Articolo del blog

Il cinema al tempo del coronavirus

(ovvero della resistenza al cambiamento)

Ignàc Semmelweis e Marc Levinson sono due nomi che dicono pochissimo ai non addetti ai lavori.

Il primo è un medico ungherese, che già nel 1846 aveva intuito come il semplice lavarsi le mani dei medici poteva diminuire in modo sostanziale le febbri puerperali, una delle principali cause di morte delle partorienti. Venne osteggiato e ridicolizzato dai baroni dell’ostetricia, finì in manicomio e morì per un’infezione contratta durante un intervento chirurgico, probabilmente perché chi lo operava non riteneva che disinfettarsi fra una operazione e l’altra fosse necessario. Dovette aspettare il 1894 perché la riabilitazione fosse completa, dopo che gli studi di Pasteur e altri resero inoppugnabile ciò che egli aveva dimostrato nella pratica e con le statistiche alla mano.

Marc Levinson, invece, è uno storico dell’economia che ha scritto un libro straordinario (The Box, EGEA, 2013) in cui ripercorre la storia che ha portato all’adozione globale di un solo standard di container.

Cinema al tempo del coronavirus

Può sembrare una cosa da poco, ma finché non è adottato questo provvedimento, ogni paese aveva le sue misure e questo comportava un continuo scarico e carico delle merci, cosa che triplicava i tempi di spostamento delle medesime e i relativi costi. Ebbene, la questione ha richiesto quasi un secolo per essere risolta, per via di svariati interessi nazionali e corporativi, e solo la guerra del Vietnam ha consentito di risolvere definitivamente il problema e di obbligare tutti a optare per un unico formato.

Sono due storie paradigmatiche, fra le mille che si potrebbero nominare, che ci fanno capire quanto ampia sia la distanza fra una buona idea e la sua applicazione. Ovvero, quante resistenze, dissonanze cognitive e interessi discordi possano ostacolare l’adozione di pratiche capaci di far avanzare il progresso.

Una delle cose che sarebbe possibile fare ormai da decenni ma viene sistematicamente rinviata è la possibilità di distribuire contemporaneamente un film al cinema e in streaming (a pagamento o meno) per chi non può o non vuole recarsi in un cinema. Ovviamente, la cosa già avviene per i film che sono prodotti dalle grandi piattaforme (tipo Netflix), ma si tratta di casi sporadici che trovano forti resistenze da parte del sistema cinematografico nel suo complesso: festival, distributori, esercenti, operatori del settore e anche parte del pubblico. Le motivazioni sono due: proteggere la corporazione degli esercenti e, in generale, salvaguardare la modalità di fruizione della sala buia.

cinema al tempo del coronavirus

Sono posizioni legittime, ma si scontrano con argomentazioni di carattere opposto altrettanto legittime. Non esiste un solo studio che dimostri che il vantaggio recato ad un film dalla sua diffusione domestica comporti realmente uno svantaggio in termini di spettatori in sala. Ovvero i due pubblici potrebbero sommarsi piuttosto che escludersi, con un vantaggio complessivo per il settore. Tanto più che esiste sicuramente una consistente fetta di spettatori potenziali che non può materialmente recarsi in sala, o perché vivono lontano dalle città dove si concentra il maggior numero di schermi o perché non hanno le risorse economiche, perché hanno impedimenti di vario genere oppure, infine, perché semplicemente non amano la sala.

A fronte di questo, anche tenendo per buono il postulato che vedere un film in sala sia meglio, è piuttosto chiaro che il settore nel suo complesso avrebbe tutto da guadagnare dall’introduzione di una modalità mista, che consenta di scavalcare il sistema delle cosiddette “finestre temporali” con cui si obbliga a lasciar passare un determinato arco temporale (diverso da paese a paese) fra la distribuzione in sala di un film e la sua messa a disposizione on-line.

La chiusura delle sale dovuta al coronavirus, dunque, potrebbe determinare le condizioni che, di fatto, obbligano ad aprire una sperimentazione vera in questa direzione, facendo fare un salto in avanti ad un settore che è stagnante da circa trent’anni.  Sarebbe, nel disastro complessivo e sempre con la speranza che le sale possano riaprire al più presto – una piccola esternalità positiva di questa situazione di crisi.

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