a risolvere l’esigenza comunicativa. Con altri non basta: è un complemento, un surrogato, nell’ambito di un’esigenza di interazione più articolata e ricca, al quale mi posso adattare, se costretto, ma certo a fatica. Del resto, il frame terrorismo detta norme di precauzione, di controllo, protocolli di sicurezza, ha cambiato il nostro modo di viaggiare. Allo stesso modo il “frame” emergenza sanitaria da virus detta nuove modalità dell’interconnessione, il distanziamento sociale, e cambia il nostro modo di comunicazione.

Quindi, senza demonizzare o celebrare nulla, si tratta come sempre di alzare il livello della nostra consapevolezza critica, rispetto alle risorse che abbiamo, e che la tecnologia ci offre, e rispetto alle cornici che orientano il nostro agire e che riflettono le condizioni in cui ci troviamo a vivere, che ci piaccia o meno.

Un provvidenziale ultimo avviso. Più che aver paura del corona virus, oggi dobbiamo avere paura che cessata l’emergenza sanitaria si torni alla situazione di prima

Contributo di Vincenzo Balzani

In una famosa fotografia, scattata dall’astronauta della NASA William Anders il 24 dicembre 1968 durante la missione Apollo 8, si ammira lo straordinario spettacolo del sorgere della Terra visto dalla Luna. Contemplando la scena che stava fotografando, Anders disse: «We came all this way to explore the Moon, and the most important thing is that we discovered the Earth». Da questa e altre simili foto della Terra prese da lontano ci si rende conto di quale sia la nostra situazione: viaggiamo nell’infinità dell’universo su un’astronave. Un’astronave che non potrà mai “atterrare” da nessuna parte, non potrà mai attraccare a nessun porto per caricare risorse o scaricare rifiuti. Le risorse su cui possono contare i quasi otto miliardi di passeggeri sono i materiali che costituiscono l’astronave e la luce del Sole.

Da qualche mese sull’astronave Terra è in circolazione un virus pericoloso e molto contagioso, il Covid-19. In attesa di combatterlo con un vaccino, ci difendiamo alla meglio con l’odiosa arma del distanziamento sociale. Secondo gli scienziati il virus è passato da animali selvatici all’uomo a causa di uno o più dei seguenti errori nel nostro rapporto con la Natura: esagerato uso delle risorse, degradazione dell’ambiente, cambiamento climatico, crescente consumo di prodotti animali, esagerata  antropizzazione del suolo, perdita di biodiversità e ricerca di cibo selvatico da parte delle popolazioni più povere. I virus sono in qualche modo “profughi” della distruzione ambientale causata dalla nostra aggressività. Stavano bene nelle foreste e nei corpi di alcuni animali, gli abbiamo offerto l’occasione di moltiplicarsi.

Molti fra i cittadini dei ricchi paesi dell’Occidente sono preoccupati per la crisi sanitaria, ma sembra non si siano mai accorti delle crisi ecologica e sociale. Sono terrorizzati da qualche decina di migliaia di morti causati dal virus nel mondo, ma forse non sanno che a causa dall’inquinamento atmosferico ogni anno muoiono circa un milione di persone in Cina, 650.000 nell’Unione Europea e 80.000 nella sola Italia.

Già da parecchi anni gli scienziati ammoniscono che non stiamo custodendo il pianeta e i sociologi avvertono che le enormi disuguaglianze economiche e sociali stanno diventando insostenibili. Il vigente modello di sviluppo, il consumismo, basato sull’usa e getta, ha instaurato una cultura dello scarto che porta al degrado ambientale e si estende alla vita delle persone. Nell’enciclica Laudato si’ qualche anno fa papa Francesco aveva scritto

Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale che va affrontata con una visione unitaria dei problemi  ecologici ed economici.

E nella benedizione Urbi et orbi impartita il 18 marzo nella spettrale Piazza San Pietro deserta il papa ha aggiunto: “Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sani in un mondo malato”.

Stiamo vivendo, dunque, uno dei peggiori periodi della nostra storia, attanagliati da una crisi che ha tre aspetti fra loro intrecciati: ecologico, sociale e sanitario. Ma non dobbiamo perderci d’animo: la storia stessa insegna che ogni crisi offre l’opportunità di un cambiamento verso una situazione migliore. Poiché l’astronave Terra è l’unico luogo dove possiamo vivere, non possiamo farci sfuggire questa occasione. Dobbiamo vedere nel Covid-19 un provvidenziale ultimo avviso. Più che aver paura del virus, oggi dobbiamo avere paura che cessata l’emergenza sanitaria si torni alla insostenibile situazione di prima. Tutti dobbiamo adoperarci perché ciò non accada.

Perché il cambiamento avvenga nella direzione giusta, per prima cosa dobbiamo far capire a politici e economisti che una crescita illimitata è impossibile. Non possiamo pretendere che il pianeta Terra si adatti alla nostra megalomania; dobbiamo essere noi ad adattarci alla sua realtà. L’unico obiettivo che forse possiamo raggiungere, non senza difficoltà, è quello della sostenibilità: cioè vivere lasciando un pianeta vivibile anche per le prossime generazioni.

Perché ciò accada dovremo utilizzare in modo più saggio le limitate risorse dell’astronave Terra e sfruttare il più possibile l’abbondante energia che ci viene dal Sole. Dovremo diminuire l’estrazione di materiali dalla Terra (92 miliardi di tonnellate all’anno, pari a 35 kg al giorno per ciascuno degli abitanti del pianeta) e abbandonare l’uso dei combustibili fossili per abbattere l’inquinamento atmosferico e ancor più le emissioni di CO2 (37 miliardi di ton all’anno), il gas serra che provoca il cambiamento climatico.

Aerial view industrial of opencast mining quarry with lots of machinery at work - view from above. Extraction of lime, chalk, calx, caol

Dovremo sostituire i motori a combustione con motori elettrici alimentati dall’energia del Sole. La scarsità delle risorse non ci permetterà più di possedere le “macchine” che utilizziamo (ad esempio, l’automobile); dovremo accontentarci di usare “macchine” condivise. Dovremo capire bene cosa ci serve e cosa non ci serve. Se ci avessimo pensato prima, ad esempio, non avremmo speso 14 miliardi per gli F-35 (aerei da guerra che, per fortuna, non useremo mai), ma avremmo investito questo denaro nella sanità e nell’istruzione.

Più in generale, dovremo sostituire il verbo consumare col verbo risparmiare. Per ridurre i consumi, studi scientifici dimostrano che non serve molto “agire sulle cose”, cioè aumentare il rendimento dei processi di produzione e l’efficienza dei vari tipi di macchine che usiamo; bisogna “agire sulle persone”, sollecitarle cioè a praticare stili di vita ispirati alla sobrietà.

C’è ancora parecchio da fare, ma sappiamo bene quale è la strada per raggiungere la sostenibilità ecologica. Siamo invece molto lontani dall’obiettivo della sostenibilità sociale che richiede, anzitutto, una ridistribuzione della ricchezza. Non può esserci sostenibilità sociale in un mondo dove i duemila più ricchi posseggono più di 4,6 miliardi di persone e neppure un paese come l’Italia dove l’1% più ricco possiede quanto il 70% della popolazione. Non può esserci sostenibilità sociale se, come scrive papa Francesco nell’enciclica Laudato si’:

non ci accorgiamo più che alcuni si trascinano in una miseria degradante, mentre altri non sanno nemmeno che farsene di ciò che possiedono.

Dobbiamo fare in modo che la pandemia del Covid-19, dalla quale stiamo faticosamente uscendo, porti in primo piano il problema della sostenibilità. Sarà necessario utilizzare con cura le risorse del pianeta e l’energia del Sole e anche sviluppare la scienza e la tecnologia nelle direzioni opportune. Ma sarà ancor più importante sfruttare le nostre preziose fonti di energia spirituale: saggezza, creatività, responsabilità, collaborazione, amicizia, sobrietà e solidarietà. Quando avremo fatto tutto questo, ricorderemo questa pandemia come una salutare lezione impartitaci dalla Natura.

Come (e se) ci cambierà il virus….riflessioni di un giurista

Contributo di Antonello De Oto

Ritrovarsi di colpo solo, in un’aula vuota con dei guanti, una mascherina al collo e un paio di cuffie microfonate a parlare ad uno schermo…dall’altra parte mentre la voce corre sul filo dei byte… i tuoi studenti smaterializzati da un virus da un giorno all’altro, ma pronti a dialogare, ad apprendere, a desiderare conoscenza giuridica magari mentre mangiano una merendina davanti al monitor…

E’ il sapere e la diffusione della conoscenza nell’era del Covid-19. Così si fa lezione oggi in tutta Italia e in quellAlma Mater che non si ferma e che ha sempre accolto da tutto il mondo, sin dai primordi, come testimoniano gli scudetti equestri affissi nell’atrio del Palazzo dell’Archiginnasio, studenti che a cavallo venivano da ogni dove…e Maestri come IrnerioLucerna iuris” e Graziano che operavano in quella Bononia e in quel mondo che per lungo tempo si voleva, secondo la teoria astronomica di Tolomeo,  immobile e anche parzialmente abitato.

Ci si è lamentati spesso in passato dei danni collaterali della tecnologia. Quella techne che ci rubava posti di lavoro, che toglieva spazio all’uomo per inserire macchine, processi…determinando senza neanche troppo rendersene conto una progressiva perdita di centralità dell’essere vivente, dei suoi tempi di reazione e dei suoi lenti riti quotidiani. Che costituivano, per inciso, in un tempo spesso mediocre anche speranza, capacità di aspettare, percorsi di desiderio.

La Rete connettendo in pochi istanti tutto il mondo, oggi quasi del tutto abitato, aveva annullato il valore della pazienza, i tempi di risposta, il senso della fatica.

E oggi? Cosa ne è e ne sarà del nostro mondo e dei nostri riti quotidiani? Cosa ne sarà di quella velocità che non faceva bastare le giornate. Oggi ai tempi del Coronavirus distanti un metro e per fortuna interconnessi (come cambiano rapidamente giudizi e scenari) i soldi sembrano valere meno, i paradigmi si ridisegnano velocemente e anche le antiche professioni liberali ritrovano funzione e spazi di interconnessione e aiuto in un guado difficile dove imprenditori e cittadini abbisognano più di ieri di una difesa agile e interattiva, anche nei confronti di un male che tutto vorrebbe travolgere. Salvare i sacrifici di una vita, posti di lavoro, contenere i danni, questo è oggi il tema. E allora strumenti come una consulenza legale fornita in conference call o il processo telematico stesso, appaiono non più orpelli di una modernità giuridica ostentata ma scialuppe di salvataggio in un mare in tempesta.

La tecnologia per molti fino a ieri nemica è divenuta salvezza e garanzia di comunicazione. Poter ordinare una spesa on-line o seguire nel chiuso delle proprie case una messa in streaming o rivedere un vecchio film dal sito della RAI…capacità, possibilità che ci sembrano oggi molto meno superflue e scontate. In molti casi l’unica reale possibilità di approvvigionarsi e di trascorrere un tempo interminabile. Diritti pubblici soggettivi incomprimibili e indisponibili come la libertà religiosa, ad esempio, che grazie alla tecnologia trovano uno sfogo e mantengono spazi di libertà continuando a soddisfare il diritto di essere se stessi.

Anche Istituzioni che molti – non certo il sottoscritto – ritenevano pletoriche e inconferenti in uno Stato democratico, come le nostre Forze Armate, oggi ci appaiono vitali per proteggere la nostra comunità persino (a volte) da se stessa, fornendo con rapidità servizi e infrastrutture che non eravamo in un tempo ordinario stati capaci di difendere e pensare. Quell’Esercito che oggi costruisce ventilatori polmonari, quell’Universitas che ricerca e non molla, portando avanti i giovani e futuri quadri dirigenti del Paese, anche in un tempo difficile. E non breve. Un tempo che risuscita e rifugge al contempo vecchie paure, che rivivifica un nemico antico, quel morbo descritto in passato da Sofocle nel prologo di Edipo Re e nella Bibbia e chiamato peste (Yersinia pestis) divenuto in seguito un vero e proprio topos letterario. Oggi l’antico nemico è tornato. Con altri vestiti e un cuore vecchio. Forse a ricordarci, sotterraneamente, il valore della solidarietà, lo stare uniti nelle difficoltà e quel restare umani, che molti di noi avevano per un attimo accantonato, in favore degli egoismi di parte.