Articolo del blog

Ricordando Pier Cesare Bori, incontro il 3 novembre all’Archiginnasio

a cura di Amina Crisma

“Vivere per sé e per gli altri. Ricordando Pier Cesare Bori” si intitola l’incontro che si è tenuto il 3 novembre nell’Aula dello Stabat Mater della Biblioteca dell’Archiginnasio per ricordare, a dieci anni dalla scomparsa, questo maestro di dialogo interculturale, per quarant’anni docente di Storia del Cristianesimo all’Università di Bologna, infaticabile promotore di dibattiti che coinvolgevano interlocutori e luoghi diversi, dalle università di Tunisi e di Pechino ai detenuti del carcere della Dozza, e raffinato interprete di testi delle più varie tradizioni spirituali d’Occidente e d’Oriente, il cui insegnamento appare oggi più che mai attuale (per un suo sintetico profilo, si veda la voce che gli dedica il dizionario online promosso dall’Associazione italiana di Filosofia della Religione

Non si è trattato di una commemorazione formale, quanto piuttosto, come spesso avveniva con lui, di un discorso fra amici (suoi amici di una vita intera erano i relatori) che è stato concluso dalla figlia Caterina con un commosso ricordo del padre, e di una lezione da affidare soprattutto, con gratitudine, alle giovani generazioni, come ha sottolineato nella sua introduzione Giancarlo Gaeta. Il pensiero di Bori è in costante movimento, legato ai problemi della vita individuale e collettiva, proteso alla condivisione (Silvia Torneri ne ha offerto un’intensa testimonianza riferita all’esperienza, documentata nel libro del 2008 Lampada a se stessi, del gruppo di lettura da lui promosso in carcere) e animato dalla passione per la realtà. Una passione rivelata anche dalle 9.000 foto del suo archivio di cui ha parlato Luisa Ciammitti, una selezione delle quali è stata presentata nella mostra del 2017 a Scienze Politiche “99 sguardi sul mondo”.

Dall’intervento di Gianni Sofri, coautore con Bori di un importante volume sul carteggio Gandhi/Tolstoj (1985), è emerso il ritratto di un uomo sempre curioso di nuove esperienze, come attesta fra l’altro l’estensione del suo studio delle lingue, che include il russo, l’arabo, il cinese, e che è inscindibile da quello delle culture, da lui esplorate in una prospettiva sapienziale, ispirata all’universalismo pluralistico di Simone Weil. A questa ricerca si unisce il fattivo impegno con Amnesty International sul versante dei diritti umani, che lo porta a contribuire a fondarne il gruppo bolognese e a promuovere negli anni Ottanta due convegni internazionali, sulla pena di morte e sull’intolleranza.

Sulla dimensione morale, politica e pedagogica dell’esperienza di Bori si è soffermato Paolo Bettiolo, rilevando come la ricerca del bene come principio etico sottenda la sua pratica della lettura in comune dei classici attinti alla letteratura universale. A sua volta Carlo Ginzburg, prendendo le mosse dalla recente ristampa de Il vitello d’oro (1983; Bollati Boringhieri 2022), ha mostrato come tale indagine implichi per Bori un ripensamento critico del rapporto del cristianesimo con le radici giudaiche, nel senso di una rivalutazione delle basi materiali e corporee dell’esistenza, attenta alla lezione di Marx e di Freud.

La concezione religiosa di Bori, come ha rilevato Massimo Lollini, è improntata alla convinzione della bontà del vivente, e ispirata non certo a un memento mori, ma a un sì alla vita. Il suo originale percorso si distanzia dai tragitti istituzionali per esplorare peculiari vie della spiritualità quali la condivisione del silenzio, appresa nell’incontro con la Società degli Amici, e la meditazione Vipassana. Nella sua esperienza, contemplazione e azione si uniscono, così come convergono religiosità e laicità, mistica e razionalità, sulla scia di Pico della Mirandola, da lui prediletto, e della cui Oratio de hominis dignitate egli ha promosso la traduzione in arabo e in cinese. Come ha sottolineato Mauro Pesce, la prospettiva umanistica e universalistica di Bori già trent’anni fa si volgeva, con aperto e lungimirante sguardo, a includere anche l’antico grande maestro confuciano Mencio nell’orizzonte, oggi più necessario che mai, della ricerca di un consenso etico fra culture.

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