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Correre o non correre, questo è il problema…!?

Giuseppe Milo, runner, correre

L’attuale periodo di quarantena da Pandemia, oltre ad essere associato ad un notevole consumo di notizie veicolate dal sistema informativo tecnologico (e ai conseguenti rischi di Infodemia segnalati da Pina Lalli), è senza dubbio caratterizzato da numerosi dibattiti.

Uno piuttosto appassionante per gli sportivi (ma non solo), ha visto come protagonisti cultori e detrattori del Jogging. Le discussioni intorno alla pratica della corsa all’aperto emergono subito dopo le prime restrizioni, quando in linea di massima gli esperti interpellati si esprimono piuttosto favorevolmente sullo svolgimento di attività motoria all’aperto.

Col passare del tempo, invece, prevalgono atteggiamenti maggiormente orientati al sacrificio e al rispetto delle disposizioni sintetizzate dall’hashtag “iorestoacasa”, tenendo presente che viene specificato come i decreti concedano di muoversi tutt’al più nelle vicinanze dell’abitazione.

La tematica appare intrigante perché le considerazioni che suscita possono andare ben al di là di questioni meramente tecniche, ponendosi al crocevia tra temi di natura diversa. Studiando l’attività motoria e sportiva come “tecnica del corpo” (Mauss, 1934; Bordieu, 2003), si apre la strada a una serie di analisi che vanno al cuore delle organizzazioni sociali e delle culture. L’attività motoria, da questo punto di vista, corrisponderebbe a un percorso d’iniziazione sociale, attraverso il quale le persone apprendono pratiche, norme e valori profondi della proprio mondo sia concreto che simbolico (Geertz, 1987; Parlebas, 1999).

Tornando alla questione se sia lecito correre o meno ai tempi del coronavirus ma il ragionamento potrebbe essere allargato ad ogni altra forma di movimento outdoor; di recente è stata ufficialmente assegnata l’etichetta di “attività motoria all’aperto” anche al camminare, possiamo notare come si debba tenere presente pressoché ogni aspetto dello scibile umano, per esempio di tipo giuridico, dato che per la salvaguardare la salute pubblica è momentaneamente limitato il diritto alle libertà individuali di movimento (Piero Ignazi); della salute individuale (l’attività motoria svolge un ruolo fondamentale nella regolazione di processi fisiologici e nei ritmi circadiani e nel sonno (Giovanna Zoccoli); psicologico, sia intrapsichico che interpersonale (in questo momento, la maggioranza dei corridori abituali non si sentono nemmeno di fare attività perché, sentendosi considerati dall’opinione pubblica come “untori”, hanno smarrito ogni motivazione, mentre i più accaniti escono perlopiù nella penombra…); formativo, dato che la cura del corpo ha evidenti ricadute sullo sviluppo globale – e se non c’è dubbio che la pandemia ci abbia “presi in contropiede” in generale, i suoi effetti si sentono maggiormente negli ambienti organizzati in modi tradizionali e poco innovativi, di cui la scuola fornisce purtroppo un caso esemplare (Ira Vannini); etico, perché essendosi spostati i confini della morale, le decisioni ne devono tenere conto (e l’eventuale mancanza può quindi assumere connotati politici). In questo quadro non va poi dimenticato l’aspetto economico: si calcola che l’industria sportiva abbia un impatto diretto stimabile tra l’1.7 e il 2% del PIL, circa il doppio valutando l’indotto (anche se Malagò sta ripetendo gli stessi numeri da anni).

uomo vitruviano, Leonardo da Vinci

In definitiva, ogni analisi delle pratiche corporee deve tenere conto del contesto complessivo in cui esse hanno luogo. Come nella classica metafora dell’Iceberg, le attività come la corsa appaiono solo l’aspetto visibile di un fenomeno ben più ampio, ma che difficilmente riusciamo a cogliere a prima vista. Mi sembra che le vicende qui analizzate, ad esempio, mostrino piuttosto bene alcune peculiari caratteristiche della nostra cultura nazionale, quali la suddivisione più o meno faziosa tra “pro” e “contro”, e il pressapochistico “fai da te”. In altre parole, l’attività motoria e sportiva riflette i processi sociali, ne è parte integrante e li rafforza nel bene o nel male.

In definitiva, oltre a tenere presente che svolgere una qualche forma di attività dovrebbe essere un diritto fondamentale dal punto di vista biomedico, non solo nelle giovani generazioni, occorre essere consapevoli che le “pratiche del corpo” costituiscono veri e propri percorsi d’iniziazione e rituali sociali. Le esperienze corporee permettono di esperire e dunque portare alla luce le condizioni esistenziali, quindi domandare “cosa può un corpo” equivale a cogliere le intersezioni che le discipline pratiche e scientifiche disegnano tra le “pieghe” del corpo (Donato, Tonelli, Galak, 2019).

In conclusione possiamo chiederci: cosa posso fare ora? Andare a correre fuori forse no (benché qualcuno riesca ancora a farlo… ma sicuramente altre attività fisiche domestiche sì, tenendo presente che l’offerta formativa tramite tutorial di attività motorie in rete pullula di proposte d’ogni tipo (a tale proposito consiglio di dare un’occhiata a questo canale: https://www.youtube.com/channel/UCvFN1gwZUFseMG_808CfrYw ).

Anche al termine della pandemia, infine, capire se sarà possibile “correre o non correre” fornirà una risposta immediata e sintetica alle nostre condizioni psicofisiche e alla situazione globale in cui siamo immersi, e non di certo solamente alla condizione fisico-motoria.


Suggerimenti bibliografici
Bordieu, P. (2003). Il senso pratico. Roma: Armando (Edizione originale: 1980).
Donato A., Tonelli L. & Galak E. (2019) (a cura di). Le pieghe del corpo. Milano-Udine: Mimesis.
Geertz, C. (1987). Interpretazione di culture. Bologna: Il Mulino (Edizione originale: 1973).
Mauss, M. (2017). Le tecniche del corpo. Pisa: ETS (Edizione originale: 1936).
Parlebas, P. (1999). Jeux, sports et sociétés. Lexique de praxéologie motrice. Paris : INSEP.

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