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L’osservatorio della divulgazione

(di Matteo Cerri)

Due sono i sentimenti che colpiscono il ricercatore che legge un articolo di divulgazione scientifica del suo settore sulla stampa generalista: la legittima soddisfazione di vedere il proprio settore di studi raccontato a tutti e la frustrazione di scoprire le inesattezze e le storture che a volte accompagnano questi articoli. Ma posticipiamo qui una premessa: in Italia esistono ottimi giornalisti scientifici. Chiunque abbia avuto a che fare con la stampa sa che i professionisti non mancano; non solo, come ovvio, all’interno di riviste specializzate nella divulgazione, ma anche sui quotidiani.

Terminata però la premessa, è chiaro che in più di un’occasione capiti di leggere cose che non stanno nè in cielo, nè in terra. Succede per lo più quando ad occuparsi di un articolo di divulgazione scientifica è un giornalista che non ha una specifica preparazione sull’argomento. Come detto prima infatti, non è la mancanza di personale qualificato a dare origine ad articoli come questo (https://www.repubblica.it/scienze/2019/04/01/news/un_nuovo_batterio_esiste_in_natura_il_suo_dna_creato_dal_computer-223059070/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P3-S1.8-T2), ma la scelta della redazione di non affidare questo tipo di articoli al personale più adatto.

Ma perché questo succede? Perché forse in fondo gli articoli scientifici non sono di grande importanza per un quotidiano, non attirano lettori dell’edizione cartacea o non generano molto traffico se pubblicati solo in digitale. Anzi, in quest’ultimo caso assistiamo spesso ad un’ulteriore degenerazione del fenomeno: il titolo ‘sparato’ per acchiappare più click possibili. Ecco allora che, guardando gli archivi dei giornali, scopriremmo, per esempio,  che il cancro è stato già curato moltissime volte. Purtroppo poi il titolo viene assegnato al pezzo dal titolista, una figura diversa dal giornalista che lo ha scritto, per cui a volte, anche in presenza di un articolo decente o buono, ci troviamo di fronte a titoli che gridano vendetta. Il motivo per cui questo accade l’abbiamo già detto: assenza di conseguenze se il pezzo contiene errori. Anzi, a volte un articolo chiaramente sbagliato, che contiene delle castronerie, genera più traffico proprio perché viene costantemente linkato da chi vuol farle notare.

Dobbiamo quindi guardarci in faccia e chiederci, come comunità scientifica, come possiamo agire per fare in modo che la qualità di un articolo divulgativo diventi importante? Vorrei proporre qui un primo approccio al problema, cercando di creare un feed-back che possa premiare gli articoli ben scritti e i giornalisti competenti e segnalare invece quelli che non lo sono. Propongo quindi la creazione di un ‘Osservatorio della divulgazione’ che fornisca recensioni sulla qualità di un pezzo, del giornalista che lo ha scritto, e del titolista che lo ha titolato. Suggerisco anche che tale osservatorio possa diventare un compito istituzionale per gli studenti, magari quelli del Collegio Superiore, che potrebbero occuparsi di formare una piccola redazione, di monitorare gli articoli divulgativi sulla stampa, di farli leggere agli specialisti presenti in ateneo, come se fosse una peer-review, e di tenere traccia degli andamenti. Ogni anno, l’Osservatorio dovrebbe poi rilasciare un comunicato con i risultati delle osservazioni, elogiando i migliori giornalisti, le migliori riviste e giornali (magari istituendo un premio per il miglior giornalista divulgatore), e i loro contraltari. Le classifiche, di qualunque tipo, ricevono sempre una certa attenzione; in questo caso è la reputazione del singolo giornalista e delle testate ad essere giudicata. Inoltre, i risultati dovrebbero essere liberamente consultabili, in modo che chi si trovasse poi a dover rilasciare un’intervista ad uno specifico giornalista o ad una specifica testata, possa regolarsi di conseguenza.

Patrimonio culturale e città storica

(di Danila Longo)

L’azione culturale e, più specificamente, il Patrimonio Culturale hanno un ruolo chiave nei processi di trasformazione materiale, economica e sociale della città.

Il Patrimonio Culturale può essere considerato come dispositivo (driver) che può innervare e alimentare la crescita della città, trasformandola, con attenzione alla innovazione tecnologica, secondo modelli improntati alla valorizzazione e alla sostenibilità.

La città storica italiana è ritenuta un ambito privilegiato di applicazione di azioni di valorizzazione che considerano il Patrimonio Culturale non come una statica presenza nella città, oggetto testimoniale di valori consolidati nel tempo e destinatario di onerosi sostegni, ma come il miglior risultato, in costante aggiornamento, delle azioni di trasformazione della città.

Il modello culturale a cui fare riferimento è dunque quello di un continuo sforzo di riconoscimento della città e delle sue trasformazioni come patrimonio e bene comune, affiancando in un flusso senza soluzione di continuità la conservazione e l’innovazione e coinvolgendo permanentemente non solo gli specialisti del patrimonio ma anche tutti gli attori che nella trasformazione urbana sono chiamati a dare il loro contributo, con diversi gradi di responsabilità e consapevolezza, sia attivamente che passivamente.

Il Patrimonio Culturale va allora valorizzato nella sua concezione consolidata, preservandone i valori ma anche incrementando l’integrazione con la vita cittadina. D’altro canto, ci si deve porre l’obiettivo di includere nel valore patrimoniale della città nuovi luoghi e soggetti e, con essi, anche nuovi attori sociali ed economici. Il modello è dunque quello di una integrazione e reciproco rafforzamento tra azioni di memoria e azioni di innovazione.

Siamo poi così sicuri che (fare) l’università non serve?

(di Lea Querzola)

Briatore: “Niente università per mio figlio, non mi serve un laureato. Lo formerò io” «Falco sa che a 14 anni andrà in collegio in Svizzera a fare il liceo, non può mica restare a Montecarlo a vita.

Poi dopo il diploma verrà a lavorare con me»

Ognuno ha le proprie disgrazie nella vita. Per esempio, dover vivere a Montecarlo fino a 14 anni, poi doverti trasferire in Svizzera, per frequentare un prestigioso collegio, e poi doverti mettere sotto l’ala paterna a imparare il mestiere; il tutto da milionario, dal primo vagito all’esalazione dell’ultimo respiro.

Dov’è la disgrazia?! Il nostro Falco in tutto questo non decide nulla, non ha desideri, preferenze, gusti, voce: è quasi un altro dipendente di papà (“non mi serve un laureato”, dice il capo durante il colloquio di assunzione). Diverso sarebbe stato leggere “Mio figlio Falco non vuole fare l’università; lo porterò con me in azienda”. Pesanti questi professori, prendono tutto alla lettera e fanno la barba alle pulci; sì, è vero, è una parte del nostro mestiere.

Se Flavio Briatore fosse un mio studente, lo inviterei a riflettere su un paio di cose (ché questo è innanzitutto il nostro mestiere, invitare a riflettere, e non inculcare nozioni, come forse troppi credono). Innanzitutto, sul fatto che le sue parole hanno una possibile influenza su alcuni milioni di persone, fra cui molti giovani, e che quindi, ogni volta che apre bocca, ha una responsabilità grande. Nel mondo ci sono milioni di ragazzi per i quali frequentare l’università rappresenta un’opportunità straordinaria. Sì certo, adesso siamo circondati dal mantra dell’ascensore sociale che è bloccato, che devi espatriare per trovare fortuna perché qui non c’è futuro, che non serve laurearsi per andare a lavorare in un call center o a consegnare cibo in bicicletta, e avanti l’orchestra funebre dei ladri di speranza.

Studiare all’università è un’esperienza unica: il tempo dell’università è quello della gioventù al suo apice di energia, coi suoi sogni, le sue follie, le sue disperazioni, nel caleidoscopio, irripetibile, della vita di ciascuno. Briatore sarà un eccellente professore per suo figlio, e siamo contenti per lui. Peccato però avere un solo professore quando puoi conoscerne decine (che significa decine di vite, di esperienze, di bagagli, di caratteri). Fra loro non incontrerai mai un milionario, hanno passato troppo tempo con gli occhi e il naso su per aria, e insieme giù sui libri, per arricchirsi di denari. Ma potresti incontrare un soggetto particolare, qualcuno che è assolutamente dentro la realtà, anche se a tratti pare vivere fuori dal mondo. Qualcuno per descrivere il quale facciamo parlare Chesterton.

In questi tempi si è diffusa un’idea assai curiosa, e cioè che quando tutto va male serve un uomo pratico. In verità sarebbe molto più corretto dire: quando tutto va male, serve un uomo non pratico, serve un pensatore, un uomo che capisca perché le cose vanno o non vanno. Non è giusto suonare la cetra mentre Roma brucia, ma è giusto studiare idraulica mentre Roma brucia. Rerum conoscere causas. Se un aereo è leggermente avariato, potrà forse aggiustarlo un uomo semplicemente abile. Ma se l’avaria è seria, bisognerà invece andare a cercare un vecchio professore distratto e trascinarlo fuori del suo laboratorio perché ricerchi la natura del guasto. E quanto più complicato sia il guasto, tanto più canuto e distratto dovrà essere il professore; e in certi casi estremi potrà dirci realmente che cosa realmente succede soltanto l’uomo (probabilmente un matto) che inventò l’aereo!” (Gilbert K. Chesterton, Ciò che non va nel mondo, traduzione italiana di Was unrecht ist an der Welt, pubblicato a Monaco di Baviera nel 1924).

Siamo poi così sicuri che (fare) l’università non serve a niente?!

Lea Querzola, 10 aprile 2019

aggiornamento n. 4

Aggiornamento n.4 (di Dario Braga)

Care Colleghe e cari Colleghi di ParliamoneOra

Vi ringrazio per la partecipazione alla presentazione di ParliamoneOra di ieri – 9/4. E’ stata una ottima partenza in qualità e numerosità della presenza. E’ evidente a tutte e tutti che abbiamo intercettato un bisogno profondo, un bisogno delle nostre coscienze e della nostra professione di docenti. La stampa ha dato di nuovo risalto. Ho ricevuto segnali di interesse anche da altre università. Ho detto che non avevamo alcun “copyright” ed eravamo contenti se l’idea veniva replicata. 

Adesso dobbiamo diventare operativi. A questo fine il sito www.parliamoneora.it deve contenere informazioni validate. Vi prego quindi di controllare soprattutto la pagina http://www.parliamoneora.it/contattaci/ dove ho raccolto quanto messo insieme nei giorni passati in quanto a proposte. Nei prossimi giorni riorganizzeremo il sito … è un “learn by doing…”

Siccome l’idea è quella di fare circolare, al più presto, l’offerta (in)formativa del gruppo stimolando la organizzazione di eventi / incontri / discussioni sui temi elencati dobbiamo essere pronti a rispondere a eventuali richieste.

Il metodo è delineato. Lo riassumo.

Costruzione del tema: I referenti ricevono proposte di contribuire al tema da membri di POra  oppure sollecitano contributi di altri docenti ddi POra  a un tema specifico. Questo metodo dovrebbe consentire di avere, per ciascun argomento attivato, un numero di docenti “di sicurezza”, in grado cioè di coprire le richieste che dovessero arrivare senza eccessivo appesantimento. Quindi vi chiedo di comunicare a me e ai referenti la vostra disponibilità a contribuire a uno o più tema.

Richiesta di intervento sul tema: il comitato organizzatore (io, barbara, lea, vittorio, giovanna, alessandro) riceve  la richiesta e verificano la disponibilità. In caso positivo passa direttamente il contatto al referente per la organizzazione della presenza.

Altro argomento di riflessione  è quello delle adesioni. Penso che ognuno di noi possa, a questo punto, parlare di ParliamoneOra con colleghe e colleghi dicendo chiaramente che chi è interessato non ha che da dirlo.

Grazie per la collaborazione.  Indicazioni di CONTATTI per avviare l’attività di “militanza culturale” di ParliamoneOra sono benvenuti

Dario

p.s. ParliamoneOra 151 and counting…