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Governo degli scienziati o dei politici? Appunti dal Medioevo della peste

La peste del 1348 fu un evento sconcertante: si diffuse rapidamente e portava alla morte in pochi giorni. La città non era preparata ad affrontare un evento del genere e nemmeno i pastori d’anime che disponevano di prediche per i lebbrosi ma non per gli appestati. Per non parlare dei medici: “quelli che si trovavano volevano smisurato prezzo innanzi che entrassero nella casa, ed entratovi toccavano il polso col viso indietro e da lungi volevano vedere l’urina con cose odorifere sotto il naso” ( Cronaca del XIV sec. di Marchionne di Coppo Stefani). Chi fra loro si comportava più coscienziosamente rischiava di morire, anzi moriva. Non si trovavano neppure sacerdoti.

La “grande moria” mise le città e i governanti a dura prova nel tentativo di individuare provvedimenti di qualche utilità (quarantena, isolamento, controllo degli spostamenti) ma anche di evitare il collasso delle istituzioni. A Bologna a metà Trecento mentre gli studenti fuggivano, taverne e botteghe erano serrate e i medici cercavano di trarre vantaggio per la categoria dalla situazione chiedendo a fronte di pareri il monopolio della corporazione sul mercato della salute, i governanti stabilirono di sostituire consigli larghi con assemblee più ristrette. Lo scopo era quello di evitare assembramenti pericolosi e al contempo di mantenere attivi gli ordinamenti comunali.

Mentre circolavano teorie sull’origine del male che lo connettevano ora alla qualità dell’aria ora alla decadenza morale, i governanti si attivarono per isolare e controllare, senza poter trasformare la città in un lazzaretto, ma anche per tenere sotto controllo la corporazione dei medici che cercava di acquisire crescente peso politico e sociale. Si istituirono posti di blocco sanitari per merci e viandanti mentre i medici cercavano di abbassare la febbre e far fuoriuscire “il veleno” dai bubboni.

Di fatto nacquero magistrature dapprima a termine e poi permanenti per far fronte al dramma e città come Venezia, Genova, Firenze o Milano si organizzarono in vista di nuovi assalti del morbo tentando di stabilire un punto di equilibrio fra chiusure, sopravvivenza della vita urbana, direzione dei medici, concedendo ad esempio licenze senza passare dal collegio dell’Arte, e controllo sociale.

Le magistrature permanenti, una sorta di rete organizzativa fra le città assieme alla costante ricerca di mediazione fra gli interessi e gli atteggiamenti delle diverse parti sono i lasciti positivi della “gran moria”. Davanti alla Chiesa che proponeva popolose processioni e a medici spesso autoreferenziali ma capaci di presa sulla cittadinanza e resistenti all’ubbidienza all’autorità, si è sperimentata, quando ciò è stato possibile, la ricerca di una saggia mediazione. Quest’ultima, per esemplificare, ha portato a Mantova nel secondo Quattrocento ad accogliere (al grado minimo) il suggerimento di un medico influente sulla popolazione che cercava di resistere alle autorità sollevando il popolo e minacciando di liberare gli infetti. Il medico pretendeva di guarire con un infuso di scorpioni e olio vecchio che le autorità cittadine giudicavano infruttuoso. Le autorità cercarono di cacciare il medico ma per motivi di ordine pubblico stabilirono di acquistare uno scorpione da mettere infusione per cercare di governare conflitti, paure e interessi divergenti.

Il governo della peste è stata dunque materia di responsabilità civile e laica e il drammatico fenomeno trecentesco ha lasciato in eredità ai secoli successivi la creazione da parte dei ceti dirigenti di istituzioni stabili (gestite con la collaborazione di confraternite, vale a dire con una diffusa partecipazione cittadina), l’ampliamento della “mano pubblica”, un forte incentivo alla ricerca farmacologica alchemica e dosi di fiducia in un governo centrale equilibrato capace di mediare fra interessi della forte categoria dei medici, emotività popolare, ragioni della Chiesa e bene comune. Per il bene comune poteva anche valere la pena mettere inutilmente in infusione lo scorpione mentre si cercava ben più utilmente di organizzare strutture stabili di assistenza e di contenimento. Governare è difficile ma governare bene salva, allora come ora.

C. Crisciani, Città e medici di fronte alla peste, in “Rivista per le Medical Humanities”, 29,8, 2014, pp.11-23

M. Romani, Il governo della peste: malati, medici, religiosi, magistrature sanitarie (secoli XIV-XVI), in Annuario dell’Archivio di Stato di Milano, 2015, pp. 63-78.

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